Antonio Gramsci, nel 1920,
su Ordine Nuovo scriveva a proposito del brigantaggio, dei Savoia e
dello Stato italiano: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che
ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e
seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di
infamare con il marchio di briganti”.
Furono molti di questi “contadini-briganti” meridionali, appena dopo l’unità d’Italia, ad essere incarcerati assieme a tanti altri prigionieri per vari motivi deportati e lasciati morire, senza che ne rimanesse traccia nelle prigioni del settentrione.
Il sistema carcerario del nuovo Stato poteva contare su prigioni dislocate probabilmente in quasi tutti gli stati annessi al Piemonte , da San Maurizio Canavese, ad Alessandria, Milano, Genova, Bergamo, Bologna, Ascoli Piceno, Livorno, Ancona, Rimini, Fano e nelle isole dell’arcipelago toscano e della Sardegna. In questo universo carcerario del nuovo Stato italiano un istituto carcerario importante e tristemente famoso e temuto fu appunto quello di Fenestrelle, nell’alta Savoia.
Su quanto avvenuto in quel carcere , si parla di “il lager di casa Savoia, la Siberia italiana, in cui non ci si fece scrupolo di deportare, senza soluzione di continuità, appunto ex soldati del disciolto esercito del Regno delle Due Sicilie, papalini, pseudo briganti, prigionieri comuni e politici, donne e uomini di ogni provenienza in una promiscuità degna di peggior causa.” c’è una polemica molto accesa tra Ignazio Coppola da una parte e dall’altra Juri Bossuto e Luca Costanzo, autori di Le Catene dei Savoia, con la prefazione di Alessandro Barbero a sua volta autore del libro I prigionieri dei Savoia – La vera storia della congiura di Fenestrelle perché in queste loro opere i tre storici sostengono che Fenestrelle non fu mai un vero lager.
La questione viene riferita da Antonella Sferrazza il 26 marzo 2017 su I Nuovi Vespri, giornale on line, che è anche la fonte di questo post.
Barbero
e Bossuto sostengono che non si trovano tracce di queste morti nella fortezza
di Fenestrelle negli archivi di Torino dove
le hanno cercate .Ignazio Coppola oppone loro alcune testimonianze addirittura
tratte dai giornali dell’epoca .Un giornale piemontese dell’epoca” L’armonia
“ afferma : “La maggior parte dei poveri reclusi sono ignudi,
cenciosi, pieni di pidocchi e senza pagliericci. Quel poco di pane nerissimo
che si dà per cibo, per una piccola scusa si leva e, se qualcuno parla, è
legato per mani e per piedi per più giorni. Vari infelici sono stati attaccati
dai piedi e sospesi in aria col capo sotto ed uno si fece morire in questa
barbara maniera soffocato dal sangue e molti altri non si trovano più né vivi,
né morti. E’ una barbarie signori”. Un’altra testimonianza dello stesso
tenore è quella del pastore valdese Georges Appia che, nell’ottobre del
1860, e siamo solo all’inizio delle deportazioni, in visita al forte che già
rigurgita di prigionieri meridionali, così ebbe a descriverli:
“Laceri, ignudi e poco nutriti appoggiati a ridosso dei muraglioni nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo dei loro climi mediterranei”.
Scrive ancora Ignazio Coppola :” Laceri, ignudi e malnutriti: l’aspettativa di vita, per questi poveretti, era fatalmente ridotta al minimo. Furono migliaia i prigionieri e i deportati che entrarono a Fenestrelle e pochi quelli che ne uscirono vivi per gli stenti, la fame e le temperature rigide alle quali non erano abituati e alle quali crudelmente (gli infissi nelle finestre delle celle deliberatamente erano stati tolti e vi erano solamente grate) furono sottoposti.
n
questa disperata situazione e al limite di ogni umana sopportazione vi fu, il
22 agosto del 1861, un tentativo di rivolta, che scoperto in tempo e
ferocemente represso portò all’inasprimento delle pene, per cui da quel momento
la maggior parte dei deportati protagonisti della rivolta fu costretta a
portare ai piedi ceppi e catene appesantiti da palle di 16 chili! Pochissimi in
quelle condizioni riuscirono a sopravvivere e a chi non riusciva a farcela era
riservato un particolare trattamento privo di ogni umana pietà.
I cadaveri di questi sventurati, anziché essere seppelliti, venivano sciolti nella calce viva, in una grande vasca posta nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso della fortezza che è ancora oggi visibile.”
«L'idea di inviare al Nord i prigionieri di guerra
si impose fin dall'inizio, per due motivi indipendenti l'uno dall'altro: per un
verso, le autorità a Napoli, sia civili sia militari, erano molto preoccupate
di dover farsi carico di tutta quella gente, e mancavano completamente di
strutture adeguate; per altro verso, nell' euforia del momento si pensava che
non ci sarebbe stata nessuna difficoltà ad arruolare direttamente i soldati
napoletani nell'esercito italiano, in una prospettiva di confluenza pacifica
dell'intero regno delle Due Sicilie nel nuovo regno d'Italia”
Fara Misuraca e Alfonso Grasso su Brigantino Il Portale del Sud Oggi affermano : “ da più parti si ricorda il
periodo in cui la fortezza divenne un campo di reclusione per soldati borbonici
e papalini considerati disertori del nuovo esercito italiano o prigionieri di
guerra. Recenti ricerche sottolineano le pessime condizioni in cui nel 1861 questi
militari furono «ospitati» a Fenestrelle: laceri e poco nutriti. Ma era
condizione usuale di tutti i prigionieri che non avevano la possibilità di
procurarsi cibo, vesti e riscaldamento come era usanza di allora.
Indro Montanelli, che storico lo era certamente e di
matrice liberale, negò sempre l'esistenza dei campi di concentramento al Nord
per soldati meridionali durante le fasi costitutive dell'unità d'Italia.
Ricordiamo in proposito che i reparti militari “napolitani” furono in gran
parte inglobati nell’esercito piemontese per costituire il nuovo esercito
unitario. I reduci di Gaeta, per lo più affetti da malattie derivanti dal lungo
assedio sopportato, furono confinati nelle isole, per lo più ad Ischia, con
grande timore delle popolazioni locali per il possibile contagio.
I testi coevi agli avvenimenti, quali quelli dello
storico borbonico Giacinto De Sivo, o del liberale Nicola Nisco non riportano
deportazioni, né tanto meno parlano di Fenestrelle. Non c’è traccia neanche in
Raffaele De Cesare, storico giornalista e politico liberale, che scrisse a
pochi decenni dagli avvenimenti, sulla base di testimonianze dirette integrate
da un'interessante bibliografia, senza tuttavia prestare la minima attenzione
al problema. autorevoli studiosi contemporanei della materia continuano ad
escludere l’esistenza del “lager”. Secondo il prof. Roberto Martucci, storico
dell'Università di Macerata, il silenzio della più consolidata riflessione
storiografica sull'argomento, consentirebbe di ipotizzare la non rilevanza del
fenomeno dei prigionieri nelle guerre risorgimentali, anche a causa della
stessa brevità degli eventi bellici di quella fase storica, generalmente
limitati a poche settimane di conflitto. Neppure il compiuto affresco “legittimista”
di Harold Acton, tracciato in anni a noi più vicini, fa riferimento al tema
della prigionia.
Scrive
Gianfrancesco Ruggeri il 11
febbraio 2013 sul blog “Un mondo
impossibile “: “La confusione fu grande.
I soldati e gli ufficiali borbonici avevano diritto alle garanzie dovute ai
prigionieri di guerra. Ma la decisione del governo di Torino era di arruolarli
subito nell'esercito italiano. Non tutti furono d'accordo e si appellarono al
giuramento prestato al loro re. I conflitti furono aspri, indicatori
dell'alterigia dei vincitori, espressione spesso di culture allora assai
lontane tra loro e di un'idea soltanto formale dell'unità tra italiani del Nord
e del Sud. La lettera del generale Alfonso La Marmora a Cavour, il 18 novembre
1860, può fare da cruda testimonianza:
«Non ti devo lasciare ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1.600 che si trovano a Milano, non arriveranno a 100 quelli che acconsentiranno a prender servizio. Sono tutti coperti di rogne e di vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi o da mal venereo, e quel che è più, dimostrano avversione a prendere da noi servizio. (...) Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia».
I reazionari di ogni specie, in particolare gli ambienti clericali, fomentavano lo scontro contro il Regno d'Italia. «La Civiltà Cattolica», la rivista dei gesuiti, come sottolinea l'autore, era in prima fila nello scrivere menzogne (e guarda un pò come magicamente esce fuori chi già allora seminava zizzania NdR):
«Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e in Lombardia, si ebbe ricorso a uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli appena coperti da cenci di tela e rifiniti di fame furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d'altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima caldo e dolce come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re».
Fara Misuraca e Alfonso Grasso su Brigantino Il Portale del Sud raccontano la
storia di questo forte dei Savoia
usato come carcere amche prima dell’unità d’Italia : “II ruolo di
prigione di stato caratterizza il forte di Finestrelle per molti anni: sia
sotto la dominazione napoleonica che, in seguito, sabauda. Alla fine del XVIII
secolo il carcere ospitava soprattutto ufficiali agli arresti, rei di aver
accettato, o provocato, duelli nelle province sarde, nel XIX secolo diventa la
nona Bastiglia di Francia. Il carcere pullulava di detenuti.
Per la massima
parte i reclusi erano ecclesiastici e nobili monarchici oppositori di
Bonaparte. Un alto prelato, rinchiuso nel carcere, racconta anche di dieci
napoletani partigiani borbonici incarcerati tre anni prima del suo arrivo. A
questi si aggiungevano molti piemontesi sospettati di aderenza con gli
austriaci. Con la caduta di Napoleone il forte passò nuovamente ai Savoia che
ne continuò l’uso come prigione militare. In seguito ai moti del 1821 fu
rinchiuso a Fenestrelle anche il principe Carlo Emanuele del Pozzo della
Cisterna per via delle sue idee liberali. L'abdicazione di Vittorio Emanuele I
lo rimise in libertà, consentendogli di riunirsi ai Carbonari di Pinerolo. Con
l'avvento al trono di Carlo Alberto tocca ai mazziniani cadere sotto i colpi
della repressione. Fu ospite di Fenestrelle un figlio naturale di Carlo Felice,
Giuseppe Bersani, appartenente al nucleo carbonaro “Cavalieri della Libertà”.
Dal 1833 Fenestrelle ospitò molti liberali appartenenti alla “Giovine Italia”,
idealisti guidati da Mazzini e ferventi credenti nella rivoluzione che afferma
i valori costituzionali. L'Italia intera fu all'epoca pervasa dai moti di
pensiero mazziniani; progetti di rivolta che spesso si indirizzavano, in cerca
di appoggio, anche al monarca sabaudo Carlo Alberto. Erano infatti in molti a
sperare nel re che aveva solidarizzato con i rivoluzionari del 1821, ma ogni
illusione cadde quando il Savoia manifestò l'intenzione di “fucilare tutti i
carbonari e spezzare con forza ogni velleità libertaria”.
In quel periodo le carceri di mezza Europa si riempirono di giovani sognatori, seguendo l'esempio delle sale di tortura e le stanze del carnefice e il plotone di esecuzione operante a pieno ritmo. “
Alessandro Barbero da “La Stampa” del 21
ottobre 2012 scrive : “Nell’estate 2011
mi è successa una cosa che non avrei mai creduto potesse capitarmi nel mio
mestiere di storico. In una mostra documentaria dedicata ai 150 anni dell’Unità
mi ero imbattuto in un documento che nella mia ignoranza mi era parso
curiosissimo: un processo celebrato nel 1862 dal Tribunale militare di Torino
contro alcuni soldati, di origine meridionale, che si trovavano in punizione al
forte di Fenestrelle. Lì avevano estorto il pizzo ai loro commilitoni che
giocavano d’azzardo, esigendolo «per diritto di camorra». In una
brevissima chiacchierata televisiva sulla storia della camorra, dopo aver
accennato a Masaniello – descritto nei documenti dell’epoca in termini che
fanno irresistibilmente pensare a un camorrista – avevo raccontato la vicenda
dei soldati di Fenestrelle. La trasmissione andò in onda l’11 agosto; nel giro di pochi giorni
ricevetti una valanga di e-mail di protesta, o meglio di insulti: ero «l’ennesimo
falso profeta della storia», un «giovane erede di Lombroso», un «professore
improvvisato», «prezzolato» e al servizio dei potenti; esprimevo
«volgari tesi» e «teorie razziste», avevo detto «inaccettabili
bugie», facevo «propaganda» e «grossa disinformazione», non ero
serio e non mi ero documentato, citavo semmai «documenti fittizi»; il
mio intervento aveva provocato «disgusto» e «delusione»;
probabilmente ero massone, e la trasmissione in cui avevo parlato non bisognava
più guardarla, anzi bisognava restituire l’abbonamento Rai.
Qualcuno mi segnalò un sito Internet dove erano usciti attacchi analoghi; del
resto, parecchie e-mail si limitavano a riciclare, tramite copia e incolla,
dichiarazioni apparse in rete. Scoprii così che il forte di Fenestrelle – che
la Provincia di Torino, con beata incoscienza, ha proclamato nel 1999 suo
monumento-simbolo – è considerato da molti, nel Sud, un antesignano di
Auschwitz, dove migliaia, o fors’anche decine di migliaia, di reduci
meridionali dell’esercito borbonico sarebbero stati fatti morire di fame e
freddo e gettati nella calce viva, all’indomani dell’Unità. Questa storia è
riportata, con particolari spaventosi, in innumerevoli siti; esistono comitati «Pro
vittime di Fenestrelle» e celebrazioni annuali in loro memoria; e al forte
è esposta una lapide incredibile, in cui si afferma testualmente: «Tra il
1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di
soldati dell’esercito delle Due Sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il
re e l’antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di stenti. I pochi
che sanno s’inchinano».
Barbero preso dai dubbi di
tutta questa discussione e da queste
polemiche cerca di approfondire attraverso
i documnti i fatti . E scrive : “L’unica cosa era andare a vedere i documenti,
vagliare le pezze d’appoggio citate nei libri e nei siti che parlano dei morti
di Fenestrelle, e una volta constatato che di pezze d’appoggio non ce n’è
nemmeno una, cercare di capire cosa fosse davvero accaduto ai soldati delle Due
Sicilie fatti prigionieri fra la battaglia del Volturno e la resa di Messina. È
nato così, grazie alla ricchissima documentazione conservata nell’Archivio di
Stato di Torino e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, il libro
uscito in questi giorni col titolo I prigionieri dei Savoia : che contiene più nomi e racconta
più storie individuali e collettive di soldati napoletani, di quante siano mai
state portate alla luce fino ad ora. Come previsto, si è subito scatenata sul
sito dell’editore Laterza una valanga di violentissime proteste, per lo più
postate da persone che non hanno letto il libro e invitano a non comprarlo;
proteste in cui, in aggiunta ai soliti insulti razzisti contro i piemontesi,
vengo graziosamente paragonato al dottor Goebbels.”
Fenestrelle, un’antica e inaccessibile fortezza sabauda a circa 150 chilometri da Torino, posta a più di 2 mila metri d’altezza a protezione del confine sabaudo-piemontese è dunque uno dei luoghi ,come molti altri , che costellano l’arcipelago di una storia Italia da riscoprire e da approfondire seppure all’interno di contrasti e di differenti visioni ma sempre alla ricerca di una verità storica.
Eremo Rocca S.
Stefano sabato 8 agosto
2020
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