Molto si è detto e scritto delle imprese dei grandi
navigatori del passato, del loro ardimento e tenacia. Si sa meno, invece, della
vita dei marinai nel corso della navigazione, delle paure che dovevano
dominare, della gioia che provavano nei momenti in cui rivedevano la
terraferma. Ancor meno si sa quale tipo di pane mangiavano.
Oltre alla durissima galletta del marinaio, davano anche del companatico, e
quale, a quei lavoratori del mare? Riuscivano a cuocersi di tanto in tanto
filoncino? Con che cosa alimentavano il fuoco? Con la legna che a bordo
scarseggiava o con il carbone che era insufficiente? Quali erano i parassiti –
dalle mosche ai vermi, dagli scarafaggi ai topi e ratti – che maggiormente
mettevano in pericolo le vettovaglie imbarcate e depositate nelle dispense dei
bastimenti prima della partenza: farina o grano, pane già cotto o gallette? Le
risposte ci vengono da documenti e testimonianze.
Gli scritti antichi, soprattutto quelli che solitamente chiamiamo diari o
giornali di bordo, talvolta anche i portolani, fanno cenno al pane dei marinai.
Plinio il Vecchio lo definisce panis nauticus. È stato un danno
immenso la scomparsa del settimo libro della sua Naturalis historia
dedicata alla navigazione (De navigatione): in esso avremmo trovato
certamente informazioni preziose anche sul vitto dei marinai. Nell'Odissea
si accenna agli “otri ben cuciti” nei quali si custodivano la farina e le
gallette. Queste, dagli antichi Greci erano dette dipyron o paxamida.
Da un mare all'altro, dall'uno all'altro porto il pane differiva, e diverse
erano pure le gallette del marinaio. Nelle navigazioni su percorsi brevi o non
molto lunghi lungo i litorali dette di piccolo o grande cabotaggio,
quelle insomma che non duravano più di una settimana, il marinaio poteva
portarsi nel sacco il pane fatto in casa, quello di cui si nutrivano appunto i
suoi familiari. L'acqua, almeno parzialmente, poteva essere sostituita dal
vino. Nei viaggi di lungo corso venivano portate gallette di vario tipo,
talvolta anche filoni di pane asciutto e schiacciato. Sui grandi velieri,
quelli in grado di attraversare il Mediterraneo e affrontare gli oceani,
venivano caricati, tra l'altro, determinati quantitativi di farina e di legna
da ardere in modo da poter cuocere il pane, in particolari occasioni, in forni
o su fuochi improvvisati nella stiva o a poppa, magari soltanto per il capitano
e per gli ufficiali.
Capitanerie di porto, spedizionieri ed armatori hanno lasciato informazioni che ci permettono di immaginare quale fosse il vitto più frequente degli equipaggi delle navi. Su questo tema i punti di coincidenza sono molto più numerosi delle divergenze negli ordinamenti e statuti varati dai governi e dalle amministrazioni marittime delle repubbliche di Venezia, Ragusa e Genova, del Portogallo, della Spagna, Francia, Olanda e soprattutto della Regia marina britannica. La repubblica marinara di Venezia ci ha lasciato il maggior numero di documenti. Il Senato della Serenissima varava leggi e nominava i funzionari preposti al controllo della loro applicazione. Non a caso il vitto nel suo insieme e l'equivalente in denaro spettanti ai marinai delle navi mercantili erano detti panatica. I rematori sulle galee (galeotti) si distinguevano in due categorie: i condannati e i liberi. Questi ultimi per la loro fatica ricevevano un salario in vitto o denaro.
I primi ricevevano, per
sopravvivere, una libbra e mezza ovvero circa mezzo chilogrammo di gallette al
giorno, gli altri anche qualcos'altro in aggiunta. Intorno all'Arsenale erano
all'opera numerosi panettieri che avevano l'obbligo di attenersi a determinate
“regole”. Uno speciale “provveditore del biscotto” si prendeva cura
della produzione delle gallette ma anche del modo in cui si poteva e doveva
preservarle dalla tarlatura. I galeotti legati allo scalmo ed ai remi
ricevevano talvolta una pagnotta fatta con farina di carrube: una volta
digerito quel “pane”, il galeotto defecava escrementi asciutti che venivano
facilmente spazzati in mare; il rematore non doveva essere slegato per compiere
i suoi bisogni. I pesci si raccoglievano in gran numero sotto bordo per nutrirsi
di quelle “gustose” feci; i marinai ne approfittavano per pescarli con piccole
reti e all'amo, dopo di ché li arrostivano e li mangiavano con altrettanto
gusto.
Sono numerosi negli archivi veneziani i documenti che contengono denunce contro
capitani e ufficiali accusati di acquistare viveri di cattiva qualità per
l'equipaggio, soprattutto farina, grano, gallette, presentando invece alle
autorità ed agli armatori conti con prezzi ben superiori a quelli realmente
pagati. Molti di loro – capitani e ufficiali – si arricchirono in questo modo,
costruendo i loro palazzi lungo il Canal Grande.
I panettieri genovesi erano tenuti a giurare, soprattutto negli anni di guerra,
che avrebbero cotto e consegnato un biscotto bonus et idoneus. Chi non
si atteneva alla regola subiva dure punizioni.
Le tre caravelle della spedizione che portò Colombo alla scoperta dell'America vennero rifornite nel porto di Palos di tutto ciò che era necessario per affrontare la lunga navigazione che avrebbe dovuto portare gli uomini degli equipaggi alle Indie. Nella prima tappa del viaggio, le Canarie, il vettovagliamento fu completato. Vengono espressamente menzionati farina, vino e bizcocho, oltre all'acqua ed alla legna. In una sua lettera ai signori di Castiglia l'ammiraglio menziona espressamente il pane dei marinai, la galletta o biscotto. Ordinò tra l'altro che nel corso della navigazione la cambusa doveva rimanere chiusa. Il giornale di bordo evidenzia certe ossessioni legate al pane e al modo di prepararlo e cuocerlo. Dopo aver toccato la prima isola ed averla battezzata San Salvador, Colombo incontrò presso la costa alcuni indigeni che a bordo di un'imbarcazione remarono verso la “Santa Maria”, e immediatamente paragonò i loro remi alle pale con le quali si inforna il pane. Non mancò di ricordare dei piccoli pani, non più grossi del pugno di una mano prodotti da quegli stessi indigeni, fatti non si sa con cosa e come cotti. Sul caso troviamo una testimonianza di Bartolomeo de Las Casas che il 15 ottobre 1492 indirizzò un rapporto a “Don Fernando ed alla sua consorte Isabella, per grazia di Dio Re e Regina di Castiglia, Aragona, Sicilia e Canarie”. Eseguendo un ordine dell'Ammiraglio, al primo di quegli indigeni salito a bordo della caravella i marinai donavano pane e melassa
( Un inedito di Predrag Matvejevic' )
http://www.alibionline.it/biblioteca/1298-il-pane-dei-marinai-un-inedito-di-predrag-matvejevic.html lunedì 27 luglio 2009
Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 19 agosto 2020




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