sabato 7 marzo 2020

COMINCIAMO DALLE PAROLE








 COMINCIAMO DALLE PAROLE



 



Gli eschimesi  hanno cinquanta parole  per indicare la neve. Significa che nel loro linguaggio  essi riescono a cogliere  almeno cinquanta sfumature nel significato del termine “neve”.
Noi non riusciamo più  nemmeno a cogliere il senso delle parole, il loro significato.
Ed è problema serio  come uomini perché stando ad Aristotele  l’uomo non è altro  che parola e senza parola l’uomo non è.
A questo destino sembra che non riusciamo più a sottrarci a tener conto perché le parole della vita ci sono state sottratte  e le parole della politica sono state affidate ad un teatrino  che  mostra ogni giorno di più il volto del turpiloquio , della invettiva , della diceria come componente essenziale  di ogni manifestazione.
Dicerie dell’untore  un ben libro  che racconta  una malattia, la tubercolosi, che racchiude in sé, il concetto stesso di consunzione, dissoluzione. Un soggetto, quello del binomio di amore-morte, è in qualche modo  la metafora di questo discorso sulle parole.  



Qualcuno afferma che la vera natura del linguaggio è minerale. Chi non sa che all’occorrenza le parole diventano “pietre” e ancor di più “macigni”? Metafore di uso quotidiano a cui ricorriamo quando il lessico si schianta sotto il suo stesso peso. Vocaboli come proiettili  o corpi contundenti , da usarsi in una lotta di sopravvivenza verbale. A volte bisogna pur dirlo i sassi sono un dilavamento dell’anima, sono leggeri. Ma è l’aspetto nobile di questo deposito  Sono le parole granello  che bisogna rintracciare con un setaccio a rete fina  negli scritti dei poeti. Occorre un crivello per  trattenere impurità a livello di suono  per separarle dal senso comune.
Sembra assurdo ma è così. La parola può essere questo ed abnorme il contrario di questo. E’ quando è  un lapillo minuscolo in un giacimento di tufo  va ricercata, coltivata  ,aiutata a venire fuori . L’aspetto meno nobile della parola e la brutalità di alcune parole che si stanno  imponendo nella politica. Le parole della politica di per sé alte e nobili che hanno  lastricato il cammino della storia di alcuni paesi , di democrazie  mate cresciute e ormai affermatisi , alcune parole   stanno scomparendo nel lessico della politica. Stanno progressivamente assumendo un altro significato e un altro senso oppure sono completamente relegate in un angolo .
C’è una manomissione delle parole  come quelle per esempio della tradizione della politica di sinistra che fa pensare ad un cambiamento  del rapporto con le parole.  Le parole possono cambiare il mondo e questo loro potere può essere usato per realizzare un mondo migliore e un mondo peggiore di quello che viviamo. Perché chi non ha parole nella nostra società non ha alcun potere.
Sono esemplari in questo senso le pagine di Lettera a una Professoressa dei ragazzi della Scuola di Barbiana di Don Milani .
Quello che viene in evidenza nelle parole della politica di oggi è che purtroppo il pane non è più chiamato pane e il vino non è più vino.  Le parole , per esempio in tivù si riducono sempre più e  così come vengono usate danno una  cattiva anzi pessima rappresentazione della realtà. In quei  contesti non c’è solo una cattiva scelta delle parole ma anche di argomenti.
Ho ascoltato in tivù  uno spot sulla sicurezza  sul lavoro  che dice  che “chi pretende la sicurezza sul lavoro  si vuole bene”. Come forma di comunicazione non lo so può anche funzionare ma come argomento  sostanziale in tema di sicurezza del lavoro è  poco meno  di una patacca.  La sicurezza sul lavoro è uno dei tanti doveri dell’imprenditore  che spesso sono assenti nella partita culturale  nel nostro paese a differenza degli altri . Ebbene in questo dovere ( dico dovere non capacità )dell’imprenditore sta  il discorso sulla sicurezza. Lo spot sposta  invece il problema  proprio sulla capacità dell’imprenditore . Per cui se  l’imprenditore realizza la sicurezza è  capace e quindi bravo. Capace o non capace la sicurezza è un diritto, deve essere pretesa e realizzata indipendente se l’imprenditore è bravo o è cattivo.
Che cosa significano dunque alcune parole  nella vita quotidiana di  lavoratori , studenti, genitori, insegnanti. Per esempio formazione? Chi la fa la formazione, che senso ha, che produce , a che serve?
E ancora che significa  popolo, che significa libertà, che significa democrazia.  In Grecia per esempio queste parole nacquero con un cuore da discutere  sapendo che non c’è azione senza parola che la prefiguri.  Il fare senza il pensare  è un’azione bruta  e spesso  la politica del fare senza il sostegno della parola guidata dal pensiero  diviene pericolosa e triviale .
E’ proprio la volgarità che striscia  nei discorsi politici  è la spia della irresponsabilità.
La neolingua della politica del fare  è la neolingua della menzogna  che non lascia nessuna traccia  ma che provoca danni a volte irreparabili.  L’uso distorto delle parole crea un mondo alla rovescia . Certa politica di oggi  confisca delle parole nobili  e ne scredita delle altre .  Un esempio: mi è sembrato di capire che più volte  il nostro capo del governo abbia detto  che lui non è un politico  ma un imprenditore.  Questa affermazione dà  significati alle parole politico e  imprenditore : sarebbe interessante andare a rintracciarne i segni positivi e negativi . Qualcuno  afferma  che  questa differenza in bocca al capo del governo  la dice lunga sul senso , il significato e il fine che assume in quella esperienza   la parola politica.  A questa riflessione non interessa che cosa appunto  questa affermazione abbia prodotto nell’azione di governo , anche perché altri  ne riferiscono ,per esempio  alcuni articoli di Luca Ricolfi su La Stampa che chi è interessato al discorso può tranquillamente leggere .  Qui si è cercato di  riflettere   sul linguaggio della politica quando appare in tivù, quando viene   proposto nelle piazze, quando  è  appunto  rovesciamento della realtà. Come nel caso delle missioni all’estero dove in alcune  siamo su uno scenario di guerra  e siamo costretti forse a fare anche noi la guerra e la chiamiamo missione di pace e i  morti li chiamiamo caduti. Ma anche questo è un discorso difficile da fare con attenzione, discrezione e  puntualità in quanto implica tante e tali relazioni  con gli uomini, il mondo , la storia, la vita che  può essere superficiale soffermarsi alle prime battute di un discorso o alla sola angolazione  che in queste riflessioni ha cercato di sviluppare.
Infine , per il momento un’ultima considerazione : ci sono state polemiche circa  parolacce e bestemmie  pronunciate  in pubblico.  Per me la conclusione è semplice  :chi dice parolacce e bestemmie  dice parolacce e bestemmie, nient’altro.
Eremo Rocca S.Stefano sabato 7 marzo 2020

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