Prima o poi doveva accadere. Si sapeva che ci avrebbero
lasciati. Solo che sta accadendo troppo in fretta.
«La morte conforme a natura, - ha scritto Feuerbach - la
morte che è il risultato del compiuto sviluppo della vita non è un male.
L’immortalità è un bisogno dell’immaginazione umana, non della natura umana».
Non è conforme a natura questa morte perché doveva essere lenta, doveva
lasciare il tempo di salutare, di apprendere ancora , di colmare i vuoti che si
sarebbero avuti. E non è nemmeno conforme alla vecchiaia .
Sono i greci e i romani che ci insegnano più cose sulla
vecchiaia. Confrontando le loro concezioni
scopriamo che i Greci vedevano nella vecchiaia l’età del decadimento a differenza della
adolescenza e giovinezza che era il periodo dello sviluppo fisico e mentale . I
Romani invece, soprattutto nei primi tempi della Repubblica, davano molta
importanza all’età matura per la sua dignità, saggezza, laboriosità, esperienza.
Nelle mani dei vecchi infatti era
concentrata ricchezza e autorità a partire dal ruolo nella famiglia.
Se ne va
un’intera generazione , in silenzio,
senza nemmeno un abbraccio, un saluto; una generazione che ha dato il meglio di sè a questo paese.
Quelli che hanno fatto la storia del Novecento . Quelli che hanno ricostruito per ben due volte questo paese
dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale. Quelli che hanno dato vita
alla resistenza contro i nazi fascisti ,
che hanno realizzato la ricostruzione e il suo boom economico. Quelli della
lambretta e della lettera 32 .
Ci lasciano quelli
dell'Italia industriale, quelli dei
treni dal sud al nord con la valigia di cartone , verso il lavoro, “Rocco e i suoi fratelli” quelli della
campagna verso la città, quelli che hanno cambiato questo paese in meglio.
Non è sempre facile
essere vecchi. Ci vuole coraggio. Ce lo dicono nel tempo uomini e donne che ci hanno preceduto e che hanno vissuto
quella condizione. Che si sono fatti
vecchi e ce lo hanno voluto
raccontare . Ci hanno voluto raccontare il coraggio della vecchiaia in una
società in cui non si sono sentiti più ascoltati , la voce di quelli di una stagione della vita, difficile da
accettare ma che al tempo stesso ha una
sua identità forte e ineguagliabile
perché il qua ed ora possa
trasformarsi in qualcosa che abbia
radici positive e non sia soltanto un presente che ci spaventa. “Il processo di
invecchiamento ,in quanto processo,è estremamente complesso ,intessuto con altri aspetti della vita , pertanto non può essere ridotto ad una mera fase della vita
alla quale dispensare buoni consigli e non può essere banalizzata con il
tentativo di ridurne la propria complessità” (Volpicella, 2014, p. 14). Aprirsi
alla complessità della vecchiaia significa, allora, porsi in posizione
d’ascolto, saper cogliere le storie che riaffiorano dal passato in veste di
protagonisti, cogliere le diverse identità del nostro “io tessitore” che
“collega e intreccia; che, ricostruendo, costruisce e cerca quell’unica cosa
che vale la pena di cercare – per il gusto di cercare – costituita dal senso
della nostra vita e delle della vita” (Demetrio, 1996, p. 15); si tratta di un
presente che, attraverso la narrazione del sé, modella e ricrea il passato
intrecciandolo ad un progetto esistenziale unitario in grado di restituire alla
persona la trama della propria vita.
Se ne vanno
vecchi che hanno meno paura perché sono già all’erta per ictus,infarti,bastoni, demenza ,rottura
di femori ,depressioni, bypass. Uomini e donne forti perché capaci di
combattere e contrastare tutto questo . In morti si arrangiavano a far finta di
niente per non dare scocciature ,fastidi , per non essere di peso.
E allora di
questa generazione che sta scomparendo di punto in bianco a causa di una
morbilità che sembra accanirsi solo
contro di loro dobbiamo ascoltare le storie. Non sono numeri . Conoscere la loro
storia personale significa riconoscersi
ed identificarsi in loro; “si manifesta
in ciò l’effetto di una tipica funzione del riconoscimento, che è una
particolare forma di ‘performatività’: il riconoscimento attribuisce realtà a
chi ne è oggetto, lo connota nella sua identità, lo ‘fa essere’ secondo
modalità che tendono a stabilizzarsi in un contesto comunitario e
convenzionale” (Manfredi, 2009, p. 59). Si sono narrati con le cose che hanno
fatto nel contesto sociale,sono quelli della scuola democratica, della famiglia
democratica, del comunismo e del consumismo democratico, dell’antifascismo . Se
ne vanno quelli dei Dik Dik, dei fotoromanzi e di “Amarcord”.
Nell’immediato
dopoguerra, la canzone italiana sembrò travolta dall’invasione della musica e
dei balli americani, portati dalle truppe d’occupazione. Allo swing, jazz e il nuovissimo boogie woogie seppero
resistere con Simmo ‘e Napule paisà,
Dove sta Zazà e Munasterio ‘e Santa Chiara; amarono Claudio Villa e la sua Vecchia Roma e poi i balli di Casadei e quell’Eulalia Torricelli ma anche Cantando con le lacrime agli occhi (di
Mascheroni); e Amore baciami, Addormentarmi così
(Mascheroni-Biri), I pompieri di Viggiù e Nella
vecchia fattoria. Nelle loro canzoni comparvero valori tradizionali come la
patria, le tradizioni, la mamma. Amarono come dicevamo Nilla Pizzi, Claudio Villa e Luciano Tajoli,
ma anche Carla Boni, il duo Fasano, Gino Latilla, Giorgio Consolini, Teddy
Reno, Achille Togliani. Luogo di consacrazione di quei protagonisti e di quelle
canzoni fu il Festival di Sanremo, nato nel 1951.Il loro cinema fu Roma città aperta, le dispute tra Peppone Don
Camillo,Rossellini e la sua trilogia da
Europa ’51 a Viaggio in Italia e poi De
Sica, Lizzani , Germi ,Lattuada ,
Soldati ,Camerini Blasetti e Comencini
fino a Fellini .Lessero Silone, Moravia, Calvino ,Soldati,Pasolini.
Morante ,Capote , grandi scoperte come Il Gattopardo e ritorni all’indietro .
Ma soprattutto se ne
vanno quelli delle utopie, degli anni di piombo, dell'emancipazione e del
riformismo. Se ne vanno le mani di chi sapeva fare.
La loro
morte ci insegna che le memorie delle
famiglie, del paese d’origine, delle esperienze lavorative, dei cambiamenti
desiderati o subiti, offrono l’occasione per riflettere sul corso degli eventi
e per valorizzare una trasmissione culturale e generazionale altrimenti
interrotta. Bisogna tenere oggi più che
mai saldo questo valore morale del
vecchio in quanto custode del rituale e dei principi di una cultura che è anche
nostra.
Raccontare da oggi in poi le loro storie che vuol
dire raccontare la storia di questo paese, significa contribuire a rimettere al centro le storie
delle vecchiaia e a mostrare quel legame inscindibile tra vecchiaia e carattere
che diviene il punto di forza della diversità dell’anziano intesa come unicità
e quindi ricchezza irrinunciabile .
E vanno via così, senza salutare tutto quello che hanno
lasciato, prima di salire d'urgenza su un ambulanza, senza dire nulla, senza un
finale che abbia un senso. E allora siamo ,che
dobbiamo dare un senso a queste morti. E’ un compito che ci dobbiamo assumere per ora nella condivisione dolore e per il futuro nella consapevolezza che
anche loro hanno contribuito a costruire non solo questo presente ma anche ilo futuro.
Note
|
Volpicella, A. M. (2009). Aver cura della sofferenza. In M. Manfredi (A
cura di), Variazioni sulla cura. Fondamenti, valori, pratiche (pp.
173-198). Milano: Guerini e Associati.
Volpicella, A. M. (2013). Noi pubblica…mente. Lecce: Pensa
multimedia.
Volpicella, A. M. (2014). Ri-pensare le vecchiaie. Lecce: Pensa
multimedia.
|
Demetrio, D. (1996). Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Torino:
Raffaello Cortina Editore.
Demetrio, D. (2010).
Scrivere di sé oltre la perdita. L’autobiografia della perdita e le sue
implicazioni nella elaborazione del lutto. PsicoArt, 1,
1-15. Disponibile in:
https://psicoart.unibo.it/article/view/1822/1191
[16 aprile 2016].


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