"Da
poco più di trent'anni Adriana Zarri, 91 anni, teologa progressista e saggista,
viveva in un cascinale di campagna in totale solitudine, seguendo uno stile di
vita austero che si può definire monastico. - Scrive Davide Pelanda su Nuovasocietà.
- Era una sorta di eremita. Una scelta radicale presa nel settembre 1975 che
comunicò agli amici: con una lettera ella annunciava un trasloco non «dovuto a
motivi pratici - scriveva - ma a causa di una scelta di vita eremitica. La mia
nuova residenza sarà infatti una vecchia cascina solitaria, dove trascorrere i
restanti anni della mia vita nella preghiera e nel silenzio».
No, non era
diventata «(...)un misantropo inavvicinabile - come scriveva ancora in quella
lettera - non è nemmeno necessariamente un recluso che non possa, di tanto in
tanto, muoversi ed incontrarsi con la gente, che non possa soprattutto ricevere
chi venga a condividere qualche ora della sua solitudine e a fargli dono della
sua amicizia: ché, anzi, l'ospitalità è sempre stato carisma monastico.
L'eremita è semplicemente uno che sceglie di vivere da solo perché nella
solitudine ha il suo momento privilegiato d'incontro». Il suo primo eremo fu
una cascina chiamata Il Molinasso nelle colline canavesane poco distante da
Ivrea, poi da quindici anni a questa parte la sua nuova casa, una rustica
cascina d'epoca, sorgeva in località Crotte, a pochi chilometri da Strambino. A
un tiro di schioppo – ironia della sorte - da Romano Canavese, paese che ha
dato i natali al Segretario di Stato Vaticano monsignor Tarcisio Bertone".
Nella notte tra il 18 e il 19
novembre 2010 è dunque morta Adriana Zarri, “poetessa orante, teologa,
donna libera, eremita comunicante, critica, preveggente, viva”. Rossana
Rossanda la definisce “più sincera che scomoda” e “ poetessa delicata,
giornalista acuta. E anche gattara” . Amava i gatti e se ne circondava quando
capitava di andarla a trovare per ascoltare qualcosa di illuminante e farsi
rapire dalla sua tranquillità in questi tempi burrascosi. La penso come una
delle più grandi donne dei nostri giorni, con le sue osservazioni poderose e
dolcemente irritate per una società che indietreggia mentre c’è bisogno di
speranza nel futuro. Potevamo seguirla settimanalmente nella rubrica Parabole
che aveva su Il Manifesto e oggi possiamo
ricordarla con affetto e con profonda ammirazione
Scrivono su Avvenire Marco Roncalli e Gianni Gennari, (
19.11.10)
Chissà se adesso che per lei
comincia la vita futura, il gufo continuerà ad annunciare il giorno, se
ritroverà le rose del suo giardino o gli amati gatti, come tanto sperava
chiedendo a Dio di non farle scherzi. È arrivato ieri – per lei, vera credente
un po’ ribelle e a tratti molto border line – il giorno del 'passaggio
terribile' come definiva la morte. A novantun anni se n’è andata la notte
scorsa Adriana Zarri (i funerali si terranno domani nella chiesa di Crotte alle
9,30). Teologa 'progressista' affascinata dalla Trinità (e pronta ad
individuare nella mancanza della dimensione trinitaria «un dato tragico della
cultura cattolica»), ma pure scrittrice multiforme (libri di vario genere,
saggi, articoli, vergati spesso da una penna tanto felice quanto impietosa).
Una donna che con i suoi occhi grigi scrutava il mondo reale, lasciando che
contaminasse tutta la sua teologia, e raccontando tutto quanto pensava (anche –
a suo dire – per rendere credibile la Chiesa...).
Così se, in passato, più volte si
era spinta a criticare il manicheismo di don Milani o le indicazioni nate dal
collateralismo fra Chiesa e Democrazia cristiana, più recentemente aveva
bersagliato le scelte degli ultimi papi (con pesanti riserve su coloro che
chiamava i 'restauratori' Giovanni Paolo II o Benedetto XVI) o i vescovi che
definiva «ciechi, muti, afoni» (con pesanti affondi in relazione allo sfacelo
morale del Paese). Per non parlare degli attacchi a parecchi movimenti accusati
di fondamentalismo (i neocatecumenali, Comunione e liberazione, l’Opus Dei,..),
e senza dimenticare le precedenti divergenze dalla dottrina cattolica, quanto a
divorzio, aborto, celibato del clero.
Insomma: una fede, la sua, per così dire,
parecchio libera, non disposta ad accettare confini e paletti. E tuttavia anche
una fede, fatta di ascolto e disponibilità, concentrata non sui crocifissi di
legno appesi alle pareti, ma su quelli di carne itineranti per le nostre
strade. Nutrita dalla linfa della preghiera e del silenzio così importanti in
una donna che da oltre trent’anni aveva fatto la scelta eremitica. Andando a
vivere successivamente in solitarie cascine piemontesi. Un modo per non
smettere di contestare, scegliendo forse la contestazione più vera: capace di
minare ogni dinamica di utilitarismo. Una solitudine, la sua, anelata da tempo,
e tuttavia concepita non come reclusione o spazio di isolamento, aperta agli
amici (guai a chiamarli discepoli) con i quali continuare a parlare di fede e
ricerca di senso. Così, dopo aver trascorso periodi prima ad Albiano, poi a
Molinasso, era finita a Crotte, a pochi chilometri da Strambino, dove aveva
trasformato un granaio nella sua cella-studio, sotto la quale quotidianamente,
attraverso un ascensore raggiungeva la sua chiesetta.
Uno stile di vita austero.
Monastico, potremmo dire. Levata all’alba, colazione, lodi, campagna, liturgia,
pranzo, riposo, lavoro, corrispondenza, articoli, cena, ricreazione, lavoro
notturno. Sino a quando si era dovuta adeguare al letto. Nata nel 1919 a San
Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, presto impegnatasi negli studi teologici e
in un confronto personale con il cristianesimo, con esperienze in un Istituto
secolare e nell’Azione cattolica. Giovanissima comincia a collaborare con
testate cattoliche, dall’Osservatore Romano a Studium, dal Regno a Concilium,
fino a Rocca e Servitium. Fu attiva anche nell’Associazione teologica italiana.
Poi ha scritto su giornali come Politica o Sette giorni (già giudicati come
'cattocomunisti'), finendo la sua carriera sempre più nel segno della laicità,
con una rubrica domenicale sul Manifesto, non senza essersi fatta conoscere sul
piccolo schermo nel programma di Michele Santoro Samarcanda (atto di umiltà o
contraddizione?). Ma in questi anni ci sono anche tanti libri, persino romanzi
e raccolte poetiche. Fra questi si ricordano titoli come È più facile che un
cammello, Il figlio perduto, Nostro Signore del deserto. Il Dio che viene, il
recente Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, oppure il precedente Erba
della mia erba , che Einaudi riproporrà a breve insieme ad altri testi sotto il
titolo Un eremo non è un guscio di lumaca. Pagine di una donna difficile da
definire. Che ad un cronista confidò: «Una volta mi definivo in un qualche
modo. Ora non mi definisco più in nessun modo perché credo che la cosa più
importante sia essere cristiani». Aggiungendo: «Se ci riusciamo».
«Credo che
noi abbiamo un concetto molto intellettualistico della fede. La fede non è
necessariamente credere nell’esistenza di Dio, nella divinità di Cristo, nella
risurrezione, nei cosiddetti contenuti di fede. La fede è soprattutto un
atteggiamento di ascolto, di disponibilità».
Anche
riferendosi alla morte, il suo pensiero era controcorrente: «La morte è
l’ultimo danno, l’ultimo disastro. Tutti hanno paura della morte, a cominciare
da Cristo che ne ha avuto paura. chi sostiene che sia “amica dei Cristiani”
forse non aveva neanche letto il Vangelo, perché Cristo ha avuto paura della
morte, come tutti. La morte è veramente un passaggio terribile, poi sì ci
aprirà le porte dell’aldilà, ma questo passaggio resta una cosa molto
traumatica».
Consigliamo
anche un altro articolo interessante su Adriana Zarri su www.enciclopediadelledonne.it di Giancarla Codrignani
«Non credo
nell’inferno perché mi sembra un insulto alla bontà di Dio. Anche la nostra
cultura laica non ammette più la giustizia puramente punitiva. E la concepisce
solo come capacità di riscatto, di reinserimento. In una pena che dura per sempre
come quella dell’inferno questo riscatto non c’è. Penso sia difficile ritenere
che gli uomini sono più buoni di Dio. Quindi all’inferno non credo».
«La mia è
una teologia trinitaria. La Trinità presuppone un certo concetto di Dio, che ha
una ricaduta sulla vita terrestre. L’unità non si contraddice con la pluralità,
nell’essere c’è il divenire di Dio».
Scrive
Giancarla Codrignani
Adriana Zarri nasce a San Lazzaro di
Savena, vicino a Bologna, nel 1919. I suoi studi e il suo impegno furono subito
orientati al confronto con il Cristianesimo e con una chiesa cattolica da
portare oltre la visione di Pio XII. È diventata, anno dopo anno, esperienza
dopo esperienza, una delle più importanti testimoni di quella fedeltà al
Vangelo che si coniuga - proprio in virtù di una verità che rende liberi - con
la più schietta laicità. Antifascista, coinvolta nei problemi sociali, decisa a
difendere la libertà di coscienza, diventa giornalista e scrive dapprima su
tutti i giornali e le riviste di area religiosa: l'«Osservatore romano»,
«Studium», «Servitium», «Il Regno», «Concilium», «Rivista di teologia morale»
(RTM), «Rocca», ma in seguito anche «Politica», «Settegiorni» (riviste che,
negli anni del concilio Vaticano II, rappresentavano l'impegno politico dei
cattolici di una sinistra ancora democristiana, ma già accusata di
"cattocomunismo"), seguite oggi da «Micromega» («una sola volta, ma
significativa», dice lei) e «Manifesto», dovescrive "parabole
domenicali" tutte le settimane. Ha partecipato anche a trasmissioni
radiofoniche (Uomini e profeti) e televisive (la Samarcanda del
primo Santoro). E' autrice di diversi libri e perfino di qualche romanzo (Dodici
lune, Quaestio 98), ovviamente imperniati su conflitti di coscienza
e di fede umana e divina. Tra le opere di competenza «E' più facile che un
cammello», «Il figlio perduto», «Nostro Signore del deserto»,« Il Dio che
viene», «Vita e morte senza miracoli di Celestino VI». Forse più significativo
perché è un "resoconto di vita", «Erba della mia erba» (1999).
Scrittura, dunque "plurale": succede alle donne che lo stile resti
non scisso e mescoli i generi letterari. E così si racconta quando un giornalista
le chiede come vive una teologa eremita: «Mi alzo alle sei del mattino, poi
faccio colazione e recito le lodi. E così comincia la giornata. Durante il
mattino dirigo un poco i lavori di campagna e in seguito faccio la liturgia
nella chiesetta. A mezzogiorno pranzo. Il pomeriggio mi riposo un poco perché
vado a letto tardissimo. Poi mi alzo, lavoro, vado a cena alle otto, poi mi
distendo un poco e verso le dieci riprendo a lavorare, fino alle tre di notte.
Ed è il periodo in cui faccio il lavoro più importante, più impegnativo perché
durante il giorno tra lavori esterni, tra corrispondenza e articoli la giornata
mi passa. E invece i lavori seri li sbrigo di notte» (in «Voce evangelica» del
6 giugno 2005). ![]() |
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