sabato 21 marzo 2020

SILLABARI : Edward Hopper: la poetica della solitudine









Edward  Hopper  ( 1882-1967 ) un  uomo  dell'Ottocento, capace di dipingere nel Novecento l'alienazione del Terzo Millennio. Una alienazione che è in definitiva solitudine. La solitudine dei nostri giorni, del nostro tempo   dentro una luce che Hopper ha sempre studiato a cominciare dalle sue esperienze parigine.
Qui aveva dimostrato la sua estrema originalità scegliendo tra le diverse tendenze certamente avanzate che il clima culturale europeo dell'epoca  gli proponeva, non quelle   a lui contemporanee come ai primi del novecento andavano di moda  dal cubismo al futurismo, dal fauvismo all'astrattismo  ma  la lezione di maestri come  Manet o Pissarro,Sisley  o Coubert. La sua critica maggiore  alle contemporanee  tendenze certamente  avanzate e rivoluzionarie  era quella di un certo intellettualismo e di un forzato avanguardismo. Egli rileggeva quindi i  pittori della generazione precedente facendo emergere  tutte le contraddizioni  che l’attualità  proponeva
E le rileggeva nella solitudine che rappresentava  a prescindere dai soggetti dei suoi quadri che sono essere umani ,la natura o un paesaggio urbano.  L'eccezionalità sta nella capacità di esprimere  inei suoi quadri quella normalità di tutti i giorni in cui appunto i protagonisti possono essere persone ma anche oggetti, ambienti domestici, tutto all’interno di una luce  che evita colori tetri  . Hopper  non dipinge  creature mostruose o visioni apocalittiche, rappresenta semplicemente la realtà e la sua banalità. Realtà e banalità che però riescono a inquietare.
“Mi interessa più la luce del colore… io sono un realista e reagisco ai fenomeni naturali. Come un bambino io percepisco che la luce sulla parte più alta di una casa è differente da quella più bassa.. La luce è per me una forza espressiva importante, ma non ne sono mai del tutto consapevole.”
Nei quadri di Hopper sembra che stia sempre per succedere qualcosa, anche quando non succede niente. È il ritratto di un mondo  frammentata, delle strade deserte e degli interni domestici. Si sente in quel silenzio l’isolamento e l’abbandono che pongono delle domande  che la voce non riesce ad esprimere. . A cosa sta pensando la donna seduta al tavolino in "Automat"? Cosa succederà alla coppia in "Stanza a New York"? Cosa sta guardando la donna alla finestra in "Mattina a Cape Cod"? Perché quel pagliaccio in "Sera Blu" si trova seduto accanto a quella gente?
“Il mio obiettivo nella pittura è sempre di usare la natura come mezzo per provare a fissare sulla tela le mie reazioni più intime all’oggetto, così come esso appare nel momento in cui lo amo di più; […] perché io poi scelga determinati oggetti piuttosto che altri, non lo so neanche io con precisione, ma credo che sia perché rappresentano il miglior mezzo per arrivare a una sintesi della mia esperienza interiore.”
Dopo il conseguimento del diploma e il primo impiego da illustratore pubblicitario alla C. Phillips & Company, Edward Hopper, nel 1906, aveva compiuto  il suo primo viaggio in Europa, visitando Parigi, e proseguendo poi, nel 1907, per Londra, Berlino e Bruxelles. Tornato a New York, aveva partecipato  a un'altra mostra di controtendenza organizzata da Henri presso l'Harmonie Club nel 1908 (un mese dopo quella del Gruppo degli Otto).
Sposerà  una sua giovane allieva  che sarà per tutta la vita la modella delle figure femminili ritratte nei suoi quadri e morirà addirittura nel suo studio .
Scrive  Tommaso Primizio  :”Mentre si osserva un’opera di Edward Hopper, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di sfuggevole, inanimata. Per un attimo avvampa in noi la sicurezza di essere in procinto di cogliere il vero significato dell’opera; qualche momento più tardi la sicurezza si smaterializza in forza di una più massiccia sensazione di estraniamento. Si avverte l’eternità, nei quadri di Hopper. E all’eternità si contrappone la finitezza dell’esistenza umana. Da tale contrapposizione trova origine quella che è la paralisi. Nudi. Intimi. Stretti nelle nostre ansie, percepiamo la fragilità in rapporto all’unicità della nostra persona. E se pur ci credevamo per niente soli, è impossibile sfuggire dal velato senso di solitudine che dai nostri piedi sale strisciando, silenziosamente.”
Aveva capito prima di tutti la bugia dietro la promessa del sogno americano, del progresso che rende l'uomo indistruttibile, mentre in realtà finisce per allontanarlo dai suoi simili. Un secolo fa.
Il deserto  della città e la solitudine sono le cifre di due sue opere veramente capolavori : "Sole di mattina", del 1952, è l'esaltazione della solitudine statica, dell'ineluttabilità del tempo che si ripete, giorno dopo giorno, e invade stanze ed esistenze. Il suo negativo, rappresentato dalla notte, è certamente il capolavoro "I nottambuli". La città deserta, un bar notturno dove tre individui (due uomini e una donna) sono assorti nei loro pensieri, e nemmeno il barista li disturba. La moglie, Josephine, è stata usata come modella per rappresentare la donna, mentre per gli uomini Hopper ha usato se stesso. Qui la solitudine non invade la scena, è piuttosto una diffusione latente, figlia dell'incomunicabilità.
Scriveva Hopper :“Mi interessa più la luce del colore… io sono un realista e reagisco ai fenomeni naturali. Come un bambino io percepisco che la luce sulla parte più alta di una casa è differente da quella più bassa.. La luce è per me una forza espressiva importante, ma non ne sono mai del tutto consapevole.”


Charles Burchfield, nello scritto "Hopper. Il percorso di una poesia silenziosa" pubblicato su "Art News" del 1950 ha scritto: "I quadri di Hopper si possono considerare da molte angolature. C'è il suo modo modesto, discreto, quasi impersonale, di costruire la pittura; il suo uso di forme angolari o cubiche (non inventate, ma esistenti in natura); le sue composizioni semplici, apparentemente non studiate; la sua fuga da ogni artificio dinamico allo scopo di inscrivere l'opera in un rettangolo. Tuttavia ci sono anche altri elementi del suo lavoro che sembrano aver poco a che fare con la pittura pura, ma rivelano un contenuto spirituale. C'è, ad esempio, l'elemento del silenzio, che sembra pervadere tutti i suoi lavori più importanti, qualunque sia la loro tecnica. Questo silenzio o, come è stato detto efficacemente, questa "dimensione di ascolto", è evidente nei quadri in cui compare l'uomo, ma anche in quelli in cui ci sono solo architetture. [...] Conosciamo tutti le rovine di Pompei, dove furono ritrovate persone sorprese dalla tragedia, "fissate per sempre" in un'azione (un uomo fa il pane, due amanti si abbracciano, una donna allatta il bambino), raggiunte improvvisamente dalla morte in quella posizione. Analogamente, Hopper ha saputo cogliere un momento particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma, dando all'attimo un significato eterno, universale". 





Eremo Rocca S. Stefano  sabato 21 marzo 2020

 

Nessun commento:

Posta un commento