Edward
Hopper ( 1882-1967 ) un uomo dell'Ottocento, capace di dipingere nel
Novecento l'alienazione del Terzo Millennio. Una alienazione che è in
definitiva solitudine. La solitudine dei nostri giorni, del nostro tempo dentro una luce che Hopper ha sempre
studiato a cominciare dalle sue esperienze parigine.
Qui aveva dimostrato la sua estrema originalità
scegliendo tra le diverse tendenze certamente avanzate che il clima culturale
europeo dell'epoca gli proponeva, non
quelle a lui contemporanee come ai
primi del novecento andavano di moda dal
cubismo al futurismo, dal fauvismo
all'astrattismo ma la
lezione di maestri come Manet o Pissarro,Sisley o Coubert. La sua critica maggiore alle contemporanee tendenze certamente avanzate e rivoluzionarie era quella di un certo intellettualismo e di
un forzato avanguardismo. Egli rileggeva quindi i pittori della generazione precedente facendo
emergere tutte le contraddizioni che l’attualità proponeva
E le rileggeva nella solitudine che
rappresentava a prescindere dai soggetti
dei suoi quadri che sono essere umani ,la natura o un paesaggio urbano. L'eccezionalità sta nella capacità di
esprimere inei suoi quadri quella
normalità di tutti i giorni in cui appunto i protagonisti possono essere
persone ma anche oggetti, ambienti domestici, tutto all’interno di una
luce che evita colori tetri . Hopper non dipinge creature mostruose o visioni apocalittiche,
rappresenta semplicemente la realtà e la sua banalità. Realtà e banalità che
però riescono a inquietare.
“Mi interessa più la luce del colore… io sono un
realista e reagisco ai fenomeni naturali. Come un bambino io percepisco che la
luce sulla parte più alta di una casa è differente da quella più bassa.. La
luce è per me una forza espressiva importante, ma non ne sono mai del tutto
consapevole.”
Nei quadri di Hopper sembra che stia sempre per
succedere qualcosa, anche quando non succede niente. È il ritratto di un mondo frammentata, delle strade deserte e degli
interni domestici. Si sente in quel silenzio l’isolamento e l’abbandono che
pongono delle domande che la voce non
riesce ad esprimere. . A cosa sta pensando la donna seduta al tavolino in
"Automat"? Cosa succederà alla coppia in "Stanza a New
York"? Cosa sta guardando la donna alla finestra in "Mattina a Cape
Cod"? Perché quel pagliaccio in "Sera Blu" si trova seduto
accanto a quella gente?
“Il mio obiettivo nella pittura è sempre di usare la
natura come mezzo per provare a fissare sulla tela le mie reazioni più intime
all’oggetto, così come esso appare nel momento in cui lo amo di più; […] perché
io poi scelga determinati oggetti piuttosto che altri, non lo so neanche io con
precisione, ma credo che sia perché rappresentano il miglior mezzo per arrivare
a una sintesi della mia esperienza interiore.”
Dopo il conseguimento del diploma e il primo impiego
da illustratore pubblicitario alla C. Phillips & Company, Edward Hopper,
nel 1906, aveva compiuto il suo primo
viaggio in Europa, visitando Parigi, e proseguendo poi, nel 1907, per Londra, Berlino
e Bruxelles. Tornato a New York, aveva partecipato a un'altra mostra di controtendenza
organizzata da Henri presso l'Harmonie Club nel 1908 (un mese dopo quella del
Gruppo degli Otto).
Sposerà una sua giovane allieva
che sarà per tutta la vita la modella delle figure femminili ritratte
nei suoi quadri e morirà addirittura nel suo studio .
Scrive Tommaso Primizio :”Mentre si osserva un’opera di Edward
Hopper, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di sfuggevole,
inanimata. Per un attimo avvampa in noi la sicurezza di essere in procinto di
cogliere il vero significato dell’opera; qualche momento più tardi la sicurezza
si smaterializza in forza di una più massiccia sensazione di estraniamento. Si
avverte l’eternità, nei quadri di Hopper. E all’eternità si contrappone la
finitezza dell’esistenza umana. Da tale contrapposizione trova origine quella
che è la paralisi. Nudi. Intimi. Stretti nelle nostre ansie, percepiamo la
fragilità in rapporto all’unicità della nostra persona. E se pur ci credevamo
per niente soli, è impossibile sfuggire dal velato senso di solitudine che dai
nostri piedi sale strisciando, silenziosamente.”
Aveva capito prima di tutti la bugia dietro la
promessa del sogno americano, del progresso che rende l'uomo indistruttibile,
mentre in realtà finisce per allontanarlo dai suoi simili. Un secolo fa.
Il deserto
della città e la solitudine sono le cifre di due sue opere veramente
capolavori : "Sole
di mattina", del 1952, è l'esaltazione della solitudine statica,
dell'ineluttabilità del tempo che si ripete, giorno dopo giorno, e invade
stanze ed esistenze. Il suo negativo, rappresentato dalla notte, è certamente
il capolavoro "I nottambuli". La città deserta, un bar notturno dove
tre individui (due uomini e una donna) sono assorti nei loro pensieri, e
nemmeno il barista li disturba. La moglie, Josephine, è stata usata come modella
per rappresentare la donna, mentre per gli uomini Hopper ha usato se stesso.
Qui la solitudine non invade la scena, è piuttosto una diffusione latente,
figlia dell'incomunicabilità.
Scriveva Hopper :“Mi interessa più la luce del
colore… io sono un realista e reagisco ai fenomeni naturali. Come un bambino io
percepisco che la luce sulla parte più alta di una casa è differente da quella
più bassa.. La luce è per me una forza espressiva importante, ma non ne sono
mai del tutto consapevole.”

Charles Burchfield, nello scritto "Hopper. Il percorso di una poesia silenziosa" pubblicato su "Art News" del 1950 ha scritto: "I quadri di Hopper si possono considerare da molte angolature. C'è il suo modo modesto, discreto, quasi impersonale, di costruire la pittura; il suo uso di forme angolari o cubiche (non inventate, ma esistenti in natura); le sue composizioni semplici, apparentemente non studiate; la sua fuga da ogni artificio dinamico allo scopo di inscrivere l'opera in un rettangolo. Tuttavia ci sono anche altri elementi del suo lavoro che sembrano aver poco a che fare con la pittura pura, ma rivelano un contenuto spirituale. C'è, ad esempio, l'elemento del silenzio, che sembra pervadere tutti i suoi lavori più importanti, qualunque sia la loro tecnica. Questo silenzio o, come è stato detto efficacemente, questa "dimensione di ascolto", è evidente nei quadri in cui compare l'uomo, ma anche in quelli in cui ci sono solo architetture. [...] Conosciamo tutti le
rovine di Pompei, dove furono ritrovate persone sorprese dalla
tragedia, "fissate per sempre" in un'azione (un uomo fa il pane, due
amanti
si abbracciano, una donna allatta il bambino), raggiunte improvvisamente dalla
morte in quella posizione. Analogamente, Hopper ha saputo cogliere un momento
particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma, dando
all'attimo un significato eterno, universale".
Eremo Rocca S. Stefano sabato 21 marzo 2020 
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