lunedì 30 marzo 2020

I CARE : Accogliere i tempi del silenzio





Il tempo che viviamo  è il tempo di un Occidente malato di narcisismo. Molti possiedono tutto ,compresa la luna, e non è una battuta tenuto conto della corsa degli ultimi anni della corsa ad accaparrarsi da parte di alcuni Stati le risorse del satellite della Terra.
Avendo a disposizione tutto  l’uomo si sente onnipotente. Ma anche sospettoso verso gli altri che percepisce come una minaccia. Non si riesce più a tenere  conto dei legami solidali .L’uomo, noi uomini,  siamo potenti e isolati. Naturalmente. E viene da ridere quando a causa di un inconveniente (sic! per molti ) come un “banale” covid 19, un interessante ( se non fosse tragico)   virus  pandemico  che sta segnando a livello mondiale gli avvenimenti finanziari, economici, politici e sociali , ci lamentiamo appunto dell’isolamento , ossia di quella specie di quarantena imposta per limitare i contagi.

Forse siamo così reattivi e poco ubbidienti  perché questa evenienza ci mette davanti ad uno specchio, ossia ci mette di fronte al “ senso del limite”inteso come eccesso . Che è diverso dal “ limite” che la filosofia nei secoli ha studiato e indagato. E se  nei tempi  dell’antichità andare oltre  i confini  stabiliti  veniva punito dalla divinità nel mondo moderno favorisce il plus ultra. Tanto che  come dice Remo Bodei  “…  Nelle sue avventure spirituali e nello slancio verso la scoperta di terre incognite, il pensiero moderno ha infranto i divieti di indagare sui misteri della natura, del potere e di Dio, rivalutando così la curiosità prima condannata come “concupiscenza degli occhi”...”. Un percorso che Bodei poi sintetizza così :”… la modernità ha cercato da Kant a Locke e oltre di porre dei limiti al relativismo, di stabilire delle frontiere tra il conoscibile e l’inconoscibile, di mettere in mora la metafisica. Il cosiddetto pensiero post-moderno ha generalmente tratto le conclusioni e sostenuto l’assenza di ogni verità assoluta, ripetendo la nozione del primo Nietzsche che non esistono fatti ma solo interpretazioni. Si è però avvitato su se stesso ed è diventato pura retorica, dimenticando, inoltre, che Nietzsche stesso ha poi considerato “vile” chi non cerca la verità. Il postmoderno (termine che mette insieme troppe cose eterogenee fra di loro) ha comunque portato alle estreme conseguenze aspetti già presenti nella modernità (si pensi soltanto a Hume, a Schopenhauer o a Nietzsche stesso). ..”(1)
Riconsiderando quindi il limite nella sua accezione negativa ossia  come un eccesso salta all’occhio immediatamente la sua negazione, il rifiuto di questa realtà e l’incapacità di prenderne  consapevolezza   tanto che qualche volta facciamo i matti con noi stessi . E  poi non vogliamo essere messi sullo stesso piano  di quelli che soffrono  di disturbi psicotici ( ma nei fatti siamo un poco tutti psicotici), capaci di elaborare  le fantasie più terribili ( e noi quando  ci diamo dentro siamo altrettanto terribili in ogni senso ) e proiettarle all’esterno del loro mondo. Per loro stranamente  quelle fantasie sono una risorsa perché si sentono  più normali, uguali agli altri. Per noi  quelle fantasie sono il decadimento dell’anima che a farla breve è poi  un decadimento della “natura umana” con tutte le sue implicazioni migliori  e soprattutto positive. 
Trovare il senso del limite ci porterebbe a reagire  a tutto questo e ci avvierebbe a comprendere come  “ accogliere i tempi del silenzio “ che sono i tempi di risorse importanti, specialmente di questi tempi, come  prossimità,solidarietà e coesione. Valori che si sono affacciati  nella vita di molti di noi  e che speriamo non vengano di nuovo sopraffatti dal chiasso che forse  inevitabilmente riprenderà il sopravvento se non saremo capaci di conservare, osservare ,rafforzare e coltivare il senso del limite di cui abbiamo parlato. Certo i tempi del silenzio sono quelli  della elaborazione di un “trauma” che ha spezzato  violentemente la nostra rappresentazione ordinaria del mondo. Con tutta l’angoscia dell’impotenza  di fronte all’inatteso per l’assenza di difesa contro l’imprevedibile. Nessuna forma di difesa razionale.
Alessandro Baricco sulle pagine di Repubblica di qualche giorno fa  ha richiamato l’attenzione sulla necessità di cominciare a pensare  a quello che succederà tra qualche mese . E ha fatto ricorso al  termine  “audacia “ per dire  che il dopo trauma  può essere in sé qualcosa di diverso e può aprire a prospettive nuove . Che poi sono antiche . Perché per riprendere la considerazione sul limite questa volta in termini positivi , audacia diventa  quasi un hegeliano “viaggio di scoperta “.ma ci facciamo aiutare ancora da Remo Bodei che afferma : “ … In contrasto con la kantiana “isola dai confini immutabili”, Hegel è contro ogni limite, se non altro per il fatto che l’idea di limite implica che la limitazione medesima sia già stata implicitamente trascesa. Egli ha perciò voluto abbandonare il terreno solido dell’esperienza ristretta, la verità come assenza di movimento, per arrischiare il “viaggio di scoperta” della sua Fenomenologia dello spirito. In essa la verità non consiste più nel poggiare sul fondamento immediato di qualcosa (l’intelletto kantiano o l’Essere della metafisica tradizionale), ma nel continuo oltrepassare se stessa, nel ‘fare il punto’ ad ogni tappa per poi proseguire. La dialettica moderna nasce sotto il segno di questa metafora dell’Oceano nordico. Tra apparenza e verità, tra fenomeno e noumeno non vi è più opposizione assoluta: nei fenomeni si mostra anzi il progressivo apparire della verità.” ( 2 )
Massimo Recalcati sempre su Repubblica di domenica  22 marzo 2020 fa eco a Baricco  esercitandosi sul tema dell’audacia che sembra essere  interpretata dai medici  e infermieri in prima linea,che non è solo la capacità  di limitarci alla prudenza  per difendere la vita.

Per Recalcati bisogna intendere l’audacia in tutt’altro modo. Audacia deve comportare una scelta  di fronte alla lezione del trauma. Scegliere tra fingere di tornare a vivere come prima ( come purtroppo è accaduto nel dopo terremoto a L’Aquila e agli aquilani )  come se nulla fosse accaduto ,dunque misconoscendo  la portata catastrofica dell’evento traumatico oppure trovare a trarre  da questa impensata  potenza catastrofica una forza nuova.
E specificatamente afferma Recalcati : “…Essere audaci significa per me questo: non misconoscere il trauma ma prenderlo come occasione potente di trasformazione “ ,fino ad una prima conclusione (…) “ … questa per me  - afferma ancora Recalcati -  è per me una formula dell’audacia :  liberarsi dei pesi  che ostacolano il dispiegamento  della forza vitale e scommettere sulla potenza affermativa di questo dispiegamento. Stiamo sperimentando che è diventato possibile  quello che ritenevamo impossibile .” Nel bene e nel male . Nel male  l’epidemia  che dilaga e le morti che  causa. Nel bene lo spiegamento di formidabili energie  e risorse umane, economiche, finanziarie  con soluzioni  perché no anche creative.
Accogliere i tempi del silenzio e trarre da loro l’audacia  per la ripartenza,che è poi quello che in definitiva chiede ogni trauma  che da negativo può divenire positivo .

(2)   Cit.

Eremo  Rocca S. Stefano lunedì 30 marzo 2020

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