Il
tempo che viviamo è il tempo di un
Occidente malato di narcisismo. Molti possiedono tutto ,compresa la luna, e non
è una battuta tenuto conto della corsa degli ultimi anni della corsa ad
accaparrarsi da parte di alcuni Stati le risorse del satellite della Terra.
Avendo
a disposizione tutto l’uomo si sente
onnipotente. Ma anche sospettoso verso gli altri che percepisce come una
minaccia. Non si riesce più a tenere
conto dei legami solidali .L’uomo, noi uomini, siamo potenti e isolati. Naturalmente. E
viene da ridere quando a causa di un inconveniente (sic! per molti ) come un “banale”
covid 19, un interessante ( se non fosse tragico) virus pandemico
che sta segnando a livello mondiale gli avvenimenti finanziari,
economici, politici e sociali , ci lamentiamo appunto dell’isolamento , ossia
di quella specie di quarantena imposta per limitare i contagi.
Forse
siamo così reattivi e poco ubbidienti
perché questa evenienza ci mette davanti ad uno specchio, ossia ci mette
di fronte al “ senso del limite”inteso come eccesso . Che è diverso dal “
limite” che la filosofia nei secoli ha studiato e indagato. E se nei tempi
dell’antichità andare oltre i
confini stabiliti veniva punito dalla divinità nel mondo
moderno favorisce il plus ultra. Tanto che
come dice Remo Bodei “… Nelle sue avventure spirituali e nello
slancio verso la scoperta di terre incognite, il pensiero moderno ha infranto i
divieti di indagare sui misteri della natura, del potere e di Dio, rivalutando
così la curiosità prima condannata come “concupiscenza degli occhi”...”. Un
percorso che Bodei poi sintetizza così :”… la modernità ha cercato da Kant a
Locke e oltre di porre dei limiti al relativismo, di stabilire delle frontiere
tra il conoscibile e l’inconoscibile, di mettere in mora la metafisica. Il
cosiddetto pensiero post-moderno ha generalmente tratto le conclusioni e
sostenuto l’assenza di ogni verità assoluta, ripetendo la nozione del primo
Nietzsche che non esistono fatti ma solo interpretazioni. Si è però avvitato su
se stesso ed è diventato pura retorica, dimenticando, inoltre, che Nietzsche
stesso ha poi considerato “vile” chi non cerca la verità. Il postmoderno
(termine che mette insieme troppe cose eterogenee fra di loro) ha comunque
portato alle estreme conseguenze aspetti già presenti nella modernità (si pensi
soltanto a Hume, a Schopenhauer o a Nietzsche stesso). ..”(1)
Riconsiderando
quindi il limite nella sua accezione negativa ossia come un eccesso salta all’occhio
immediatamente la sua negazione, il rifiuto di questa realtà e l’incapacità di
prenderne consapevolezza tanto che qualche volta facciamo i matti con
noi stessi . E poi non vogliamo essere
messi sullo stesso piano di quelli che
soffrono di disturbi psicotici ( ma nei
fatti siamo un poco tutti psicotici), capaci di elaborare le fantasie più terribili ( e noi quando ci diamo dentro siamo altrettanto terribili
in ogni senso ) e proiettarle all’esterno del loro mondo. Per loro
stranamente quelle fantasie sono una
risorsa perché si sentono più normali,
uguali agli altri. Per noi quelle
fantasie sono il decadimento dell’anima che a farla breve è poi un decadimento della “natura umana” con tutte
le sue implicazioni migliori e
soprattutto positive.
Trovare
il senso del limite ci porterebbe a reagire
a tutto questo e ci avvierebbe a comprendere come “ accogliere i tempi del silenzio “ che sono
i tempi di risorse importanti, specialmente di questi tempi, come prossimità,solidarietà e coesione. Valori che
si sono affacciati nella vita di molti
di noi e che speriamo non vengano di
nuovo sopraffatti dal chiasso che forse
inevitabilmente riprenderà il sopravvento se non saremo capaci di
conservare, osservare ,rafforzare e coltivare il senso del limite di cui
abbiamo parlato. Certo i tempi del silenzio sono quelli della elaborazione di un “trauma” che ha
spezzato violentemente la nostra
rappresentazione ordinaria del mondo. Con tutta l’angoscia dell’impotenza di fronte all’inatteso per l’assenza di
difesa contro l’imprevedibile. Nessuna forma di difesa razionale.
Alessandro
Baricco sulle pagine di Repubblica di qualche giorno fa ha richiamato l’attenzione sulla necessità di
cominciare a pensare a quello che
succederà tra qualche mese . E ha fatto ricorso al termine
“audacia “ per dire che il dopo
trauma può essere in sé qualcosa di
diverso e può aprire a prospettive nuove . Che poi sono antiche . Perché per
riprendere la considerazione sul limite questa volta in termini positivi ,
audacia diventa quasi un hegeliano
“viaggio di scoperta “.ma ci facciamo aiutare ancora da Remo Bodei che afferma
: “ … In contrasto con la kantiana “isola
dai confini immutabili”, Hegel è contro ogni limite, se non altro per il fatto
che l’idea di limite implica che la limitazione medesima sia già stata implicitamente
trascesa. Egli ha perciò voluto abbandonare il terreno solido dell’esperienza
ristretta, la verità come assenza di movimento, per arrischiare il “viaggio di
scoperta” della sua Fenomenologia dello spirito. In essa la verità non
consiste più nel poggiare sul fondamento immediato di qualcosa (l’intelletto
kantiano o l’Essere della metafisica tradizionale), ma nel continuo
oltrepassare se stessa, nel ‘fare il punto’ ad ogni tappa per poi proseguire.
La dialettica moderna nasce sotto il segno di questa metafora dell’Oceano
nordico. Tra apparenza e verità, tra fenomeno e noumeno non vi è più
opposizione assoluta: nei fenomeni si mostra anzi il progressivo apparire della
verità.” ( 2 )
Massimo
Recalcati sempre su Repubblica di domenica
22 marzo 2020 fa eco a Baricco
esercitandosi sul tema dell’audacia che sembra essere interpretata dai medici e infermieri in prima linea,che non è solo la
capacità di limitarci alla prudenza per difendere la vita.
Per
Recalcati bisogna intendere l’audacia in tutt’altro modo. Audacia deve
comportare una scelta di fronte alla
lezione del trauma. Scegliere tra fingere di tornare a vivere come prima ( come
purtroppo è accaduto nel dopo terremoto a L’Aquila e agli aquilani ) come se nulla fosse accaduto ,dunque
misconoscendo la portata catastrofica dell’evento
traumatico oppure trovare a trarre da
questa impensata potenza catastrofica
una forza nuova.
E
specificatamente afferma Recalcati : “…Essere audaci significa per me questo:
non misconoscere il trauma ma prenderlo come occasione potente di trasformazione
“ ,fino ad una prima conclusione (…) “ … questa per me - afferma ancora Recalcati - è per me una formula dell’audacia : liberarsi dei pesi che ostacolano il dispiegamento della forza vitale e scommettere sulla
potenza affermativa di questo dispiegamento. Stiamo sperimentando che è
diventato possibile quello che
ritenevamo impossibile .” Nel bene e nel male . Nel male l’epidemia
che dilaga e le morti che causa.
Nel bene lo spiegamento di formidabili energie
e risorse umane, economiche, finanziarie
con soluzioni perché no anche
creative.
Accogliere
i tempi del silenzio e trarre da loro l’audacia
per la ripartenza,che è poi quello che in definitiva chiede ogni trauma che da negativo può divenire positivo .
(2) Cit.


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