sabato 31 ottobre 2020

SETTIMO GIORNO Domenica 1 novembre 2020 Festa di tutti i santi

 

Festeggiare tutti i santi è guardare coloro che già posseggono l’eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze.
Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l’amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall’amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro. È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre.

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo  Ap 7,2-4.9-14

Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».
E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele.
Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».
E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Dal Vangelo secondo Matteo   Mt 5.1-12

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa.

 

Non penso ai santi del cielo, più o meno famosi, più o meno grandi. Sempre nostri fratelli e sorelle.
Sempre vicini. Sempre esemplari. D'altra parte, le gerarchie di Dio non sono le nostre, anche riguardo alla santità.
Penso alle nostre santità. Spesso incompiute e rimaste nella bottega di Dio.
Quante volte ci alziamo alla luce col desiderio dell'amore, del sorriso, della cordialità, della presenza agli altri, della bontà e chiudiamo la giornata nella tristezza per essere ancora dolorosamente feriti dalle nostre inconsistenze.
Ricordiamo tutti il primo amore che abbiamo dichiarato a Dio, perché Lui, per primo, aveva avuto il coraggio di proporcelo. Dov'è andato il primo amore?
Il fuoco acceso nel cuore è il segno di un'adesione di fede e di carità al Dio di ogni tenerezza, eppure spesso dobbiamo contare le nostre pustole purulente che nascono da un ambiente interiore che non garantisce la custodia della genuinità della nostra vita.
Se guardiamo nei ricettacoli del nostro animo, scopriamo di aver chiuso col chiavistello angoli e casseforti. Non nascondono i nostri tesori, ma le molte esperienze per le quali proviamo rossore e vergogna. Quelle esperienze che non raccontiamo a nessuno, nemmeno a noi stessi. Talvolta nemmeno a Dio perché non lo riteniamo in grado di guarirci.
Sguardi che si sfuggono. Complimenti che si sprecano. Amicizie che convengono. Accordi che durano una stagione, ma non hanno il profumo di una comunità che si cerca anche nei suoi limiti.
Santità senza passione. Santità formali. Santità dichiarate e non vissute. Santità che volano nell'aria ma non hanno una consistenza nella realtà dell'amore.
Che cosa vuole dirci la Solennità dei santi? Credo alcune cose semplici ed essenziali.
Le elenco come vengono alla mia mente e come affiorano nel mio cuore.
Dio ci ha chiamati tutti alla santità. La santità delle strade, dei piccoli gesti, delle attenzioni impercettibili, degli atti di amore che non fanno clamore, sembrano, anzi, non esistere nemmeno, tanto sono delicati e discreti.
Dio ci ha chiamati tutti alla santità nonostante i nostri limiti che Lui conosce bene.
Questo significa che Dio comprende la nostra fatica e si mette accanto alla nostra fatica. Significa che Dio conosce le profondità del nostro cuore e non fa finta di niente anche se ci vede in difficoltà.
Dio ci ha chiamati e ci chiama alla santità prendendoci per mano. Come ha fatto con Mosè, come ha fatto con Elia, come ha fatto con Davide, come ha fatto con Pietro, come ha fatto con Paolo.
A volte fa bene immaginare e, possibilmente, sperimentare, raccogliendoci in noi stessi, la mano forte e dolce di Dio che stringe la nostra, senza scappare, senza “sanificarsi”.
A volte fa bene, e ci mette su una strada nuova, sentire l'abbraccio di Dio tanto simile a quello del Padre che accoglie il figlio irriconoscibile che ritorna a casa.
Ci consola la parola di Gesù che insiste con Pietro nel chiedergli l'amore o almeno l'essere voluto bene.
La santità per noi è sentire Dio Amore. E' sentire Dio artista della nostra persona. E' sentire Dio costruttore di prodigi, servendosi della nostra pasta fragile.
La santità è ritornare col cuore spezzato e amante, al banchetto prezioso preparato per noi da un Padre impenitente nell'amarci.
La santità è il dono consolante delle lacrime che sgorgano copiose, perché il nostro amore è povero e limitato, sofferente ma anche pieno di speranza. Le lacrime di una donna che ha molto peccato e adesso ha imparato a molto amare.
La santità è guardare con occhi limpidi la torbidità del nostro cuore, senza nasconderla perché sembri che non ci sia. E' guardare con verità chi siamo, cosa vogliamo, che cosa conta veramente per noi.
La santità, o almeno il suo inizio, è la forza di chiedere a Dio: “Signore, scruta il mio cuore.
Guardalo fino in fondo. Orienta i nostri occhi ad avere lo stesso tuo coraggio, senza girare la faccia dall'altra parte”.
Amare Dio con tutte le nostre forze fragili, con tutto il nostro cuore instabile, con tutta la nostra mente volubile e nebulosa.
Amare il prossimo, sapendo che facciamo distinzioni, differenze e discriminazioni. Amarlo, comunque, come noi stessi.
Come noi stessi. Un punto da verificare. Tanta santità irriconoscibile è dovuta alla poca stima delle nostre persone, per le quali Dio ha, diversamente da noi, gridato di gioia.
Guardati dentro, guardati attorno, guarda nella mente e nel cuore, guarda il tuo corpo, guarda il mondo che ti circonda e sentirai una voce che silenziosamente ci dice: “Siate santi, come io sono santo. Anche se sei debole. Io mi spenderò sempre per te”. (Don Mario Simula)

Questa domenica abbiamo la gioia di celebrare la solennità di tutti i santi. Papa Francesco ci ha detto: «“Rallegratevi ed esultate” (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un'esistenza mediocre, annacquata, inconsistente... il Signore ha scelto ciascuno di noi “per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità” (Ef 1,4)» (papa Francesco). Sì, Dio chiama tutti alla santità. «“Ognuno per la sua via”, dice il Concilio. Dunque, non è il caso di scoraggiarsi quando si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili. Ci sono testimonianze che sono utili per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui. Tutti siamo chiamati ad essere testimoni, però esistono molte forme esistenziali di testimonianza... Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati. Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio... Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un'altra espressione, “la classe media della santità”».

Alla luce di tutto ciò, soffermandoci un momento sul Vangelo, possiamo dire che la santità è racchiusa nello stile di vita delle beatitudini. Le beatitudini sono un ritratto di Gesù: lui è Dio, il solo felice che ci può rendere felici: «vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Noi per grazia possiamo entrare in questa beatitudine già su questa terra, ascoltandolo e vivendo in amicizia con Lui, per sperimentarla poi in pienezza nel paradiso! La prima beatitudine è la porta d'ingresso per tutte le altre: «beato il povero in spirito perché suo è il regno di Dio»: è felice chi è povero in spirito, cioè chi è povero di sé e chiede lo Spirito, chi fa spazio a Dio nel suo cuore, chi non si ritiene autosufficiente... Dovremmo chiedere in ogni attimo lo Spirito Santo.

Gesù ci ha detto che il Padre non dona lo Spirito Santo a tutti, ma a tutti quelli che glielo chiedono (cfr Lc 11,9-13)! Se ci affidiamo a Lui e viviamo tutto uniti a Lui, possiamo vivere anche le altre beatitudini che assicurano già ora la consolazione, la cui pienezza sarà in cielo. Beato chi è afflitto, chi sa piangere davanti al male, alla sofferenza, alla morte, perché in Dio sperimenta già ora la sua consolazione, nella certezza che la morte non ha l'ultima parola. Beato chi è mite, chi non impone sempre il suo punto di vista, che non vuole dominare, perché ha una terra più preziosa da ereditare: la presenza di Dio in Lui. Felice chi sa essere misericordioso, che si lascia toccare dal male altrui come se fosse il proprio, perché troverà misericordia. Beato chi ha fame e sete di giustizia, cioè cerca la volontà di Dio, ossia il vero bene e si impegna perché ciascuno abbia il suo. Beato chi ha il cuore puro, non ottenebrato da ipocrisia e pulsioni egoistiche senza controllo, perché vedrà Dio. Felice chi si impegna per edificare la pace attorno a sé, costruendo un mondo migliore. E non servono chissà quali grandi occasioni, tutto ciò si vive nelle piccole occasioni di ogni giorno: fare un passo incontro a chi abbiamo accanto, tendere la mano per primi, non giudicare, far bene il proprio lavoro, tacere anziché sparlare... In conclusione; oggi va di moda la scommessa: abbiamo due possibilità; fidarci di Gesù, scommettendo sul fatto che è Dio e che è il solo che ci può rendere beati, o ritenerlo un matto e lasciar perdere. I santi la loro scommessa l'hanno fatta, non da soli, ma nella Chiesa e ora sono gloriosi in cielo. Ora tocca a ciascuno di noi; e tu su chi vuoi scommettere?

 Eremo Rocca S. Stefano sabato 31 ottobre 2020

venerdì 30 ottobre 2020

LINEA D’OMBRA L’aggressività dentro di noi

 


Scrive Anna Oliverio Ferraris  :  L'aggressività è dentro ognuno di noi. È una componente importante dell'istinto di sopravvivenza. Ci consente di difenderci, di combattere, di reagire alle minacce e alla paura.

 Non è però assolutamente detto che debba trasformarsi in violenza. Sotto l'azione dell'educazione, della cultura e dell'affetto che un bambino trova e riceve nel suo ambiente di vita l'aggressività può evolvere nella forma dell'impegno (sociale, lavorativo, intellettuale), può trasformarsi in grinta, forza morale, creatività. Se i bambini che vanno al nido potessero disporre di un kalachnikov si ucciderebbero a vicenda. A quell'età provano emozioni intense su cui non hanno ancora nessun controllo. La funzione dell'educazione è quella di insegnare che non ci possiamo permettere qualsiasi cosa e che gli altri hanno i nostri stessi diritti. A contatto con adulti amorevoli, i bambini imparano a tener a freno la propria aggressività, a nominarla, a ritualizzarla, a incanalarla verso sbocchi costruttivi. L'affetto e le attenzioni li fanno sentire sicuri e propensi ad adeguarsi agli insegnamenti e alle richieste delle loro figure di attaccamento.

 
Il problema nasce quando i bambini crescono in un clima di trascuratezza affettiva ed educativa. Famiglie instabili o dissestate, che non sanno o non riescono a rispondere alle necessità psicologiche fondamentali dei bambini (attaccamento, autonomia, significato) rappresentano un fertile terreno per futuri disadattamenti. Anche crescere in un quartiere malavitoso, avere dei genitori criminali, la mancanza di regole e di supervisione nell'infanzia e nell'adolescenza sono fattori che favoriscono l'assunzione di condotte violente o criminali. Violenze domestiche, genitori con disturbi psichici, che bevono o si drogano, maltrattamenti e abusi sessuali, gravi perdite o separazioni creano anch'essi condizioni ”a rischio”. Un ruolo, ovviamente, ce lo ha anche l'individuo con le sue caratteristiche. Deficit intellettivi, turbe o problemi psichici, livelli elevati di impulsività favoriscono l'assunzione di comportamenti violenti. Anche la povertà e la noia possono contribuire. Ma se qualcuno aiuta questi ragazzi fin dall'infanzia a strutturare il proprio mondo e la propria personalità, il rischio di cadere in condotte devianti si riduce notevolmente.
I criminologi distinguono vari tipi di violenze giovanili “espressive”, “ricreative”, “strumentali”,... Le prime possono esplodere in qualsiasi momento sull'onda delle emozioni. Manca l'autocontrollo. La violenza strumentale invece è lucida, segue un piano ed è orientata verso obiettivi definiti in anticipo. Essa è perciò generalmente meno soggetta agli umori del momento e al caso. È tipica della criminalità organizzata. Molti giovani imparano nel loro ambiente di vita come fare una rapina, organizzare un racket o realizzare una violenza di gruppo; ed è in quell'ambiente che trovano i loro compari. «Ho fatto la mia prima rapina con Alex e Luca, in un deposito dietro la casa di mio padre», spiega Roberto, 17 anni, cresciuto in un quartiere difficile. «Loro ne avevano già fatte altre e avevano esperienza. Alex lanciò un sasso contro la vetrina e il vetro scivolò lentamente a terra. Saltammo dentro facendo attenzione a non tagliarci e arraffammo le prime cose che trovammo, tre valige e quattro borse di pelle che portammo subito a casa di Luca perché suo padre fa il ricettatore di mestiere. Dopo quella prima rapina ne facemmo altre. Ci pensi, fai un piano, immagini quello che potrà capitare, ne parli con gli amici…».

 
Diverso è lo spirito che anima le cosiddette violenze ricreative. Prendiamo il furto, ad esempio, si ruba non tanto o non soltanto per appropriarsi di un oggetto che si desidera o di cui si ha bisogno (“violenza strumentale”) ma per l'eccitazione che procura, per la sfida, per il piacere di fare qualcosa di elettrizzante insieme agli amici, per il gusto di prendersi gioco di regole e divieti. La controprova è che nei supermercati rubano anche ragazzi e ragazze di famiglie benestanti che nel borsellino hanno il denaro per acquistare gli oggetti che sottraggono. Un'altra forma di furto per gioco è il joy-riding: si rubano automobili veloci non per rivenderle al mercato nero come i ladri di professione, ma per vivere un'avventura, per aumentare il tasso di adrenalina nel sangue. Dalle inchieste che sono state fatte su questa forma di teppismo ricreativo si apprende che un terzo dei ragazzi che pratica questo “sport” ha buone probabilità di diventarne dipendente, perché il piacere che procura questa trasgressione diventa una sorta di droga.
In contesti in cui la disoccupazione giovanile è elevata, la violenza “ricreativa” può diventare un modo abituale di trascorrere le giornate. «Si tratta quasi sempre di giovani che nel gruppo superano la loro insicurezza, che hanno bisogno, certo in maniera brutale, di affermare la loro identità perduta e che cercano il modo di passare il tempo», ha spiegato in un'intervista il capo del distretto di Polizia di Glasgow (Inghilterra) dove la disoccupazione adulta e giovanile è altissima. «Nei quartieri molto degradati la violenza è già un modo naturale di essere a 7-8 anni. A quel punto si rischia di entrare in un meccanismo perverso dal quale è difficilissimo uscire. Chi nasce e cresce in questi posti difficilmente riuscirà a sottrarsi alle leggi della strada». (Il Sole 24 Ore, 25-6-2006).
Nelle gang giovanili la violenza può essere una ragione di vita, un modo per non sentirsi marginali, esclusi dalla società. Si acquistano meriti nel gruppo e ci si fa un nome grazie alle violenze che si riescono a realizzare contro le bande nemiche, la Polizia o semplici cittadini. Essere temuti dalla banda avversa diventa un obiettivo e un titolo di merito, così come difendere il “territorio”, ottenere “rispetto”, vendicare l'“onore”, violentare una ragazza, partecipare a una rapina, scontrarsi con le Forze dell'ordine. D'altro canto una gang acquista identità, ha degli obiettivi e può considerarsi tale se ha dei nemici.
Molte delle attuali gang metropolitane, composte da giovani immigrati si riconoscono in un “mito”, rivendicano cioè una origine, una storia, un preciso codice di comportamento. I “Latin King”, per esempio, presenti a Genova, a Milano, a Torino e Roma, furono fondati a Chicago alla fine degli anni Quaranta da cittadini portoricani con l'obiettivo di trasformare il mondo in una “nazione latina”. I “Neta”, anch'essi presenti in Italia, furono fondati da un detenuto portoricano che pensava che i detenuti più deboli andassero protetti da quelli più violenti. Nel tempo hanno sviluppato un linguaggio dei segni facile da imparare e di cui vanno fieri. Per esempio, il dito medio appoggiato sopra il dito indice, significa: il più forte soccorre il più debole.
Abbigliamento, colori, graffiti, tatuaggi, simboli, linguaggio dei segni, riti di iniziazione, sono indicatori di appartenenza, modalità per creare legami di lealtà e di dipendenza, forme di comunicazione. Una sigla o un simbolo tracciato su un muro può significare “siamo qui, questo è il nostro territorio”. I colori indicano la “nazione” (per es. la “nazione King” si riconosce dal bianco e dall'azzurro). La collanina è il segno che l'affiliato ha fatto il giuramento. I riti iniziatici possono essere cruenti. In alcune bande il nuovo arrivato può essere picchiato senza poter difendersi o reagire. Altre volte la prova di iniziazione consiste nel rubare un'auto o un motorino, nel rapinare un passante, violentare una ragazza o anche partecipare a un omicidio. Gli “anziani” dei “Templados” (ecuadoriani) pretendono un rito di iniziazione dei nuovi arrivati consistente nel battersi a mani nude con due della banda per mostrare forza e resistenza al dolore.
Nella banda questi giovani trovano quelle regole, quell'identità, quel riconoscimento, quell'appartenenza, quei riti, quella collocazione che non trovano altrove… ecco un punto su cui vale la pena di riflettere.

Anna Oliverio Ferraris è psicologa, psicoterapeuta e professore ordinario di Psicologia dello sviluppo all'Università della Sapienza di Roma. Dirige la rivista degli psicologi italiani «Psicologia Contemporanea» ed è autrice di saggi, articoli scientifici e testi scolastici.

Dal 1966 al 1971 ha operato presso l'università di Torino come assistente alla cattedra di Psicologia Sperimentale. Dal 1971 è stata assistente di ruolo nel Corso di laurea in Psicologia dell'Università di Roma dove nel 1975 ha ricoperto l'incarico di Psicologia dell'età evolutiva e dal 1980 è professore ordinario di Psicologia dello sviluppo. E' stata membro della Consulta Qualità della Rai e del Comitato Nazionale di Bioetica.

E' autrice di saggi, numerosi articoli scientifici e testi scolatici in cui affronta i temi dello sviluppo normale e patologico, dell'educazione, della famiglia, della scuola, della formazione, della comunicazione in contesti diversi, del rapporto con tv e nuovi media, delle dinamiche identitarie nella società contemporanea.

Ha partecipato e continua a partecipare a numerosi convegni culturali e conferenze, sia in Italia che all'estero. Ha organizzato e partecipato in qualità di docente a corsi di formazione sui problemi della crescita, i nuovi media, il disadattamento, il bullismo, i fattori protettivi e il recupero, l'adolescenza, la devianza minorile, la pedofilia, l'adozione, la comunicazione in classe e in famiglia, rivolti a insegnanti, pediatri, psicologi, psicoterapeuti e associazioni di genitori.

Collabora regolarmente e da anni con le seguenti riviste: "Vita Scolastica", "La scuola dell'infanzia", "Vita dell'infanzia", "Prometeo". Dirige la rivista degli psicologi italiani "Psicologia Contemporanea". E' stata collaboratore fisso per molti anni del Corriere Salute (Corriere della sera) e ora scrive saltuariamente su alcuni quotidiani e altre riviste.

 

Volumi pubblicati:

 

Il significato del disegno infantile Boringhieri, Torino 1973

Lo sviluppo comparato del comportamento (con A. Oliverio) Boringhieri, Torino, 1974

Psicologia:i motivi del comportamento umano Zanichelli,Bologna 1976 (1° ed), 2002 (6a ed.)

Il bambino in casa e a scuola Zanichelli, Bologna, 1977

Maschio-Femmina. Biologia, psicologia, sociologia nel comportamento sessuale (con A. Oliverio) Zanichelli, Bologna 1978

Psicologia della paura Boringhieri, Torino 1980 (1° ed.), 1998 (2° ed)

L'alba del comportamento umano (con A. Oliverio) Laterza, Roma, 1983

L'assedio della paura Editori Riuniti, Roma 1983 e 1998

1 ritmi della vita Editori Riuniti, Roma 1983

Il bambino e l'adulto Laterza, Roma 1986

La scienza e l'immaginario (con A. Oliverio) Editori Riunití, Roma 1986

L'uomo e la macchina Editori Riuniti, Roma 1987

Nei labirinti della mente (con A. Oliverio) Laterza, Roma 1989 (1° ed.), 1998 (2° ed)

Determinanti storico-sociali dell'individuo R. Cortina, Milano 1990(1° ed),1992 (2° ed)

Crescere. Genitori e figli di fronte al cambiamento R. Cortina, Milano 1992 (1° ed.), 1999 (4° ed.)

Insegnare la TV Valore Scuola, Roma 1994

La persona, la sessualità, l'amore. Corso di educazione sessuale (con A. Oliverio) Loescher, Torino 1994

Zone d'ombra. Storie di normale psicopatologia Giunti, Firenze 1995

TV per un figlio Laterza, Bari 1995 (1° ed), 1999 (4° ed), 2004 (5a ed)

Introduzione alla psicologia dello sviluppo (con Bellacicco, Costabile e Sasso), Laterza, Bari 1997 (1° ed.), 1999 (2° ed)

Il terzo genitore. Vivere con ifigli dell'altro Raffaello Cortina, Milano, 1997

Grammatica televisiva. Pro e contro la tv Raffaello Cortina, Milano 1997

Una tv per crescere Comitato tv e minori Tecnodid ed., Napoli 1998

Il volto e la maschera. Il fenomeno della pedofilia e l'intervento educativo (con B. Graziosi) Valore Scuola. Roma 1999

La macchina della celebrità Giunti Editore, Firenze 1999

Il mondo delle scienze sociali (con A. Oliverio) Zanichelli, Bologna, 2000

Le domande dei bambini. Rizzoli, Milano, 2000; BUR, 2003.

Pedofilia: per saperne di più (con B. Graziosi) Laterza, Roma e Bari, 2001

Il cammino dell'adozione. Rizzoli, Milano, 2002.

Capire il comportamento (con A. Oliverio) Zanichelli, Bologna 2003

La forza d'animo. Rizzoli, Milano, 2003. (BUR, 2004)

Le età della mente. Rizzoli, Milano, 2004. (BUR, 2005)

Dai figli non si divorzia. Rizzoli, Milano, 2005.

Prova con una storia. Fabbri, Milano, 2005.

Non solo amore. I bisogni psicologici dei bambini. Giunti, Firenze, 2005.

Arrivano i nonni! Rizzoli, Milano, 2005.

Piccoli bulli crescono. Rizzoli, Milano, 2007.

La sindrome Lolita. Rizzoli, Milano, 2008.

Chi manipola la tua mente. Giunti, Firenze, 2010.

Scienze umane. Elementi di psicologia, antropologia, pedagogia, sociologia. (con Albertina Oliverio) Zanichelli, Bologna , 2010

 

Eremo Rocca S. Stefano venerdì 30  ottobre 2020

giovedì 29 ottobre 2020

LETTERA DALL’EREMO La vita e la morte

Scrive il  veterinario L. Iannacone   in un post condiviso  su fb : “  Quando un animale domestico è troppo malato, troppo vecchio o troppo ferito per poter sopportare cure, spesso il veterinario suggerisce al suo padrone di abbreviare le sofferenze e addormentare l'animale per sempre!

Ma cosa succede dopo? Quali sono gli ultimi riflessi del cane e del gatto prima di lasciare questo mondo?

Un veterinario ha deciso di alzare il velo su queste questioni e ne approfitta per fare una chiamata vibrante a tutti i proprietari di animali domestici.

′′Quando possiedi un animale domestico, è probabile che questo muoia prima di te.

E quando dovrete portare il vostro animale dal veterinario per una fine umana e senza dolore, voglio che tutti sappiate qualcosa.

Sei stato il centro del suo mondo per tutta la vita! Lui può anche essere parte della tua, ma tutto quello che conosce sei tu, la sua famiglia.

È una decisione difficile da prendere ogni volta ed è devastante per noi umani perderlo.

Ma ti prego non lasciatelo morire da solo.

Non farlo passare dalla vita a morte nella stanza di uno straniero, in un posto che non gli piace.

Quello che devi sapere, quello che non sappiamo è che ti cerca quando lo lasci solo!!!!

Guardando ogni persona nella stanza per ritrovare la persona che ama.

Non capisce perché l'hai lasciato quando è malato, spaventato, anziano o morente e ha bisogno del tuo conforto.

Non essere codardo perché pensi che sia troppo difficile per te.

Immagina come si sente quando lo lasci da solo nel momento più difficile della sua vita, mentre persone come me sono sole a fare del loro meglio per consolarlo e prova a spiegargli perché non puoi rimanere.

Da parte di un veterinario stanco dal cuore spezzato”

 E’ un racconto che fa riflettere sulla morte non solo  degli animali domestici  ma anche sulla morte degli uomini , specialmente in questo momento in cui il contagio da coronavirus  provoca  una malattia  che con il progressivo aggravarsi  richiede l’uso di terapie intensive.  Particolare terapie che vengono eseguite in una condizione di sedazione  del paziente  da anestesisti, rianimatori e infermieri altamente specializzati.  Stando al racconto  degli operatori ma anche di alcuni sopravvissuti, quando la ventilazione  non è più sufficiente occorre  provvedere ad addormentare il paziente per essere intubato e proseguire la terapia . Più di tanto non so definire e descrivere quella condizione, chi vuole può andare a  leggere quello che accade all’organismo  in siti e fonti web.

 Questa riflessione  vuole richiamare l’attenzione  su una testimonianza  che molti rianimatori fanno  descrivendo il momento in cui il paziente viene addormentato  e che disperatamente chiede loro una promessa : quella di risvegliarlo.

Si sentono come quel  veterinario.  Di fronte a quello che sta accadendo e alla stupidità  delle inutili  discussioni attorno ad un pericolo mortale,  che   può essere anche una roulette russa,  ma è sempre un pericolo che forse si può contrastare con un poco di buona volontà , qualche sacrificio, qualche precauzione  e qualche rinuncia ,( non è molto difficile  ) non sembri brutale questo accostamento  tra l’eutanasia  degli animali e quella  della sedazione  per terapia intensiva.  Perché la  morte , come la vita è uguale per tutti  uomini ed animali  e che l’unico  protocollo sanitario  veramente caritatevole è quello di restituire alla morte e alla vita la loro dimensione ( facendo attenzione, dimostrando solidarietà ,rinunciando all’integralismo delle posizioni )  di cui l’uomo di oggi  ne ha perso  tutti i valori  e la profonda bellezza .

 

  Eremo Rocca S. Stefano giovedì 29  ottobre 2020

SILLABARI Accoglienza e integrazione

 

Affrontare il tema della accoglienza e della integrazione significa affrontare un tema ad altissima sensibilità politica in una società, quale è quella italiana, ove vanno riemergendo sentimenti po­pulisti, ma significa anche affrontare un tema di rilevanza culturale ed emozionale che coinvolge passioni e paure difficili da contrastare.

La parola accoglienza viene spesso accostata alla sicurezza nazionale e al pericolo di “inva­sione”.

L’integrazione si associa, invece, ai problemi delle nostre fragili periferie, a rischio di scolle­garsi dalla vita sociale, e alle difficoltà di inserimento lavorativo, dimenticando quanto rilievo l’immigrazione riveste in una società a basso indice demografico, come la nostra.

Nel quadro odierno, governare questi temi richiede che la politica dedichi attenzione in modo particolare alle periferie, luogo di elezione del disagio sociale, per evitare che lì si generi una doppia esclusione e che diventino una fabbrica di emarginazione.

Insomma, vuole dire attenzione a temi incandescenti che richiedono equilibrio e conoscenza.

Il percorso fatto sino ad oggi ci dimostra però che l’Italia è più competente e consapevole nel­la gestione della immigrazione  (…)   Non è stato un percorso semplice quello sino ad oggi intrapreso, nè può affermarsi che il quadro attuale non evidenzi la necessità di ulteriori completamenti, ma la costruzione di un si­stema di accoglienza sul territorio ha visto momenti importanti che hanno segnato la presa di coscienza del superamento di una visione legata alla temporaneità dei flussi migratori, avendo compreso che è un fenomeno contrassegnato dalla continuità e che d’ora in avanti caratterizze­rà la nostra epoca.

Il Piano nazionale di accoglienza approvato nel luglio 2014 in Conferenza unificata -sede di confronto delle istanze del governo, delle regioni e degli enti locali- è stato un passaggio fonda­mentale perché ha sancito un principio semplice, ma difficile da condividere: una equa condivi­sione a livello regionale della distribuzione della accoglienza dei migranti.

Il secondo passaggio fondamentale è stato affrontato con l’Accordo di recente condiviso dal Ministro dell’Interno con l’ANCI che testimonia come sia necessaria una collaborazione stretta tra Stato e Sindaci, cui compete la grande responsabilità di condividere insieme ai Prefetti la fase delicata di una micro distribuzione a livello locale delle persone in accoglienza, che sia rispetto­sa del territorio e quindi foriera di una buona integrazione e coesione sociale. Si è andato delineando anche un ruolo nuovo dei Prefetti: coinvolti non solo nella gestione della accoglienza delle persone che chiedono asilo, ma anche nella integrazione di chi ha otte­nuto la protezione. Ma l’altro aspetto che va considerato è che in tutte le scelte la condivisione con i Sindaci deve avere un ruolo cruciale e questo per un semplice motivo: perché sono i territori che accolgono e poi necessariamente devono integrare.

Quindi in tutte le scelte i Sindaci devono essere i protagonisti attivi delle politiche sul territorio.

In tutti questi temi vengono coinvolti gli aspetti fondamentali nella vita delle persone: il lavoro, la salute, la casa, l’ istruzione, insomma diritti fondamentali che vanno garantiti e che costitui­scono una grande sfida sociale.

Accoglienza e integrazione sono da considerare due facce della stessa medaglia, ove ciascuna trova il proprio limite nella buona attuazione dell’altra.

Perché non vi è buona integrazione senza una buona accoglienza, ma è vero anche il contrario, cioè non è possibile accogliere se non si è stati in grado di integrare chi è già nel nostro Paese.

Ma un fenomeno così complesso da gestire richiede la conoscenza delle moltissime azioni che sono state intraprese sui territori che sono il luogo reale ove inizia l’accoglienza e si svilup­pano processi di integrazione e di coesione sociale. Tutto questo evidenzia la necessità dì comu­nicare perché la conoscenza produce effetti positivi e genera un effetto virtuoso di replica.

La capacità dimostrata di sapere gestire un fenomeno così difficile -pur tra difficoltà che non vanno negate, ma vanno affrontate e risolte- in passato ha trovato un vulnus nella narrazione delle moltissime iniziative che con molti sforzi hanno contribuito ad una gestione equilibrata del fenomeno migratorio. Così si è dato spazio solo alle criticità, peraltro connaturate ad un fenome­no così ampio. (…)

Nella consapevolezza che accoglienza e integrazione sul territorio sono garanzia di una con­vivenza pacifica, va però sottolineato che occorre pretendere da chi viene accolto nel nostro Pa­ese l’assolvimento di un patto fondato sull’impegno a conoscere la nostra lingua, a rispettare le nostre leggi e a condividere i valori fondamentali della nostra Costituzione.

Insomma, un patto a prestazioni corrispettive che dia corpo e anima ad una concreta volontà di volersi integrare.

In conclusione, ripartendo dalla citazione iniziale voglio sottolineare che “il tempo” richiede politiche dell’immigrazione a doppio binario, che siano espressione non solo nazionale ma di respiro europeo.

Richiede uno slancio nazionale su temi fondamentali: periferie, lavoro, scuola, assistenza sanitaria e sociale.

Richiede politiche di migrazione legale a cura dell’Europa e dei singoli Stati che la compongo­no, garantendo così un trattamento dignitoso come sancito dalle convenzioni internazionali e dalla normativa europea.

Il “ tempo” dunque richiede una partecipazione di tutti gli Stati membri europei perché il con­tinente africano con una popolazione di 1,2 miliardi, in incremento nei prossimi anni, ci costringe a mettere in campo politiche migratorie europee sinergiche.

È evidente che le tantissime soluzioni messe in atto dall’Italia, di cui abbiamo dato atto in que­sto volume, di fronte ad un fenomeno più volte definito come epocale, da sole non possono ba­stare.

Il tempo richiede una globale condivisione di oneri e responsabilità.

ROSETTA SCOTTO LAVINA  Direttore centrale per le politiche dell’immigrazione e dell’asilo

  

 Da  “ Le iniziative di buona accoglienza e integrazione dei migranti in Italia  Modelli, strumenti e azioni” Ministero dell’Interno   Rapporto annuale Buone Pratiche di accoglienza  31 maggio 2017

 

Eremo Rocca S. Stefano  giovedì 29  ottobre 2020