domenica 25 ottobre 2020

LETTERA DALL’EREMO Siamo tutti forestieri


Se ami il prossimo ami anche Dio. Se non ami il prossimo non ami nemmeno Dio .

Dal libro dell'Èsodo  ,Es 22,20-26

Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d'Egitto. Non maltratterai la vedova o l'orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all'indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l'ascolterò, perché io sono pietoso».

Non molesterai il forestiero né lo opprimerai . I poveri, soprattutto nell’Antico Testamento, sono rappresentati da alcune categorie precise come lo straniero, l’orfano, la vedova, il levita.

a) Lo straniero: “non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es 22,20). Il forestiero era colui che risiedeva in Israele, stabilmente o per un periodo limitato di tempo, ma non godeva dei diritti di un membro del popolo ebraico. Poteva, quindi, con facilità essere oggetto di maltrattamenti; inoltre, non possedendo beni, viveva da salariato in una situazione di povertà.

b) l’orfano e la vedova erano due categorie di bisognosi verso i quali la Bibbia richiama spesso l’attenzione: “non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido” (Es 22, 21-22).

La vedova e l’orfano, non avendo più un uomo che potesse difenderne i diritti, erano più facilmente oggetto di ingiustizia, di angherie e di maltrattamenti, la loro situazione economica era spesso precaria perché non potevano contare sul reddito del marito o del padre.

c) Il prestito ad interesse è uno sfruttamento dello stato di bisogno del povero prché non gli è offerta la possibilità di superare le difficoltà finanziere, ma si cerca di spingerlo in uno stato sempre peggiore di asservimento: gli viene lentamente tolta la libertà, anzi è come ucciderlo pian piano. Infatti, il quinto comandamento “non uccidere” (Es 20,13), impegna non solo a non togliere violentemente la vita, ma anche a non lasciar morire quando si dispone in qualche modo della vita dell’altro: “Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccidede il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio” (Sir 34,21-22).

L’obbligo di non prestare a interesse ha una motivazione teologica: quello che si possiede lo ha dato Dio gratuitamente, quindi bisogna metterlo a disposizione di chi può averne bisogno. Anche il versamento del pegno non deve creare difficoltà alla vita del povero: “Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il matello per la sua pelle: come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso” (Es 22,25-26). Bisogna assicurare all’uomo non solo la sopravvivenza, ma anche ciò che serve per una vita decorosa. E’ necessario prestare ogni attenzione a non umiliare nessuno, soprattutto colui che vive in condizioni di povertà: “Quando presterai qualsiasi cosa al tuo prossimo, non entrerai in casa sua per prendere il suo pegno; te ne starai fuori e l’uomo a cui avrai fatto il prestito ti porterà fuori il prestito” (Dt 24,10).

Alfredo M Garsia  vescovo di Caltanisetta e presidente di Migrantes : “Le migrazioni sono una profezia, una parola di Dio comunicata agli uomini mediante altri uomini. Tutti i migranti portano un messaggio evangelico da prendere sul serio: non habemus hic manentem civitatem, siamo tutti pellegrini, in cammino verso la patria celeste.

Gli italiani nel mondo, oggi, fanno onore alla patria lontana: la stragrande maggioranza di loro ha dimenticato le fatiche dell’emigrazione, le seconde e le terze generazioni si sono integrate e, pur mantenendo l’amore e la nostalgia per la terra lontana, gli italiani si sono fatti cittadini di una nuova patria e per essa lealmente lavorano.

Il fenomeno immigratorio è esploso in Italia: quelli che vi approdano provengono in massima parte da situazioni di grande disagio, per la fame o la guerra o la persecuzione. Fra questi continuano ad esserci i clandestini. E così continuerà ad essere, se non si apre, attraverso la programmazione dei flussi prevista dalla nuova legge, una possibilità, anche dilazionata nel tempo, di ingresso legale.

Diciamo apertamente che lo Stato ha il diritto e il dovere di disciplinare i flussi migratori, di contrastare con mezzi efficaci l’immigrazione clandestina, di accertare l’identità di quanti entrano nel nostro Paese e la loro volontà di non delinquere. Ha il diritto e il dovere di individuare, punire ed espellere i delinquenti, gli spacciatori di droga, coloro che riducono in schiavitù ragazze e bambini, i mercanti di carne umana che lucrano sulle sofferenze altrui (l’espressione "mercanti di carne umana" è del beato Scalabrini, riferita al suo tempo ai tanti italiani emigranti e sfruttati).

Tutto questo è prescritto per legge; ma, ripeto, la legge prescrive anche la programmazione dei flussi di ingresso regolari. Dal 1990 tale disposizione è rimasta lettera morta fino ad oggi o, esattamente, fino a ieri, ma la gente, specie la più disperata, non intende morire in ossequio a una legge e, se trova sbarrate tutte le strade, fa il tentativo disperato, rischioso e costoso, di aprirsi una strada da sé.

La Chiesa si china maternamente sull’uomo in difficoltà, chiunque sia (posso ricordare don Renzo Beretta, martire dell’accoglienza?), fa fronte alle emergenze, fa opera di supplenza rispetto alle istituzioni che stentano a muoversi. La "politica" della Chiesa è l’esercizio della carità fino all’eroismo.

Ma viene poi il momento della politica degli Stati. L’immigrazione non è un problema che l’Italia può affrontare da sola. Esso riguarda l’Europa e il mondo. Le nazioni, specie quelle del benessere, devono confrontarsi con le migrazioni dei popoli. Queste, infatti, non si esauriranno; sono una sfida permanente con cui bisogna fare i conti. Se interpretate come "profezia" possono aiutare la crescita dell’uomo e preparare una terra nuova sotto il cielo dell’unico Padre.

Una parola di fiducia vorrei dire ai mille volontari, sempre pronti a farsi carico, come il buon samaritano, del fratello che viene da lontano, sempre ferito nel cuore e spesso anche nel corpo. Forse, dopo il lungo servizio e in assenza di prospettive di conclusione, può sopraggiungere la stanchezza e lo scoraggiamento. Coraggio. Gesù ha promesso una ricompensa anche a chi avrà offerto un bicchier d’acqua fresca per suo amore. Egli è fedele: «Ero forestiero e mi avete ospitato, venite benedetti...».

 Gianfranco Ravasi in Avvenire del 22 gennaio 2015: “Stiamo vivendo un’esperienza che per molti versi sarà epocale e che qualcuno definisce come qualcosa di simile a quando ci furono le grandi immigrazioni e migrazioni dei cosiddetti barbari. In fin dei conti quelle genti erano semplicemente altre popolazioni, con un differente tipo di società e di civiltà, che nello scontro venivano però concepite come diverse, come molto più primitive. Tra parentesi, ricordiamo che, se è vero che talvolta l’evoluzione registra diversità, tuttavia non dobbiamo dimenticare che spesso il concetto di progresso è veramente molto relativo.Ebbene già nell’Antico Testamento, in diversi passi, troviamo un’importante ammissione che si estende poi anche a livello sociale e politico: «Vi sarà una sola legge per il nativo e per lo straniero che è residente in mezzo a voi» (Es 12,49). Unica è la legislazione quindi per l’ebreo e per lo straniero. Si potrebbe obiettare che dal punto di vista storico Israele probabilmente non ha messo in pratica questa norma, ma questo è un altro discorso. Molti, ancora ai nostri giorni, chiedono di evitare assolutamente di parlare di qualsiasi vaga idea di parità di diritti tra nativi e stranieri. E questo è segno di paura. Tuttavia non ci dobbiamo dimenticare che la storia concreta ha il suo peso; la comprensione, quindi, è d’obbligo per capire meglio le ragioni dell’altro, sperando che ne abbia, e per giudicare le sue convinzioni non sempre e solo come primitive e istintive. Tuttavia, è necessario essere favorevoli e sostenitori di una cultura incline al dialogo e a uno stile multietnico, senza per questo scadere in una visione irenica che vede l’approccio tra i diversi popoli come una sorta di incontro facile, gioioso e danzato. Anche nel mondo biblico ci troviamo di fronte a culture che spesso tra loro si respingono e che pongono gravi problemi di tipo sociale. Il principio da cui partire e la meta da raggiungere rimangono, comunque e sempre, non l’esclusione e il rigetto, ma lo spirito di accoglienza, anche se le forze dei popoli nella storia, andando oltre i nostri desideri, premono e risultano essere incontrollabili nel loro flusso e nel loro confronto concreto.Nella Scrittura anche lo straniero ha diritto al rispetto, alla tutela, all’amore. In Lv 19,33-34, in un’opera che parla dei principi di purità, si legge: «Quando un forestiero dimorerà presso di voi, nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi. …”

 

Venticinque anni fa,  la Commissione ecclesiale per le migrazioni pubblicava il  documento

Ero forestiero e mi avete ospitato , interpretando e accompagnando il  fenomeno dell’immigrazione nei suoi inizi e sviluppi in Italia “con gli occhi della fede”

.In un articolo  pubblicato sulla rivista Qol, n. 186/187 di Aprile/Maggio/Giugno 2018 si parla del forestiero : Il forestiero che è sempre il nostro prossimo .

“Il Giudizio finale, così come descritto nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, ci propone non una norma giuridica da applicare con valore retroattivo a chi sembra non essere a conoscenza della modalità con le quali vengono valutate le opere compiute, ma un modello di vita capace di costruire una società a misura d’uomo secondo il piano di Dio.

Quella che Gesù prospetta è una controsocietà, o meglio: una società rovesciata, che tende a scardinare le modalità umane di intendere il potere e il convivere in un contesto sociale organizzato. Le azioni che ci propone non sono, come una certa lettura moralizzante vorrebbe farci intendere, opere di misericordia corporale (come tali di livello apparentemente inferiore alle opere di misericordia spirituale), ma un disegno preciso e mirato, volto a stigmatizzare i falsi valori su cui l’uomo tende a fare affidamento nel suo rapportarsi con gli altri uomini.

Sei sono le azioni che l’uomo (non il credente, si badi, ma qualunque uomo) è chiamato a compiere.
In ordine seguendo il testo: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, ospitare i forestieri, vestire i nudi, visitare i malati, andare a trovare i carcerati. Non è chiesto di pregare, di compiere precetti, di partecipare a riti liturgici, di digiunare o di fare penitenza, ma è posta come discrimine tra l’essere e il non essere fedeli al piano di Dio la capacità di promuovere la dignità dell’uomo partendo dagli oppressi, dai poveri, dagli emarginati, da chi non ha voce e da chi è condannato a vivere in una condizione di non umanità, molto spesso per colpa nostra o con la nostra omertosa complicità.

Qualche teologo potrebbe obiettare che non ci si salva grazie alle opere ma solo per fede e qualcun altro potrebbe sostenere che le sei opere (non sette come vorrebbe la suddivisione canonica delle opere di misericordia corporale) sono categorie morali generali che prefigurano una più complessa articolazione delle azioni da compiere nel mondo come cristiani o come uomini di fede. In realtà, le parole di Gesù sono categoriche e non lasciano spazio a dubbi interpretativi: le chiavi della salvezza, quelle in grado di aprire le porte del Regno dei cieli o del mondo a venire, sono nelle mani di chi è affamato, di chi ha sete, di chi è forestiero, di chi è nudo, di chi è malato e di chi è carcerato. Ed è da loro, e solo da loro, che possiamo meritare di ottenerle, qui ed ora. Non da altri, nemmeno da Dio. E questa, forse, è la parte più radicale e sconvolgente dell’insegnamento di Gesù di Nazaret.

Se lo era ieri, a maggior ragione lo è oggi in una società fondata esclusivamente sulla visibilità sociale e condizionata da potentati economici che determinano, senza alcun vincolo morale, le sorti di miliardi di uomini, molti dei quali sono costretti, per diverse ragioni e temperie storiche ed economiche, a lasciare la loro casa e la loro terra per trovare altrove condizioni che li possano rendere (forse) finalmente uomini. Ecco allora che la condizione del forestiero diviene l’icona del nostro tempo e, alla luce delle parole del Vangelo, la nostra via di salvezza. Oggi, infatti, il forestiero che migra verso le nostre terre e viola quei confini che alcuni vorrebbero rendere intoccabili, è anche colui che ha fame, colui che ha sete, colui che è nudo, colui che è malato e, in molti casi come ci mostrano le statistiche, colui che è in carcere.

Oggi, quindi, se davvero vogliamo essere fedeli a quel Vangelo che troppo spesso amiamo brandire in mano come arma della nostra (pseudo) identità o declamare con parole che rischiano di rimanere vuote e vane, è al forestiero (lo xènos, secondo le parole del Vangelo; il gher, secondo quelle della Bibbia ebraica) che dobbiamo rivolgerci per ritrovare in quella dignità che dovremmo sforzarci di riconoscergli, la nostra nascosta sotto scorze che non ci permettono più di vedere nel volto del forestiero il nostro stesso volto.

Per trovare conferma alla necessità di seguire la via dell’accoglienza e del riconoscimento, affidiamoci alla parole di Martin Buber che così traduce il passo di Levitico 19,18 : “Amerai il prossimo tuo, è te stesso”.

Chi è oggi il prossimo tuo? Il forestiero.”

 

Eremo Rocca S. Stefano domenica 25  ottobre 2020

 

 

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