Ora, cos'è importante nel problema di accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l'esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi.
Ora, è vero che questa scoperta può essere data sfogliando il catalogo, ma non c'è niente di più rivelativo e appassionante dell'esplorare degli scaffali che magari riuniscono tutti i libri di un certo argomento, cosa che intanto sul catalogo per autore non si sarebbe potuto scoprire, e trovare accanto al libro che si era andati a cercare un altro libro, che non si era andati a cercare, ma che si rivela come fondamentale.
UMBERTO ECO, Sette anni di desiderio (Milano, Bompiani 1983).
In occasione del salone del libro di Torino è stata condotta una inchiesta
presso vari intellettuali per sapere quali libri non avessero mai letto. Come
era prevedibile le risposte sono state variate ma tutti gli interrogati
sembrano aver risposto senza false vergogne. Così abbiamo scoperto che alcuni
non hanno letto Proust, altri Aristotele, altri ancora Hugo e Tolstoj, o
Virginia Woolf, compreso un illustre biblista che non ha mai letto per intero
dal principio alla fine la Summa Theologica di san Tommaso il che è più che
naturale, perché opere del genere le legge puntigliosamente dalla prima pagina
all'ultima solo chi ne fa l'edizione critica. Alcuni non si rammaricano di non
aver letto Joyce, altri ostentano di non aver mai letto la Bibbia, non
rendendosi conto che queste lacune non li distinguono ma li massificano.
Giorgio Bocca ha asserito di aver abbandonato dopo poche pagine sia il mio
ultimo romanzo che il Don Chisciotte, e trabocco di gratitudine per questo
immeritato apparentamento. D'altra parte a leggere troppo, come Don Chisciotte,
va il cervello in acqua.
Questa inchiesta è stata secondo me di grande interesse per i lettori comuni. Essi infatti (se sono lettori e non analfabeti di ritorno) vivono sempre nell'angoscia di non avere letto qualcosa che secondo la voce comune è essenziale avere letto; e scoprire che tanti nomi illustri confessano carenze abissali non poteva che confortarli. Tuttavia mi rimane un sospetto, e un timore. Che i lettori comuni attribuiscano queste dichiarazioni a snobismo (pensando che di fatto gli interrogati abbiano letto di nascosto quello che fanno finta di non aver letto). Se così fosse i lettori comuni non solo non avrebbero superato il loro complesso di inferiorità, ma anzi lo avrebbero accresciuto, perché si scoprirebbero esclusi dal numero di quegli eletti che possono dire senza vergogna di non aver mai letto D'Annunzio, senza essere per questo considerati come trogloditi.
Ebbene, vorrei confortare i lettori comuni provando come sia vero che tutti
quegli intervistati non hanno letto davvero quei libri (e molti altri ancora)
aggiungendo che se io avessi dovuto rispondere a quella domanda avrei
strabiliato me stesso elencando le opere immortali con le quali non ho mai
avuto commercio di amorosi sensi. Prendete in mano quello che rimane il
più ricco repertorio di opere letterarie, il Dizionario Bompiani delle Opere,
trascurando i volumi dedicati ad Autori e a Personaggi. Nell'edizione
attualmente in commercio le Opere contano 5450 pagine. Calcolando a occhio che
vi siano in media tre opere per pagina, abbiamo 16.350 opere. Rappresentano
tutti i libri mai scritti? Per nulla. Basta infatti sfogliare un catalogo di
libri antichi (o gli schedari di una grande biblioteca) per vedersi sopraffatti
da titoli di ogni genere e sulle più varie materie che il Dizionario Bompiani
non registra, altrimenti sarebbe non di cinquemila ma di cinquantamila pagine.
Un repertorio del genere registra le opere che costituiscono il Canone, quelle
che la cultura ricorda e che considera fondamentali per l'uomo di buona
cultura. Le altre rimangono (meritatamente o immeritatalnente) riserva di
caccia per studiosi specializzati, eruditi, bibliofili.
Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un'opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano. Ed è inutile dire che, dovendo scegliere, almeno Cervantes bisognava leggerlo. E perché? E se per un lettore fossero stati molto più importanti e urgenti Le mille e una notte (tutte) o il Kalevala? Inoltre non si considera che, per i lettori di tempra migliore, quando si ama un'opera la si rilegge più volte lungo il tempo, e coloro che abbiano riletto quattro volte Proust hanno sottratto una infinità di ore alla lettura di altri libri, probabilmente meno essenziali per loro. E quindi si rassicurino i lettori. Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere.
UMBERTO ECO, La bustina di Minerva (Milano, Bompiani 2000).
Quando oggi si leggono articoli preoccupati per l'avvenire dell'intelligenza
umana di fronte a nuove macchine che si apprestano a sostituire la nostra
memoria, si avverte un'aria di famiglia. Chi ne sa qualcosa riconosce subito
quel passo del Fedro platonico, citato innumerevoli volte, in cui il faraone,
al dio Toth inventore della scrittura, chiede preoccupato se quel diabolico
dispositivo non renderà l'uomo disadatto a ricordare, e quindi a pensare.
Lo stesso moto di terrore deve aver colto chi ha visto per la prima volta una ruota. Avrà pensato che avremmo disimparato a camminare. Forse gli uomini di quei tempi erano più dotati di noi per compiere maratone nei deserti e nelle steppe, ma morivano prima e oggi sarebbero riformati al primo distretto militare. Con ciò non voglio dire che quindi non ci dobbiamo preoccupare di nulla e che avremo una bella e sana umanità abituata a far merende sull'erba a Chenobyl: caso mai la scrittura ci ha fatto più abili a capire quando dobbiamo fermarci, e chi non sa fermarsi è analfabeta, anche se va su quattro ruote.
Il disagio verso nuove forme di cattura della memoria si è presentato in ogni tempo. Di fronte ai libri a stampa, su cartaccia che dava l'idea che non avrebbe resistito per più di cinque o seicento anni, e con l'idea che quella roba poteva ormai andare per le mani di tutti, come la Bibbia di Lutero, i primi acquirenti spendevano una fortuna per far miniare i capilettera a mano, onde avere l'impressione di possedere ancora manoscritti su pergamena. Oggi quegli incunaboli miniati costano un occhio della testa, ma la verità è che i libri a stampa non avevano più bisogno di essere miniati. Che cosa ci abbiamo guadagnato? Che cosa ha guadagnato l'uomo con l'invenzione della scrittura, della stampa, delle memorie elettroniche?
Una volta Valentino Bompiani aveva fatto circolare un motto: "Un uomo
che legge ne vale due." Detto da un editore potrebbe essere inteso solo
come uno slogan indovinato, ma io penso significhi che la scrittura (in
generale il linguaggio) allunga la vita. Sin dai tempi in cui la specie
incominciava a emettere i suoi primi suoni significativi, le famiglie e le tribù
hanno avuto bisogno dei vecchi. Forse prima non servivano e venivano buttati
quando non erano più buoni per la caccia. Ma con il linguaggio i vecchi sono
diventati la memoria della specie: si sedevano nella caverna, attorno al fuoco,
e raccontavano quello che era accaduto (o si diceva fosse accaduto, ecco la
funzione dei miti) prima che i giovani fossero nati. Prima che si iniziasse a
coltivare questa memoria sociale, l'uomo nasceva senza esperienza, non faceva
in tempo a farsela, e moriva. Dopo, un giovane di vent'anni era come se ne
avesse vissuti cinquemila. I fatti accaduti prima di lui, e quello che avevano
imparato gli anziani, entravano a far parte della sua memoria.
Oggi i libri sono i nostri vecchi. Non ce ne rendiamo conto, ma la nostra ricchezza rispetto all'analfabeta (o di chi, alfabeta, non legge) è che lui sta vivendo e vivrà solo la sua vita e noi ne abbiamo vissuto moltissime. Ricordiamo, insieme ai nostri giochi d'infanzia, quelli di Proust, abbiamo spasimato per il nostro amore ma anche per quello di Piramo e Tisbe, abbiamo assimilato qualcosa della saggezza di Solone, abbiamo rabbrividito per certe notti di vento a Sant'Elena e ci ripetiamo, insieme alla fiaba che ci ha raccontato la nonna, quella che aveva raccontato Sheherazade.
A qualcuno tutto questo dà l'impressione che, appena nati, noi siamo già insopportabilmente anziani. Ma è più decrepito l'analfabeta (di origine o di ritorno), che patisce di arteriosclerosi sin da bambino, e non ricorda (perché non sa) che cosa sia accaduto alle Idi di Marzo. Naturalmente potremmo ricordare anche menzogne, ma leggere aiuta anche a discriminare. Non conoscendo i torti degli altri l'analfabeta non conosce neppure i propri diritti. Il libro è un'assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All'indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto.
UMBERTO ECO, La bustina di Minerva (Milano, Bompiani 2000).
Se il libro è vostro e non ha valore di antiquariato non esitate ad
annotarlo. Non credete a coloro che dicono che i libri vanno rispettati. I
libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare. Anche se lo rivenderete ad
una bancarella vi daranno solo due soldi, tanto vale lasciarvi i segni del
vostro possesso.
La sottolineatura personalizza il libro. Segna le tracce del vostro interesse.
Vi permette di ritornare a quel libro anche dopo molto tempo ritrovando a colpo
d'occhio quello che vi aveva interessato. Ma bisogna sottolineare con criterio.
Ci sono coloro che sottolineano tutto. È come non sottolineare nulla. D'altra
parte può darsi che in una stessa pagina vi siano informazioni che vi
interessano a diversi livelli. In quel caso si tratta di differenziare le
sottolineature. Usate i colori, pennarelli a punta fine.
UMBERTO ECO, Come si fa una tesi di laurea, 1977.
Non devi pensare che le lezioni siano le cose più importanti per uno studente, né che la taverna sia solo un luogo dove si perde tempo. Il bello dello studium è che impari, sì, dai maestri, ma ancor più dai compagni, specie quelli più anziani di te, quando ti raccontano quello che hanno letto, e tu scopri che il mondo deve essere pieno di cose meravigliose e per conoscerle tutte, visto che la vita non ti basterà a percorrere tutta la terra, non rimane che leggere tutti i libri.
UMBERTO ECO, Baudolino (Milano, Bompiani 2000).


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