CONFERENZA DEL PROF. ALDO LUISI , "CARMEN ET ERROR"
Il 21 novembre 2009, nel Salone di
Rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale di Taranto (g.c.), si sono
svolti i lavori del Convegno su "Ovidio e l’esilio. Riflessioni duemila
anni dopo", organizzato dalla Delegazione Tarantina della Associazione di
Cultura Classica "Atene e Roma" (A.I.C.C.) con il patrocinio
dell’Assessorato alla Scuola e all’Università della Amministrazione Provinciale
di Taranto .
Ha parlato il Prof. Aldo Luisi, dell’Università degli Studi di Bari, sul tema Carmen et error. L’oratore ha ricordato di essere stato spronato a dedicarsi a questa ricerca sugli ancora incerti motivi dell’esilio di Ovidio, che li sintetizzò nella formula del titolo del suo intervento, dalla Professoressa Marta Sordi e di essersi dedicato da ormai venti anni a tale indagine, ricorrendo alle tecniche del lavoro storico, oltre che a quelle del lavoro filologico, per giungere alle conclusioni che presenta e che fanno oggetto dell’ultimo dei suoi scritti dedicati al poeta Ovidio.
Ha esaminato e accostato tutte le 97 epistole (51 Tristia e
46 ex Ponto), attento al lessico, ai destinatari, alle occasioni e alla
datazione dei singoli componimenti. Chiestosi perché Ovidio abbia definito
silenda la sua culpa, ha sottolineato che sileo è meno forte di taceo: la colpa
non andava proclamata, ma poteva essere bisbigliata, fatta intuire, senza ben
inteso ferire nuovamente il Principe. E da qui è partita la sua indagine di
filologo e storico a un tempo, alla ricerca dell’ error. Nella lunga epistola
del secondo libro dei Tristia, indirizzata ad Augusto, Ovidio aveva scritto
appunto: "Sebbene due siano le cause della mia rovina, un’opera poetica ed
un errore, non posso parlare (ma alludere, bisbigliare, sì, ha appena detto
l’oratore) della colpa connessa al secondo fatto. Il mio caso non merita che io
riapra la tua ferita: è già troppo che tu abbia sofferto una volta. Resta
l’altro motivo, per cui sono accusato di essermi fatto maestro, per mezzo di un
poema vergognoso, di una disciplina indecente come l’adulterio (altera pars
superest, qua turpi carmine factus/ arguor obsceni doctor
adulterii)"(Tristia, II, 207 – 212, trad. Fr. Lechi, tranne la prima
parentesi). Si badi al verbo arguor, che vale "sono accusato, con una
denuncia, davanti ad una autorità": è un termine tecnico del linguaggio
giuridico, e va ricordato che Ovidio, era un avvocato, bravo anche, stando a
quanto lui stesso riferisce e attesta Seneca padre, il quale aggiunge che
eccelleva più nelle suasoriae che nelle controversiae (preferiva consigliare a
battersi); dunque Ovidio chiaramente allude a un processo pubblico, e a ciò
rimanda anche crimina all’inizio della citazione (capi d’accusa,
incriminazioni). Il componimento, il carme, è l’ Ars amatoria, opera giovanile
dell’1 d.C. in tre libri, due destinati agli uomini innamorati e l’ultimo alle
donne, con gustosi suggerimenti, a cui l’oratore fa qualche riferimento,
destinata alla lettura di tutti, ma non delle matronae (a Roma si distinguevano
tre categorie di donne: moglie, concubina e, come oggi diremmo, escort: uxor,
paelex, meretrix): l’accusa di essere stato maestro di adulterio quindi non
regge, perché con le meretrices non si poteva commetterlo. Va però considerato
un secondo punto: si tratta di una azione giudiziaria pubblica, come suggerisce
il lessico impiegato accortamente dal poeta; ora, dal punto di vista giuridico,
l’adulterio, in precedenza non era un delitto, era una questione da risolversi
in famiglia, nell’ambito delle competenze del paterfamilias o del tutor; dopo
il 18 a.C.,
con la lex Iulia de adulteriis coercendis, diventa invece una colpa pubblica,
richiede un processo, l’intervento di un giudice e l’irrogazione di una pena,
perché è contra legem. Ovidio però non è accusato di adulterio, bensì di
esserne stato maestro, e da questa accusa si è così difeso.
In un altro passo della stessa elegia (verso 545: Sera redundavit veteris vindicta libelli, "E’ un castigo molto differito quello che ricade su di me per un libro di tanti anni fa", tr. Lechi), a parte l’invocazione della prescrizione, va sottolineato il termine, tecnico anch’esso, vindicta, che non può essere riferito alle iniziative di Augusto, che, dotato di ampi poteri, non ha bisogno di ricorrere a comportamenti da privato, come la vendetta romana. Si può quindi pensare che l’iniziativa dell’azione contro Ovidio non fosse di Augusto, ma di altri.
Chi poteva essere costui? Probabilmente Livia, ultima moglie
di Augusto, bellissima e potente matrona, già madre dal precedente matrimonio
con Ti. Claudio Nerone del futuro imperatore Tiberio e sposata da Augusto
quando era ancora incinta di Druso; da lei Augusto non ebbe figli; l’imperatore
ebbe invece dalla precedente moglie Scribonia una figlia Giulia maggiore, che
andò sposa ad Agrippa, dal quale ebbe Agrippa Postumo (nato dopo la morte del
padre), anch’egli adottato da Augusto quasi insieme al figliastro Tiberio.
Giulia fu quindi moglie di Tiberio , ma, di comportamento molto libero, fu
coinvolta in uno scandalo famoso, coevo dell’esilio di Ovidio, ed esiliata a
Pandateria (oggi Ventotene), più tardi a Reggio in Calabria.
Un’altra donna, anch’ella bellissima e potente, Antonia minore, figlia di M. Antonio, il rivale di Augusto, e di Ottavia, la sorella di Augusto, era in contrasto con Livia, alla corte imperiale, ed era andata sposa a Druso minore, fratello di Tiberio, divenendo madre di Germanico.
Nella lotta per la successione di Augusto Antonia minore favoriva esponenti della discendenza che potremmo definire giulio-antoniana, Livia invece la discendenza, che risulterà vincente, giulio-claudia.
Ricordiamo: l’Ars amatoria è dell’ 1 d.C., la lex de adulteriis coercendis era del 18 a.C.; nel 2 a.C. era scoppiato lo scandalo che ha per protagonisti Giulia, figlia di Augusto e già moglie di Tiberio, e ben cinque amanti, il più illustre dei quali, messo a morte da Augusto, era Iullo Antonio, figlio del triumviro M. Antonio. Ma già dal 6 a.C. Tiberio si era allontanato da Roma e dalla moglie, passando a Rodi, dove era ancora quando Augusto denunciò la figlia ai sensi della legge Giulia e, di sua iniziativa, le comunicò di imporle il divorzio da Tiberio.
Un’altra Giulia, minore appunto, figlia di questa prima
Giulia e di Agrippa (Augusto quindi era suo nonno) finirà esiliata, alle
Tremiti, nello stesso anno dell’esilio di Ovidio, e anche lei accusata di
adulterio, ma probabilmente anche coinvolta in una trama mirante a riportare la
successione di Augusto nella linea della progenie giulio-antoniana: Ovidio, pur
non avendo commesso nessuno scelus (delitto), avrebbe visto qualcosa (testimone
oculare?), senza riferire a chi di dovere, incorrendo in un error, e la
vindicta di Livia, unita alla politica successoria di Augusto, lo colpì perché
maestro di adulterio, non di uno solo, bensì di due ormai.
Ma dove il poeta aveva dimostrato di esserlo?
C’è un passo dell’ Ars amatoria (II, 359 – 372) in cui è
vivacemente, maliziosamente, ironicamente narrata e commentata la vicenda di
Elena, Menelao e Paride ospite a Sparta nella loro reggia: Menelao da Sparta è
andato nell’ isola greca di Creta, lasciando Elena, che non voleva dormire da
sola nel letto nuziale (torus), mentre nel palazzo c’era un ospite, Paride,
definito con felice litote non rusticus hospes; nell’apostrofe che rivolge a
Menelao il poeta sottolinea la sua stoltezza (stupor), gli dice che cogit
adulterium (crea l’occasione per l’adulterio, lo predispone) e poi, assumendo
la veste di giudice, solennemente proclama di assolvere Elena, che si è solo
avvalsa della commoditate humani viri (della accondiscendenza di un marito
generoso).
Qui c’è un processo, giudice è il poeta, il verdetto è di assoluzione: Elena non è "una di quelle", è una matrona, l’adulterio c’è stato, e Ovidio può essere, qui, ritenuto maestro di adulterio, o almeno colpevole di apologia di reato.
C’è forse di più: il tono divertito di Ovidio nel narrare questa vicenda forse allude alla situazione, troppo evidentemente parallela, di Giulia maggiore (sola a Roma) con Elena (sola a Sparta), di Menelao (lontano a Creta) con Tiberio (da sette anni lontano a Rodi, altra isola greca), e di Paride con Iullo Antonio.
Ovidio così danneggiava l’immagine di Tiberio, erede designato, anche se non il solo, mentre Livia si prometteva di assicurargli la successione imperiale: il poeta con questo episodio metteva in moto un meccanismo che poteva intralciare i piani di Livia. In seguito il poeta si affiancava all’altra Giulia (la nipote di Augusto): questo fu il suo error, scontato con la relegatio a Tomi.
Nel 14 d. C. Augusto muore, Tiberio prende il potere, muoiono quasi contemporaneamente ben cinque personaggi coinvolti nelle due vicende, tra cui Agrippa Postumo, Sempronio Flacco (ultimo amante di Giulia), un Floro: e Ovidio finirà la sua vita in esilio.
Eremo Rocca S. Stefano
venerdì 16 ottobre 2020

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