Prendiamo in prestito per questa puntata de “La luna
dei lunatici” un articolo pubblicato su Griselda oline. It il 24.9.2014 da Maria Rosa Pantè e lo
dividiamo in quattro parti. Un articolo
complesso che racconta come alcuni
attributi della donna in quanto femmina sono stati trasferiti alla luna
da potesse che ne hanno intessuto una immagine a loro conforme. Ma anche il contrario una serie
di aggettivi che spesso il vocabolario
aggiunge alla luna e che sono
diventati caratteristiche della natura della donna femmina. Oltre naturalmente all’accostamento con animali , come il gatto, e oggetti .
Non possiamo quindi non cominciare da Saffo .
Le stelle
attorno alla bella luna
velano il volto lucente
quando piena, al suo colmo, argentea,
splende su tutta la terra.

È questa l'unica poetessa, del percorso proposto, che si trova "fuori
tempo massimo". Un inizio inevitabile e dovuto sia per la bellezza della
poesia sia perché il primo sguardo contemplativo, bastante a se stesso sulla
luna è di una donna: Saffo (Lesbo VI sec. a.C.). Omero e gli altri
autori, quando avevano scritto della luna, pur con notturni bellissimi, lo
avevano fatto in modo "strumentale": la luna o era inserita in una
metafora, in una similitudine ("come la luna"...) oppure, grande
raffinatezza, era una descrizione mediata non della luna in sé, ma della luna
raffigurata sullo scudo di Achille. Cioè una luna che solo gli dei possono
descrivere dal vivo, gli dei e, appunto, una donna, la poetessa Saffo.
Ma poi Maria Rosa Pantè ci si ripensa e con una notazione di metodo ci spiega che quelle che scelto sono solo poetesse e poetesse del Novecento .
Perché questa scelta?
1. Mi sono rivolta al solo mondo occidentale perché qui sono le nostre radici e
questo è il nostro mondo, quello da cui partire per conoscere poi gli altri
mondi, cosa indispensabile nella nostra società globalizzata. Bruttissima
parola, meglio usare mondializzata.
2. Nel mondo occidentale la luna è certamente percepita come elemento, simbolo
femminile. In molti miti e religioni la luna è divinità femminile, Selene è la
dea lunare nella mitologia greca. La luna è legata alla simbologia femminile
per via della ciclicità che molto ricorda la fisiologia della donna. Ma anche
per la luce riflessa: la luna infatti risplende solo perché colpita dalla luce
del sole. Ahimé questo è un modo di vedere che tradisce il maschilismo di certa
tradizione. Anche se spesso per il poeta "maschio" la luna, proprio
in quanto immagine femminile (madre, sorella, amante) è una confidente, è
positiva, è, quella della luna, una luce cui abbandonarsi. Per le poetesse no,
la luna per loro è fenomeno molto, molto più complesso e sfaccettato.
3. Per comprendere questo rapporto non sempre lineare tra le poetesse e la
luna, la cronologia è molto importante. Sono queste tutte poetesse del
Novecento, alcune ancora vive e vegete (alcune giovani, per fortuna, perché i
poeti non son tutti morti e sepolti nei libri di scuola). Molte si sono
suicidate in età giovanissima. La varietà è grande e spesso le poesie sono
state scritte in età vicine a quelle degli studenti.
Sono nomi per lo più sconosciuti perché delle poetesse si parla poco, non si
riesce a leggerle a scuola, non rientrano nei canoni degli autori da studiare e
anche per questo la scelta di un percorso poetico tutto al femminile è insieme
provocatorio e, si spera, utile ad ampliare la conoscenza del mondo poetico.
La cronologia è importante anche per altri motivi.
Il Novecento è stato secolo di grandi sconvolgimenti per il mondo occidentale:
due guerre mondiali, l'olocausto e il nazismo, il comunismo e i gulag, la fine
del comunismo, il '68, la grande rivoluzione della società che, non a caso, è
partita proprio dal movimento femminista. Nel 1969 poi l'uomo per la prima
volta mette piede sulla luna.
Queste poetesse vivono la storia potentemente. Quel che agisce su di loro è la
guerra e poi il movimento di liberazione della donna. Credevo che l'allunaggio
avesse influito sulla percezione della luna, invece dalle poesie che ho letto,
pare che questo non avvenga: la luna è sempre là, che qualcuno l'abbia
raggiunta non influisce sulla sua valenza simbolica e nemmeno insozza la sua
bellezza o intacca la sua potenzialità poetica. E questo è un bene.
Zanzotto parlò della luna violata, la donna in queste poesie spesso è violata
come la luna e dunque dov'è la novità?
Che però femminile e lunare siano principi ben distinti, lo dice in modo netto
la poetessa Vivian Lamarque (Tesero 1946), che anzi vorrebbe essere la
luna di qualcuno.
Tutti in effetti vorremmo esserlo: essere la luna vuol dire infatti non solo
brillare, ma essere in relazione, magari anche una relazione d'amore. Però noi
luna non siamo.
Oh essere
anche noi la luna di qualcuno!
Noi che guardiamo
essere guardati, luccicare
sembrare da lontano
la candida luna
che non siamo.
Come dice Vivian Lamarque la luna ha una luce che la fa ammirare, la luce
della luna è un tema importante nella poesia, ma è anche uno dei motivi per cui
la luna è femmina: luce bellissima, però luce riflessa.
Spesso è la luce che illumina la notte degli insonni, oltre che degli
innamorati. In genere, come nelle poesie che seguono, questa luce non colpisce,
ma si adagia come un mantello e dunque anche protegge, copre, accudisce.
Biancamaria Frabotta (Roma, 1946)
Di dormire con te non ho voglia
quando la luna giunge al primo quarto.
Un mantello fioco, casa per casa,
s'appoggia sugli insonni.
Bella è qui la sinestesia che coinvolge ben tre sensi: il tatto (mantello),
l'udito e la vista nel termine "fioco" polisemico: fioca è una luce,
fioco un suono...
Giovanna Bemporad (Ferrara 1928- Roma 2013) invece
descrive tutto il corso della luna dal suo rosso sorgere al suo candore di luna
piena. Alta nel cielo, rischiara "pianamente" l'orizzonte infinito,
su tutto posa il suo velo, proprio questo velo fa immaginare chissà quale
prodigio, nutre chissà quale illusione. È una luce che copre e nel frattempo
scopre, che protegge, ma anche espone ai sogni, alle illusioni, all'attesa di
un prodigio.
L'attesa, l'infinità della luce e dell'orizzonte fisico e mentale su cui la
luna agisce, velando e disvelando è ben rappresentata dalla presenza degli
enjambement (ce ne sono ben 5 su 11 versi), un ritmo quasi leopardiano si
potrebbe dire, cfr. l'Infinito, senza tema di esagerare, infatti, Giovanna
Bemporad dedica un'altra poesia sulla luna proprio a Leopardi. Ma attenzione
siamo nel Novecento e la luna è respinta dalle luci artificiali, un'esperienza
che chiunque abiti in un centro abitato può fare: la terra lacera illusioni che
la luna ritesse!
Nasce la luna come rossa aurora
pianamente; rischiara illimitate
fissità d'ombre e alberi e campagne,
pura, dai globi elettrici respinta,
questa accorata solitaria. E sale
bianchissima, tra azzurre trasparenze,
l'arco del cielo, ritessendo il velo
delle illusioni lacerato in terra.
Nella sua grande luce meridiana
timidamente in me stanca rinasce
l'ingannevole attesa d'un prodigio.
In Patrizia Cavalli (Todi, 1947) la luna è quasi piena, pur non
descrivendone la luce, la lascia intuire, è una luminosità che si indovina
dinamica. Questa luna è piena di energia e dona energia nuova alla poetessa,
che si sente (ironicamente) più magra e quasi ninfa sola e non del tutto sola,
perché al cospetto della luna. E l'astro, come accade a tutti coloro che la
sanno osservare, l'inebria.
(...)
C'era la luna, a destra, quasi piena,
i temporali a nord l'avevano schiarita,
oh estate! più che dolce, necessaria.
E già più magra io ero
o mi sentivo, ninfa
quasi ardente anche se sola, non
sola veramente ero inebriata
La luce riflessa della luna vien detta da Antonia Pozzi (Milano
1912- 1938) faccia distolta dal sole, è l'unica luce che può persuadere il
sonno. Solo la luce della luna in effetti si lascia contemplare.
Notte
Aggiorna sulla luna
e a noi persuade il sonno
questa faccia distolta dal sole,
la campagna profondata negli oceani.
Se la luce
della luna è fenomeno sensibile, lo è molto meno la sua voce (per non parlare
del suo odore). Forse solo i poeti possono udire (immaginare?) la voce della
luna. Per Alda Merini (Milano 1931-2009) questa voce è urlo, è gemito:
una luna dei dolori, quasi come una donna dei dolori.
In questa poesia ci sono molti degli stereotipi lunari: l'acqua, l'inconscio (la
luna grava su tutto il nostro io), il chiaro di luna. Se la voce della luna
è di tormento, ancora una volta è la sua luce chiara a indurre la poetessa,
zingara, a fermarsi per un incontro d'amore.
La luna geme sui fondali del mare,
o Dio quanta morta paura
di queste siepi terrene,
o quanti sguardi attoniti
che salgono dal buio
a ghermirti nell'anima ferita.
La luna grava su tutto il nostro io
e anche quando sei prossima alla fine
senti odore di luna
sempre sui cespugli martoriati
dai mantici
dalle parodie del destino.
Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo,
ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento,
quanto basti per darti
un unico bacio d'amore.
Questa luna compagna della morte, l'odore di luna alla fine della vita, è però
sempre ambivalente, ambigua. È testimone di una violenza, di una verginità
femminile violata, forse della sua stessa verginità lunare sporcata, eppure la
luna e la violenza lasciano dietro di sé la vita: una bambina, alla poetessa
una figlia.
Il mio primo trafugamento di madre
Il mio primo trafugamento di madre
avvenne in una notte d'estate,
quando un pazzo mi prese
mi adagiò sopra l'erba
e mi fece concepire un figlio...
O mai la luna gridò così tanto
contro le stelle offese
né mai gridarono tanto i miei visceri
né il Signore volse mai il capo all'indietro
come in quell'istante preciso
vedendo la mia verginità di donna
offesa dentro un ludibrio.


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