Esiste un genere saggistico che si può definire come storiografia dei folli
letterari, e che si occupa di autori "matti", non solo nell'ambito
della letteratura ma anche delle scienze. Cito per esempio L'historie
littéraire des fous di Delepierre, 1860, o opere che si occupano di una
sola area geografica, come Les fous littéraires du Quercy di Louis
Greil, 1866. Per non dire del celebre Quérard, Supercheries littéraires,
1845, che però si occupa di folli che ci marciano e cioè di plagiari, apocrifi
e organizzatori di beffe editoriali. Potrei citare alcune opere di Isaac
D'Israeli, libri più recenti come quello di Martine Bigeard sui folli letterari
in Spagna dal 1500 al 1650, il vasto studio tedesco sulla patologia del genio
di Lange-Eichbaum, o l'imponente Les fous littéraíres di André Blavier
(Veyrier, 1982). Qui si trovano opere voluminosissime che dimostrano
l'immobilità della terra, o il lavoro di un tal Tardy che prova come il nostro
globo giri su se stesso in quarantott'ore. L'indice comprende tra l'altro
etimologi a ruota libera, cosmologi, profeti e messia, quadratori del circolo,
inventori, filantropi, poeti.
Ho trovato recentemente un libretto molto citato nelle bibliografie, Les
fous littéraires, di Philomneste Junior (pseudonimo di Gustave Brunet),
pubblicato a Bruxelles nel 1880. Vuoi per gioco, vuoi per polemica, vuoi per
carenza di metodo, il nostro Brunet non fa una chiara distinzione tra opere
folli e opere (anche sensatissime) di autori che nella vita privata soffrivano
di disturbi psichiatrici. Ma certamente egli ritiene che l'opera di un folle
sia folle, e che un'opera che a lui pare folle presuppnga un autore folle.
Appare pertanto ovvio che, accanto a un Attardi che nel 1875 ha pubblicato un
libro sulla possibilità dell'abolizione della morte sia violenta che naturale,
o a un Henrion che nel 1718 aveva presentato una memoria sulla statura di
Adamo, Brunet ponga vari mistici, visionari, alchimisti e cabalisti, da
Paracelso a Fludd, da Cyrano di Bergerac a Sade e a Fourier. Talora Brunet
gioca su casi indubbiamente singolari, come quando presenta Wronski, un signore
che ha pubblicato migliaia di pagine di matematica, scienze naturali, politica,
scrivendo lettere allo Zar di Russia e ad altri reggitori di stati europei per
proporre una Riforma Assoluta del Sapere Umano e della Meccanica Celeste, onde
combattere il Sinistro Disordine Rivoluzionario e le società segrete. Un tal
banchiere Arson, che aspirava anch'egli al sapere assoluto, lo aveva a lungo
finanziato, poi c'era stata una rottura violenta tra i due e Wronski aveva
scritto pagine e pagine contro Arson, intentandogli anche una causa, mai vinta,
con richiesta di duecentomila franchi di allora, per furto di verità
filosofiche. Si noti che Wronski ogni tanto azzeccava alcune idee, che non
erano da buttar via, e per esempio Jakobson lo cita con molto rispetto.
Quello che però fa saltare sulla sedia è che troviamo in questa compagnia
Socrate, Newton, Poe e Walt Whitman, e non solo loro. Bisogna dire che Brunet
ha una sua logica: trova in Whitman un principio di orgoglio e di rivolta,
l'esaltazione della propria individualità e frasi come "io rendo divino
tutto ciò che tocco". E commenta: "Non ci sono forse qui tutti i
sintomi della demenza?" Per Socrate, anzitutto, Brunet si chiede se
bisogna considerarlo scrittore perché il poveretto non ha mai scritto, e ha
qualche dubbio se classificare tra i matti un signore che afferma di avere un
demone familiare. Conclude che si trattava in ogni caso di monomania. Per
Newton è presto detto: genio immortale si, ma visionario che si è occupato di
cabale e interpretazioni dell'Apocalisse. E via di seguito.
Anche Gustave Brunet, come ogni folle letterario, può suggerire qualcosa di buono, e cioè che la nozione di follia può cambiare molto secondo le epoche e le prospettive filosofiche. Non più di un mese fa mi trovavo a parlare con un insigne matematico che mi ha rivelato stupefatto che Leibniz era matto. "Figurati", mi ha detto, "ho scoperto che quest'uomo, che ha scritto opuscoli di logica e di matematica veramente geniali, ha anche scritto alcune opere minori con fantasie deliranti sulle monadi e sull'armonia prestabilita!" (1)
Ci sono generi letterari all’apparenza freddi che possono risvegliare nel
lettore un piacere del testo assimilabile a quello di un romanzo, di una
narrazione ricca di personaggi, trame, aneddoti e divagazioni. Questo è quello
che succede a chi apre la Bibliografia dei folli di Charles Nodier (1780-1844),
scrittore romantico importante sebbene non proprio conosciutissimo, che in
questo veloce testo del 1835 passa in rassegna una lista di scrittori quasi
dimenticati, tra i quali spuntano i più famosi Francesco Colonna, autore
dell’Hypnerotomachia Poliphili, e Cyrano de Bergerac. Nodier chiama per primo
questi scrittori «folli letterari»: sono autori mattoidi che riempiono libri e
libri di almanaccamenti spesso fuori luogo e deliranti, e che nonostante la
sicurezza della propria genialità finiscono in fondo ad archivi e biblioteche
eludendo ogni sogno di gloria. In questa Bibliografia dei folli si passa in
mezzo a idiomi oscuri creati da semi-analfabeti, processi dell’Inquisizione,
cataloghi di oggetti (libri, candelabri, abiti in frisetto nero...), eresie
quantomeno divertenti, tutta un’accozzaglia di dettagli biografici,
particolarità bibliografiche e frecciate critiche (per esempio a Voltaire) che
fanno di questa Bibliografia un racconto sulle stranezze umane. La fortuna di
questo testo, finora inedito in italiano, è stata soprattutto postuma: qui
guardava Raymond Queneau mentre lavorava a un libro sui «folli letterari»
francesi del XIX secolo, e qui guardavano quelli che, come lui e dopo di lui,
come ha scritto, sono andati a caccia di «fantasmi che resuscitano, larve che
reclamano il loro posto nel Pantheon delle piccole e grandi glorie,
ipersconosciuti che pretendono la paramisconoscenza, paramisconosciuti che
sfilano a loro volta sulla scena delle Follie Celebri, bacucchi e dementi che
mendicano la loro riabilitazione, ingenui e ignoranti che lasciano le loro
candidature postume alle varie accademie». (2)
Charles Nodier nasce il 29 aprile 1780 a Besançon. Dopo un primo periodo di
studi, in cui si appassiona ai classici e all'entomologia, ricopre un incarico
di bibliotecario, fonda una società segreta, e, in seguito alle posizioni
avverse al giacobinismo e alla tirannide che gli faranno scrivere l'ode
satirica La Napoléone, finisce in carcere.
Nodier ha sempre affiancato alla scrittura di testi narrativi – tra i quali
l'erudito pastiche onirico Smarra (1821) e la novella di ambientazione
fatata Trilby (1822) e La Fée aux miettes (1832) – quella di
opere a carattere saggistico e filologico (come il Dictionnaire raisonné des
onomatopées françaises); il genere prediletto dal suo animo estroso, dotto
e onnivoro è quello del conte fantastique, a cui si ascrivono i suoi
migliori lavori, prova dell'interesse nutrito per i temi del sogno e
dell'allucinazione. La sua produzione, come già testimoniava il romanzo Jean
Sbogar, pubblicato nel 1818, fa di Nodier un precursore del romanticismo,
legato alle opere di Goethe, Schiller, Byron: non a caso nel 1824, diventato
bibliotecario presso la biblioteca dell'Arsenal, Nodier apre un cenacolo
frequentato da amici e colleghi quali Hugo, Sainte-Beuve, Dumas, Nerval,
Lamartine...
L'erudizione di Nodier era a suo tempo leggendaria: fine bibliofilo, autore di
centinaia di articoli sugli argomenti più vari, nel 1820 entra nella Société
des Bibliophiles Français e nel 1833 viene eletto membro dell'Académie Française.
Nel 1834 fonda con l'editore e libraio Techener il «Bulletin du Bibliophile»,
sul quale apparirà tra le tante altre cose anche il testo della Bibliographie
des fous.
Alla bibliofilia sono legati il racconto Le bibliomane e Franciscus
Columna, una nouvelle bibliographique, ultimo scritto di Nodier,
pubblicato lo stesso anno della sua morte.
Charles Nodier muore a Parigi il 27 gennaio 1844.
(1)Umberto Eco , La bustina di Minerva (Milano, Bompiani 2000).
(2)Charles Nodier Bibliografia dei folli Quodlibet 2015
Eremo Rocca S. Stefano mercoledì
7 ottobre 2020


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