martedì 27 ottobre 2020

MEDITERRANEO Mediterraneo: i diritti e le frontiere

Relazione al Master di II livello diritto delle Migrazioni S.E. card. Gualtiero Bassetti

Venerdì 2 ottobre 2020

Cari amici e amiche,

vi ringrazio calorosamente per questo invito che mi avete rivolto. E ringrazio in particolar modo il Magnifico Rettore dell’Università di Bergamo il professore Remo Morzenti Pellegrini, il direttore della Scuola di Alta Formazione il professore Edoardo Della Torre e la direttrice del Master in Diritto delle migrazioni la professoressa Paola Scevi. Rivolgo poi un saluto affettuoso a tutti i docenti e ai giovani studenti collegati.

Permettetemi di mandare, attraverso di voi, un abbraccio paterno e affettuoso a tutta la città di Bergamo che è stata così duramente colpita dalla pandemia. Parlare del Mediterraneo, oggi, significa guardare il mondo da un angolo visuale molto particolare. Se non si può dire che è la zona geopolitica più importante del pianeta, si può affermare, però, che il Mediterraneo rappresenta uno dei crocevia politico-culturalipiù rilevanti della Terra. Sia per il ricchissimo deposito di storia che ha alle spalle, e sia perché in questo bacino –che in molti hanno anche visto come un grande lago –confluiscono non uno, ma ben tre continenti: Asia, Africa ed Europa.Tre continenti con tradizioni culturali differenti, con una storia politica conflittuale ma anche con forti punti di interconnessione. Uno di questi punti di connessione–e oserei dire di unità –è rappresentato dal cristianesimo, nelle sue molteplici espressioni. Il cristianesimo ha infattiun’origine e uno sviluppo intrinsecamente mediterraneo: la sua epifania si colloca proprio sulla sponda orientale di questo mare. Un mare che è stato attraversato e solcato in più occasioni dagli apostoli che sono poi approdati lungo tutte le coste di questo bacino. E da queste coste sono nati grandi figure come, ad esempio, Sant’Agostino che nasce nell’antica Ippona, una città ubicata nell’odierna Algeria.Anche in virtù di questa ricchissima storia –che ho richiamato in brevissimi cenni–lo scorso mese di febbraio, a Bari, la Chiesa italiana ha promosso un incontro internazionale dal titolo Mediterraneo frontiera di pace.

Un incontro a cui hanno partecipato i vescovi cattolici dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Un incontro di grande importanza per almeno due motivi. Innanzitutto, perché ha rappresentato il tentativo di concretizzare un’antica profezia di pace elaborata da Giorgio La Pira alla fine degli anni Cinquanta quando inventò, ancor prima del Concilio vaticano II, i dialoghi mediterranei: secondo la visione del sindaco di Firenze, il Mediterraneo sarebbe potuto diventare,dopo secoli di scontro,un luogo di convivenza pacifica grazie al dialogo e all’azione di tutti gli uomini e le donne di buone volontà. Farsi artigiani della pace partendo dal dialogo tra la “triplice famiglia di Abramo”, diceva la Pira, in un luogo, il Mediterraneo, che ha i suoi occhi appariva come un “grande lago di Tiberiade”. Il secondo motivo che sancisce la rilevanza dell’incontro di Bari del febbraio 2020 è che mai,nella storia recente della Chiesa si erano riuniti in un’unica assemblea tutti i vescovi cattolici del Mediterraneo. Vescovi che hanno riflettuto e discusso, essenzialmente,di due grandi temi: il primo, squisitamente pastorale, si è concentrato sulla trasmissione della fede e su tutti gli aspetti pubblici e privati che investono la sfera religiosa; il secondo tema, invece, di caratura politico-sociale,si è soffermato invece sulle sfide del mondo contemporaneo che caratterizzano il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Due temi cruciali, fortemente collegati tra loro,e che investono, a ben guardare, non solo lavita della Chiesa ma l’intera società. Oggi, in questa sede, vorrei soffermarmi brevemente soltanto su questo secondo aspetto, ovvero le sfide del mondo contemporaneo nel Mediterraneo, perché all’interno di questo vasto tema rientra anche il fenomeno delle migrazioni che è al centro dei vostri studi e delle vostre ricerche. Parlare oggi delle migrazioni significa affrontare un argomento non semplice, caratterizzato da una forte componente politico ideologica e che si presta a letture parziali e marcatamente divisive.

Letture parziali, in cui spesso è stata coinvolta anche la Chiesa cattolica, ma che, in molte occasioni, non tengono nella giusta considerazione due elementi cruciali. In primo luogo, la storicità di un fenomeno che non nasce certo oggi e la cui complessità è da sempre sotto gli occhi di coloro che se ne sono occupati direttamente: mi riferisco ai decisori politici e ai legislatori; ma anche ai demografi, ai sociologi e agli operatori sociali; e infine anche alle opere caritatevoli e pastorali delle Chiese cristiane che, da sempre, si occupano dei migranti e delle persone in movimento. Tra i documenti pontifici più importanti dell’ultimo secolo è opportuno ricordare –lo dico solo a titolo di esempio –la costituzione apostolica De spirituali emigrantium cura, passata poi alla storia come Exsul Familia, pubblicata il 1° agosto 1952 da Pio XII.

Quel testo documenta non solo “la materna cura in ogni tempo prodigata dalla Chiesa per tanti suoi figli profughi, esuli, emigranti” ma sono contenuti in nuce tutti quegli elementi che saranno poi sviluppati nei decenni successivi nella dottrina sociale della Chiesa cattolica in tema di migrazioni. Oltre alla storicità del fenomeno migratorio bisogna evidenziare un altro elemento: ovvero la centralità della persona umana. Quando ci riferiamo ai flussi migratori, che spesso riassumiamo con numeri e statistiche, oppure con narrazioni stereotipate e di grande impatto emozionale, in realtà ci riferiamo a uomini e donne, vecchi e bambini che, seppur con motivazioni differenti,si mettono in movimento abbandonando con sofferenza la propria terra d’origine e affrontando sempre un viaggio lungo e rischioso. Queste persone sono di per se stesse portatrici di diritti e di doveri,non solo riconosciuti dalla comunità internazionale, ma intrinsecamente connaturati allo statuto ontologico dell’uomo di ogni tempo, di ogni credo e di ogni cultura: ovvero, occorre sempre difendere, con ogni strumento giuridico a nostra disposizione, l’incalpestabile dignità della natura umana.

Dopo aver fissato questi due elementi cruciali per comprendere le migrazioni –ovvero la storicità del fenomeno migratorio e la centralità della persona umana–dobbiamo porci la domanda più importante: come affrontare concretamente il fenomeno migratorio nel Mediterraneo?

Una domanda a cui non si può rispondere sempre con gli slogan e con le grida perché, come tutti i fenomeni sociali, anche le migrazioni necessitano di risposte concrete e fattive. Io penso che la questione migratoria vada affrontare con carità e responsabilità verso tutti: nei confronti dei migranti e nei confronti delle comunità di accoglienza, evitando, in tutti i modi, ogni possibile conflitto sociale e culturale. Per raggiungere questo grande obiettivo sono necessarie almeno tre condizioni.

Innanzitutto, un ruolo molto più attivo e compartecipato della comunità internazionale. Non si possono abbandonare i Paesi di prima accoglienza al loro destino, così come non si possono utilizzare i migranti come arma di ricatto politico. Allo stesso modo non è realistico rinchiudersi dentro i confini nazionali difesi da mura invalicabili. L’esempio storico del limes romano dovrebbe indurre a più di una considerazione. In questa prospettiva, inoltre, è anche necessario un rinnovato sforzo collettivo della comunità internazionale nel combattere la tratta degli esseri umani e nella gestione dei campi profughi la   cui realtà assomiglia drammaticamente a quella dei campi di concentramento.

In secondo luogo, occorre superare la logica dell’emergenza dando vita a una politica migratoria, nazionale ed internazionale, che non si limiti solamente, è il caso storico dell’Italia, alle sanatorie ope legis ma che anticipi le crisi migratorie del futuro. Crisi migratorie provocate sempre da fattori storico-politici ben noti a tutti gli esperti: guerre, disastri ambientali, crisi economiche.

In terzo luogo, infine, occorre sviluppare delle innovative politiche dell’integrazione. Oggi siamo di fronte alla messa in discussione, probabilmente alla crisi, di due storici modelli di integrazione: quello nordamericano e quello europeo. Sia la tradizione del melting pot che quello del multiculturalismo mostrano la corda.

Occorre pertanto favorire uno ius cultura e che sappia includere fattivamente i nuovi cittadini mostrando la ricchezza e la storia della nostra tradizione superando la creazione di quegli esplosivi ghetti sociali che sono presenti nelle periferie delle nostre metropoli.

In questo quadro che ho sinteticamente illustrato cosa possono fare le religioni? E cosa può fare la Chiesa?Senza dubbio continuare il dialogo interreligioso. Ma con un obiettivo in più: creare consenso  tra i popoli che appartengono alla “triplice famiglia di Abramo” sulla centralità della persona umana.

Proprio, per questo motivo, qualche giorno fa, in una relazione che ho tenuto presso l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede ho auspicato la nascita di una “politica dell’umano”. Mai come oggi, infatti, l’umano è minacciato da processi che superano le divisioni ideologiche e religiose: penso per esempio a tutte le incredibili ripercussioni che l’intelligenza artificiale sta avendo sulla vita degli uomini oppure alla continua mercificazione del corpo umano. A questi processi, che rappresentano una sfida per tutte le culture, si può iniziare a mettere al centro della discussione la dimensione di creatura dell’uomo e il suo rapporto con il trascendente. Perché l’uomo non è né un prodotto economico, né un prodotto della scienza. Per costruire questa “politica dell’umano” è fondamentale l’azione diplomatica –che sappia costruire una politica estera che unisca le diverse nazioni del bacino mediterraneo –ma è anche decisiva l’azione del legislatore e di chi si fa promotore della difesa dei diritti e di una nuova valorizzazione delle frontiere. È decisivo cioè l’apporto dei Centri Studi e delle Università per poter non solo formare nuove  figure professionali me soprattutto per pensare questo nuovo spazio mediterraneo. Oggi uno dei concetti su sui più si dovrebbe riflettere è proprio quello di frontiera. Anche noi, che abbiamo preparato l’incontro di Bari, abbiamo discusso per un anno, nella fase preparatoria, se fosse opportuna l’utilizzo di questa parola nel titolo dell’incontro. Alla fine abbiamo scelto come titolo Mediterraneo, frontiera di pace attribuendogli un significato inclusivo e positivo: la pace come luogo da costruire e come obiettivo da raggiungere. Oggi però i confini e le frontiere demarcano anche la titolarità dei diritti: in primo luogo quello della cittadinanza.

E allora quale significato dobbiamo dare alla frontiera? Un significato solo territoriale? Chiudo il mio intervento rispondendo a questa domanda con le parole che Giorgio La Pira disse davanti ad un gruppo di giovani del gruppo “La Vela” di Pino Arpioni. “Tutti i problemi, politici, culturali, spirituali” dice La Pira sono legati alla “frontiera dell’Apocalisse.O finisce tutto, o comincia tutto”.L’Apocalisse, infatti, ha due volti: “il volto della distruzione totale e il volto della ricostruzione totale”.Io penso che oggi, quando il baricentro del mondo sembra che si stia spostando sempre più verso Est, siamo di fronte a questo bivio per la civiltà occidentale. E personalmente penso che,di fronte a questo eccezionale cambiamento d’epoca,l’unica strada che noi possiamo prendere sia quella della “ricostruzione totale” per usare le parole di La Pira.

Non possiamo chiuderci dietro a ricordi nostalgici o alle glorie del passato. Dobbiamo avere il coraggio di ricostruire un mondo oggi invecchiato e in declino partendo anche da una visione inclusiva e nuova delle migrazioni nel Mediterraneo. Non si tratta di una questione dottrinaria o intellettuale. Ma di costruire luoghi di incontro in cui far dialogare uomini e donne che appartengono, oggi, a due sponde opposte. Questa è la sfida che tutto il mondo mediterraneo si trova a vivere. Una sfida epocale.

Cari amici e care amiche, l’ho detto tante volte e lo ripeto anche oggi: dobbiamo acquisire la consapevolezza che non c’è Europa senza Mediterraneo e non c’è Mediterraneo senza Europa. Non ci potrà mai essere un’Europa stabilmente in pace, senza pace nel Mediterraneo.

Eremo Rocca S. Stefano martedì  27 ottobre 2020

 

 

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