Prendendo
coscienza degli errori fatti nei confronti della Natura, ci ritroviamo a
riscoprire il senso di una parola antica, che ha la stessa radice di errore, e
l’abbiamo attualizzata senza accorgercene: erranza. Ormai siamo davvero
tutti “in una valle oscura, chè la dritta via era smarrita”. L’umanità
intera oggi capisce finalmente cos’è l’erranza, capisce di aver sbagliato e si
trova smarrita di fronte all’abbaglio del potere di cui si sentiva dotata. È
bastato un virus per ritrovarsi il niente tra le mani, come pellegrini su un
pianeta che, con la scienza e la nuova tecnologia, aveva pensato di dominare.
Perdersi ora diventa facile, più facile di quando ci si innamora. Anche
l’erranza del cuore innamorato confonde le idee, fiacca la volontà, fa provare
sensazioni contrastanti, e non si sa cosa fare e come comportarsi . Cito ancora
Dante dalle Rime della Vita Nova : “…Ond’io non so da qual matera prenda; e vorrei dire, e non
so ch’io mi dica: così mi trovo in amorosa erranza!” Ma dall’erranza noi tutti erranti‒migranti
possiamo uscire: unendo cuore e mente, passando dall’innamoramento
all’AMORE, al rispetto e alla cura.(1)
Qualche anno fa è nato dunque il festival dell’erranza
Ecco l’intervista al Direttore Artistico Roberto Perrotti del Festival dell’erranza in occasione dell’edizione del 2016
Quando è nata l’idea di un festival dedicato all’erranza e qual è la necessità che ti ha portato a indagarla.
Dopo aver viaggiato a lungo e percorso a piedi un buon numero di cammini, ho avvertito l’esigenza di stabilire un luogo che somigliasse a una stazione di posta, dove non solo viaggiatori ma anche filosofi, religiosi, scrittori e artisti potessero incontrarsi e riflettere sull’arte di girare il mondo, sulla tendenza al nomadismo e sulla fatica di migrare.
Cos’è l’erranza e perché ci affascina e ci seduce così fortemente?
All’interno dell’idea del viaggio che tutto comprende, esiste un avanzare progressivo e non lineare, un procedere con digressioni, che si presenta come un vagare senza meta. Un movimento con una sua dinamica che prevede svolte, anse, anfratti, rischio e incognita. Questa esperienza, profondamente umana, si muove fra “il disordine” e “l’ordine”, rappresentando per me l’idea più autentica di erranza. Ma c’è di più. Tale posizione richiede spesso una ricerca di senso e di sé. Non esiste erranza, a mio parere, che proceda in solitaria e ignori la necessità delle relazioni. Rappresenta spesso una scoperta, uno stupore rispetto all’Altro, comportando fatica e difficoltà nell’incontro e nell’accoglienza.
Nomadi, pellegrini, viaggiatori, gente in cammino, vagabondi, movimenti, scambi. Sono la cifra della contemporaneità? Cosa lasciamo? Dove speriamo di giungere? O basta solo andare?
La mobilità è una forma propria della nostra epoca, prende le mosse dalla lunga e progressiva storia di conquista del nostro pianeta. Penso ai flussi migratori, alla tensione che essi creano. Eppure esistono più forme di mobilità, Marc Augè, lo ripete spesso, quelle dovute a povertà o persecuzione, che si trasformano spesso in forme di sedentarizzazione forzata, campi profughi e altro, e una mobilità che riguarda una élite economica e culturale, che fa del mondo la propria scacchiera. Si potrebbe, quindi, comporre una gerarchia sociale in base alle capacità di mobilità.
In questi anni di Festival da quanti punti di vista hai affrontato l’erranza? Quali sono state le narrazioni più potenti.
All’inizio ci siamo interrogati sulla crisi antropologica che investe la nostra contemporaneità e sui “passaggi “ per affrontarla. Negli anni successivi abbiamo riflettuto sul significato della Dimora, luogo di sicurezza e di residenza, ponendola a confronto con l’Altrove, luogo di rottura e di diversità. In altra edizione la nostra attenzione si è fermata sul tema dello straniero, inteso come dono di conoscenza e fonte d’interrogazione, volgendo lo sguardo anche alla mutevolezza e all’indecifrabilità delle nuvole. La frontiera, il limite e il confine saranno i temi al centro dell’edizione di quest’anno, con inevitabili confronti con l’immagine viva e vulnerabile del Volto.
Secondo te l’errante, l’essere in cammino, perde la memoria? O, invece, andare è un modo per renderla dinamica, arricchirla, ritornarle il potere che il tempo le ha tolto?
Il tema della memoria è legato a quello dell’erranza, ogni sua forma sperimenta sempre un confronto con l’Altro richiedendo l’esperienza di vuoto, lo spingersi nell’ignoto e la creazione di uno spazio interiore. In questa ottica, quindi, ciò che s’intende solitamente per memoria non è di grande utilità. E poi l’essere-per-vianon si conforma a strutture già date, presupponendo uno svuotamento che rinunci alle mappe predefinite e che prediliga l’abbandono all’accumulo, lo scomparire al visitare, il dimenticare al ricordare.
Quanta spiritualità è racchiusa nel procedere verso una nuova meta? E davvero è possibile riuscire a viverla semplicemente mettendo un passo dietro l’altro fino a giungere alla meta?
La “Wanderung”, visione dell’erranza, considera questa come un vagare senza meta, un viaggio digressivo ma non per questo vuoto. La meta, in questo caso, è rappresentata dall’opportunità di rinnovamento, dalla riscoperta della propria identità attraverso il confronto con l’Altro. In questa prospettiva si riconoscono gli sviluppi spirituali. Non sfugge, a riguardo, l’insegnamento del monaco buddista Thich Nhat Hanh nel proporre la Meditazione Camminata. Egli invita a procedere lentamente con il cuore aperto all’esperienza della pace, senza alcuna fretta, perché, ammette, non si sta andando da nessuna parte: “ la meta è ogni passo”.
La parola erranza ha anche il significato di trovarsi in errore , in dubbio, in confusione. Ma non sono tutti stati della mente e del corpo di chi vagabonda?
Ogni cammino prevede un margine di rischio e in una prospettiva pedagogica (dell’erranza), il limite, l’errore e il perdersi, sono considerati elementi fecondi di cambiamento. Quindi, in questa luce, errore e verità, perdizione e riscatto non sono elementi contraddittori e inconciliabili ma facce di un’unica realtà. Accettare di sbagliare senza ritenere di essere “sbagliati” è una grande consapevolezza per la crescita esistenziale. Sentirsi “estranei “ e “fuori luogo” rientra nell’esperienza dell’erranza e incoraggia la ricerca di un sé autentico. L’esperienza del perdersi bussa forte alla porta dell’esigenza di orientarsi.
Infine quali sorprese ti ha riservato questo Festival? Quanto ne sei stato sorpreso e quanto ti hanno portato ad una crescita?
Mi meraviglia come il festival in pochi anni abbia scelto un proprio cammino e abbia posto gli stessi organizzatori nella posizione di riconoscere in itinere i suoi cambiamenti. Sono meravigliato (e contento) che il festival sia riconoscibile a livello nazionale benché giovane, piccolo e dislocato nel sud dell’Italia. Certo, lavoriamo con onestà intellettuale in una cornice di semplicità e di forza ma c’è ancora qualcosa che sfugge, che ci precede, mantenendoci in uno stato di transizione, d’immutata riflessione. Chissà, dipenderà proprio dalla potenza estraniante e creatrice dell’Erranza.
Sul sito del
Festival si legge : “I motivi che hanno
ispirato l’idea del Festival dell’Erranza sono simili a quelli che inducono un
viandante a mettersi in cammino. La sua mente sul principio sarà affollata
di emozioni contrastanti, ma dopo i primi passi, quando l’incedere avrà trovato
il suo ritmo, le idee si saranno disposte probabilmente in modo nuovo. Questo è
il momento nel quale si può riflettere sulla propria scelta. A noi è
capitato qualcosa di molto simile. Dopo aver percorso un buon numero di
cammini, abbiamo riconosciuto la ragione della nostra scelta ed eccone una
sintesi. Il Festival dell’Erranza è il luogo dove s’incontrano viaggiatori,
sportivi, filosofi, religiosi, scrittori e artisti per indagare sull’arte di
girare il mondo, sulla necessità di mettersi in cammino, sulla tendenza al
nomadismo, sull’entusiasmo all’esplorazione, sull’impulso al viaggio e
sulla fatica del migrare. Ci si è disposti così nel corso degli anni
all’ascolto delle loro narrazioni, che hanno sollecitato riflessioni e
inferenze sui temi centrali della modernità. Nell’organizzare gli incontri, si
è armonizzato il contributo artistico con quello di ricerca, la riflessione
filosofica con il resoconto di viaggio. Il Festival si tiene, fin qui, nel
borgo antico di Piedimonte Matese. La scelta è caduta sulla cittadina del
Medio Volturno sia perché è attigua a una tappa storica della via Francigena
del Sud, sia perché rappresenta un centro di forte interesse storico e culturale,
che ha affascinato viaggiatori, studiosi e artisti e, inoltre, in quanto terra
di confine e di accoglienza. Ma c’è di più. Siamo convinti che un festival di
tale matrice debba necessariamente tenersi in uno spazio che recuperi il senso
della storia e della bellezza, che trasmetta vibrazioni di vita e che offra
opportunità di convivialità. Per questi motivi si è scelto come sua
“stazione di posta” elettiva il complesso monumentale di San Domenico, il suo
ampio e ricco Chiostro cinquecentesco, l’Auditorium e la Cappella del Rosario,
congiuntamente alla piazza antistante e al quartiere antico del centro storico
del borgo.”
Per l’edizione 2020 del festival il tema è stato quello della Transumanza con un premio la cui cerimonia si è svolta il 3 di ottobre 2020 per il conferimento del “Premio Letterario Nazionale Festival dell’Erranza 2020” dedicato alla Transumanza, a Piedimonte Matese nel chiostro domenicano del complesso monumentale di San Tommaso D’Aquino
(1)https://www.lostatodeiluoghi.com/alfabeto/erranza/

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