domenica 31 maggio 2020

TRAMA(n)DARE Bominaco. Oratorio S. Pellegrino : Caledario Valvense


Sulla strada che conduce all’abitato di Bominaco , una frazione  di Caporciano  a trenta chilometri di L’Aquila , all’inizio della Piana di Navelli venendo da Sulmona, si incontra un declivo verdeggiante  alla cui sommità, in una fitta pinetina , si osserva quello che rimane di un complesso monastico  benedettino: la chiesa di S. Maria Assunta e la chiesa  di S. Pellegrino.
Le due costruzioni sorgono isolate  in un paesaggio di campagna sovrastato dal monte  Buscito ( 1171 m.slm.) su cui si vedono i resti  di un recinto di difesa fortificato detto il Castello. Sullo sfondo  si vedono anche la Maiella e il Gran Sasso.
Qui si tralasciano tutte le informazioni sul centro di Bominaco e sulla Chiesa di S. Maria Assunta per parlare della chiesa di  S. Pellegrino perché il suo Oratorio  contiene pitture che  che si possono ritenere come la più alta manifestazione  pittorica della regione Abruzzo  nel medio evo tra le quali quello che viene definito il “calendario valvense”La Chiesa di S. Pellegrino  dal nomwe del santo  a cui era intitolato  il primo monastero e di cui  la tradizione vuole che  vi si conservino le spoglie sorge dunque  a pochi passi dalla Chiesa di S. Maria Assunta. Le due costruzioni pur facendo parte dello stesso complesso non hanno nulla in comune. 

L’edificio di S. Pellegrino, su cui abbiamo posto l’attenzione in questa nota dunque  è un’unica aula di forma rettangolare  (mt 18 X 5,80) ed è coperta da una volta a botte  sestiacuta spartita in quattro campate  da arconi di rinforzo  ed è in stile gotico  borgognone come la Badia di Fossanova ( 1208); volta ogivale, abside quadrilatera , lesene sulle quali poggiano  archi acuti.
Alla facciata dell’Oratorio  nel XVIII secolo  fu aggiunto un porticato  a tre arcate frontali e due laterali.
La superficie dipinta cioè la totalità della superficie interna  della Chiesa si aggira sui 470 mq tanto che come afferma Marilena Dander  “ alla rustica veste  esteriore fa riscontro la preziosità dell’interno in tutte le sue parti … la sala  a volta ogivale  appare come un prezioso cofano  policromato  dalla decorazione e dalle figurazioni  pittoriche a fresco  che coprono per intero le pareti e la volta..”
Il primo a segnalare  questo ciclo pittorico  fu il sulmonese Guido Piccirilli  ma si deve al Bertaux una estesa descrizione del Ciclo.
Le descrizioni che seguono  sono tratte dalla sintesi che l’architetto Dander ha fatto degli studi su questi affreschie in particolare sul “calendario Valvense.

IL CALENDARIO VALVENSE
Nella grande varietà di immagini,  che il ciclo di S. Pellegrino presenta, c’è tuttavia una rappresentazione assai rara  e del massimo interesse, cioè un calendario , nel quale oltre al segno zodiacale  e alla rappresentazione dei mesi , sono elencate le festività proprie  della Diocesi di Valva , nell’ambito della quale il monastero di Bominaco era compreso.
I segni dello zodiaco che, come si sa, sono di origine mesopotamica , sono quasi dei geroglifici , convenzionalmente legati ad un determinato mese.  La loro lettura è difficoltosa e pertanto è abbinata  all’evidenza  che le opere tipiche di ciascun mese  o i prodotti del suolo possono costituire  quale richiamo preciso ed inequivocabile.
Fin dalla tarda antichità  classica nei calendari miniati si usava  porre accando ai  segni dello zodiaco  altri elementi, spesso tratti dal lavoro  dei campi, capaci di caratterizzare  il mese in maniera più chiara. L’importanaza che queste immagini  del Medioevo andavano  acquistando si nota a Bominaco  dove alla caratterizzazione  figurativa  propria di ciascun mese , è dato uno spazio e un rilievo uguale  a quello occupato dalle iscrizioni  con il nome del Santo o delle feste da celebrare. A Bominaco si hanno per i primi sei mesi , le altre figurazioni sono disgraziatamente perse, le seguenti rappresentazioni: 

Gennaio : Un uomo seduto in atto di bere da un fiasco
Febbraio : Un uomo in piedi taglia i rami di un albero
Marzo  : Un uomo  seduto che sembra dormire
Aprile : Un uomo in piedi: tiene in mano due fiori
Maggio  Un uomo a cavallo: tiene in mano un fiore
Giugno : Un uomo con un canestro  , si appresta a cogliere frutta da un albero.
L’osservazione del Bertaux è valida per quanto riguarda la mancanza di rapporto tra  le rappresentazioni bizantine  e quelle di Bominaco, ma va poi corretta – secondo il Matthiae - nel senso che nell’oratorio abruzzese , anche se trasferito sul piano monumentale,  il calendario resta legato per la forma esteriore , con la quale si presenta alla miniatura , quindi allo spirito bizantino.
 Sono stati fatti alcuni confronti con i mesi rappresentati  su di un portale di gusto bizantino di S. Marco  di Venezia , che ha qualche  assonanza con il ciclo  di Bominaco.
Altri confronti sono stati fatti con cicli monumentali francesi , come quello di Notre Dame di Parigi, della cattedrale di Amiens , o di Rampillon ove i punti di contatto  sono assai significativi,  anche se non si vede sempre un rapporto preciso.
Versioni italiane di somiglianza si hanno ancora  nel portale della Pescheria del Duomo di Modena , che a sua volta è di derivazione francese , ma sono meno stringenti.
D’altra parte bisogna citare che pochi anni prima a Roma  era stato dipinto sulla parete di un ambiente  annesso alla Chiesa dei SS. Quattro Coronati un calendario  monumentale che ha analogie  con quello di Bominaco più  per la trasposizione in pittura a muro  che per precisi riferimenti iconografici.

GLI AUTORI DEL CICLO
La decorazione dell’Oratorio di S. Pellegrino  non fu eseguita da un solo pittore  e la cosa rientra nella prassi  generalmente seguita nel Medioevo.
Ma la diversità di mano si scopre solo  ad un attento esame della maniera pittorica , nella quale l’episodio o più episodi sono eseguiti.
Il Maestro che nella terza campata  dipinse il calendario  e gli scomparti con profeti, è una personalità distinta dagli altri due ; con ogni probabilità egli si formò su codici miniati , trasferendo una pagina di essi su scala monumentale , senza perdere quel sapore minuto che si apprezza maggiormente,  là dove lo spazio è ristretto. Perciò egli racchiude i cinque patriarchi sotto la stessa incorniciatura  ed archetti tribolati. Nei mesi la vivacità  popolare dei movimenti mantiene  una efficacia descrittiva , anche se filtrata attraverso la miniatura. Forse anche per le cinque figure bibliche  si può pensare ad un modello miniato. Se veramente siano opere dello stesso pittore non è certo,  ma non sembra però più possibile accettare senza riserve l’attribuzione che ne ha fatto il Carli; bisognerebbe pensare che  il pittore, in mancanza di modello da copiare  si sia abbandonato  all’imitazione del Maestro della Passione  con un risultato non troppo soddisfacente.

Ma il particolare modo in cui i mesi sono impaginati e presentati a Bominaco, inseriti in arcate trilobate e vivacizzati da figurine mosse e briose, suggerisce una derivazione più probabile da esemplari miniati, sempre francesi, di gusto marcatamente gotico. Nel complesso l'intero ciclo di affreschi di Bominaco , al di là delle naturali differenze che caratterizzano ogni maestro, resta un prodotto uniforme, realizzato da personalità diverse ma che in fondo parlano un linguaggio molto simile. Questo linguaggio, improntato al naturalismo gotico, sul quale si inseriscono a tratti richiami benedettini e bizantini, reinterpretati però con insolita freschezza, resta una testimonianza ricchissima e sorprendente della stagione artistica duecentesca, prima che la rivoluzione giottesca con "l'invenzione" dello spazio tridimensionale cambi per sempre l'arte italiana ed europea.

RAFFRONTI CON IL CICLO DI FOSSA
L’altro grande ciclo di affreschi del tardo ‘200  quello della Chiesa di S. Maria ad Cryptas a Fossa, anch’essa non lontana da L’Aquila . Come avvenne a Bominaco anche a Fossa costruzione e decorazione  debbono ritenersi coeve. Ora – come giustamente osserva il Gavini -  i due edifici sono sotto l’aspetto formale  assai simili e la data di costruzione  di S. Maria ad Cryptas , un poco più evoluta nella zona presbiteriale , potrebbe almeno in teoria seguire a breve  distanza quella di Bominaco  che è del 1264. Anche a Fossa architettura e decorazione sembrano contemporanee,negando la pretesa caduta della volta , rimasta interrotta per imperizia o per mancanza di fondi.  L’anno 1264 potrebbe essere dunque assunto come termine. Si è detto più volte che i pittori di Fossa conoscevano gli affreschi di Bominaco. La presenza nei due cicli di elementi  iconografici comuni non ci dà la certezza della  priorità di Bominaco , ma la rappresentazione dei mesi a Fossa appare svincolata  dal pretesto del calendario , al quale invece è legato S. Pellegrino , e ciò potrebbe stabilire la priorità del ciclo di Bominaco. S. Maria  ad Cryptas pertanto dovrebbe datarsi  tra gli anni 1264  e 1283.

L’interesse particolare del ciclo di Fossa è che qui sono considerati quei sei mesi ultimi  dell’anno che a Bominaco  sono scomparsi e sono stati  svisati da rifacimenti postumi.  Non c’è più la ripartizione verticale degli spazi come a Bominaco  con terminazione tribolata , caratteristica tipica desunta da un codice miniato ; la sostituisce una intelaiatura architettonica  fatta di colonne ed archetti.  Benché il calendario del secondo semestre a  Bominaco sia  sparito è possibile trovare dei riscontri  iconografici nelle parti che sono state rifatte  , il che vuol dire che chi fu chiamato per eseguire il rinnovamento non solo seguì le tracce  delle antiche ma  se ne deduce che anche il pittore di Fossa  anche per questa parte prese come modello quello che si scorgeva  nel ciclo prima eseguito  , ad una grande distanza da Fossa stessa.
Fossa e Bominaco dunque  con la riproduzione di alcuni motivi comuni fanno supporre , in definitiva , la funzione di  una certa tradizione locale  che caratterizza   un territorio e una storia .

Eremo Rocca S. Stefano  domenica 31 maggio 2020

sabato 30 maggio 2020

STORIA E STORIE DI VIOLENZA Gerard David, Giudizio di Cambise





Gerard David, Giudizio di Cambise (1498; olio su tavola, 202 x 349,5 cm; Bruges, Groeningemuseum)
 Nel 1498 il pittore olandese Gerard David (Oudewater, 1460 circa - Bruges, 1523) dipinse, su commissione del municipio di Bruges che voleva ornare la sala del borgomastro con una serie di tavole, un dittico raffigurante il Giudizio di Cambise. La storia è raccontata da Erodoto: Cambise II, re di Persia, aveva scoperto che uno dei suoi giudici, Sisamne, era corrotto, e questo lo portava a emettere sentenze ingiuste. Cambise lo avrebbe quindi fatto arrestare e condannare a morte mediante scorticamento, e sempre secondo la storia, la sua pelle sarebbe stata utilizzata per foderare lo scranno sul quale avrebbe preso posto il figlio, nominato giudice in luogo di Sisamne, affinché ricordasse tutti i giorni la fine che aveva fatto il padre per la sua corruzione. La scena, cruenta, è dipinta con gli accenni di naturalismo tipici delle scuole nordiche del Rinascimento: gli incaricati di eseguire la condanna sono già al lavoro sul corpo di Sisamne, con uno di loro che sta finendo di rimuovere la pelle dalla gamba (e tiene il coltello tra i denti), mentre altri hanno appena cominciato ad aprirgli braccia e petto. La violenza bestiale della scena è resa ancor più tragica dall’impassibilità di Cambise, che osserva la scena, e dei suoi dignitari, che come lui osservano il tutto senza essere toccati.
La storia della fine del magistrato infedele ci giunge dallo storico greco Erodoto, che la raccontò così: “Sisamne, uno dei giudici reali, fu mandato a morte dal re Cambise per aver emesso per denaro una sentenza ingiusta; Cambise lo fece scorticare interamente e la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce, fu distesa sul trono su cui sedeva per amministrare la giustizia. Dopodiché Cambise, in luogo di Sisamne, nominò giudice il figlio di questi, con l'invito a ricordarsi su quale trono sedeva per emettere le sue sentenze”…Sembra una storia di crudeltà ma anche una storia di un re che esce di senno
Infatti  Fabrice Hadjadj su Avvenire del  18 settembre 2016  scriveDopo la sua conquista dell'Egitto e la ferita sacrilega inflitta a un toro di Apis, il re diventa se possibile ancora più crudele e anche i suoi sudditi persiani, per quanto abituati alle atrocità, lo credono pazzo. Corrucciato dalla voce della sua follia, il re convoca il suo fedele consigliere Pressaspe e gli dice con calma (III,35) : «E tu adesso impara se i Persiani dicono il vero o se sono loro fuori di senno, quando parlano così. Ora io scaglio una freccia contro tuo figlio, là in piedi sulla soglia, e se lo centro in mezzo al cuore sarà chiaro che i Persiani parlano a vanvera; se invece lo sbaglio vorrà dire che i Persiani hanno ragione e che io non sono sano di cervello». Disse così, tese l'arco e colpì il ragazzo, che cadde a terra; quindi ordinò che gli si aprisse il petto e si osservasse il punto colpito; stabilito che la punta era penetrata nel cuore, si rivolse ancora al padre del ragazzo e ridendo gli disse pieno di buon umore: «Pressaspe, ora hai la prova che non sono pazzo, che sono i Persiani a sragionare. Dimmi, hai mai visto nessuno al mondo così preciso nel tiro con l'arco?». 
Allora Pressaspe, vedendo Cambise del tutto fuori di senno e temendo per la propria incolumità, gli rispose: «Signore, credo che neppure il dio in persona potrebbe tirare con l'arco così bene». La scena è perlomeno sorprendente e racconta (…)  ciò che accade quando si regna con il terrore (fosse anche per buoni motivi, come la lotta contro la malversazione). Ci si accorge anche che a cotanto padre non segue necessariamente un figlio degno: Ciro il Grande è una figura messianica nella Bibbia, e quando Senofonte scrive la sua Ciropedia, lo presenta come quello che ha ricevuto l'educazione ideale dei principi - come dunque è possibile che il suo erede vada a finire così male? Ma c'è un altro aspetto, più attuale ancora. Cambise dimostra che non è pazzo grazie ad una prodezza che consiste nell'uccidere il figlio sotto gli occhi del padre, invitando poi quel padre a rallegrarsi di tale prodezza “divina”, un Guglielmo Tell rovesciato.”
Per quanto riguarda invece la condanna del giudice infedele che il dipinto raffigura va detto  che lo  scorticamento è una pratica antica. Esistono resoconti di scorticamenti praticati dagli Assiri sui nemici e i capi ribelli catturati, con conseguente affissione della pelle sulle mura della città, come monito a chi volesse sfidare il loro potere. In Messico gli Aztechi scorticavano le vittime dei sacrifici umani rituali, in genere dopo la loro morte. Bruciare o tagliare la carne attaccata al corpo faceva talvolta parte dell'esecuzione pubblica dei traditori nell'Europa medioevale. Un simile metodo di esecuzione fu usato in Francia fino ai primi del 1700; un tale episodio viene narrato vividamente nel capitolo iniziale di Sorvegliare e punire di Michel Foucault (1979).
Ma parliamo delle due tele che compongono questa opera  di Gerard David. Appena entrati nel Groeningmuseum di Brugge l’attenzione non è attirata dalle fantastiche pitture di Hieronymus Bosch o dalle splendide tavole di Jean Van Eyck.
Lo sguardo si concentra subito su due grosse tavole olio su legno, (159 x 182 centimetri) di
Gérard  David ” Il giudizio di Cambise”.
Un  brivido percorre la pelle  dello spettatore: si assiste infatti allo scuoiamento di un uomo vivo.
Lo stesso sgomento dovevano provare i giudici e i borgomastri quando entravano nel municipio di Bruges ove le due tavole si trovavano in origine nella sala  degli scabini .
L’opera, datata 1498, ed erroneamente definita come “l’ultimo supplizio”, fu ordinata dalle autorità comunali di Bruges con lo scopo di consigliare ai giudici ed agli “aldermen de Bruges” di applicare in modo imparziale la giustizia.
Gerard David (1460-1523), uno degli ultimi maestri della scuola di Bruges, in queste due tavole, tratte da un racconto di Erodoto, raffigura il giudizio del re Cambise  di Persia nei confronti di un giudice corrotto di nome Sisamne.
IL Re in persona è presente all’ arresto e lo condanna alla “scuoiazione da vivo” e sempre alla sua presenza inizia l’orribile tortura.
Una vera ed accurata lezione di anatomia si presenta ai  occhi dell’ osservatore descritta con fredda ed esemplare crudeltà.
La pelle del giudice viene poi usata per rifoderare il seggio del giudizio a monito per i futuri giudici contro la tentazione della corruzione, come si evince dal pannello di destra in alto.
Certamente un opera discutibile che non risulta fra le migliori del pittore olandese, tuttavia suscita interesse, impressione  e curiosità.
Chi sa se sortirebbe lo stesso effetto se  la mettessimo  all’ ingresso dei nostri municipi o  dei palazzi del potere per combattere la corruzione ? (1)
 Gerard David (Oudewater, 1460 circa – Bruges, 13 agosto 1523) è stato un pittore olandese. Nacque a Oudewater, adesso localizzata nella provincia di Utrecht. Si trasferì a Bruges nel 1483, presumibilmente proveniente da Haarlem, luogo nel quale aveva già formato un suo stile artistico giovanile sotto la direzione di Albert van Oudewater. Ha esercitato la sua carriera a Bruges, dove divenne membro della gilda, nel 1484, e dopo la morte di Hans Memling, avvenuta nel 1494, ottenne il ruolo di maestro. Morì il 13 agosto 1523, quando ormai era uno dei più noti cittadini di Bruges; le sue spoglie vennero sepolte nella chiesa di Nostra Signora
Nei suoi primissimi lavori, David ha seguito le impronte degli artisti di Haarlem, quali Dieric Bouts e Geertgen tot Sint Jans, dimostrando, sin da allora, una maggiore energia e originalità nell'impostazione dei colori. Nel primo periodo belga, studiò e copiò i capolavori di Jan van Eyck, di Rogier van der Weyden e di Hugo van der Goes. Tra le opere giovanili l'Adorazione dei Magi agli Uffizi (1495 circa). In seguito venne a contatto con il maestro Memling, che più di ogni altro lo seguì nel suo percorso evolutivo e creativo. In età matura, un altro grande esponente della pittura fiamminga, Quentin Massys, attuò una certa influenza su David, nell'occasione della sua visita ad Anversa, dove restò impressionato dalla enorme vitalità della concezione delle tematiche sacre. Non è un caso che la Pietà dipinta da David, conservata alla National Gallery londinese, la realizzò sotto questa suggestione. L'artista aveva già ottenuto, a quel punto della carriera, un discreto successo con una serie di quadri, come le Nozze mistiche di santa Caterina (National Gallery), il Polittico di San Gerolamo della Cervara (galleria Brignole-Sale a Genova), l'Annunciazione (Collezione Sigmaringen) e la Madonna con angeli e santi (Musée des Beaux-Arts di Rouen) .Soltanto un numero ridotto di opere, tra le quali spiccano il Giudizio di Cambise e la Trasfigurazione, è rimasto a Bruges, mentre tutto il resto è sparso in giro per il mondo. Il motivo si può ricercare nell'oblio in cui è incappato il suo nome nonostante il livello alto della sua arte. Resta da sottolineare il fatto che, negli anni della carriera di David, la città di Bruges e i suoi pittori erano considerati un punto di riferimento per l'arte mondiale, inoltre le località fiamminghe vissero, allora, un'epoca d'oro anche dal punto di vista commerciale e politico. Gli elementi fondamentali della sua pittura, un po' più aperta alle innovazioni rispetto a quella del suo maestro Memling, sono stati una nitida severità negli schemi, un buon numero di nuovi caratteri psicologici e formali, una tendenza paesaggistica anticipante Joachim Patinir, il criterio di raggruppare o isolare i personaggi, il gusto dei costumi fantasioso, la forma, la liricità interiore e la descrizione fisica dei personaggi (2)

Compì la sua formazione a Oudewater, nelle Fiandre settentrionali, ma notizie certe sulla sua attività si hanno solo riguardo agli anni di Bruges.   Fin dall'inizio, l'arte di David si espresse in figure salde e scultoree, rappresentate entro paesaggi naturali di straordinaria verosimiglianza.
Fu attento alle più diverse influenze: la Natività (Budapest, Museo) e la Madonna del latte (Madrid, Museo Lázaro Galdiano) risentono della pittura di R. Van der Weyden le due tele con Adorazione dei Magi (Firenze, Galleria degli Uffizi; 1495, Bruxelles, Musées Royaux des Beaux-Arts) sono vicine a Hugo van der Goes;  l'Albero di Jesse (Parigi, Louvre) e le Storie di Cambise e Sisamne, eseguite nel 1498 per il palazzo comunale di Bruges (che risulta il suo più antico dipinto datato), sono riferibili alla tradizione olandese. Antecedenti al dittico del 1498 si riscontrano tavole e polittici, nei quali la semplificazione anatomica e la composizione tradiscono l'influsso di pittori delle Fiandre settentrionali, quali Geertgen Tot Sint Jans o Dierick Bouts (si vedano ad esempio le versioni della Natività conservate a New York, Metropolitan Museum of Art; a Budapest, Szépmüvészeti Muzeum; e a Cleveland, Museum of Art). Lavorò per committenti liguri (polittico per S. Girolamo della Cervara, di cui si conservano alcune tavole a Genova, in palazzo Bianco).

Le opere della maturità (Vita di S. Nicola e Vita di S. Antonio, collezione L. Loyd; l'Adorazione dei Magi, collezione privata; le Nozze di Cana, 1503, Parigi, Louvre; il trittico con il Battesimo di Cristo, ca 1502-05, Bruges, Museo municipale; Vergine fra le pie donne, 1509, Rouen, Museo; il Riposo durante la fuga in Egitto, Madrid, Museo del Prado) rivelano una personalità ben definita nel vigore plastico delle forme e nell'intensità del colore.
Negli anni 1500-1510, David conferì alle sue composizioni cristalline forme geometriche, accentuando al contempo l'illusionismo spaziale e la monumentalità dei personaggi: era l'effetto di una rimeditazione sui capolavori di Jan van Eyck (Nozze mistiche di santa Caterina, National Gallery, Londra), ma anche di un influsso italiano. È in questo momento che viene infatti collocato l'ipotizzato viaggio in Italia, durante il quale avrebbe eseguito il grandioso polittico per l'Abbazia di Cervara (Genova) datato 1506, poi smembrato (la Madonna in trono, il San Benedetto e il San Girolamo sono ora a Genova, Museo di Palazzo Bianco; la lunetta con Dio Padre è al Louvre; le due tavole dell'Annunciazione si trovano al Metropolitan Museum of Art di New York).
Le opere posteriori al 1510, pur di impeccabile perizia tecnica, attestano un parziale ripiegamento sullo stile dei primordi. (3)

(2)"Atlante della pittura - Maestri fiamminghi" di Luigi Mallé, ediz. De Agostini, Novara, 1965 (alla pag.33 - voce "Gerard David")
Eremo Rocca S. Stefano sabato  30 maggio 2020

venerdì 29 maggio 2020

STORIE E VOCI DAL SILENZIO La “vecchiaia” di Cicerone



C’è tutta la saggezza e la dignità della  vecchiaia in “Cato maior de senectute”  che è anche uno dei testi più importanti dell’antichità. Si tratta  di un ammonimento ad  un’epoca che non sa più invecchiare. E’  il breve testo che  Cicerone  scrive appena prima dell’uccisione di Cesare, in un periodo per lui pieno di amarezze. Sceglie a portavoce Catone, ottantaquattrenne protagonista del dialogo, figura di intatta autorevolezza e di forte prestigio politico. “La vecchiaia” poi come una specie di reportage  si avvale  di una serie di  exempla scelti tra i grandi personaggi del mondo greco e, soprattutto, dell’eroico passato romano, andando così oltre il “semplice” trattato teorico sulla vecchiaia, arrivando a essere un concreto strumento di propaganda politica.

Quest’opera  è la riproposizione della moralita antica, il recupero dei valori positivi della vecchiaia e la creazione di un supporto filosofico per la sempre piu contestata e minata egemonia aristocratica sono piu evidenti nel CatoMaior, la testimonianza piu preziosa del dibattito sulla vecchiaia nella seconda meta del I sec. a.C.
Inoltre  in quest’opera Cicerone attingendo alla letteratura greca recupera la concezione omerica della vecchiaia che per il grande poeta era  una normale fase del ciclo dell’esistenza .La «buona vecchiaia» è una concessione degli dei  ed è quasi un compenso alla “ buona “ vita vissuta perché in quel caso  apporta vantaggi  sociali,  rispetto e riverenza, la decadenza fisica e compensata dalle virtu acquisite (esperienza, saggezza, eloquenza). Ed è quasi una consolazione per se stesso in quanto Cicerone al pari di Nestore, si immedesima in Catone che è un paradigma di vecchio saggio e lucido.

Cicerone mette sulla bocca di Catone affermazioni  come quelle che la  vecchiaia, essendo un’inevitabile tappa della vita non va vista in modo negativo ma accettata con serenità. La vecchiaia è un’età  che sembra disarmata ma in realtà ha dalla sua parte  eccezionali qualità come la conoscenza e la virtù. Ed è soprattutto ormai libera da ogni incombenza come per esempio quella della lotta politica  che a quell’età non ha più senso.  Ci sono però infondate opinio0ni secondo  Catone che la vecchiaia soffra di problemi  del tipo : “    la vecchiaia allontana dalle occupazioni ; rende debole il corpo; priva quasi di ogni piacere;non è molto lontana dalla morte “ A queste problematiche Catone risponde affermando  che  “anche se la vecchiezza indebolisce il corpo, esistono anche attività per l’anima. Le cose grandi non si fanno con l’agilità del corpo ma col senno, l’autorità, col far valere le proprie opinioni. È vero che diminuisce la memoria, ma solo se non viene esercitata, inoltre le cose che stanno a cuore in genere vengono ricordate. Viene preso come esempio Sofocle che diventato vecchio ha continuato a scrivere tragedie come l’Edipo a Colono,e a questi aggiunge i nomi di Platone, Pitagora, Isocrate e tanti altri che hanno continuato le loro attività anche da vecchi.”

Fausto Pagnotta nella pagina del sito ufficiale della Società Internazionale degli Amici di Cicerone  legge l’opera di Cicerone sulla vecchiaia  richiamandone alcuni punti  essenziali capitolo per capitolo in questo modo : “Opera filosofica in forma di dialogo, dedicata a Tito Pomponio Attico (Cato 1-3; Att. 14,21,3; 16,3,1; 16,11,3), si considera in genere composta nei primi mesi del 44 a.C., di certo il terminus ante quem è l'11 maggio del 44 a.C. data di Att. 14,21,3 dove Cicerone scrive Legendus mihi saepius est "Cato maior" ad te missus. Il dialogo è ambientato nella casa di M. Porcio Catone il Censore, nell'anno 150 a.C., dove Catone, ottantaquattrenne, tiene una conversazione sulla vecchiaia alla presenza dei giovani P. Cornelio Scipione Emiliano e C. Lelio. Nella dedica ad Attico (Cato 1-3) Cicerone attribuisce al dialogo una funzione consolatoria, di sollievo dal comune peso degli anni e dalle angosce della vita. Nell'idealizzazione dell'immagine di un Catone cultore dei valori dell'humanitas Cicerone rappresenta tratti della propria personalità. Fin da subito Catone afferma che lamentarsi della vecchiaia è da stolti poiché essa dipende dalla natura e l'uomo non può naturae repugnare (Cato 5). La conoscenza e l'esercizio delle virtù in ogni età, insieme alla consapevolezza di una vita ben spesa, sono i rimedi più efficaci per una buona vecchiaia (Cato 9). La vecchiaia appare ai più portatrice di infelicità perché allontana dalle occupazioni pubbliche, perché rende più debole il corpo, perché toglie ogni piacere, ed infine perché porta alla morte (Cato 15). Per ognuna di queste motivazioni Catone sviluppa una confutazione. Prima di tutto egli afferma che non è vero che da vecchi non si hanno più occupazioni, poiché ci si deve dedicare con il proprio consilium ai concittadini e in particolare all'educazione dei giovani (Cato 16-26, 28-29). Per quanto riguarda le forze fisiche, esse sono soggette alla natura, è quindi inutile lamentarsi, tuttavia grazie ad un moderato esercizio fisico e alla temperanza nei costumi si possono preservare (Cato 34). Nella vecchiaia restano invece in buone condizioni, se esercitate, le facoltà dell'ingegno (Cato 38). Il fatto che la vecchiaia tolga i piaceri, per Catone rappresenta un praeclarum munus aetatis poiché libera dagli affanni giovanili causati dalle voluptatis avidae libidines (Cato 39) pericolose per sé e per la patria. Bisogna dedicarsi piuttosto a quei piaceri da cui si trae utilità unita al beneficio per l'animo, di qui l'elogio dell'agricoltura nella contemplazione del ciclo di semina, nascita e crescita della vite che dona poi preziosi frutti (Cato 52-53). Tutto questo nel ricordo di eminenti personalità della storia di Roma quali ad esempio L. Quinzio Cincinnato e M. Curio Dentato che alternavano attività politica e agricoltura (Cato 55-61). Una chiara analogia tra la sapientia necessaria a coltivare gli affari dello Stato e quella necessaria a coltivare i campi, entrambe bisognose di prudentia e di temperantia. Catone infine confuta la paura della morte (Cato 66-85) argomentando che essa, comune ad ogni età, è naturale nella vecchiaia, mentre è evento violento nella giovinezza (Cato 71). Egli si dice contrario al suicidio citando l'autorità di Pitagora, poiché è contro natura e contro gli Dei (Cato 73). Infine Catone esprime la sua adesione alla concezione dell'immortalità dell'anima come premio riservato a coloro che hanno trascorso una vita virtuosa per sé e per la patria (Cato 77-85), portando beneficio all'umanità, un chiaro richiamo di Cicerone al Somnium Scipionis.

Certo la vecchiaia di Cicerone era una vecchiaia di elite di fronte ad una mortalità  nel mondo greco romano . nell’antica Roma era di circa 40 anni, sebbene siano numerose le fonti letterarie che tramandano i nomi di “venerabili vecchi” come il centenario Quinto Fabio Massimo o Terenzia, prima moglie di Cicerone, morta a 103 anni.
Anche se è difficile fare stime attendibili, sulla base di iscrizioni sepolcrali e di papiri, possiamo dire che in età imperiale i Romani ultraquarantenni costituivano il 25% della popolazione, mentre oltre un terzo era formato da giovani di età inferiore ai 15 anni. Sembra, infine, che gli ultrasessantenni non raggiungessero il 6% della popolazione. 

Giuseppe De Rita nel commentare quest’opera di Cicerone  conia il termine “vecchiaia di massa” in quanto evocativo di quello che avviene nella società odierna dove c’è un grande affollamento di persone anziane che una volta erano quelli che avevano superato i 65 anni (la terza età) mentre oggi, grazie all’allungamento della vita, abbiamo anche una quarta e persino una quinta età. Proseguendo così :” De Rita prosegue: “Nella nostra società iperindividualista tentata dal giovanilismo la vecchiaia è socialmente rifiutata e individualmente rimossa. I vecchi vengono lasciati nella solitudine in quanto la vecchiaia è diventata una “transizione personale” con una continua discesa di gradini inavvertiti di declino. L’effetto principale della transizione è che l’anziano diventa giorno dopo giorno “altro da noi”, perde cioè occasioni di sodalità e quote di relazionalità a piccolo e medio raggio. La perdita della relazione, causa ed effetto della solitudine, produce allora una alterità dell’anziano: lui si sente diverso da chi lo circonda e tutti lo sentono dentro un mood psicologico poco comprensibile alla comunità.”(…) concludendo che “la pienezza della vita si realizza solo nella continua fedeltà non a se stessi, come talvolta retoricamente si dice, ma all’oggetto della nostra vita: e l’oggetto è ciò in cui siamo stati chiamati a fare vicenda umana. Quindi fedeltà alle scelte culturali e professionali, al proprio lavoro, alle proprie relazioni umane.” … “legarsi alla fedeltà all’oggetto significa assolvere al mandato di portare avanti un pezzo del processo evolutivo di tutta la società. Non è un cattivo modo di invecchiare, è anzi una coerente preparazione al finale ‘tutto è compiuto’ dove non si evoca il dissolvimento nel nulla ma il compimento di una vita piena, degna, portatrice di frutti.”

Di opinione opposta era  Giacomo Leopardi che nei Pensieri scrive : “«La morte non e un male: perche libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri. La vecchiezza e male sommo: perche priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti, e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza» anche se Il topos dell’odio della vecchiaia prima desiderata e frequente nella letteratura greca e latina (cf. ad esempio Cic. sen. 4, quam [scil. senectutem], ut adipiscantur omnes optant, eandem accusant adeptam; tanta est stultitiae inconstantia atque perversitas)

 Ma ci si potrà tornare  su questi temi senza dimenticare un altro contributo che è quello  sulla bellezza della vecchiaia tratta da  un brano di un’opera di Seneca  Epistulae Lucilium  12 .

Eremo Rocca S. Stefano  venerdì 29 maggio 2020