A dieci anni dal terremoto
del 2009 ho raccontato in versi nel
volume SIMIMESIS edito dalla Daimon di L’Aquila con la prefazione della dott.ssa
Maria Rita Ferri psicoterapeuta psicoanalitico una storia d’amore per una città .
SIMIMESIS è la
trasposizione letteraria di due
concetti uno musicale uno filosofico.Il
DIESIS e il BEMOLLE sono due alterazioni musicali .
In particolare il DIESIS
è un’alterazione in senso
crescente dell’intonazione della nota cui si riferisce .
Il MIMESIS è una imitazione ,una rappresentazione
Messe assieme
vogliono dire una imitazione , una rappresentazione alterata e crescente della parola poetica che è sempre parola d’amore perché si dà, si dona
da se stessa e per se stessa facendo nascere qualcosa di nuovo, nel senso di
dare origine , nel senso di dare vita .
Oltre alla prefazione
contenuta nel libro Maria Rita
Ferri ne ha voluto fare anche una lettura psicoanalitica per la quale la
ringrazio di cuore e che riporto di seguito .
La poesia di Valter Marcone dà voce a qualcosa di intimamente
lacerato, come se l’Io avesse sue parti di tessuto sottile che l’incuria della
terra e del tempo abbia ferito.
Egli riannoda sottili fili di luna improvvisamente
interrotti da un incontro di pietra. Questo il suo scopo nei versi.
E se è muto ogni
muro, la sua poesia è incontro tra pietra e luna.
E la sua è poetica del passaggio, poetica della parete di
seta che non si poggia, seguendo un respiro accennato.
Fermo sul luogo della perdita dove la memoria fa forza al
reale, la sua poesia ha i colori di ciò che è vero e impedisce che il vuoto divori
il reale.
Nei suoi versi la memoria, infatti, è sempre memoria di
sostanza, di ciò che non muore. Il ricordo può forse sfumarsi e crudelmente
svanire, ma la memoria ha cuore e quindi può forse attendere, sostando nella
perdita, che torni il fuoco della Fenice e ci restituisca dall’ombra la vita.
La sensibilità del poeta nasce, fra l’altro, forse
dall’esperienza di aver presto conosciuto la caducità della vita (che ne fa
anche la sua forza).
Egli certo conosce la perdita e l’amore silenzioso, ma
non si abbandona mai al sogno perché la realtà dei muri interrotti delinea
confini alla sua rêverie, che si
estende invece nei campi, nel grano, dove trova dimora per avvolgere i suoi
sogni correnti.
Scrivendo d’amore per i suoi luoghi, egli vive in un
ineffabile passaggio tra passato e sogno, nel mondo transizionale dove solo è
possibile creare senza i limiti di un matematico esistere.
La sua poesia è lettura di senso delle ombre e luci sui
muri del paesaggio, che nel suo sentire ha il nome amico della terra.
Nel suo scenario ogni oggetto è solitudine, il resto
antico di un dialogo con la luna.
Gli oggetti sono corrosi non dal tempo, ma dalla terra
che infranse il legame con i sogni, oggetti testimoni antichi che attendono che
la luna li ricomponga.
Il suo essere resto, ne fa l’immagine dello slegamento,
ma anche raffigurazione di qualcosa di universale, ha il sapore delle bottiglie
di Giorgio Morandi, dove però è il tempo e non la terra ad aver cancellato
l’umano discorso.
La piccola poltrona, presente sulla copertina, come le
immagini delle bottiglie di G. Morandi, assurge a livello di icona che trattiene il tempo. A mio avviso,
raggiunge, in quanto ultima, la sua capacità raffigurativa di attesa, raccontando
una aristocrazia della sosta e rimanendo, come noi, da quella notte, in attesa
che “…un simbolo giunga a trovarci…”.
In Valter Marcone è presente, a volte, il sorriso amaro
di chi non cerca consolazione e non ne trova se non nelle pause dove dimora il
dolore.
Egli trova il coraggio di negarsi ogni illusione, nello
scendere nel pianto muto di una città dove la siepe Leopardiana non si legò più
al cielo. Una città che rinunciò, d’emblée, alla sua espansione, concentrandosi
in un attimo di muro.
Sono le “case immobili” di Francoise Minkowska.
Valter Marcone è, dunque, il sognatore di aperture e del
ricongiungimento. Egli, pertanto, ci mostra una città senza luna, senza
promesse di paesaggio, avvolta in una solitaria neige vide, dove il legame è del tutto intimo.
Il poeta coglie ardentemente questo perdersi di senso nel
paesaggio di una città che diviene popolata non più di oggetti ma di cose,
quando l’oggetto perde il suo simbolo, la sua intenzione di essere-con, è un
oggetto morto.
La voce del poeta è di chi non teme il dolore e cerca il
vero, perché sa che da lì, e solo da lì, può tornare “l’antica madre che
raccoglieva le nostre rappresentazioni disperse” ( M. R. Ferri, “Pensare il
sisma”).
Attraversa la lunga notte di anni che, come un manto, ci
avvolge ancora, e che da allora mantiene intatta la sospensione in attesa di un
ritrovamento d’alba.
Riconosce il volto della città come il volto della madre
amato e perduto.
Egli fa dell’arte del ridurre il suo canto: poesia
dell’omissione di ciò che può oscurare l’essenza.
Il suo è il racconto dello slegamento oggettuale
dall’intero, in un paesaggio infranto, che interrompe l’essere.
Egli ci restituisce ciò da cui nacque lo stupore notturno
che non ha simboli, né trova rappresentabilità, ci restituisce il freddo di una
caducità divenuta realtà d’emblée,
oggetti divenuti cosa, senza legame tra loro, più. Usci senza vita e silenzio
come cenno di fine.
Il topos che ha perduto la memoria è paesaggio d’ombra in
cui, perduta la ricerca, rimane l’attesa.
Graffiante la voce del poeta, segue i muri e le pietre di
ogni casa, segna il suo essere per sempre lì.
Passi immobili e mai fermi seguono l’immobilità di un
tempo-spazio e icona solo nei muri di A. Tàpies. Ogni verso, infatti, è
incisione su un muro per testimoniare, per far vivere ancora ciò che svanisce
tra le dita. Come A. Tàpies, anche Valter Marcone ha come valore profondo la
coscienza d’essere, di cui il verso
come il graffio, il segno, sono rappresentazione.
Questo culto dell’esser-ci
è atto d’amore del poeta e del pittore, culto dell’orma lasciata dall’essere, ritrovata e liberata dalle mille
forme del non-essere.
La poesia di Valter Marcone è metafisica della perdita.
Cancella d’emblée ogni consolazione, rigetta il mondo dei
sogni: la sua attesa è pura attesa e in quanto tale concentra il suo esser-ci.
I suoi versi sono orme di un mondo interrotto, ne conservano
la fragranza, sono testimoni di un sentimento d’identità e di legame.
Come per A. Tàpies, anche in V.Marcone ogni segno è
memoria, custode di un passaggio d’essere,
ne conserva il respiro e lo pone in una trascendenza in cui non può morire.
I versi di Valter Marcone, infatti, graffiano i luoghi
della mente, inscrivono in essi il nome amato.
Egli descrive come la città divenne un luogo senza topos
e la mente perdette il suo scrigno.
Questo suo libro ha il sapore di un grande muro di A.
Tàpies dove il gesto, o il verso, è già segno di un per sempre, o di un ricordo solitario.
I segni di A. Tàpies sono urla mute e orme di passi non
conosciuti dell’essere, egli, come
artista informale, elimina tutto ciò che eccede per far emergere il vero. E
così Valter Marcone.
Se in A. Tàpies il muro è la mente che non dimentica, nel
poeta il libro è il ricordo di chi ama ed estende l’attesa, mettendo insieme
oggetti silenziosi e caduti, e ne coglie l’incanto ed il tempo nella fragilità
che si oppone.
Il lungo ricordo del libro ricolloca, slegati dal sisma,
oggetti amati un tempo ed oggi ancora, divenuti icona di una vita d’altri tempi.
Mentre l’arte di A. Tàpies è un sogno di senso, in cui
graffi, segni, orme e aspetti materici sono legati in tale segno e sottratti al
loro lento svanire,i versi diV. Marcone sono essi stessi uscio, scalinata,
viottolo tra case, piazze di sole, possiamo dire che il suo verso si fonde con
la materia, perché in essa è l’anima e il senso, sia pure nella sua forma ora
scissa; egli non è mai altrove.
Egli vive con la città. E’ egli stesso la voce della
città resa muta dal lungo cedere della terra.
Le sue parole toccano come dita le emozioni incise sulle
mura, in ogni pietra che, nel rimanere, non diviene mai rovina. Egli descrive un nuovo paesaggio senza luce ma
con il dolore di essere un resto, nello stupore di un ritmo cosmico che cessò.
Unire il proprio dolore a quello degli usci, di ogni
pietra o angolo di muro o piccola piazza, è il poema di Valter Marcone, il suo
scritto d’amore.
Nello scegliere con M. Heidegger di esser-ci, scegliere “il vero regno dell’essere”, ovvero l’esistenza
autentica, rinunciando a risonanze della forma, è tremare con la terra.
Ed ogni elemento strutturale, nei suoi versi, infatti, è
la concettualizzazione di una scelta di silenzio, di porsi in ascolto di una
città che non tace un nuovo inizio.
La sua poesia, come la poetica di A. Tàpies, è una
ritrarsi dal fenomenologico per immergersi nell’immanenza d’essere.
Nei suoi versi, infatti, Valter graffia l’apparire
dell’oggetto fino a giungere alla sua realtà noumenica, il vero celato
dall’apparire.
E’ il nucleo vivo
della città cui egli giunge e di cui si prende cura e pone al riparo nei suoi
versi.
Allo slegamento del cosmo che il sisma compose, Valter
Marcone risponde con un legame tenace al vero, al particolare, alla storia
degli spazi e degli sguardi.
Il suo aderire, attraverso i suoi versi, al mondo
oggettivo, è il proprio modo di avvolgerlo, di ripararlo e di ricostruirlo
attraverso un atto d’amore, donando la propria soggettività all’oggetto ferito,
accoglierlo e averne cura.
Egli attinge al suo sentire come “acqua primigenia”per
cancellare gli urti e rivelare la dignità mai perduta del suo oggetto amato:
cullare
l’inconscio della città in un legame che Valter Marcone
non scioglie, mai. Egli cinge, abbraccia con la sua soggettività estesa su ogni
pietra, su ogni uscio, la città-oggetto-d’amore.
C’è un per-sempre nelle sue poesie che non è promessa, ma
racconto di radici appassionate, è il suo esistere intimamente con lei: la sua-
nostra città.
Per questo possiamo certo affermare che “Mantieni il
bacio” è il giusto titolo della raccolta di versi di Valter Marcone.
Dott.ssa Maria Rita
Ferri
Psicoterapeuta
Psicoanalitico


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