venerdì 15 maggio 2020

GRAMSCIANA Contro il pessimismo




Così titolava Antonio Gramsci l’editoriale pubblicato in grande evidenza nel secondo numero del rinato “L’Ordine Nuovo”. Era il 15 marzo 1924. Il primo del mese, il primo numero della nuova serie si apriva con un altro editoriale, Capo, tutto dedicato a un confronto tra Lenin e Mussolini, tra la dittatura del proletariato e la dittatura fascista. Lenin era morto da pochi giorni, il 21 gennaio, e tutto il presente poteva apparire, a un militante comunista in esilio, sotto una cattiva stella. Eppure, con quella combinazione tra l’analisi comparativa di fascismo e comunismo, e la netta critica del pessimismo, Gramsci si ripresenta sulla scena italiana – rientrerà solo in maggio, grazie all’immunità garantitagli dall’elezione alla Camera dei deputati – tentando di rianimare le truppe disperse e disanimate del piccolo partito nato tre anni avanti a Livorno.

Così inizia Contro il pessimismo: occorre
fare un esame di coscienza, un esame del pochissimo che abbiamo fatto e dell’immenso lavoro che ancora dobbiamo svolgere, contribuendo così a chiarire la nostra situazione, contribuendo specialmente a dissipare questa oscura e grave nuvolaglia di pessimismo che opprime i militanti più qualificati e responsabili e che rappresenta un grande pericolo, il più grande forse del momento attuale, per le sue conseguenze di passività politica, di torpore intellettuale, di scetticismo verso l’avvenire. Questo pessimismo è strettamente legato alla situazione generale del nostro paese; la situazione lo spiega, ma non lo giustifica, naturalmente. Che differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, tra la nostra volontà e la tradizione del partito se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia, quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente, per impulso irresistibile, e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante posizione della mosca cocchiera?

Pessimismo era dunque, in quel momento, sinonimo di quella terribile mistura di fatalismo e passività, contro la quale Gramsci lottò lungo tutta la sua vita di giornalista e politico, fuori e dentro il carcere. Allora egli si trovava a Vienna, ed era difficile dire cosa rimaneva, a quella altezza, della “rivoluzione russa” del 1917. Proprio pochi giorni prima (15 febbraio 1924) l’Unione sovietica era stata riconosciuta ufficialmente dal governo italiano come l’unico potere «legalmente esistente in Russia»: una modificazione decisiva nei rapporti tra movimento comunista e politica internazionale era dunque in corso, e Gramsci ne era certamente consapevole. Ciò nonostante, “contro il pessimismo” egli ritiene di potere e dovere rilanciare l’opposizione tra Stato operaio e Italia fascista, e con essa la lotta contro l’idea che ormai gli avvenimenti giocavano a sfavore di qualsiasi iniziativa politica autonoma da parte dei comunisti italiani.
Quali erano le basi dell’atteggiamento di Gramsci? Sprovvedutezza temerarietà fanatismo? Proviamo a distinguere la questione nei suoi termini generali, dal modo in cui essa si presentava in quel particolare frangente. Non vi è dubbio, a mio modo di vedere, che sul terreno generale Gramsci avesse ragione di far notare che l’attitudine pessimistica non è mai giustificata, per almeno due ragioni: perché, se anche esprime una condizione di sconfitta, contribuisce nei fatti a perpetuarla; e perché (e questa ragione è decisiva) il pessimismo e il suo contrario, l’ottimismo, sono in fondo lo stesso atteggiamento: quello che pensa il ruolo della politica come qualcosa di differente e di staccato dalla storia, per cui quando la storia è “in ebollizione” si mette “alla testa” del movimento (ma in realtà crede o si arroga il diritto di farlo, dato che non ha fatto nulla per suscitarlo), e quando la storia “stagna” cade nell’autocommiserazione e nella letargica attesa che i bei tempi si decidano a tornare, un giorno…

Eremo Rocca S. Stefano  venerdì 15 maggio 2020


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