Così
titolava Antonio Gramsci l’editoriale pubblicato in grande evidenza nel secondo
numero del rinato “L’Ordine Nuovo”. Era il 15 marzo 1924. Il primo del mese, il
primo numero della nuova serie si apriva con un altro editoriale, Capo,
tutto dedicato a un confronto tra Lenin e Mussolini, tra la dittatura del
proletariato e la dittatura fascista. Lenin era morto da pochi giorni, il 21
gennaio, e tutto il presente poteva apparire, a un militante comunista in
esilio, sotto una cattiva stella. Eppure, con quella combinazione tra l’analisi
comparativa di fascismo e comunismo, e la netta critica del pessimismo, Gramsci
si ripresenta sulla scena italiana – rientrerà solo in maggio, grazie
all’immunità garantitagli dall’elezione alla Camera dei deputati – tentando di
rianimare le truppe disperse e disanimate del piccolo partito nato tre anni
avanti a Livorno.
Così
inizia Contro il pessimismo: occorre
fare un esame di coscienza, un esame del
pochissimo che abbiamo fatto e dell’immenso lavoro che ancora dobbiamo
svolgere, contribuendo così a chiarire la nostra situazione, contribuendo
specialmente a dissipare questa oscura e grave nuvolaglia di pessimismo che
opprime i militanti più qualificati e responsabili e che rappresenta un grande
pericolo, il più grande forse del momento attuale, per le sue conseguenze di
passività politica, di torpore intellettuale, di scetticismo verso l’avvenire.
Questo pessimismo è strettamente legato alla situazione generale del nostro
paese; la situazione lo spiega, ma non lo giustifica, naturalmente. Che
differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, tra la nostra volontà e
la tradizione del partito se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente
ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia,
quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente, per impulso
irresistibile, e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante
posizione della mosca cocchiera?
Pessimismo
era dunque, in quel momento, sinonimo di quella terribile mistura di fatalismo
e passività, contro la quale Gramsci lottò lungo tutta la sua vita di
giornalista e politico, fuori e dentro il carcere. Allora egli si trovava a
Vienna, ed era difficile dire cosa rimaneva, a quella altezza, della
“rivoluzione russa” del 1917. Proprio pochi giorni prima (15 febbraio 1924)
l’Unione sovietica era stata riconosciuta ufficialmente dal governo italiano
come l’unico potere «legalmente esistente in Russia»: una modificazione decisiva nei rapporti tra
movimento comunista e politica internazionale era dunque in corso, e Gramsci ne
era certamente consapevole. Ciò nonostante, “contro il pessimismo” egli ritiene
di potere e dovere rilanciare l’opposizione tra Stato operaio e Italia
fascista, e con essa la lotta contro l’idea che ormai gli avvenimenti giocavano
a sfavore di qualsiasi iniziativa politica autonoma da parte dei
comunisti italiani.
Quali
erano le basi dell’atteggiamento di Gramsci? Sprovvedutezza temerarietà
fanatismo? Proviamo a distinguere la questione nei suoi termini generali, dal
modo in cui essa si presentava in quel particolare frangente. Non vi è dubbio,
a mio modo di vedere, che sul terreno generale Gramsci avesse ragione di far
notare che l’attitudine pessimistica non è mai giustificata, per
almeno due ragioni: perché, se anche esprime una condizione di sconfitta,
contribuisce nei fatti a perpetuarla; e perché (e questa ragione è decisiva) il
pessimismo e il suo contrario, l’ottimismo, sono in fondo lo stesso
atteggiamento: quello che pensa il ruolo della politica come qualcosa di differente
e di staccato dalla storia, per cui quando la storia è “in ebollizione” si
mette “alla testa” del movimento (ma in realtà crede o si arroga il diritto di
farlo, dato che non ha fatto nulla per suscitarlo), e quando la storia “stagna”
cade nell’autocommiserazione e nella letargica attesa che i bei tempi si
decidano a tornare, un giorno…


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