Secondo
Platone l’arte della politica appartiene a tutti gli uomini per decisione
divina. E’ un dovere verso noi stessi , nel bene e nel male fa parte della
nostra umanità . Ma poiché la nostra umanità è fatta di doppio ecco che anche
la politica è doppia ovvero politica e antipolitica.
Consideriamo
dunque i termini politica e antipolitica. E cominciamo proprio da quest’ultima.
Che da opposizione alla buona politica significa oggi contrarietà alla
politica, estraneità, indifferenza alla politica , fuga dalla politica in
generale . Oppure scrive Giorgio Galli” un’ideologica pretesa che la politica
sia inutile ,una truffaldina complicazione di questioni semplici che, se non
esistessero quei parassiti che sono i politici ,potrebbero essere risolte
benissimo col buon senso pratico , con la competenza tecnica , oppure con
l’armonia automatica del mercato. Questa accezione al termine,in realtà, fa
torto sia alle soggettive intenzioni di quasi tutti coloro che – per reazione
alla declinante condizione della politica oggi – si definiscono ( o più spesso
vengono definiti) antipolitici sia alla storia e alla stessa logica: non è mai
esistita una teorizzazione dell’estraneità alla politica (dall’otium degli
antichi all’Anarca di Junger) che non avesse un implicito significato politico,
di protesta contro una politica tanto cattiva da costringere il soggetto alla
secessione per mettere in salvo la propria libertà. Anche l’antipolitica è essa
stessa politica , è catturata dalla politica fuori della quale c’ è solo il dio
o la bestia.
l’interno elemento di crisi, di incompiutezza , di
inadeguatezza, di impossibilità , che appartiene ad ogni sforzo di costruire un
ordine politico , di dare forma politica e stabile alla complessità e alla
molteplicità della vita associata.
In realtà ,
insomma è proprio l’antipolitica a custodire ( almeno implicitamente) un
progetto politico e a definire ‘antipolitica’ quella che è oggi la politica
ufficiale. Nell’antipolitica vengono insomma alla luce - che gli ‘antipolitici
lo vogliano o no - gli elementi essenziali della politica : la polemicità ( il
conflitto) la questione dell’ordine, l’esigenza del pubblico consenso. (…) La
politica non ha un’essenza in senso proprio e infatti è stata definita in ogni
modo possibile : arte regia e follia , demone e destino, energia del conflitto
esistenziale e assalto al cielo, sfida lanciata all’insensatezza delle umane
sorti e Spirito oggettivo , nobile arte e lucida scienza (…) In realtà politica
è indefinibile perché, nonostante la sua oggettività , non è un oggetto : è un
orizzonte ,una qualità intrinseca al nostro esistereassociati . Si è nella
politica ma non si stringe mai la politica in modo definiti vo perché si dà
storicamente e spazialmente , non naturalmente. Perché è una risposta sempre
mutevole alle domande che necessariamente sorgono dalla vita collettiva : qual
è l’origine del potere tra gli uomini e quali sono le ragioni dell’obbedienza e
della rivolta ; quali sono le istituzioni il cui potere si manifesta , quali
sono i soggetti che hanno parte (e quale?) al potere; quali sono i discorsi e
chi li fa con cui il potere viene legittimato e criticato , e in quali rapporti
stanno con altri discorsi che investono anch’essi radicalmente la dimensione
umana , come l’etica, la religione, il diritto.
Che molte
delle risposte moderne date a queste domande non siano più fungibili ,
che grande parte del personale politico sia inadeguato , che il discorso
pubblico balbetti, che cinismo e apatia dilaghino , che lo spirito civico e
pubblico sia quasi assente, è appunto la crisi della politica. Ma da questa
crisi si esce con un’antipolitica positiva e non rassegnata , cioè con la
critica e l’assunzione di responsabilità nel segno dell’impegno (…) “perché la
politica è un impegno ine ludibile ed è lo strumento per dare risposte.
Ma la
politica è capace di risolvere i problemi che abbiamo in Italia tra cui quelli
che seguono sono un esempio . Infatti scrive Galli della Loggia per esempio a
proposito dei problemi : “ basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama
sconfortante: abbiamo un sistema d'istruzione dal rendimento assai basso; una
burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia
tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha
eguali; le nostre grandi città, con le periferie tra le più brutte del mondo,
sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni
(metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e
quella ferroviaria, appena ci si allontana dall'Alta velocità, è da Terzo
mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto
da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti
archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose. Per
finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una
corruzione capillare e indomabile. C'è poi la nostra condizione economica:
abbiamo contemporaneamente le tasse e l'evasione fiscale fra le più alte
d'Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media
dell'area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d'Europa
malgrado le numerose riforme già fatte e siamo strangolati da un debito
pubblico il pagamento dei cui interessi c'impedisce d'intraprendere qualunque
politica di sviluppo. Ancora: nessuno dall'estero viene a fare nuovi
investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più
spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato
economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si
arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta.
Nessuno di
questi mali ha
un'origine recente, lo sappiamo bene. Non paghiamo cioè per errori di oggi o di
ieri: o almeno non solo per quelli. È piuttosto un intero passato, il nostro
passato, che ci sta presentando il conto. Oggi cominciamo a capire, infatti,
che qualche tempo fa - quando? nel '92-'93? un decennio dopo con l'adozione
dell'euro? - si è chiuso un lungo capitolo della nostra storia. Nel quale siamo
diventati sì una società moderna (qualunque cosa significhi questa parola), ma
pagando prezzi sempre più elevati, accendendo ipoteche sempre più rischiose sul
futuro, chiudendo gli occhi davanti ad ogni problema, rinviando ed eludendo.
Prezzi, stratagemmi, rinvii, che negli Anni 70-80 hanno cominciato a
trasformarsi in quel cappio al collo che oggi sta lentamente strangolando il
Paese.”
Ma la
politica è capace di risolvere o almeno avviare a soluzione qualcuno di questi
problemi:
O come
scrive Tullio Gregory. “La classe politica - quella che si insulta in
Parlamento le poche volte in cui è massicciamente presente - rispecchia bene la
società civile, almeno nella sua maggioranza.” è in fuga dalle responsabilità
tanto che , rancore, invidia, rabbia, furbizia sembrano essere le direttrici
dei comportamenti individuali e collettivi, cui corrisponde una ricerca del
tornaconto immediato, senza alcun interesse per il bene comune e per quella che
una volta si chiamava etica civile. Dalle polemiche tra istituzioni alla furia
distruttrice di alcune frange estreme inseritesi nel movimento studentesco,
fino al «Natale nella monnezza» di Napoli, è tutta una costante esplosione di
comportamenti irresponsabili, violenti e irrazionali, con il rifiuto di un
confronto civile e il disprezzo delle norme e delle istituzioni che
costituiscono il fondamento della democrazia.
Continua
Gregory e chissà forse ha proprio ragione “. siamo di fronte a una totale
deresponsabilizzazione dei comportamenti ma non solo dei politici : comincia dalla vita familiare
che poco si interessa dell'educazione dei figli, ma li vuole proteggere dagli
insegnanti rigorosi e ne favorisce l'esodo verso scuole facili, fino
all'università, ove i molti laureifici assicurano il superamento degli esami e
il conseguimento di una laurea; poi, in una continua fuga dalla realtà, la
ricerca di case per vacanze, di viaggi esotici, di feste matrimoniali, tutto
pagato a rate. Sovrana è la voglia di mostrare al vicino di essere di lui più
furbi, più forti e benestanti.”
Non si
risolvono i problemi perché forse proprio la deresponsabilizzazione costituisce
il motivo comune nel variopinto e sconfortante panorama italiano. Non è
responsabile il politico che promette e non mantiene, non lo è il chirurgo che
trascura il paziente per litigare con il collega, non i commissari di un
concorso palesemente irregolare, non il ragazzo che, non avendo studiato, viene
bocciato, non il giornalista che non si accerta della veridicità di una notizia
prima di riportarla, non il presidente di un ente - di raccolta spazzatura o di
ricerca - che assume amici o parenti senza concorso, per chiamata diretta; non
gli organi preposti alla tutela del patrimonio artistico che va in rovina, non
i dirigenti dei servizi pubblici e della Protezione civile, quando lasciano
tanti cittadini una notte in autostrada, bloccati dalla neve ampiamente
prevista.

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