Era
Il 19 maggio 1296, in una cella del castello di Fumone, in provincia di Frosinone, moriva papa Celestino V. Non più papa, dopo le sue
dimissioni avvenute il 13 dicembre 1294, ma prigioniero di Bonifacio VIII, suo successore.
Era il 20 maggio del 1444, vigilia
dell’Ascensione, ora dei Vespri. San
Bernardino, a braccia aperte imitando la figura di S. Francesco che aveva
ispirato tutta la sua vita, morì sul pavimento di una povera e disadorna
cella a Piazza Palazzo, nel convento di San Francesco a L’Aquila proprio
mentre, si narra, i frati intonavano l’antifona del Magnificat.
Entrambi
morivano in luoghi lontani da quelli in cui erano vissuti e che amavano ma
entrambi con la loro morte
fermavano un rapporto con la città di L’Aquila.
L'Opus
metricum, del Cardinal Iacopo Caetani Stefaneschi racconta in versi il momento in cui i legati pontifici si recarono sul monte Morrone , alla cella
dell’eremo di S. Onofrio ,dove soggiornava Pietro Angelerio divenuto Fra Pietro del Morrone per annunciargli l’elezione al soglio pontificio avvenuta
il 5 luglio 1294, nel Conclave di Perugia.
Carlo II D’Angiò e suo figlio Carlo Martello si erano
recati a Perugia per cercare di mettere d’accordo le fazioni che all’interno
del Conclave impedivano da tempo l’elezione del Papa
senza riuscirvi. Solo con l’arrivo della lettera dell’eremita del Morrone, quasi certamente
suggerita dallo stesso Carlo II , furono
rotti gli indugi e sanate le
controversie portando all’elezione
proprio dello stesso eremita .
I legati
del conclave accompagnati da Carlo
II e Carlo Martello si recano a La Badia di Sulmona. Sul monte sale solo Carlo Martello con i
legati perché suo padre è stanco del viaggio . Giunti all’eremo nella tarda mattinata,
l’arcivescovo di Lione, Bernard De Gout,
si inginocchia davanti a fra’ Pietro e gli consegna il decreto di nomina.
Pietro si ritira in preghiera e in lacrime. Poi, dichiara di accettare la nomina.
Il
25 luglio il corteo parte per L’Aquila:
Pietro su un asino e ai fianchi Carlo d’Angiò e Carlo Martello. Percorre in due giorno di cammino tutta la Valle
Subequana e arriva a L’Aquila il 27
luglio, dove rimane per la consacrazione episcopale e per l’incoronazione
papale che avviene domenica 29 agosto 1294 alla presenza di tutti i cardinali. Un
corteo imponente tanto che la città
dovette far fronte anche dal punto di vista alimentare approvvigionandosi nel reatino
: L’eremita del Morrone, fra Pietro , prende il nome di Celestino, forse
per ricordare Celestino III che aveva approvato l’Ordine di Gioacchino da Fiore.
Fra
Pietro aveva sempre avuto un rapporto
con le idee di Gioacchino da Fiore secondo cui l’età dello Spirito Santo, dopo
quella del Padre e del Figlio, era imminente, e avrebbe apportato il predominio
della libertà, della grazia, della Pace e l’avvento del “Papa Angelico, il successore di Pietro
che si eleverà in sublimi altezze”, al quale “sarà data piena libertà per
rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio… la gente non
sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà alla
battaglia”.
Sono
note le vicende che portarono Celestino
V a lasciare il pontificato e le ragioni
per le quali Bonifacio VIII lo tenne in quella prigione dove all’interno di una
stanza Celestino si era fatto costruire
una cella in legno come quella di S. Onofrio. Ma da S. Onofrio muore lontano .
A quel luogo aveva dedicato gran parte della sua vita fin da quando lo aveva raggiunto ancora giovanetto. In quel luogo aveva operato i suoi miracoli che il Processo di Canonizzazione, trascritto
da Mons. Giuseppe Ceolidonio esercitato ,racconta. In quel luogo aveva
osservato le sue quattro Quaresime durante le quali si lasciavo
rinchiudere in una botola con quattro pani e due cipolle e quando ne
usciva portava ancora del pane avanzato.
Una
grande vocazione alla povertà come, San Bernardino a cominciare dal saio , dei frati minori l’ordine più aderente
allo spirito della povertà assoluta voluta da San Francesco . Bernardino che
sceglie la città dell’Aquila, con San Giovanni da Capestrano, San Giacomo della Marca , una
città dal corpo medievale del XV secolo, con incredibili
incroci, oppure il ricovero di San Giuliano, luogo prediletto dell’Osservanza
francescana.
Questo
illustre e degno discepolo di S. Francesco d'Assisi nacque dalla nobile
famiglia degli Albizzeschi nei pressi di Siena nel 1380. Nella peste del 1400 che per quattro
mesi infestò Siena, il Santo, ventenne, fu tra i generosi fedeli che si
dedicarono con eroica carità a curare gli appestati rimanendo, per disposizione
divina, illeso da tale morbo.
Subito dopo
aver assunto il saio, cominciò un’ intensa attività di predicatore, percorrendo
l’ intera Italia centro-settentrionale. La sua predicazione determinò un deciso
rinnovamento per la Chiesa e per il movimento francescano.
Compose un
trattato Sui contratti e l’ usura, nel quale perorava la causa dell’
imprenditore, dell’ artigiano e del commerciante onesti che con le loro
attività procuravano benessere oltre che a loro, anche all’ insieme della
società. Egli individuò quattro grandi virtù naturali, che permettevano a
queste persone di darsi un’ etica professionale: l’ efficienza, la
responsabilità, la laboriosità, e l’ assunzione di rischio. Su queste basi e a
queste condizioni egli sosteneva che un moderato interesse, e quindi un giusto
profitto lucrato sui capitali investiti, fosse legittimo e non dovesse
considerarsi usura. In questo senso, Bernardino e l’ Osservanza vengono
considerati come gli iniziatori d’ un modo di pensare l’ economia che ha aperto
le porte alla modernità ancor prima che il pensiero calvinista modificasse –
come aveva sostenuto Max Weber – la sensibilità e il pensiero europeo a
proposito della teoria economica dell’ interesse. Ma la differenza tra le
visioni economiche di Bernardino e quelle successive, sostenute nel mondo
calvinista, era la costante attenzione posta dal primo
all’ uso sociale della ricchezza, volto costantemente al bene comune.
Altro tema
costante e consueto della predicazione bernardiniana fu la riconciliazione tra
le persone e le famiglie in lite e la risoluzione di contese.
Nel 1425 egli
predicò tutti i giorni per sette settimane nella città di Siena. La sua
predicazione naturalmente gli provocò astio e inimicizia negli ambienti che
egli fustigava con parole dure e molto sovente addirittura crude: ad esempio
quello degli usurai e di chi teneva aperte le bische del gioco d’ azzardo. Tali
risentimenti dettero luogo anche a polemiche molto aspre, come quella con il
domenicano Manfredi da Vercelli (un’ interessante figura legata al modello,
anch’ esso domenicano, di san Vincenzo Ferrer) a proposito della figura dell’
Anticristo, nonché a un’ accusa insidiosa: quella di idolatria e di
superstizione, pretesto della quale fu l’ adorazione del Nome del Cristo (il
trigramma IHS) di cui egli era ardente propagatore. Si giunse addirittura a un
processo per eresia, che Bernardino sostenne a Roma nel 1427 e dal quale uscì indenne.
La fatica
alla quale Bernardino, in quanto predicatore, si sottoponeva era pesante: il
suo scrupolo lo portava a scriverne anche più di una versione prima di salire
sul pulpito, per quanto sappiamo poi che spesso egli improvvisava. In seguito
ai suoi cicli di predicazione in varie città, specie durante la quaresima, si
giungeva a modificare gli statuti cittadini nei quali s’ inserivano norme per
facilitare la riconciliazione tra le famiglie e le fazioni contendenti o per
più duramente reprimere giochi d’ azzardo, usanze connesse all’ usura, costumi
omosessuali, riti stregonici.
Il suo
rapporto con l’Aquila fu particolare . Predicatore
instancabile in giro per l’ Italia, propagò la devozione al santo nome di Gesù
facendo incidere il monogramma «YHS» su tavolette di legno, che dava a baciare
al pubblico al termine delle prediche. Anche dopo la sua morte, avvenuta alla
città dell'Aquila, nel 1444, Bernardino continuò la sua opera di pacificazione.
Era infatti giunto morente in questa città e non poté tenervi il corso di
prediche che si era prefisso. Persistendo le lotte tra le opposte fazioni, il
suo corpo dentro la bara cominciò a versare sangue e il flusso si arrestò
soltanto quando i cittadini dell'Aquila si rappacificarono.
Due uomini,
due frati, due santi morti nel mese di
maggio a distanza di due secoli l’uno dall’altro e il loro particolare rapporto
con la città di L’Aquila sia nei luoghi ,la Basilica di S. Maria di Collemaggio
,la Chiesa di S. Bernardino; nei miracoli dopo la morte entrambi per riappacificare le fazioni in
lotta; nell’amore che ebbero per questa
città con due grandi doni . Quello del
perdono e quello della libertà dal bisogno e dalla povertà.


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