mercoledì 20 maggio 2020

VOCI E STORIE DAL SILENZIO S. Celestino V e S. Bernardino e il loro rapporto con la città di L’Aquila





Era Il 19 maggio 1296, in una cella del castello di Fumone, in provincia di Frosinone, moriva papa Celestino V. Non più papa, dopo le sue dimissioni avvenute il 13 dicembre 1294, ma prigioniero di Bonifacio VIII, suo successore.

 

Era  il 20 maggio del 1444, vigilia dell’Ascensione, ora dei Vespri. San Bernardino, a braccia aperte  imitando la figura di S. Francesco che aveva ispirato tutta la sua vita,  morì sul pavimento di una povera e disadorna cella a Piazza Palazzo, nel convento di San Francesco a L’Aquila proprio mentre, si narra, i frati intonavano l’antifona del Magnificat.

Entrambi morivano in luoghi lontani da quelli in cui erano vissuti e che amavano  ma  entrambi   con la loro morte fermavano un rapporto con la città di L’Aquila. 

L'Opus metricum, del Cardinal Iacopo Caetani Stefaneschi  racconta in versi  il momento in cui  i legati pontifici  si recarono sul monte Morrone , alla cella dell’eremo di S. Onofrio ,dove soggiornava Pietro Angelerio  divenuto Fra Pietro del Morrone per annunciargli  l’elezione al soglio pontificio  avvenuta  il 5 luglio 1294, nel Conclave di Perugia. 

Carlo II  D’Angiò e suo figlio Carlo Martello si erano recati a Perugia per cercare di mettere d’accordo le fazioni che all’interno del Conclave  impedivano  da tempo l’elezione  del Papa  senza riuscirvi. Solo con l’arrivo della lettera  dell’eremita del Morrone, quasi certamente suggerita dallo stesso  Carlo II , furono rotti gli indugi  e sanate le controversie  portando all’elezione proprio dello stesso eremita .

I legati del conclave  accompagnati da Carlo II  e Carlo Martello si recano  a La Badia di Sulmona.  Sul monte sale solo Carlo Martello con i legati perché suo padre è stanco del viaggio .  Giunti all’eremo nella tarda mattinata, l’arcivescovo di Lione, Bernard De Gout, si inginocchia davanti a fra’ Pietro e gli consegna il decreto di nomina. Pietro si ritira in preghiera e in lacrime. Poi, dichiara di accettare la nomina.

Il 25 luglio il corteo parte per L’Aquila: Pietro su un asino e ai fianchi Carlo d’Angiò e Carlo Martello. Percorre  in due giorno di cammino tutta la Valle Subequana  e arriva a L’Aquila il 27 luglio, dove rimane per la consacrazione episcopale e per l’incoronazione papale che avviene domenica 29 agosto 1294 alla presenza di tutti i cardinali. Un corteo imponente  tanto che la città dovette far fronte anche dal punto di vista alimentare approvvigionandosi  nel reatino  : L’eremita del Morrone, fra Pietro , prende il nome di Celestino, forse per ricordare Celestino III che aveva approvato l’Ordine di Gioacchino da Fiore.
Fra Pietro  aveva sempre avuto un rapporto con le idee di Gioacchino da Fiore secondo cui l’età dello Spirito Santo, dopo quella del Padre e del Figlio, era imminente, e avrebbe apportato il predominio della libertà, della grazia, della Pace e l’avvento del “Papa Angelico, il successore di Pietro che si eleverà in sublimi altezze”, al quale “sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio… la gente non sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà alla battaglia”.

Sono note le vicende che portarono  Celestino V a lasciare il pontificato e  le ragioni per le quali Bonifacio VIII lo tenne in quella prigione dove all’interno di una stanza  Celestino si era fatto costruire una cella in legno come quella di S. Onofrio. Ma da S. Onofrio muore lontano . A quel luogo aveva dedicato gran parte della sua vita fin da quando  lo aveva raggiunto  ancora giovanetto. In quel luogo aveva  operato i suoi miracoli  che il Processo di Canonizzazione, trascritto da Mons. Giuseppe Ceolidonio esercitato ,racconta. In quel luogo aveva osservato le sue quattro Quaresime durante le quali si lasciavo rinchiudere  in una botola  con quattro pani e due cipolle e quando ne usciva portava ancora del pane avanzato. 

Una grande vocazione alla povertà come, San Bernardino a cominciare dal saio ,  dei frati minori l’ordine  più aderente allo spirito della povertà assoluta voluta da San Francesco . Bernardino che sceglie la  città dell’Aquila, con  San Giovanni da CapestranoSan Giacomo della Marca  , una città  dal  corpo medievale del XV secolo, con incredibili incroci, oppure il ricovero di San Giuliano, luogo prediletto dell’Osservanza francescana.
Questo illustre e degno discepolo di S. Francesco d'Assisi nacque dalla nobile famiglia degli Albizzeschi nei pressi di Siena nel 1380. Nella peste del 1400 che per quattro mesi infestò Siena, il Santo, ventenne, fu tra i generosi fedeli che si dedicarono con eroica carità a curare gli appestati rimanendo, per disposizione divina, illeso da tale morbo.
Subito dopo aver assunto il saio, cominciò un’ intensa attività di predicatore, percorrendo l’ intera Italia centro-settentrionale. La sua predicazione determinò un deciso rinnovamento per la Chiesa e per il movimento francescano.

Compose un trattato Sui contratti e l’ usura, nel quale perorava la causa dell’ imprenditore, dell’ artigiano e del commerciante onesti che con le loro attività procuravano benessere oltre che a loro, anche all’ insieme della società. Egli individuò quattro grandi virtù naturali, che permettevano a queste persone di darsi un’ etica professionale: l’ efficienza, la responsabilità, la laboriosità, e l’ assunzione di rischio. Su queste basi e a queste condizioni egli sosteneva che un moderato interesse, e quindi un giusto profitto lucrato sui capitali investiti, fosse legittimo e non dovesse considerarsi usura. In questo senso, Bernardino e l’ Osservanza vengono considerati come gli iniziatori d’ un modo di pensare l’ economia che ha aperto le porte alla modernità ancor prima che il pensiero calvinista modificasse – come aveva sostenuto Max Weber – la sensibilità e il pensiero europeo a proposito della teoria economica dell’ interesse. Ma la differenza tra le visioni economiche di Bernardino e quelle successive, sostenute nel mondo calvinista, era la costante attenzione posta dal  primo all’ uso sociale della ricchezza, volto costantemente al bene comune.
Altro tema costante e consueto della predicazione bernardiniana fu la riconciliazione tra le persone e le famiglie in lite e la risoluzione di contese. 

Nel 1425 egli predicò tutti i giorni per sette settimane nella città di Siena. La sua predicazione naturalmente gli provocò astio e inimicizia negli ambienti che egli fustigava con parole dure e molto sovente addirittura crude: ad esempio quello degli usurai e di chi teneva aperte le bische del gioco d’ azzardo. Tali risentimenti dettero luogo anche a polemiche molto aspre, come quella con il domenicano Manfredi da Vercelli (un’ interessante figura legata al modello, anch’ esso domenicano, di san Vincenzo Ferrer) a proposito della figura dell’ Anticristo, nonché a un’ accusa insidiosa: quella di idolatria e di superstizione, pretesto della quale fu l’ adorazione del Nome del Cristo (il trigramma IHS) di cui egli era ardente propagatore. Si giunse addirittura a un processo per eresia, che Bernardino sostenne a Roma nel 1427 e dal quale uscì indenne.
La fatica alla quale Bernardino, in quanto predicatore, si sottoponeva era pesante: il suo scrupolo lo portava a scriverne anche più di una versione prima di salire sul pulpito, per quanto sappiamo poi che spesso egli improvvisava. In seguito ai suoi cicli di predicazione in varie città, specie durante la quaresima, si giungeva a modificare gli statuti cittadini nei quali s’ inserivano norme per facilitare la riconciliazione tra le famiglie e le fazioni contendenti o per più duramente reprimere giochi d’ azzardo, usanze connesse all’ usura, costumi omosessuali, riti stregonici.

Il suo rapporto con l’Aquila fu particolare . Predicatore instancabile in giro per l’ Italia, propagò la devozione al santo nome di Gesù facendo incidere il monogramma «YHS» su tavolette di legno, che dava a baciare al pubblico al termine delle prediche. Anche dopo la sua morte, avvenuta alla città dell'Aquila, nel 1444, Bernardino continuò la sua opera di pacificazione. Era infatti giunto morente in questa città e non poté tenervi il corso di prediche che si era prefisso. Persistendo le lotte tra le opposte fazioni, il suo corpo dentro la bara cominciò a versare sangue e il flusso si arrestò soltanto quando i cittadini dell'Aquila si rappacificarono.

Due uomini, due frati, due santi  morti nel mese di maggio a distanza di due secoli l’uno dall’altro e il loro particolare rapporto con la città di L’Aquila sia nei luoghi ,la Basilica di S. Maria di Collemaggio ,la Chiesa di S. Bernardino; nei miracoli dopo la morte  entrambi per riappacificare le fazioni in lotta;  nell’amore che ebbero per questa città  con due grandi doni . Quello del perdono e quello della libertà dal bisogno e dalla povertà.

 Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 20  maggio 2020

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