Scrivono
Aldo Lusi e Nicoletta Berrino :“Sbagliano quelli che descrivono un Ovidio
lamentoso e sconfitto dalla relegazione nelle gelide terre della Romania. Il
poeta sulmonese seppe trovare le armi dell’ironia e usarle proprio contro la
moglie del sommo Augusto e contro il figlio di lei, Tiberio, successore del
padre della Patria. Sotto il velo della supplica rivolta alla donna più potente
dell’Impero, si nascondono pesantissime allusioni, che servono ad Ovidio per
sostenere la successione di Germanico o, comunque, la preferenza per la “gens
iulia” rispetto a quella “claudia”. Si spiega, così, l’insuccesso delle
numerose richieste di perdono, che il Sulmonese fece avanzare anche dalla sua
terza moglie, Fabia, imparentata con una potente famiglia romana e, pur
tuttavia, disperatamente respinta nei suoi commoventi tentativi.
Ovidio
nel suo esilio (che era più precisamente una relegazione in quanto non gli
furono confiscati i beni e conservò alcuni diritti di cives) non perde la
testa: abbiamo visto in precedenti articoli che si rifiutò sempre di svelare i
nomi di coloro che parteciparono alla corrente filo-antoniana per la
successione di Augusto; non si piegò a rinnegare la sua adesione al circolo che
girava intorno a Giulia, nipote di Augusto e costretta ad un esilio dorato
prima ancora dello stesso Ovidio. Ne emerge l’immagine di un letterato fiero,
per niente disposto ad essere costretto solo nella sua funzione di narratore
del mito e di elegante scrittore di versi eterni: quella, sì, sarebbe stata per
il Nasone una vera relegazione, irreversibile anche allo sguardo dei posteri.
Egli, che già aveva predetto una verità (“Sarò chiamato gloria della gente
peligna”) era impegnato politicamente e avrebbe potuto celebrare un altro
impero ed altri principi se la sua corrente avesse avuto il sopravvento sulle
articolate trame della moglie e poi vedova del più longevo dei principi romani.
Con
incessante pazienza di ricercatori, persuasi del nuovo profilo di Ovidio
“rivoluzionario”, Aldo Luisi e Nicoletta Berrino hanno dato alla luce proprio
nell’anno che sta per chiudersi un altro contributo alla tesi di un poeta
schierato e eroicamente convinto della sua scelta, anche a costo di scontarla
con l’”esilio” a vita. Pezzo per pezzo, viene tratteggiata l’immagine di un
uomo che paga con coerenza le conseguenze del suo schierarsi, consapevole che
altri le hanno pagate con la vita.
Con
Livia non si scherzava e lo stesso Tacito individua più di un sospetto nel suo
coinvolgimento della morte di Agrippa Postumo, ma soprattutto dei giovanissimi
Lucio e Gaio, che Augusto aveva designato come successori e la scomparsa dei
quali sgombrò il campo alla ascesa di Tiberio, figlio di primo letto di Livia.
Esagerazioni di chi poteva guardare con distacco (essendo passati cinquanta
anni dalla morte della “imperatrice”) e poteva riscrivere una storia di Roma
meno conformista? Forse, se si considera che il grande storico giunse a
sospettare l’anziana “matrigna perversa” anche della morte di Augusto. E’
l’apice della storiografia ostile, ma non dovevano essere lievi le critiche dei
contemporanei, soprattutto perché le perplessità di Augusto su Tiberio erano
note a molti. In un quadro simile, paragonare Livia alla moglie di Zeus suona
certamente eccessivo. Eppure Ovidio, quando si rivolge a sua moglie Fabia nelle
Lettere dal Ponto per indurla ad una nuova supplica verso l’”imperatrice”, è
eccessivo, come chi vuol fare feroce ironia: “quando sarai in presenza di Giunone… pronuncia solo
preghiere, gettandoti a terra in lacrime, afferrati ai piedi dell’immortale… ma
confusa dalla paura a stento dirai, con voce tremula, questo. Ciò non penso che
ti rovini. Ella vedrà quanto ti intimorisca la sua maestà”.
E
che dire del paragone della ormai settantenne Livia con Venere ? “Voglio ricordare –
annota Luisi – che in quel
momento, dopo l’anno 12 d.C., Livia aveva sett’antanni passati, con un volto
non privo dei segni del tempo e con un curriculum di azioni alle spalle non scevro di
commenti negativi”. E poi, ancora, l’ironia del poeta passa per il
parallelo tra Livia e le caste matrone romane (in occasione delle feste dell’11
giugno, i Matrialia) proprio lei che veniva da un altro matrimonio. E il gusto
che Ovidio assapora nel definire Tiberio “natus” da Augusto, quando il futuro
imperatore era invece nato da Livia e Tiberio Claudio Nerone e si poteva
considerare solo “filius” di Augusto.
Insomma,
schiaffi a ripetizione Ovidio riserva alla moglie del grande Augusto, pur
avendo conservato tutto il suo rispetto e l’ammirazione per l’imperatore, anche
dopo l’anno 14, quando il “Cesare” morì. Beffe di chi, forse, si sente perduto
nella sua relegazione di Tomi; ma anche virili incitamenti a chi era rimasto a
Roma e poteva ancora cambiare il corso della storia imperiale. Un uomo di
statura morale molto più alta di quella che qualche ricerca letteraria
distratta o conformistica ha voluto ritagliargli in duemila anni di
riflessioni. Dall’anno 8, quando il Sulmonese fu raggiunto dall’editto di
relegazione che (insolitamente) recava la firma dello stesso imperatore, fino
ai giorni nostri, fino a questo ultimo, prezioso contributo di Luisi, l’”error” del vate è stato
circondato di dubbi e ripensamenti, ma va conquistando il significato di una
scelta che semplicemente non fu coronata dalla fortuna e si discostò dal corso
degli avvenimenti. Se ne può fare una “colpa” al Nasone?
Aldo
Lusi e Nicoletta Berrino in L’ironia di
Ovidio verso Livia e Tiberio .Edipuglia
2010,p. 94
Fonte www.ilvaschione.it


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