lunedì 4 maggio 2020

TRAMAnDARE Ju calenne . L’albero di maggio a Tornimparte







Che cos’è Ju calenne ? La rivista D’Abruzzo in un suo articolo descrive così questa manifestazioni che  si svolge a Villagrande di Tornimparte in provincia di L’L’Aquila nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio di ogni anno .
“Tornimparte è un paese della montagna aqui­lana, nota per i boschi e per le carbonaie che un tempo, assieme al taglio della legna, costituivano la principale attività della popolazione: nei tempi attuali l'emigrazione e l'abbandono dei paesi a favore di un concentramento urbano lo hanno ridotto notevolmente.
A sera inoltrata del 30 apri­le gli uomini del paese, con una prevalenza dei giovani, si riuniscono in qualche locale e luogo stabilito per concordare le procedure e le moda­lità del rito che ripeteranno e concluderanno prima dell'alba.
Scelto un albero dal fusto il più possibile alto e slanciato si recano ad abbatterlo con la circospezione e la prudenza che il caso richiede.
Infatti, benché per tradizione si tenda a scegliere un albe­ro della proprietà comunale, tuttavia quando se ne ravvisi la necessità, si può anche utilizzare un albero di proprietà privata.
In questo caso la norma consuetudinaria prescrive che i tagliatori possano essere accusati di danneggiamento e di furto solo nel caso in cui il proprietario li sor­prenda entro il perimetro del proprio fondo agri­colo o li raggiunga in piazza, prima che suonino le campane.
Tagliato l'albero, che non di rado supera i dieci metri, si provvede al trasporto a spalla del fusto fino alla piazza principale del paese, dove, sempre con il concorso di tutti, badando a non far molto rumore e a concludere il rito prima dello spunta­re del giorno, viene issato accanto al campanile.
A questo punto la comitiva provvede a suonare le campane a festa e a risvegliare tutto il paese, che accorre in piazza ed esprime commenti e giudizi sul ju calenne, congratulandosi per la buona riu­scita dell'evento.
L'albero resterà piantato vicino al campanile fino al 30 maggio, quando sarà nuo­vamente abbattuto per essere tagliato a pezzi e venduto all'asta per contribuire alle spese per la festa di Sant'Antonio del giglio.
Del rito, che è molto antico, si hanno già notizie negli statuti quattrocenteschi della città dell'Aquila, in un capi­tolo dei quali si fa espresso divieto di alzare calen­ne, facendo riferimento alla norma che imponeva il rispetto del diritto di proprietà.
L'uso sembra doversi far risalire al periodo lon­gobardo di cui il territorio di Tornimparte mantie­ne ancora alcune tracce, a livello di toponomastica.
Infatti nella zona esiste la località della Farà.
Nella cultura longobarda l'albero era un costante punto di riferimento, tanto che i piacila, ossia le assemblee degli uomini liberi, avvenivano intorno ad un albero il cui spazio, determinato dall'ombra della chioma, era considerato sacro.
Alfonso Maria di Nola ritiene che l'elemento centrale della festa notturna, il cui carattere è essenzialmente magico-religioso, sia "l'energia dei giovani maschi che esprimono la loro forza vivente, in un momento di crisi come è appunto nelle società rurali il tempo di maggio in cui occorre difendersisi dal rischio storico del non essere".

Il vero significato di questa manifestazione ce lo dice una lettera di Giuseppe Porto che indirizzò all’allora vescovo di L’Aquila allorchè  questi espresse quasi un divieto per lo svolgimento della manifestazione . Erano gli anni appena dopo il terremoto del 2009  e il giudizio negativo sulla manifestazione veniva espresso dal vescovo ausiliare  del tempo.

Scrive Antonio Porto : “Per farle capire l’importanza che questa manifestazione ha assunto nel corso dei secoli presso le nostre genti, non userò le argomentazioni mie, ma quelle che sono emerse da una tavola rotonda tenutasi nel maggio del 1995 su: “Ju calenne. Il rito dell’albero del maggio a Tornimparte”.
“La testimonianza del rito molto antica, tanto che si parla del divieto del rito”Ju Calenne” negli statuti aquilani del 1300….L’altro elemento, importantissimo, per comprendere il rito di Tornimparte, è di far riferimento alle attività che un tempo venivano svolte non solo nel nostro Comune, ma in tutta la montagna aquilana, soprattutto alle attività economiche riguardanti il taglio del bosco e la produzione del carbone….Negli ultimi tempi, infine, l’albero di maggio, “Ju Calenne”, qui a tornimparte, ha assunto un valore specifico, nel senso che, intorno a questo albero, la comunità ha trovato spesso movimenti di unità, con un valore sociale molto importante che va tenuto certamente presente” (Mario Santucci).
“L’albero del primo di maggio in Val Vibrata e chiamato in dialetto “Lu Maie”, letteralmente “Il Maggio. Questa parola dovrebbe essere moto antica, addirittura preindioeuropea, e significa “amore”. (Giuseppe Di Domenicantonio)
 
“Si parla dei Longobardi e qualche studioso, ha detto, ha azzardato l’ipotesi che l’albero rappresentasse nei “Placita”, ossia nelle grandi assemblee degli Arimanni-Longobardi ossia di uomini liberi, i guerrieri, i soldati dei Longobardi, rappresentasse il centro, l’unione non solo politica, non solo militare, ma anche religiosa, anche culturale del popolo Longobardo. E solo attraverso e con la presenza di questo albero, il loro Placita assumevano valore quasi legale, quasi di disposizione legislativa e decisione collettiva del popolo, tanto che persino il Re dei Longobardi, nei periodi in cui vi fu il re in epoca longobarda, persino il re dei Longobardi era soggetto ad una legge che era politica, religiosa, culturale, psicologica, morale e comprendeva tutta la collettività Longobarda…. Quei pali, in Francia, divennero il centro focale della lealtà rivoluzionaria di ogni villaggio, la dichiarazione simbolica che una certa località non era più proprietà di un signore e gli abitanti non erano più soggetti a nessuno” (Angelo Melchiorre)
“Innanzi tutto un chiarimento di carattere linguistico, perché il maggio in Italia, non è soltanto l’albero che si erige sulle piazze delle città, uso che è cominciato probabilmente, almeno nei paesi cattolici, non più tardi della fine del Cinquecento o ai principi del Cinquecento: il maggio significa molte altre cose. Il maggio significa certe rappresentazioni popolari accompagnate da canti, che sono quelle delle quali parlava Melchiorre, oggi studiate molto attentamente a Lucca. Ma il maggio significava anche il mazzolino di fiori che nella Toscana e nell’alto Lazio, ma anche in alcune zone Lombarde l’amato portava all’amata la mattina del primo di maggio in segno del suo affetto…

Chiediamoci perché e in che senso l’albero ha una sua attualità in questo paese ed in altre zone italiane. Perché l’albero viene eretto all’inizio della primavera, praticamente viene eretto nel periodo in cui le popolazioni contadine del nostro paese, attraversavano un tempo di strettoia, vale a dire un tempo in cui il raccolto dell’anno veniente, il prossimo anno, non era ancora maturo. Il contadino era esposto non a caso ad una precarietà esistenziale, ad una incertezza fondamentale anche alimentare. Se voi ricordate, nel periodo di maggio, i contadini abruzzesi raccoglievano i residui dei vari cereali dell’anno precedente e ne facevano un piatto che poi diventa un piatto di tipo turistico e che nell’Abruzzo del chetino si chiama “totemaie”. In questo periodo, in tutti i paesi abruzzesi, si compiono riti analoghi. Per esempio a Fara San Martino, la gente sale verso S. Martino, dove c’è la chiesa, il monastero di S. Martino, e rappresenta il periodo di strettoia, il periodo di esposizione esistenziale, di incertezza. Restava pochissimo e quindi si bisognava affidarsi a delle forme di protezione, a delle forme di difesa contro l’incerto. L’albero, innanzi tutto: una forma di difesa contro l’incerto. Questo albero, quindi portati da una folla di giovani in tutta Italia rappresenta due elementi: il primo, diciamolo con molta chiarezza, anche se ricorderemo a delle immagini turbanti dal punto di vista della falsa morale, l’albero rappresenta nelle culture europee un organo sessuale maschile; l’erezione dell’albero, e voi lo dite nel vostro dialetto riferendovi a “Ju Calenne”, l’albero che si erge corrisponde all’organo sessuale che si erge. Questo in tutte le culture europee significa, allora, che nel momento di maggiore esposizione delle vita economica, le comunità contadine ricorrevano a rappresentazioni simboliche che opponevano al momento del rischio e della esposizione, la pienezza della vita. Tutta la festa dell’albero è connessa a S. Giuliano e a S. Giulianicchio; voi nella vostra chiesa di S. Panfilo, a sinistra dell’altare maggiore avete un’immagine di S, Giuliano; quindi non è improbabile un’antica connessione del Santo che era protettore dei carbonai, protettore dei cacciatori, dei montanari), con nell’erezione dell’albero. C’è un secondo elemento, un elemento che voi avete vissuto nelle vostra festa, soprattutto lo hanno vissuto coloro che hanno partecipato a due momenti fondamentali di questa festa, cioè al trasporto dell’albero e alla erezione dell’albero accanto alla chiesa. E’ il momento in cui si sviluppa, si scatena l’energia dei giovani, il momento in cui i giovani escono, magari, dai loro vizi, dai loro abbandoni ed esprimono questa loro forza vivente. Ora, all’interno della vita rurale, religiosa, proprio in presenza di certe situazioni di crisi come quella del maggio, l’esplosione improvvisa della forza giovanile, è un altro dei modi con cui la società antica, la società arcaica dei contadini, si difendeva contro quello che si chiama “il rischio storico del non essere”. Quindi sa un alato l’energia sessuale espressa simbolicamente, da un altro lato l’esplosione della forza, del vigore dei gruppi di giovani che difendevano questo momento e del passaggio. Il maggio era un momento di passaggio….La Chiesa si oppone, perché la ritualità rappresentava tutto quanto un contesto di carattere non cristiano, un contesto di carattere pagano, e io so che vi sono circa venti sinodi provinciali medioevali e moderni che condannano esplicitamente “illam orribilinem superstitionem de arbore elevando”m cioè quella orribile superstizione del sollevare l’albero. La Chiesa lo condanna, cerca di cristianizzarlo, lo assolve talvolta ponendo nel contesto festivo un santo e soprattutto di cristianizzarlo attraverso quella dedicazione del mese di maggio al culto mariano. La Chiesa interviene quindi capovolgendo la situazione culturale subalterna, intervenendo con un nuovo tipo di cultura che è la cultura cristiana che ah una sua legittimità diversa. HA una sua legittimità, fondata su una diversità del naturale in trascendente, che non è più in trascendente di carattere magico che appartiene ai popoli germanici, ma è un trascendente di carattere cristiano, ebraico, che determina l’assicurazione nell’incertezza attraverso l’affidamento al Cristo, ai
Santi, alla potenza divina…. Noi viviamo in una società che opera la spoliazione progressiva dei nostri caratteri identificati: ci sta spogliando lentamente attraverso gli ultimi cinquanta o sessanta anni, ci sta spogliando attraverso il consumismo avanzato della televisione, che ci impone come sapete di comprare le cose che un certo tipo di profitto desidera vendute, ci spoglia attraverso un modello di carattere comune e di carattere internazionalizzato…..Quindi viviamo in questo tipo di passaggio di transito, che è il momento della perdita di identità culturali…. Questa è la tecnica del profitto, questa è la tecnica del tipo di società post-capitalistica contro la quale, fenomeni come quello che vediamo in questa piazza o che fortunatamente sorgono all’improvviso all’interno di tanti paesi la italiani, sono il grido di ribellione delle popolazioni, degli uomini che vengono disumanizzati, sono un modo di esprimere attraverso il simbolo festivo, attraverso il proprio dialetto, attraverso i propri costumi, sono il simbolo attraverso il quale si esprime la propria dignità umana, la quale è stata compressa e mortificata dal carattere del capitalismo….E allora ecco la risposta: fenomeni come questi, non appartengono a quello che è il banale folclorismo, non appartengono alla superficialità di una festa inutile: sono omenti recuperati di una propria radicalità storica, sono momenti attraverso i quali ci sentiamo qualcosa di storicamente determinato, qualcosa che deriva dal corso dei secoli, dal profondo dei tempi e ci dà un volto di uomini, altrimenti noi perdiamo totalmente la nostra dignità, diveniamo, come diceva Iensen: “ colui il quale non ha la memoria e il tempo alle spalle, e diventa una muta ameba”, cioè un animale che non ha la sensibilità…. Se noi abbiamo una festa come questa, nella quale i giovani escono dal loro isolamento e realizzano un momento di vissuta collettività, in un lavoro di festa, in un lavoro-gioco, come qui è stato detto, in cui si avverte il senso del giocare, ciò significa che si creano degli spazi e dei tempi diversi dal banale quotidiano. Diciamo che esperienze culturale di questo genere siano le ben venute e che possano passare nelle città, perché veramente, ve lo dico con al aia lunga esperienza di chi lavora su questi elementi, veramente noi dovremmo avere per le città, modelli di paesi come questi. Voi avete anche una funzione storica, perchè di fronte a città come Roma o Milano, nelle quali si sta generando la nuova stirpe di bestie solitaria….Di fronte a questa miseria, a questo deserto dei tempi del neocapitalismo, ben vengano esperienze come queste che ci ripropongono la condizione reale dell’uomo , che quella di riconoscere nell’altro non gli artigli della bestia, ma le mani tese, fraterne secondo un’immagine comune, in un comune destino che abbiamo tutti e che voi qui avete sentito per insegnarci. Grazie” (Alfonso Di Nola).
La sua decisione, Monsignore, ha diviso una comunità che, invece, era molto coesa, soprattutto per la celebrazione del “calen di maggio”. Per chi non conosce la storia della chiesa di San Panfilo di Tornimparte, la chiesa e gli affreschi di Saturnino Gatti sono stati realizzati grazie ad una sottoscrizione dei nostri avi i quali attraverso le “confraternite” hanno tenuto unita, sotto il segno della religione e del senso civico, la comunità. Il luogo di tale importante segno è l’arengario “ ju rencrastu”, il luogo dove si riunivano fisicamente e spiritualmente le nostre genti.

Questi che viviamo non è tempo di divisioni, bensì di coesione sociale, di umanità praticata, alla quali anche Lei deve contribuire, con un segnale di apertura e conciliazione».Antonio Porto
E’ però Il presidente della Pro Loco di Tornimparte (L’Aquila), Domenico Fusari,che descrive la cronaca della manifestazione   auspicando uno scambio culturale con Accettura, località già nota ai taglialegna  tornimpartesi perché si recavano in quei boschi  per fare il carbone e le traverse delle ferrovie. (1)
A Tornimparte, come accade da tempo immemorabile, tutti gli anni si rinnova nella notte tra il trenta Aprile ed il primo Maggio il rito “dell’Albero del Maggio” (in dialetto “ Ju calenne”).In questa notte magica in ognuna delle parrocchie di Tornimparte, un gruppo di uomini vigorosi (il rito attivo è proibito alle donne) si reca in un  bosco nelle vicinanze del paese, taglia un albero maestoso, dritto ed alto e lo trasporta davanti al sagrato delle chiesa del proprio Santo Patrono. L’albero, come vogliono antiche tradizioni, deve essere innalzato e fissato prima dell’alba davanti la chiesa, dove  resterà fino alla fine del mese di Maggio. Trascorso questo periodo  verrà sceso per poi essere venduto ad un’asta pubblica, il cui ricavato in passato era destinato alla festa del Santo.La tradizione Tornimpartese è quasi certamente di origine Longobarda, tesi confermata dai numerosi toponimi di origine germanica che troviamo nel nostro paese e si innesta su antichi riti greci e romani legati alle feste di primavera in omaggio alla fecondità della terra. La storia Longobarda è infatti molto legata alla cultura del bosco; lo stesso Jacob Grimm, linguista e mitologo  tedesco (1785-1863), studiando molteplici vocaboli di questa cultura, giunse alla conclusione che per gli antichi Germani probabilmente le foreste più impervie costituivano i loro primi santuari pagani. Nel territorio germanico erano molto diffusi i boschetti sacri, rispettati e venerati, nei quali dimoravano le antiche divinità protettrici delle piante; il culto degli alberi era tanto sentito da punire in modo feroce chi non rispettasse le piante o chi ne rovinasse la corteccia, secondo le leggi del tempo. D’altronde ancora al tempo della caduta dell’impero Romano d’Occidente, tutta l’Europa, Italia compresa,  erano ricoperte da foreste.Tuttora il paesaggio di Tornimparte è un oceano di verde intenso,  predominato del  faggio che dimora fino a 1700 metri di quota, mentre  più in basso, seguendo le varie sfumature di questo colore, troviamo l’acero, il carpine, il cerro, il tasso, il nocciolo, l’ornello, la quercia, fino ai filari di salici e pioppi, che disegnano tragitti geometrici lungo le valli dei nostri ruscelli.Fino agli anni ‘50 la comunità Tornimpartese è stata profondamente legata all’uso dei boschi per la sua  sopravvivenza. Nelle nostre faggete, come  in tutto l’Appennino, veniva attuato il taglio ceduo, conosciuto fin dal tempo dei Romani, che prevedeva una rotazione d’intervento di 25-30 anni, secondo una tecnica che consisteva nel taglio quasi raso del bosco, lasciando integre soltanto “le matricine” (piante che assicurano il seme) ed esponendo così tutto il bosco alla luce rigeneratrice. In questo modo le ceppaie del bosco si rigeneravano, ringiovanivano le radici e, dopo circa 30 anni, i carbonai avevano di nuovo a disposizione legna da ardere o da carbonizzare, mentre gli allevatori avevano fronde abbondanti per l’alimentazione degli animali. Usavano anche dei caratteristici sistemi di taglio ceduo, detti “la scamolla” e “la 

 soprattutto delle capre; con le frasche delle fascine, brucate dagli ovini, invece, le donne scaldavano i forni per cuocere il pane.Tutto il sistema economico e sociale dipendeva dalla vita dei boschi, dei quali le popolazioni conoscevano le leggi non scritte, tramandate dall’esperienza, che assicuravano un uso delle risorse secondo le necessità stagionali e con un approccio di rispetto e di salvaguardia del patrimonio naturale. Questa comunità che trovava alimento materiale e spirituale nel bosco e nella sua mitologia,  ha conservato questa tradizione, essa stessa nata dal legame dell’uomo con la natura, giunta fino a noi pressoché indenne, nonostante la chiesa cattolica l’abbia duramente osteggiata contrapponendo alla festa pagana, il mese Mariano della Madonna. Fino a qualche anno fa, in una piccola frazione del nostro comune (Case Tirante), le persone più devote  recitavano il rosario tutti i giorni del mese di Maggio all’imbrunire, in una chiesetta dedicata  appunto alla Madonna.La festa del santo patrono di Villagrande (fraz. di tornimparte), “S.Panfilo”, cade ogni anno il 28 Aprile, all’inizio della primavera e proprio a ridosso del rito “dell’Albero del Maggio” ed essa stessa impregnata di significati pagani e religiosi ancora del tutto da indagare ed approfondire. In questo giorno la comunità agro-pastorale sceglieva i pastori per accudire le bestie al pascolo, cioè vaccari, cavallari e pecorai e si effettuava la benedizione delle semente sotto lo sguardo del Santo esposto sul sagrato della chiesa.Avveniva, in quel giorno, un fatto importantissimo per capire la complessità della tradizione Tornimpartese “dell’Albero del Maggio”: sul cancello della chiesa, in modo che tutti recandosi a messa potessero vederlo, veniva esposto dai pastori un ramo di faggio fiorito.
 Attualmente le fronde del faggio fiorito vengono esposte sul cancello della chiesa da coloro che sono incaricati dal parroco di organizzare la festa di S. Panfilo ma in passato, il ramoscello fiorito era per la comunità il segno della fine dei rigori invernali: finite le scorte dei foraggi, del grano e dei legumi dell’anno passato, finalmente le mucche, abituate a spuntare i rami alti del faggio, potevano uscire dalle stalle e riprendere, appena cresceva l’erba, la via della montagna insieme alle greggi, inaugurando la stagione nuova.Il faggio fiorito e “l’Albero del Maggio” sono probabilmente due aspetti della stessa tradizione.In un convegno tenuto a Tornimparte nell’edizione “dell’Albero del Maggio” del 1990, Alfonso M. DI Nola, antropologo e docente di Storia delle Religioni all’università di Napoli, scomparso nel 1997, definiva il mese di Maggio una “strettoia” in cui la comunità contadina era esposta a tutti i rischi di una scarsa alimentazione e la sopravvivenza era messa in pericolo, essendo finite tutte le scorte dell’anno precedente e dipendendo la vita dal  risveglio della terra.Gli stessi allevatori Tornimpartesi, legati ad un allevamento di tipo stanziale, che costringeva gli animali in stalla per tutto l’inverno, immaginavano il mese di Maggio come una salita scoscesa difficile da risalire: “sarà dura risalire le coste di Maggio” dicevano, nel loro linguaggio essenziale ed efficace. Temevano questo mese tanto da non chiamarlo per nome, ma da apostrofarlo come “ quiju appresso a Abbrile”  (il mese  dopo Aprile).A quel momento difficile gli uomini reagivano attraverso una prova di forza collettiva, trasportando insieme, sulle spalle, quella  pianta appena germogliata, quasi condividendo un comune destino e che, una volta issata, rappresentava anche la sessualità maschile e un vigore ritrovato insieme al risveglio della natura. La fertilità si completa e si esprime nel  rapporto dell’uomo con la donna, così come la natura, per recuperare la propria fecondità, si “concede” ai raggi del sole. In questo periodo i taglialegna/carbonai tornavano al paese, dopo aver svernato tra i monti Abruzzesi, della Toscana, del Lazio, della Basilicata per preparare la terra alle sementi primaverili e si ricongiungevano alle famiglie, ai figli piccoli, alle moglie e alle spose, ritrovando così, dopo le lunghe notti passate nelle capanne in mezzo ai boschi, il calore famigliare.Il risveglio primaverile, che porta con sé l’auspicio di nuove messi e frutti autunnali, comportava  anche un risveglio sessuale. Una gravidanza, infatti, nei mesi di Aprile/Maggio, presupponeva una nascita nei mesi invernali di Gennaio/Febbraio, quando i tempi di lavoro erano fermi e le donne potevano dedicarsi all’allattamento e alle cure dei  nascituri, aiutate dalla disponibilità di tutta la famiglia ormai ricomposta. L’uomo, dopo mesi di astinenza, ritrovava il “pane”, termine con cui i pastori nel loro gergo,  chiamavano  l’amore.Naturalmente, oggi, la festa “dell’Albero del Maggio” non è volta ad ingraziarsi le amicizie della dea Diana, signora e protettrice dei boschi, né a placare le ire degli spiriti della vegetazione ma, acquistando nel tempo nuovi significati e nuove forme, risponde al bisogno dell’uomo di conoscere il proprio passato e la propria storia. Tornimparte non teme il tempo modificatore.Per comprendere la tradizione bisogna viverla dall’interno, sentirne le pulsioni e coglierne il significato non di semplice folklore rabberciato o rispolverato, ma di una manifestazione  che giunge a noi dalla notte dei tempi e che questa comunità ha sedimentato nelle proprie radici.Chi partecipa a questa festa è consapevole di vivere un’esperienza unica ed irrepetibile che non si svolge mai uguale a se stessa, ravvivata dalla presenza dei giovani che, per una notte lontani dalle discoteche, hanno la possibilità di stare a contatto con gli “anziani”, per imparare “l’arte” di piantare “il Maggio” e riscoprire il calore del dialogo.Nonostante la modernità abbia attenuato i caratteri della festa pagana ed indeboliti i segni di questo rituale magico/religioso incorporato nel contesto agro-pastorale, ogni anno si rinnova e si ripropone come una ricorrenza molto sentita dalla popolazione.Dopo la preparazione, il gruppo dei “maggiaioli”, come di consueto, si è avviato con torce, funi ed accette nel luogo stabilito, in silenzio per depistare il proprietario, che non deve sapere.La scelta del pioppo da sacrificare viene fatta nel giorno di S. Panfilo dal capo dei “maggiaioli”, coadiuvato dalle persone di maggiore esperienza ed è sempre un momento solenne e delicato che avviene non senza incertezze e ripensamenti. Viene scelta una pianta alta e dritta, di circa 30-40 metri di altezza, dall’aspetto maestoso e regolare, della quale viene valutato il peso e la posizione nel  terreno.Tutte le fasi, dal taglio al trasporto fino all’innalzamento, sono pericolose per eventuali incidenti: si tratta, infatti, di piante di decine di quintali di peso e non è facile coordinare 60-100 persone eccitate e stanche dalla fatica; si richiedono decisioni rapide per risolvere di volta in volta le difficoltà  che si presentano. Si entra nei sentieri di campagna, tra il profumo dell’erba fresca e sotto l’aria pulita e frizzante della notte, si effettuano le ultime valutazioni, non senza accese e appassionate discussioni,  su come affrontare il taglio. La posizione del taglio va angolata  in modo che, cadendo, “ il Maggio”, non resti imbrigliato tra le altre piante.Dopo il segno della croce, auspicio che tutto vada nel migliore dei modi, si passa al taglio con l’accetta che passa di mano in mano, fino allo schianto finale. Al momento della caduta la pianta emette un “gemito” stridulo, quasi un grido di dolore, che si confonde con l’urlo delle persone che scaricano la tanta tensione accumulata. Tutti si avvicinano intorno, come ad ammirare una bella donna, per le prime valutazioni sulla grandezza e “l’appariscenza”.Si libera il tronco da tutti i rami laterali, la gente si stringe attorno alla pianta, i vecchi si passano la voce e si incitano i giovani. Il primo contatto con le mani avviene quasi in silenzio: la pianta si alza fino al ginocchio e poi si rimette a terra, si prova e si riprova. Quando si è convinti di poterla dominare, un urlo collettivo accompagna lo sforzo di issarla sulle spalle e si riparte verso il paese.Grida si alternano ad improvvisi silenzi, che accompagnano l’albero verso la chiesa; i “maggiaioli” esperti danno il cambio ai giovani in difficoltà e li esortano a coordinarsi per non cedere al peso. L’ incitamento rauco dalla fatica e dal sudore del capo “maggiaiolo”, determina il ritmo del passo.Arrivati alla chiesa, lo sguardo della statua del santo patrono, esposta sul sagrato per l’occasione, sembra osservare e controllare che tutte le delicate operazioni di innalzamento della pianta avvengano in modo sicuro. Comunque, in tanti anni, non abbiamo avuto nessuno incidente serio: ci piace pensare che S. Panfilo abbia inteso proteggerci, pur sapendo che i suoi parrocchiani svolgono una festa di origine pagana.Con un sistema di corde di tiraggio che parte dalla torre campanaria “il Maggio” viene issato e stabilizzato nel terreno sotto una splendida notte stellata e il suono delle campane avvisa la popolazione  che tutto si è svolto bene e prima dell’alba.Tutte le operazioni sono regolate da norme ben precise, che rientrano negli usi e nelle consuetudini della tradizione. Il proprietario ha il diritto, ad esempio, di rientrare in possesso della pianta solo se sorprende i “maggiaioli” all’interno del proprio fondo, o quando non si riesce ad alzarla  prima dell’alba. In passato, per stabilire l’ora dell’alba, si presentavano davanti ad esso delle persone da lui conosciute, che dovevano essere identificate a 100 passi di distanza. Se il riconoscimento avveniva significava che l’alba era sopraggiunta.Non di rado il rito si è svolto sotto la pioggia degli acquazzoni primaverili o sotto il freddo, occasioni nelle quali rimanevano le persone più convinte e temerarie, e in cui il vino ed il sudore rafforzavano la determinazione a proseguire.Al suono delle campane la popolazione presente si stringe intorno ad un grande falò, allestito al centro della piazza del paese, per gustare durante la notte gli spaghetti e la ventresca “aju zippu”, antico pasto dei carbonai. Il suono degli organetti, i canti, il vino e i balli  accompagnano un gruppo di giovani e vecchi fino all’alba.Non si ripete più il tripudio collettivo che accompagnava la festa pagana, ma ognuno comunque è contaminato dall’atmosfera suggestiva di questa festa e torna a casa più sollevato, convinto di aver passato una notte senza eguali. Tornimparte è geloso protettore delle sue tradizioni, legate al mondo dei pastori e dei carbonai, e le conserva per farle conoscere.Noi sappiamo che la notte del 30 di Aprile non abbiamo perso tempo, ma abbiamo espletato una operazione culturale che può servire a dare dignità alla vita quotidiana.

(1)https://www.accetturaonline.it/ju-calenne-lalbero-del-maggio-tornimparte-aq/
Una informazione più accurata, completa ed esaustiva anche con immagini si trova in  :Vincenzo Gianforte e Giacomo Carnicelli JU CALENNE L’Albero del Maggio a Tornimparte, ONE GROUP Edizioni, 

Eremo Rocca S. Stefano  lunedì 4 maggio 2020

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