Sulla
copertina ci sono le parole di Jonathan Lethem,che non è l’autore. S’intitola
Reality Hungher e di quest’opera Geoff Dyer scrive.”Ho appena finito di leggere
Reality Hungher e mi ha illuminato, intossicato,estasiato sopraffatto. E’ un
vetro attraverso cui guardare il mondo ( come lo mostrano letteratura video e
musica) e allo stesso tempo uno specchio attraverso il quale vederci riflessi
,là in mezzo. Un libro oltraggioso ma anche un’opera che si compone leggendola”
.
Apri il
libro e trovi una lista numerata: l’arte è furto,sono contento di passare alla
storia come l’uomo del copia incolla e 618 citazioni senza una virgoletta. Da
Cicerone all’ultimo autore anche dal nome impronunciabile le citazioni si
legano tra di loro e svolgono il filo logico e continuo di una storia.
Alla fine
una sequela di fonti :nomi e cognomi che è stato costretto ad aggiungere per
non finire nei guai con l’invito per il lettore a prendere le forbici e tagliarle
di netto.
Nabokov
scriveva e non si stancava di ripeterlo: l’unica parola che può andare tra
virgolette è la realtà.
La massima
originalità per lo scrittore è dunque rubare bene?
Perché?
Perché la grande letteratura è morta nell’Ottocento? Il passaggio dall’azione
alla riflessione l’ha uccisa?
Del tramonto
della realtà appunto è stato discusso nel Salone del Libro e ci si è domandato
dove è finito lo scrittore. Che cosa resta della società letteraria ? Andrea
Cortellessa critico letterario e Luca Archibugi regista nella loro inchiesta
“Senza scrittori” prolungano il catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo
“Paese senza” di tutte le cose di cui l’Italia è mancante.
“Racconta,
come scrive Francesco Erbani lunedì 28 giugno 2010 su La Repubblica, del
predominio che la macchina editoriale,soprattutto quella dei grandi gruppi, ha
assunto nel mercato della letteratura , dove non ci sono più opere e scrittori
, critici o riviste , ma solo libri , solo produzione industriale , solo una
filiera perfettamente assestata, e nella quale, però quella che un tempo si
chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi ,spintonando un
po’ e anche dando di gomito , ma trovando un cantuccio dove accomodarsi. “
In quel
cantuccio non ci si può permettere colpi di testa perché le grandi aziende
editoriale non sono più guidate da singole persone come Valentino Bompiani,
Livio Garzanti, Giulio Einaudi, Arnoldo Mondadori ed altri. Sono guidate da
staff di funzionari che devono rispondere alla proprietà e ai manager su una
cosa sola: il bilancio. Più è potente l’editore più domina il mercato però solo
all’interno delle regole di mercato . Guai ad uscirne con i colpi di testa che
sono quelli che una piccola azienda può permettersi rischiando però e spesso di
grosso. Rischiando anche nell’affermare la letterarietà del libro
Ma che cosa
rende letterario un testo? Lo rende letterario quello che afferma l’americano
Michael Cunningham , scrittore premiato con il Pulitzer : “ Prendiamo quella
che è probabilmente la frase più famosa della letteratura americana : -Call me
Ishmael - che è la frase di apertura del Moby Dick di Hermann Melville … Esse
hanno non solo autorità ma anche musicalità”
Ebbene queste
tre parole che potrebbero equivalere a “Idiota leggi questo” hanno forza e
sicurezza ma anche musicalità . In italiano “Chiamatemi Ismaele” è una frase
:per continuare a tradurre Moby Dick dunque ne dovete tradurre ancora circa un
milione di frasi : Ma la’utorità di questa prima frase dimostra l’autorità di
quello che è uno scrittore Hermann Melville.
Certo ogni
romanzo, se il romanziere è onesto e lo ammette, non è altro che una rozza
approssimazione della storia che si voleva raccontare ,probabilmente è il
miglior libro scritto in quel momento, a scriverlo cinque anni dopo sarebbe
completamente diverso .
Continua
Cunningham nella parte iniziale della sua Lectio Magistralis “Il lettore, lo
scrittore , il traduttore” presentata a Firenze al premio Vallombrosa Gregor
Von Rizzori tenutosi dal 16 al 18 giugno 2010 :”In ogni caso noi cerchiamo
sempre cattedrali di fuoco , e parte dell’eccitazione nel leggere un grande
libro sta nella promessa di un nuovo libro che non abbiamo ancora incontrato ,
un libro che possa toccarci ancora più
profondamente , che possa farci innalzare ancora più in alto. Una delle
consolazioni nello scrivere libri sta nella convinzione apparentemente
invincibile che il prossimo libro sarà migliore, sarà più grande e coraggioso ,
e più esaustivo e fedele alle vite che viviamo. Rimaniamo in uno stato di
speranza continua , amiamo la bellezza e la verità che vengono a trovarci e
facciamo del nostro meglio per mettere a tacere dubbi e delusioni. E’ questa la
nostra particolarità. Questa la nostra gloria. Siamo alla ricerca di qualcosa ,
e non veniamo scoraggiati dal sospetto collettivo che la perfezione che
cerchiamo nell’arte abbia la stessa possibilità del santo Graal di venire
trovata . Questa è una delle ragioni per cui noi, e intendo noi esseri umani ,
siamo non solo creatori , traduttori e consumatori di letteratura , ma della
letteratura siamo anche i soggetti .”
Seguiranno
dunque esperimenti di copia e incolla . Copia e incolla dunque un esperimento.

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