![]() |
| Ovidio Matamorfosi |
Dafne, figlia di Peneo,
subisce l’inseguimento amoroso di Apollo in un
bosco di rovi. La ninfa corre lesta come il vento sottile, ma il dio è più
veloce. In affanno, vinta dalla fatica, la ninfa invoca: «“Aiutami, padre. Se
voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, trasformandola, questa figura per la
quale sono troppo piaciuta!”. Ha appena finito questa preghiera, che un pesante
torpore le pervade le membra, il tenero petto si fascia di una fibra sottile, i
capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; il piede, poco prima così
veloce, resta inchiodato da pigre radici, il volto svanisce in una cima.
Conserva solo la sua lucentezza». (Ovidio, Metamorfosi, I,
545-550). La lettura di queste pagine potrebbe far sorridere. Un padre protegge
la propria figlia dal corteggiamento di un dio, che essa non ama,
trasformandola in un albero. Ma le cose non sono disposte al modo della
commedia. Non vi sono errori, malintesi o esagerazioni nel mito. Dafne aveva
infatti espresso un desiderio, rivolgendosi a Peneo, affinché egli le
permettesse di rimanere sempre vergine, come la dea Diana che la ninfa adorava.
Il padre, dal canto suo, espresse di fronte al desiderio della figlia un
disaccordo che ha il sapore della profezia tragica: la bellezza della giovane
non le avrebbe permesso di preservare la propria volontà. “Profezia tragica”,
perché capovolta: la volontà della giovane non le avrebbe permesso di
preservare la propria bellezza, o la propria forma. La
metamorfosi di Dafne è tutt’altro che un atto di salvezza. È una condanna o,
meglio, un fato. Dafne non ritornerà più ad essere ciò che era. Rimarrà per
sempre un albero.
Scrive Domenico Licciardi :” Qui avviene qualcosa di particolare, a cui è necessario prestare una certa attenzione, e questo “qualcosa” avviene in due momenti simultanei. Il primo è che la metamorfosi, in questo caso, non è né istantanea, né graduale. Essa assume piuttosto i caratteri di entrambi i modi (l’istantaneità e la processualità) e il risultato è quello di una caduta rovinosa. Il secondo momento è l’impossibilità del ritorno. La mutazione è ineluttabile, non vi sarà modo di riconfigurare la forma precedente.” (1)
![]() |
| Etienne Liotard |
Catherine Malabou afferma che le metamorfosi del mito sono
in qualche modo il simbolo di una costante nella metafisica occidentale: esse
riguarderebbero nient’altro che la figura, l’immagine, l’esteriorità; al
contrario, dietro la scorza della forma, la sostanza dell’identità rimarrebbe
intatta. Così, nella mitologia greca,
da Metide a Proteo, le metamorfosi assumono
la forma di un cerchio finito. Le forme sono ben determinate e, una volta
esaurite, il circolo si chiude e la dea o il dio finiscono per mostrare il
proprio vero aspetto. I diversi momenti della vita, pur con le loro rotture,
deviazioni, lacune, vanno infine a coincidere con la vecchiaia, che in un certo
senso rivela la verità dell’individuo. Perché, a rigor di logica, solo la vecchiaia
può dare valore a una biografia, a un resoconto definitivo. (2)
E continua Domenico Licciardi : “Malabou non legge il mito di Dafne come legge le altre metamorfosi. Qui non si tratta – almeno in modo diretto – di mostrare come la forma permanga, mentre l’essenza rimanga fissa, identica a se stessa. Si tratterebbe, però, di una forma di redenzione. Per questo motivo il mito non può esprimere la potenza metamorfica della plasticità distruttiva, della malattia e dell’invecchiamento rovinoso: «Nel caso di Dafne, paradossalmente, l’essere-albero, nonostante tutto, conserva, preserva e salva il suo essere-donna. La trasformazione è una forma di redenzione, una strana forma di salvezza, ma pur sempre una salvezza. Al contrario, la fuga dall’identità forgiata dalla plasticità distruttiva fugge prima, e principalmente, da se stessa; non conosce salvezza o redenzione». Scorrendo le pagine di Ovidio, la lettura è esatta. Quando Dafne invoca il fiume, chiede che ad essere mutata sia la sua figura, mentre nel momento della trasformazione, remant nitor unus in illa, rimane di essa solo il suo splendore. Si sarebbe portati ad affermare, anche in questo caso, che sia solo la forma a mutare, ma non l’essenza, come il permanere dello splendore di Dafne dimostrerebbe. Inoltre, la ninfa si trasformerà in un albero di alloro, che diventerà appunto il simbolo di Apollo. Il dio afferma: «Poiché non puoi essere moglie mia, sarai almeno il mio albero. O alloro, sempre io ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra, sulla mia faretra» (Metamorfosi, I, 555). E Dafne in qualche modo risponde. Factis modo laurea ramis adnuit, utque caput visa est agitasse cacumen. L’alloro sembra annuire. Dafne è ancora Dafne. La sua metamorfosi, benché definitiva, non sembra intralciare la sua anima.” (3)
![]() |
| Bernini |
Il mito narra che Apollo, fiero di aver ucciso il serpente Pitone con le sue frecce, se ne vantò con Cupido, il dio dell'amore. Nel farlo, lo derise, chiedendogli quali imprese gloriose lui potesse vantare. Cupido, irato, giurò vendetta al dio e preparò le sue frecce.
Le frecce che Cupido portò con sé per avere la sua rivincita su Apollo erano due: una d'oro, con il potere di far innamorare chi l'avesse ricevuta; l'altra di piombo, con il potere di respingere l'amore. Con la prima freccia Cupido colpì Apollo. La seconda, invece, la scoccò verso Dafne, figlia del fiume Peneo e della madre terra Gea. Il risultato fu che mentre Apollo cadde perdutamente innamorato della ragazza, quest'ultima iniziò a respingerlo, fuggendo da lui.
![]() |
| Canova |
L'Apollo e Dafne è un gruppo scultoreo
realizzato da Gian Lorenzo Bernini tra il 1622 e il 1625 ed esposto nella Galleria
Borghese di Roma.
L'Apollo e Dafne fu l'ultima
di quella serie di commissioni rivolte dal cardinale Scipione Caffarelli –Borghese allo scultore Gian
Luigi Bernini, all'epoca poco più che ventenne. L'esecuzione del gruppo
scultoreo fu iniziata nell'agosto del 1622, ma fu interrotta nell'estate del
1623, siccome Bernini doveva portare a compimento il David per il cardinale Alessandro
Peretti. Terminato il David nel 1624, Bernini poté riprendere il lavoro nell'aprile dello stesso anno, avvalendosi della collaborazione di uno dei componenti della sua bottega, lo scultore carrarese Giuliano Finelli, che intervenne nelle parti più delicate dell'opera, eseguendo il fogliame e le radici.
L'Apollo e Dafne venne portato finalmente a compimento nell'autunno 1625, riscuotendo sin da subito un'accoglienza entusiastica che consacrò l'opera una dei capolavori di Bernini.(4)
Un’altra famosa rappresentazione è il gruppo, scolpito dal Canova oggi conservato al Louvre, appartenente alle allegorie mitologiche della produzione canoviana. Esso rappresenta Amore e Psiche nell’atto di baciarsi. Eseguita in marmo bianco, la scultura ha superfici levigate ed un modellato molto tornito. La composizione ha una straordinaria articolazione: la donna, Psiche, è semidistesa, rivolge il viso e le braccia verso l’alto e, per far ciò, imprime al corpo una torsione ad avvitamento; l’uomo, Amore, si appoggia su un ginocchio mentre con l’altra gamba si spinge in avanti inarcandosi e contemporaneamente piegando la testa di lato per avvicinarsi alle labbra della donna. Il soggetto è probabilmente tratto dalla leggenda di Apuleio, secondo la quale Psiche era una ragazza talmente bella da suscitare l’invidia di Venere, così che la dea le mandò Amore per farla innamorare di un uomo vecchio e brutto. Ma Amore, dopo averla vista, se ne innamorò e, dopo una serie di vicissitudini, ottenne che Psiche entrasse nell’Olimpo degli dei, per restare con lui. Il soggetto è qui utilizzato come allegoria del potere dell’amore, visto soprattutto nell’intensità del desiderio che riesce a sprigionare: da qui la scelta di fermare la rappresentazione all’istante prima che il bacio avvenga ed il desiderio si consumi. (5)
Si può fare un raffronto tra il gruppo scultoreo di Apollo e Dafne del Bernini con lo stesso gruppo del Canova ? Sono due opere simili ma quanto distanti !L abilità con cui Bernini riesce a descrivere il momento della metamorfosi è semplicemente spettacolare! La trasformazione è in fieri. Le dita di Dafne si stanno trasformando in foglie. Le gambe in radici. La pelle in tronco. Il contrasto tra morbidezza della pelle, e ruvidità della corteccia, è reso alla perfezione. Le espressioni sono colme di tragicità e pathos. La fanciulla si protende in avanti, per sfuggire alla presa di apollo. Diversamente dalla scultura di Canova "amore e psiche", dove psiche, invece, non fugge, bensì tende le braccia verso amore, abbandonandosi completamente. In questa scultura la delicatezza è protagonista. Delicatezza della carne, dei gesti, e del loro amore, così puro, etereo. Il candore del marmo enfatizza ulteriormente il tutto. Due opere simili ma appunto distanti . (6)
La differenza tra le due sculture non è da ricercarsi sulla differenza stilistica o formale, risultando entrambe di notevolissima fattura per tecnica esecutiva, ma sulla diversa cultura che le ispira. Lo sforzo del Bernini è di cogliere la vitalità della vita in continuo movimento, e per far ciò cerca di annullare la materia per lasciare solo la sensazione del divenire. Canova mostra invece tutta a tensione neoclassica di giungere a quella perfezione senza tempo in cui nulla più può divenire, e per far ciò pietrifica la vita dando alla materia una forma definitiva ed eterna.
(1)
Dafne si
trasforma. Mito e demenza senile. Inhttp://rifrazionecritica.it/bodafne-si-trasforma-mito-e-demenza-senile-zza-automatica/
(2)
Malabou,
Ontology of the Accident. An Essay on
Destructive Plasticity, Polity Press, Cambridge-Malden 2012, p. 42. Catherine Malabou Ontologia
dell'accidente. Saggio sulla plasticità distruttrice Meltemi 2019
(3)
Malabou, Ontologia
dell’accidente, cit., p. 12.
(4)
Daniele
Pinton, Bernini, I percorsi dell’arte , ATS Italia Editrice,.
(5)
http://www.francescomorante.it/pag_3/301bb.htm
(6)
ArtItaly
App pagina di Facebok https://www.facebook.com/artitalyapp/posts/due-opere-a-confronto-apollo-e-dafne-di-bernini-amore-e-psiche-di-canova-ovidio-/932193380208687





Nessun commento:
Posta un commento