C’è tutta la saggezza e la dignità della vecchiaia in “Cato maior de senectute” che è anche uno dei testi più importanti
dell’antichità. Si tratta di un
ammonimento ad un’epoca che non sa più
invecchiare. E’ il breve testo che Cicerone
scrive appena prima dell’uccisione di Cesare, in un periodo per lui
pieno di amarezze. Sceglie a portavoce Catone, ottantaquattrenne protagonista
del dialogo, figura di intatta autorevolezza e di forte prestigio politico. “La
vecchiaia” poi come una specie di reportage
si avvale di una serie di exempla scelti tra i grandi personaggi del
mondo greco e, soprattutto, dell’eroico passato romano, andando così oltre il
“semplice” trattato teorico sulla vecchiaia, arrivando a essere un concreto
strumento di propaganda politica.
Quest’opera è la
riproposizione della moralita antica, il recupero dei valori positivi della
vecchiaia e la creazione di un supporto filosofico per la sempre piu contestata
e minata egemonia aristocratica sono piu evidenti nel CatoMaior, la
testimonianza piu preziosa del dibattito sulla vecchiaia nella seconda meta del
I sec. a.C.
Inoltre in quest’opera
Cicerone attingendo alla letteratura greca recupera la concezione omerica della
vecchiaia che per il grande poeta era
una normale fase del ciclo dell’esistenza .La «buona vecchiaia» è una
concessione degli dei ed è quasi un compenso
alla “ buona “ vita vissuta perché in quel caso
apporta vantaggi sociali, rispetto e riverenza, la decadenza fisica e compensata
dalle virtu acquisite (esperienza, saggezza, eloquenza). Ed è quasi una
consolazione per se stesso in quanto Cicerone al pari di Nestore, si immedesima
in Catone che è un paradigma di vecchio saggio e lucido.
Cicerone mette sulla bocca di Catone affermazioni come quelle che la vecchiaia, essendo un’inevitabile tappa della
vita non va vista in modo negativo ma accettata con serenità. La vecchiaia è
un’età che sembra disarmata ma in realtà
ha dalla sua parte eccezionali qualità
come la conoscenza e la virtù. Ed è soprattutto ormai libera da ogni incombenza
come per esempio quella della lotta politica
che a quell’età non ha più senso.
Ci sono però infondate opinio0ni secondo
Catone che la vecchiaia soffra di problemi del tipo : “ la vecchiaia
allontana dalle occupazioni ; rende debole il corpo; priva quasi di ogni
piacere;non è molto lontana dalla morte “ A queste problematiche Catone
risponde affermando che “anche se la vecchiezza indebolisce il corpo,
esistono anche attività per l’anima. Le cose grandi non si fanno con l’agilità
del corpo ma col senno, l’autorità, col far valere le proprie opinioni. È vero
che diminuisce la memoria, ma solo se non viene esercitata, inoltre le cose che
stanno a cuore in genere vengono ricordate. Viene preso come esempio Sofocle
che diventato vecchio ha continuato a scrivere tragedie come l’Edipo a Colono,e
a questi aggiunge i nomi di Platone, Pitagora, Isocrate e tanti altri che hanno continuato le loro attività anche da
vecchi.”
Fausto Pagnotta nella pagina del sito ufficiale della Società Internazionale degli Amici di
Cicerone legge l’opera di Cicerone sulla
vecchiaia richiamandone alcuni
punti essenziali capitolo per capitolo
in questo modo : “Opera filosofica in forma di dialogo, dedicata a Tito
Pomponio Attico (Cato 1-3; Att. 14,21,3; 16,3,1; 16,11,3), si
considera in genere composta nei primi mesi del 44 a.C., di certo il terminus
ante quem è l'11 maggio del 44 a.C. data di Att. 14,21,3 dove
Cicerone scrive Legendus mihi saepius est "Cato maior" ad te
missus. Il dialogo è ambientato nella casa di M. Porcio Catone il Censore,
nell'anno 150 a.C., dove Catone, ottantaquattrenne, tiene una conversazione
sulla vecchiaia alla presenza dei giovani P. Cornelio Scipione Emiliano e C.
Lelio. Nella dedica ad Attico (Cato 1-3) Cicerone attribuisce al dialogo
una funzione consolatoria, di sollievo dal comune peso degli anni e dalle
angosce della vita. Nell'idealizzazione dell'immagine di un Catone cultore dei
valori dell'humanitas Cicerone rappresenta tratti della propria
personalità. Fin da subito Catone afferma che lamentarsi della vecchiaia è da
stolti poiché essa dipende dalla natura e l'uomo non può naturae repugnare
(Cato 5). La conoscenza e l'esercizio delle virtù in ogni età, insieme
alla consapevolezza di una vita ben spesa, sono i rimedi più efficaci per una
buona vecchiaia (Cato 9). La vecchiaia appare ai più portatrice di
infelicità perché allontana dalle occupazioni pubbliche, perché rende più
debole il corpo, perché toglie ogni piacere, ed infine perché porta alla morte
(Cato 15). Per ognuna di queste motivazioni Catone sviluppa una
confutazione. Prima di tutto egli afferma che non è vero che da vecchi non si
hanno più occupazioni, poiché ci si deve dedicare con il proprio consilium
ai concittadini e in particolare all'educazione dei giovani (Cato 16-26,
28-29). Per quanto riguarda le forze fisiche, esse sono soggette alla natura, è
quindi inutile lamentarsi, tuttavia grazie ad un moderato esercizio fisico e
alla temperanza nei costumi si possono preservare (Cato 34). Nella
vecchiaia restano invece in buone condizioni, se esercitate, le facoltà
dell'ingegno (Cato 38). Il fatto che la vecchiaia tolga i piaceri, per
Catone rappresenta un praeclarum munus aetatis poiché libera dagli
affanni giovanili causati dalle voluptatis avidae libidines (Cato
39) pericolose per sé e per la patria. Bisogna dedicarsi piuttosto a quei
piaceri da cui si trae utilità unita al beneficio per l'animo, di qui l'elogio
dell'agricoltura nella contemplazione del ciclo di semina, nascita e crescita
della vite che dona poi preziosi frutti (Cato 52-53). Tutto questo nel
ricordo di eminenti personalità della storia di Roma quali ad esempio L.
Quinzio Cincinnato e M. Curio Dentato che alternavano attività politica e
agricoltura (Cato 55-61). Una chiara analogia tra la sapientia
necessaria a coltivare gli affari dello Stato e quella necessaria a coltivare i
campi, entrambe bisognose di prudentia e di temperantia. Catone
infine confuta la paura della morte (Cato 66-85) argomentando che essa,
comune ad ogni età, è naturale nella vecchiaia, mentre è evento violento nella
giovinezza (Cato 71). Egli si dice contrario al suicidio citando
l'autorità di Pitagora, poiché è contro natura e contro gli Dei (Cato
73). Infine Catone esprime la sua adesione alla concezione dell'immortalità
dell'anima come premio riservato a coloro che hanno trascorso una vita virtuosa
per sé e per la patria (Cato 77-85), portando beneficio all'umanità, un
chiaro richiamo di Cicerone al Somnium Scipionis.
Certo la vecchiaia di Cicerone era una vecchiaia di elite di
fronte ad una mortalità nel mondo greco
romano . nell’antica Roma era di circa 40 anni, sebbene siano numerose le
fonti letterarie che tramandano i nomi di “venerabili vecchi” come il
centenario Quinto Fabio Massimo o Terenzia, prima moglie di Cicerone, morta a 103 anni.
Anche se è difficile fare stime attendibili, sulla base di
iscrizioni sepolcrali e di papiri, possiamo dire che in età imperiale i Romani ultraquarantenni
costituivano il 25% della popolazione, mentre oltre un terzo era formato da
giovani di età inferiore ai 15 anni. Sembra, infine, che gli ultrasessantenni
non raggiungessero il 6% della popolazione.
Giuseppe De Rita nel commentare quest’opera di Cicerone conia il termine “vecchiaia di massa”
in quanto evocativo di quello che avviene nella società odierna dove c’è un
grande affollamento di persone anziane che una volta erano quelli che avevano
superato i 65 anni (la terza età) mentre oggi, grazie all’allungamento della
vita, abbiamo anche una quarta e persino una quinta età. Proseguendo così :”
De Rita prosegue: “Nella
nostra società iperindividualista tentata dal giovanilismo la vecchiaia è
socialmente rifiutata e individualmente rimossa. I vecchi vengono lasciati
nella solitudine in quanto la vecchiaia è diventata una “transizione personale”
con una continua discesa di gradini inavvertiti di declino. L’effetto
principale della transizione è che l’anziano diventa giorno dopo giorno “altro
da noi”, perde cioè occasioni di sodalità e quote di relazionalità a piccolo e
medio raggio. La perdita della relazione, causa ed effetto della solitudine,
produce allora una alterità dell’anziano: lui si sente diverso da chi lo
circonda e tutti lo sentono dentro un mood psicologico poco comprensibile alla
comunità.”(…) concludendo che “la pienezza della vita si
realizza solo nella continua fedeltà non a se stessi, come talvolta
retoricamente si dice, ma all’oggetto della nostra vita: e l’oggetto è ciò in
cui siamo stati chiamati a fare vicenda umana. Quindi fedeltà alle scelte
culturali e professionali, al proprio lavoro, alle proprie relazioni umane.” …
“legarsi alla fedeltà all’oggetto significa assolvere al mandato di portare
avanti un pezzo del processo evolutivo di tutta la società. Non è un cattivo
modo di invecchiare, è anzi una coerente preparazione al finale ‘tutto è compiuto’
dove non si evoca il dissolvimento nel nulla ma il compimento di una vita
piena, degna, portatrice di frutti.”
Di
opinione opposta era Giacomo Leopardi
che nei Pensieri scrive : “«La morte non e un male: perche
libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri. La
vecchiezza e male sommo: perche priva l’uomo di tutti i piaceri,
lasciandogliene gli appetiti, e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini
temono la morte, e desiderano la vecchiezza» anche se Il topos dell’odio
della vecchiaia prima desiderata e frequente nella letteratura greca e latina
(cf. ad esempio Cic. sen. 4, quam [scil. senectutem], ut
adipiscantur omnes optant, eandem accusant adeptam; tanta est stultitiae
inconstantia atque perversitas)
Ma ci si potrà tornare su questi temi senza dimenticare un altro
contributo che è quello sulla bellezza
della vecchiaia tratta da un brano di
un’opera di Seneca Epistulae
Lucilium 12 .
Eremo Rocca S. Stefano venerdì 29 maggio 2020

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