Meridiani di carta è un progetto di lavoro per le stanze online di una casa delle letterature dei paesi delle
sponde del Mediterraneo Un progetto di lavoro nel campo delle letterature del
mediterraneo
MERIDIANI DI CARTA
: Le stanze della poesia nella
casa delle letterature.
Un percorso che potrebbe diventare associazionistico con il coinvolgimento degli studenti delle
scuole per porre la poesia e la
letteratura in genere all’attenzione della città con la
promozione di eventi
, anche mediatici , frutto appunto di un percorso ,di un viaggio attraverso la poesia e più in generale le letterature del Mediterraneo Un lungo racconto dal quale emergono le voci dei poeti e scrittori nei mercati e nei porti, l'infinita topologia
di un'agorà umanistica dove niente è scontato, il mare aperto è sempre una
sfida, tutto è un'inquieta conquista. Scavando nella miniera della letteratura
mediterranea si scoprono così per esempio quella letteratura d’emigrazione o adab almahgar come quella dei dei mahg˘ariyyu-n (o muha-g˘iru-n), come furono
chiamati gli scrittori e i poeti che, senza mai perdere il contatto con la
madrepatria e soprattutto con gli innovatori egiziani, contribuirono a un
marcato rinnovamento della produzione letteraria araba, sia in prosa, sia in poesia
. Il progetto per ora si svilupperà ,
come si diceva, on line, su questo blog e quello che segue è una specie
di avvio . Una stazione di partenza
che si occupa di un aspetto per
esempio la poesia .
Infatti all’interno di “Meridiani di carta” che vuole proporre la poesia ad un vasto pubblico
i temi all’attenzione saranno molti ed avvincenti. Tra cui le prime stanze della poesia che potranno
riguardare il Mediterraneo .
Le stanze della poesia nella casa delle letterature come scrive
Adriana Pedicini in Li(b)ero Libro partono
da quello che fummo : “Noi fummo
e siamo Greci. La grecità è il Mediterraneo che si fa viaggio. L’andare verso
terre è penetrare il senso della storia. Una storia che si raccoglie appunto
nella nostalgia perché è fatta di mito, di simboli, di echi. E di quel mondo
greco noi abbiamo raccolto i profili, il sentimento del destino, il sacro e le
proiezioni della divinità, l’amore e l’eros, l’eroismo, l’attesa.
Il Mediterraneo non è solo un viaggio. È soprattutto attesa. E nella cultura ellenica l’attesa è un valore. “E noi fummo Greci. E forse lo siamo ancora”. Così asserisce Valerio M. Manfredi in “I Greci d’Occidente”.
Il Mediterraneo non è solo un viaggio. È soprattutto attesa. E nella cultura ellenica l’attesa è un valore. “E noi fummo Greci. E forse lo siamo ancora”. Così asserisce Valerio M. Manfredi in “I Greci d’Occidente”.
Per arrivare a quello che siamo Ma il Mediterraneo ha conosciuto e conosce tuttora l’incontro e lo scontro tra civiltà. Il Mediterraneo antico fu greco, fenicio-punico, romano. Tutto un mondo arabo si trovò a fare i conti con diverse identità. Bisogna saper cogliere quella eredità: un’eredità la cui chiave di lettura è nell’interpretazione dei miti, che ci raccontano delle avventure dei popoli.
E il mito mediterraneo per eccellenza è quello di Ulisse, seguito da quello di Enea. Il loro viaggio si compie per mare, esso rappresenta il futuro. Entrambi gli eroi hanno in comune l’esperienza di navigazione, dei ritorni avventurosi e delle sofferenze sia di chi anela a ritornare nella propria patria lontana, sia di chi, sopravvissuto alla guerra, desidera trasmigrare in nuove sedi.
Sono essi dunque i simboli che ci permettono di captare il nostro essere nel tempo, che custodiscono la memoria delle nostre radici mai recise, e che attraverso le epoche tramandano, come onde sonore, suoni di viaggi, di naufraghi, di migranti.
L’eredità è saper riconoscere queste voci che ci suggeriscono nuovi percorsi, che dentro la memoria ridisegnano il futuro. Un futuro che ora come allora è dipinto di nostalgia, che contrappone al canto delle Sirene il muto dolore dei naufraghi che a migliaia tentano di approdare a nuove rive.
Ma c’è di più. Non interessa sapere se Ulisse sia un personaggio reale o frutto di fantasia. Ci appassiona la nostalgia del suo nostos, che è testimonianza di un tempo archetipale che traccia misteri, segni, luoghi e fa della nostra ricerca un viaggio per tentare di catturare i segreti di quell’isola che è il nostro destino, dei destini che diventano avventure. Gli eventi condizionano tutto il percorso. Il mito allora come rivisitazione degli eventi.
Il viaggio di Ulisse si risolveva in un’avventurosa peregrinazione per i mari le isole i porti del Mediterraneo; Enea, viceversa, edifica nel suo itinerario una biografia etico-religiosa con finalità politico-universalistiche.
Anche in
letteratura - sottolineano Bruni e Picardo - il Mediterraneo è destino. La letteratura-viaggio è la letteratura del
ritorno di Ulisse, ma è soprattutto la letteratura del recupero del paese,
parola della piazza mediterranea dove più voci hanno amato o perso donne e
storie. Voce di attese, di pietra bianca e infiniti ritorni del cuore. Focolare
d'inverno e vento che spinge al largo, cercando di raccontare sempre il proprio
tempo, misurandosi con la morte".
"Scavando
nella miniera della letteratura mediterranea, abbiamo scoperto volti e storie.
Ma soprattutto abbiamo guardato in volto una grande umanità. Lettere e versi
fuori dal recinto, che mostrano vene aperte di confronto e guardano lontano,
con le loro voci scomode. Perché scrivere è, spesso, entrare nella maledizione
della solitudine. Peccato che la vita, poi, non mantenga le promesse della
letteratura. Ma questo è un altro discorso. Come uomini e donne del
Mediterraneo profondo, quello delle lettere e delle arti, abbiamo il compito di
cercare un senso. E di farlo sempre. Il korismòs, la differenza del
Mediterraneo cantata dai maestri greci, è proprio questa. Seguirla vuol dire
restare nella libertà ribelle di un inquieto pensiero che fa ancora
strada".
Dice Predrag
Matvejevic a proposito del
Mediterraneo “ Non un mare, ma un
susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le
une sulle altre. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a
fianco dell'ultramoderno. Accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella
di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondi marini o le enormi petroliere.
Significa immergersi nell'arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo
stupirsi di fronte all'estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a
tutti i venti della cultura e del profitto e che da secoli sorvegliano e
consumano il mare. Certamente ancora oggi il Mediterraneo è custode della vita
di molti popoli, rievocandone le radici e le origini comuni. Ma il
Mediterraneo, crocevia di civiltà, non è destinato a rappresentare un mito del
passato. Che cosa resterà nella nostra cultura mediatica e tecnologica delle
sedimentazioni millenarie e delle culture stratificate che hanno alimentato i
popoli del mare? Che cosa oggi ha preso il posto dei viaggi e delle
esplorazioni, degli scambi e delle migrazioni dei popoli mediterranei? Come il
Mediterraneo è vissuto da questi stessi popoli, oggi?”
Nel 1937 Camus scrive: "Il Mediterraneo è altrove. È la
negazione stessa di Roma e del genio latino. Non è affatto classico e ordinato.
È diffuso e turbolento, come i quartieri arabi o i porti di Genova e della
Tunisia. Il senso dell'annientamento e della noia, le piazze deserte a
Mezzogiorno in Spagna, la siesta, ecco il Mediterraneo vero. Ed è all'Oriente
che si avvicina". E poi ancora: "Siamo qui con il Mediterraneo contro
Roma".
Sempre Predrag Matvejevic afferma : “ : Infatti abbiamo innanzi tutto le culture mediterranee, con le similitudini e le differenze. Le similitudini e le differenze non sono assolute. Ci sono avvicinamenti, ci sono penetrazioni. Impariamo gli uni dagli altri. Questa è una caratteristca del Mediterraneo. Sempre si impara da qualcuno che è venuto prima di noi, che ha creato qualcosa prima di noi. I Greci hanno imparato le cose dagli Egiziani, poi dai Pelasgi che erano un popolo marittimo che viveva in Grecia. I Latini hanno imparato le cose dagli Etruschi, che erano un popolo marittimo, poi dai Greci. Si diceva: Roma ha vinto la Grecia con le armi, ma la Grecia ha vinto Roma con la cultura. Dunque ci sono questi processi, che hanno fatto, diciamo, moltissime similitudini nell'espressione culturale, pur essendo in diverse lingue. Ci sono gli stessi modi di guardare il sole, di guardare il tramonto, di guardare l'alba, di vivere l'alba, di sentire questi odori e sapori che sono accanto a noi. E questo fa una unità delle culture mediterranee. Poi ci sono alcuni pensieri anche. Non dimentichiamo, non è soltanto la poesia. Qui è nato il pensiero dell'uomo, la filosofia. Non tutta la filosofia del mondo, ma i grandi filosofi della Grecia, che hanno trasmesso, che hanno adottato, poi trasmesso, il messaggio delle altre filosofie precedenti, hanno creato questa idea della democrazia, l'idea dell'agorà e del foro, l'idea della repubblica, della cosa pubblica. E infatti sono queste le cose che si trovano, non soltanto nella letteratura in senso stretto della parola, ma nella letteratura come filosofia, come legge, come legislazione.
Scrive su
Repubblica TAHAR BEN JELLOUN in “ Mediterraneo la poesia del lago di luce” (Traduzione di Elisabetta Horvat) “Saranno forse la letteratura e la poesia a
unificare il Mediterraneo, dandogli una voce in grado di arrivare lontano e di
parlare al mondo. E’ con la cultura e con la poesia che il Mediterraneo
resisterà — poiché si tratta di resistere a una globalizzazione che sacrifica
il Sud. Non possiamo contare sui politici, più preoccupati della propria
carriera che del futuro del Mediterraneo. La resistenza, la fanno i visionari,
coloro che portano nel cuore questa luce mediterranea e la celebrano, la
cantano al di la del tempo e delle contingenze. I poeti ci parlano di giardini
che non hanno più un paese ove fiorire. E ci rammentano «i frutti nella poesia
e nel mare».
Sono parole di un poeta libanese francofono. Georges
Schehadè, che ci dice ancora:
«Quando avremo
Spiagge dolci da toccare con lo sguardo
E una vita ove l’ombra si scosta dalla luce
Verrà il riposo con i suoi tesori
Tu ed io sulla Terra delle spiagge
O amore mio che i viaggi
Al sonno stai domandando».
E come per rispondergli, il poeta greco Yannis Ritsos
scrive, nel marzo 1972:
«I1 nudo sentiero, il sole, i ramoscelli secchi, le pietre.
Raggiunta infine la sorgente, al meriggio,
Davanti al fragore e all'abbondanza dell'acqua,
Comprendiamo quando la nostra sete
Sia poca cosa».
L'andaluso Vicente Aleixandre evoca il sole, che e l'altra
faccia enigmatica e immobile del mare, in una poesia intitolata Figli del sole:
«La luce, bella luce del sole,
Crudele messaggio dell'impossibile,
Annuncio dorato di un fuoco sottratto all'uomo,
Ci invia la sua folgorante promessa strappata
Sempre e per sempre in cielo, serenamente statico
(Sombras del paraiso: 1939-1943).
Nel settembre 1941, l’altro premio Nobel della letteratura,
il greco Georges Seferis, descriveva con parole semplici la quotidiana bellezza
di questo Mediterraneo:
«Il mare ti appartiene e il vento
Con un astro sospeso al firmamento.
Signore. essi non sanno che noi
Siamo solo ciò che possiamo
Curando le nostre piaghe con erbe
Raccolte sui verdi pendii.
Non laggiù ma qui, molto vicino.
Respiriamo come possiamo,
Con la timida preghiera d'ogni mattino
Che si fa strada verso la riva
Lungo le faglie della memoria
Signore, non con loro. Sia fatta altrimenti la tua volontà».
***
Come gia disse il poeta francese Renè Char, «gli uccelli non hanno cuore di cantare in un cespuglio di domande». Il
bacino mediterraneo, e più precisamente la sua parte più povera, il Sud,
somiglia a una foresta di interrogativi, di
problemi, di destini contrastati. I poeti sono i migliori analisti di una
situazione strutturale. Vedono lontano e
in profondità. Perciò bisogna consultarli —cioè leggerli in via prioritaria, se
si vuole che questa parte del mondo possa divenire un luogo in cui far vivere e cantare i valori
dell'umanesimo. Sarebbe difficile chiedere al cancelliere tedesco, al presidente
del consiglio italiano o al premier britannico di tener conto della voce dei poeti. Ma gia Platone, e in
seguito anche Nietsche, molto prima di
quest'epoca moderna cosi violenta e manichea, avevano detto quanto i politici
avessero bisogno della filosofia e della poesia.
Viviamo in un mondo bipolare, dove per il momento domina
l’asse anglosassone; e il mondo asiatico sta avanzando. L'uno e l'altro hanno
in comune una cosa: del Mediterraneo non sanno neppure dove si trovi. Per
alcuni è un club di vacanze, per altri un supermercato che vende prodotti
coltivati a migliaia di chilometri di distanza.
Ragione di più perchè i mediterranei prendano coscienza
dell’eccezione culturale che rappresentano, dell'opportunità di essere diversi,
del loro interesse a rafforzare i reciproci legami politici, economici e
culturali. ».


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