Il primo di aprile di
quest’anno sulla testata on line Eastjournal
è apparso il seguente articolo
definito nella nota dalla
redazione della testata il classico “pesce d’aprile “
“Una manifestazione non
autorizzata è degenerata in protesta dilagando per le strade
di Budapest. Sembra che i manifestanti abbiano assaltato il parlamento.
Ragione della protesta sarebbe la recente attribuzione di pieni poteri al
premier ungherese, Victor Orban, accusato di voler trasformare il paese in una
dittatura. Mentre vi scriviamo, la protesta è ancora in corso.
Dalle prime informazioni in nostro possesso la
manifestazione, organizzata tramite social-network, aveva intenzioni
pacifiche e goliardiche. Una folla di giovani vestiti da cow-boys
si è radunata in tarda mattinata sotto la statua di Bud Spencer in Corvin
sétány. Il travestimento sarebbe un rimando al celebre
manifesto
di Solidarnosc che
ritrae Gary Cooper in “Mezzogiorno di fuoco“. Le forze dell’ordine
sono rapidamente intervenute per disperdere la manifestazione.
In base alle nuove leggi
sul contenimento dell’epidemia da Covid-19, sono infatti vietati
assembramenti e quindi anche manifestazioni pubbliche. Allo scattare del
mezzogiorno, i giovani avrebbero estratto dalle fondine le pistole giocattolo
mirando verso la polizia in tenuta anti-sommossa che ha
risposto al fuoco con proiettili di gomma e lacrimogeni, causando la
fuga dei manifestanti e alcuni feriti.
Una parte dei protestatari si è allora diretta
verso il parlamento prendendolo d’assalto al grido di “più forte,
ragazzi!“. Dalle finestre del palazzo è stato esposto un manifesto con la
scritta: “Non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo”.
Intanto alcuni testimoni raccontano di aver visto la statua di Imre
Nagy, recente
rimossa, tornare sulle sue proprie gambe in Piazza dei Martiri, con
lo sguardo fisso verso il parlamento.
Circolano voci sulla presenza di carri
armati in città. Per quanto
incredibile, si tratterebbe dei vecchi tank sovietici usati per reprimere
la Rivoluzione ungherese del ’56. A guidare la colonna dei blindati – finora
conservati al Memento Park – ci sarebbe proprio Victor Orban.
Nella confusione generale, l’esercito si è mobilitato per respingere
l’invasione sovietica. Dalle finestre, i cittadini lanciano kurtoskalacs
incendiari. Al momento filtrano poche notizie dal paese, ai
giornalisti sono state tagliate le dita tempo fa. Tuttavia barricate si stanno
ergendo in varie parti della capitale dopo che la signora Agota, vedova di un
eroe del ’56, è stata arrestata con l’accusa di diffondere fake-news
mentre condivideva su Twitter la ricetta dei suddetti kurtoskalacs.
Il messaggio recitava: “Setacciate la farina.
Stop. Unitela con l’uovo. Stop. Usate gancio impastatore per arrotolare impasto.
Stop”. La ricetta sarebbe in realtà un messaggio cifrato che
incita alla rivolta, da tempo atteso dai dissidenti magiari. Secondo le nostre
fonti, alla guida dei dissidenti ci sarebbe un misterioso personaggio che viene
chiamato Trinità.
Arrivano le prime reazioni internazionali:
il governo polacco ha condannato l’invasione sovietica dello stato ungherese
mentre a Praga hanno adottato il calendario giuliano per evitare una nuova
primavera. La Russia si dice pronta a mandare uomini senza mostrine o, alla
peggio, reparti dell’esercito per combattere il Covid-19. Il Venezuela ha
manifestato il proprio sostegno al compagno Orban. I dissidenti magiari hanno
chiesto il sostegno del governo americano, ma il presidente Trump ha twittato
di non sapere dove si trovi l’Ungheria.
I manifestanti intanto hanno chiesto le
dimissioni del premier Orban dichiarando: “Altrimenti ci
arrabbiamo!“. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi della situazione. Aldo
dice Ciribiribin Kodak.
—
Questo articolo, espressione del nostro animo
più scanzonato, è un ‘pesce d’aprile’ non dissimile dai molti che abbiamo fatto
negli anni precedenti. Tuttavia, con un punta di amaro in più. In Ungheria è
recentemente passata una legge che conferisce “pieni poteri” al primo ministro:
il parlamento è esautorato, non fa leggi, non le vota. Una pena detentiva pari
a cinque anni è stata stabilita per chi diffonde “notizie false”, cioè non
approvate dal governo. Il paese vede già compromessa l’indipendenza del sistema
giudiziario (i giudici sono controllati dal governo, non sono indipendenti come
da noi) e dei media. Il sistema elettorale favorisce la maggioranza al governo,
quella di Orban. Questi “pieni poteri” senza data di scadenza danno a Orban
un’autorità senza precedenti. Da qui questo scherzo che vede una surreale
rivolta e un Orban a bordo dei tank sovietici pronto a reprimerla, come nel ’56
fecero i russi. La statua di Nagy che torna da sola al suo posto durante
l’ipotetica rivolta narrata dall’articolo è, quindi, un richiamo a quei valori
di libertà che hanno caratterizzato la storia del popolo ungherese e che
auspichiamo di rivedere ancora. (1)
In
realtà le cose sono andate secondo quando scrive Alice Mattei
in un articolo dal titolo : “Il coronavirus miete la
prima vittima tra le democrazie? Orban sta per esautorare il parlamento
ungherese “
“Via con un
tratto di penna, nei fatti anche se magari non nella forma, il parlamento
ungherese. Potrebbe essere questo l’effetto collaterale dell’esplosione del
Covid 19 in Ungheria: Questa settimana il parlamento ungherese prenderà in
considerazione un disegno di
legge di emergenza che conferirebbe al primo ministro Viktor Orbán il potere di governare con decreto. La legge non
ha un termine di fine, ma il potere legislativo sarebbe conferito al primo
ministro, in via emergenziale, ma senza una chiara data di fine.
Il disegno
di legge prevede anche pene detentive
fino a 5 anni per chiunque diffonda notizie false, con il problema però
che Victor Orban taccia come false praticamente tutte le notizie che arrivino
da giornali di opposizione.
Per la democrazia ungherese, già da tempo traballante, potrebbe essere il colpo definitivo.
Per la democrazia ungherese, già da tempo traballante, potrebbe essere il colpo definitivo.
Il 30 marzo 2020 dunque il Parlamento
ungherese ha affidato i pieni poteri a Viktor Orban, premier
teoricamente ‘popolare’ – il suo partito, Fidesz, è tuttora affiliato al Ppe -, di
fatto nazional-populista, il teorico della democrazia illiberale, un sovranista in tutto e per tutto salvo quando si
tratta di ricevere i fondi per la coesione dell’Unione europea,
che sono linfa economica per il suo Paese.D’ora in poi, e fino a quando vorrà, Orban potrà governare per decreto, sciogliere il Parlamento, cambiare o sospendere le leggi in vigore, perfino bloccare le elezioni. Tutto “per combattere più efficacemente il coronavirus”. La norma è passata con i voti della maggioranza e di alcuni deputati d’estrema destra: 138 sì, 53 no.
L’Unione europea si allarma, ma ha armi spuntate: il Trattato per violazione dei diritti fondamentali prevede l’espulsione, ma non dà strumenti intermedi – sospensione dal beneficio dei finanziamenti, dal diritto di voto, etc. “La Commissione europea sta valutando le misure di emergenza adottate dagli Stati membri in relazione ai diritti fondamentali, in particolare la legge votata in Ungheria sullo stato di emergenza e le nuove sanzioni penali per la diffusione di informazioni false”, avverte il commissario alla Giustizia Didier Reynders.
Ma né dalle Istituzioni comunitarie né dal Ppe, che è pure il partito di Reynders, arrivano a caldo condanne chiare ed esplicite, anche se il provvedimento, a volerlo credere limitato all’emergenza coronavirus, appare “sproporzionato” rispetto alla situazione sanitaria del Paese, dove i contagiati sono meno di 500 e i decessi una quindicina, tutte persone anziane con patologie pregresse – queste almeno le cifre ufficiali.
Giovedì
2 aprile 2020 Ursula von der Leyen, presidente
della Commissione europea, ha espresso la
sua preoccupazione per la situazione ungherese, raccomandando che anche se
siamo di fronte a una pandemia «le misure devono essere limitate, strettamente
proporzionate, adeguate, non durare a tempo indeterminato, e soprattutto essere
soggette a regolare controllo del Parlamento». L’allarme è incrementato
anche dal fatto che i provvedimenti si inseriscono nel particolare quadro
politico ungherese. Le nuove norme sono provvisorie, ma abolirle non sarà
facile perché sarà necessaria la maggioranza dei due terzi del Parlamento e la
firma del presidente. Quindi il destino della democrazia è nelle mani di Orbán
e del suo partito, Fidesz, che controlla 117 parlamentari su 199 e con il suo
alleato, il Partito popolare cristiano democratico, raggiunge la maggioranza
qualificata.
Allora qualcuno si è domandato in
Italia : e se il premier facesse ricorso all’articolo 78
della Costituzione? C’è da chiedersi cosa direbbero i due leader del centrodestra se Conte, prendendo spunto da Orban (visto peraltro che in Italia il Covid-19 ha colpito molto più duramente che in Ungheria), ai sensi dell’articolo 78 della nostra Costituzione chiedesse alla Camere di deliberare «lo stato di guerra» conferendo al Governo «i poteri necessari».
Scrive Giorgio Scichilone “ La democrazia
ai tempi del virus, l’espressione su cui si eserciteranno gli storici, è la
questione che sta sollecitando con insistenza sociologi, filosofi politici,
giuristi e opinionisti di svariata natura e competenze. Non sono riflessioni
oziose, riguardano le nostre vite in modo quasi altrettanto importante
come quelle più dirette che attengono alla nostra salute. Il quasi è
decisivo per le successive argomentazioni. Questo breve discorso potrebbe
essere un modesto prolegomeno al ruolo della cultura – o degli intellettuali se
si vuole – nella società. Ma di questo un’altra volta.(…) Ai margini, si
direbbe dunque, delle questioni prioritarie e urgenti che riguardano gli effetti
dell’epidemia sulla vita, c’è quello legato sulle ricadute sulle libertà, le
restrizioni imposte dai governi agli individui per evitare la diffusione del
contagio. Sono limitazioni talmente radicali che sembra di essere stati
catapultati in un romanzo distopico. In Italia solo le generazioni passate
hanno conosciuto la guerra e ciò che significa un bombardamento, un coprifuoco,
un’occupazione militare, la lotta partigiana per le strade della città. I più,
per fortuna, lo hanno letto nei libri di storia e nella percezione sbadata dei
nostri mondi virtuali sembra assumere la stessa distanza empatica delle vicende
di Cesare
che varca il Rubicone. Lo stile di vita odierno di una porzione privilegiata
del pianeta, nella quale abbiamo la buona sorte di vivere, con elevata mobilità
e indipedenza, le straordinarie possibilità che economia e tecnologia
consentono per raggiungere obiettivi personali e sociali inimmaginabili solo
poco tempo fa, sono state improvvisamente compresse da un virus che ha
spiazzato gli Stati, precipitandoli in una corsa verso soluzioni politiche e
amministrative per contrastare la virulenza della pandemia che sembrano
cancellare in un colpo gli standard antropologici abituali. Rimanere chiusi in
casa, come prescrivono le norme emergenziali, appare assurdo e inaccettabile.
Risulta ormai incompatibile con la nostra visione del mondo, con il nostro
essere nel mondo. La riflessione finale a cui ormai risulta polarizzarsi
l’attenzione accademica, ed uso questo termine con un’involontaria autoironia,
è la relazione delicata che sussiste in uno Stato liberale tra gli inviolabili
diritti fondamentali e le prerogative del governo. Fino a dove può spingersi il
potere politico, nell’ambito dello Stato di diritto,
per assicurare la salute degli individui? (2)
La
Presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, che
tra l’altro ha contratto il Covid-19, guarendone, ha scritto
nella relazione annuale
sull’attività della Corte per l’annualità 2019 che “la leale collaborazione tra
le Istituzioni è la chiave per affrontare l’emergenza”, sottolineando che
“anche in situazioni eccezionali la Costituzione non contempla un diritto
speciale”. Dunque la gestione d’emergenza, anche con delle compressioni dei
diritti e delle libertà fondamentali (nei limiti del necessario per il
contenimento del Coronavirus), avrebbe comunque dovuto realizzarsi entro il
quadro costituzionale.
“Poteva essere sufficiente anche un Decreto
Legge. Il Governo lo preparava e poi il Parlamento se voleva lo correggeva.
Invece in questo modo il legislatore non è intervenuto per nulla. Il Parlamento
è stato messo totalmente fuori e decide soltanto un uomo: il Presidente del
Consiglio. Con una pletora di esperti o sedicenti tali che gli danno dei
consigli. Mi pare che non è quello che prevede la nostra Costituzione.” Afferma
il prof. Ugo Mattei,
uno dei firmatari della lettera
aperta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Con una iniziativa più “soft” nel metodo, ma non meno pregnante di altre, un gruppo di avvocati, giudici e docenti universitari, di cui fa parte il prof. Ugo Mattei, ha pubblicato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Gli aderenti si interrogano su ““quelle sagge restrizioni che rendono liberi” spiegando che le restrizioni delle libertà fondamentali messe in campo dal Governo nazionale e dalle Regioni, per fronteggiare l’emergenza Covid-19, generano gravi dubbi di costituzionalità e rappresentano un pericoloso precedente per lo Stato di diritto che non può essere replicato nella Fase 2, invitando il Governo a ripristinare la normalità costituzionale e il funzionamento della Giustizia, evitare gli abusi nei controlli da parte delle forze dell’ordine, fare in pieno la sua parte sui test e instaurare una comunicazione chiara, piena e trasparente.”
Ci piace
terminare questa breve riflessione richiamando alla memoria due avvenimenti di
tanti anni quello relativo ad una
sollevazione nei confronti del potere di Vienna
e quello contro l’Unione
Sovietica. Episodi che appunto avrebbero dovuto fare da sentinella
per un paese il cui popolo forse non si
merita la grave lesione della democrazia
che sta vivendo.
Alessandro Frigerio - 2016 - 254 pagine Ed. Lindau
La prima grande
insurrezione contro il sistema sovietico dopo la fine della seconda guerra
mondiale si consumò in Ungheria tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1956. Di quel
lontano episodio sono noti pressoché tutti gli sviluppi: dalla scintilla accesa
con le manifestazioni studentesche a Budapest alla prima repressione all’alba
del giorno successivo, dai vacillanti governi guidati da Imre Nagy al
«fraterno» intervento dell’Armata Rossa. Nei confronti di quella tragica
vicenda il PCI (e l’industria editoriale a esso collegata) adottò un
atteggiamento fermo e intransigente, salutando benevolmente la sanguinosa
repressione messa in atto dai sovietici. Ma non si limitò a questo. In realtà
avviò un’opera di capillare disinformazione – tacendo alcuni fatti,
falsificandone o distorcendone altri – organizzata con la complicità di tutte
le sue più autorevoli testate. Attingendo alle pagine de «l’Unità» e di
periodici come «Rinascita», «Vie Nuove», «Nuovi argomenti», «Ragionamenti»,
«Realtà sovietica» e «Mondo Operaio» (rivista vicina al PSI), Alessandro
Frigerio ricostruisce in questo libro la «macchina del fango» allestita a
Botteghe Oscure, evidenziando non solo i dispositivi concettuali che la resero
così efficiente ma anche il costante alimento fornito dal conformismo
dottrinale di direttori, giornalisti e intellettuali di partito, pronti a
mettere l’ideologia al servizio della delegittimazione della rivoluzione. Il
risultato è una sorta di antologia di diffamazioni gratuite su fantomatici
infiltrati reazionari alla guida della rivolta, di falsità spudorate sui
crimini della «controrivoluzione», di accuse agli intellettuali ungheresi per
non aver saputo far propria la logica totalitaria della «critica costruttiva»,
e agli operai magiari per la loro scarsa coscienza di classe. Sullo sfondo, il
passaggio critico, dopo le rivelazioni del XX Congresso del PCUS, vissuto dalla
sinistra italiana ancora pesantemente condizionata dalla supremazia del PCI sul
PSI e dalla figura del suo segretario, Palmiro Togliatti, protagonista della
stagione stalinista e di quella immediatamente successiva. Chiude il volume
un’appendice dedicata alle circospette prese di posizione della stampa
comunista italiana nei giorni della repressione della Primavera di Praga
(1968). -- Prefazione di Paolo Mieli
La ferma posizione del
P.C.I. togliattiano e di tutta la sua corte di intellettuali riguardo la
vicenda ungherese: un atteggiamento di benevola accettazione della repressione
messa in atto dai sovietici. Ma non solo: a conferma di quella che è stata
giustamente definita “la doppia morale” del partito, mediante un uso
spregiudicato dei media, fu avviata una capillare opera di disinformazione,
“tacendo alcuni fatti, falsificandone o distorcendone altri”.
Il 23 ottobre 1956
scoppia a Budapest la rivoluzione ungherese, anche detta rivolta ungherese o
insurrezione ungherese.
La sommossa aveva come
obiettivo la liberazione dall’influenza che l’Unione Sovietica esercitava sul
paese dopo la fine della seconda guerra mondiale. Con la morte di Stalin,
avvenuta nel 1953, alcuni paesi dell’Europa comunista avevano iniziato a
ribellarsi all’URSS. Dopo la Germania dell’Est e la Polonia, il 23 ottobre 1956
fu la volta dell’Ungheria.
L’insurrezione ebbe
inizio da una dimostrazione pacifica organizzata da un gruppo di studenti. La
manifestazione si trasformò presto in una vera e propria protesta contro la
dittatura di Mátyás Rákosi, cui seguirono scontri con la polizia segreta e i
militari sovietici.
Furono milioni gli
ungheresi che si riversarono nelle strade e i rivoltanti, nel giro di pochi
giorni, iniziarono a prendere il controllo delle principali istituzioni. Imre
Nagy fu nominato primo ministro e divenne il simbolo della rivolta. Dopo
quattro giorni di combattimenti a Budapest e in tutto il paese, il 28 ottobre
venne annunciato un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe sovietiche.
Il 1 novembre Nagy
annunciò il ritiro dell’Ungheria dal Patto di Varsavia e chiese all’ONU di
porre la questione ungherese all’ordine del giorno. Intanto iniziarono i
movimenti dell’Armata Rossa intorno agli aeroporti ungheresi, con la motivazione
ufficiale di proteggere l’evacuazione dei sovietici.
Il 4 novembre l’Armata
Rossa entrò a Budapest con 200.000 uomini e 4.000 carri armati ed ebbe inizio
la repressione sovietica. Incursioni aeree, bombardamenti e interventi di carri
armati durarono fino al 9 novembre, quando i Consigli di studenti, lavoratori e
intellettuali si arresero definitivamente.
Nella rivolta morirono
quasi 3000 ungheresi, molti dei quali giovanissimi, e i feriti furono diverse
migliaia. Negli anni successivi alla rivoluzione i sovietici ripresero il
controllo, conducendo arresti ed esecuzioni e costringendo 250.000 cittadini
ungheresi ad abbandonare il paese. Imre Nagy fu processato e giustiziato nel
1958.
Dal 1989, anno in cui
l’Ungheria venne proclamata Repubblica Popolare, il 23 ottobre è giorno di
festa nazionale.
Il 15 marzo 1848 un
giovane poeta ungherese saliva sulla scalinata del Museo Nazionale
di Budapest, da cui rivolgeva ai suoi compatrioti un accorato e commosso
appello per spingerli alla sollevazione contro il dominio di Vienna. Quel
giovane patriota, che sarebbe morto in battaglia di lì a poco, si
chiamava Sándor Petőfi e il suo proclama è considerato la scintilla
che diede inizio alla rivoluzione indipendentista magiara del 1848.
Il 1848 fu un anno di
rivoluzioni in tutti i paesi d’Europa. Quella ungherese fu Fu nazionale,
come in Italia e in Germania; nobiliare, perché l'aristocrazia ne assunse
la guida; liberale, in quanto promosse l'emancipazione dei servi, la
libertà d'espressione e di stampa, l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla
legge, la tolleranza religiosa; e si trasformò in giacobina quando ruppe
infine ogni legame con l'impero asburgico e proclamò la guerra nazionale per
l'indipendenza. Tra il 15 e il 18 marzo furono promulgate le leggi che
trasformarono l'antica Dieta nobiliare in parlamento nazionale, mentre un
governo responsabile e formalmente autonomo assunse la guida del paese con il
beneplacito della corte viennese;
(1)https://www.eastjournal.net/archives/104395


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