giovedì 28 maggio 2020

STORIE E VOCI DAL SILENZIO Rivoluzioni, involuzioni e libertà




Il primo di aprile di quest’anno sulla testata on line Eastjournal  è apparso il seguente articolo  definito nella nota  dalla redazione della testata  il  classico “pesce d’aprile “
“Una manifestazione non autorizzata è degenerata in protesta dilagando per le strade di Budapest. Sembra che i manifestanti abbiano assaltato il parlamento. Ragione della protesta sarebbe la recente attribuzione di pieni poteri al premier ungherese, Victor Orban, accusato di voler trasformare il paese in una dittatura. Mentre vi scriviamo, la protesta è ancora in corso.
Dalle prime informazioni in nostro possesso la manifestazione, organizzata tramite social-network, aveva intenzioni pacifiche e goliardiche. Una folla di giovani vestiti da cow-boys si è radunata in tarda mattinata sotto la statua di Bud Spencer in Corvin sétány. Il travestimento sarebbe un rimando al celebre manifesto di Solidarnosc che ritrae Gary Cooper in “Mezzogiorno di fuoco“. Le forze dell’ordine sono rapidamente intervenute per disperdere la manifestazione. In base alle nuove leggi sul contenimento dell’epidemia da Covid-19, sono infatti vietati assembramenti e quindi anche manifestazioni pubbliche. Allo scattare del mezzogiorno, i giovani avrebbero estratto dalle fondine le pistole giocattolo mirando verso la polizia in tenuta anti-sommossa che ha risposto al fuoco con proiettili di gomma e lacrimogeni, causando la fuga dei manifestanti e alcuni feriti.

Una parte dei protestatari si è allora diretta verso il parlamento prendendolo d’assalto al grido di “più forte, ragazzi!“. Dalle finestre del palazzo è stato esposto un manifesto con la scritta: “Non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo”. Intanto alcuni testimoni raccontano di aver visto la statua di Imre Nagy, recente rimossa, tornare sulle sue proprie gambe in Piazza dei Martiri, con lo sguardo fisso verso il parlamento.
Circolano voci sulla presenza di carri armati in città. Per quanto incredibile, si tratterebbe dei vecchi tank sovietici usati per reprimere la Rivoluzione ungherese del ’56. A guidare la colonna dei blindati – finora conservati al Memento Park – ci sarebbe proprio Victor Orban. Nella confusione generale, l’esercito si è mobilitato per respingere l’invasione sovietica. Dalle finestre, i cittadini lanciano kurtoskalacs incendiari. Al momento filtrano poche notizie dal paese, ai giornalisti sono state tagliate le dita tempo fa. Tuttavia barricate si stanno ergendo in varie parti della capitale dopo che la signora Agota, vedova di un eroe del ’56, è stata arrestata con l’accusa di diffondere fake-news mentre condivideva su Twitter la ricetta dei suddetti kurtoskalacs. 
Il messaggio recitava: “Setacciate la farina. Stop. Unitela con l’uovo. Stop. Usate gancio impastatore per arrotolare impasto. Stop”. La ricetta sarebbe in realtà un messaggio cifrato che incita alla rivolta, da tempo atteso dai dissidenti magiari. Secondo le nostre fonti, alla guida dei dissidenti ci sarebbe un misterioso personaggio che viene chiamato Trinità.
Arrivano le prime reazioni internazionali: il governo polacco ha condannato l’invasione sovietica dello stato ungherese mentre a Praga hanno adottato il calendario giuliano per evitare una nuova primavera. La Russia si dice pronta a mandare uomini senza mostrine o, alla peggio, reparti dell’esercito per combattere il Covid-19. Il Venezuela ha manifestato il proprio sostegno al compagno Orban. I dissidenti magiari hanno chiesto il sostegno del governo americano, ma il presidente Trump ha twittato di non sapere dove si trovi l’Ungheria.
I manifestanti intanto hanno chiesto le dimissioni del premier Orban dichiarando: “Altrimenti ci arrabbiamo!“. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi della situazione. Aldo dice Ciribiribin Kodak.

Questo articolo, espressione del nostro animo più scanzonato, è un ‘pesce d’aprile’ non dissimile dai molti che abbiamo fatto negli anni precedenti. Tuttavia, con un punta di amaro in più. In Ungheria è recentemente passata una legge che conferisce “pieni poteri” al primo ministro: il parlamento è esautorato, non fa leggi, non le vota. Una pena detentiva pari a cinque anni è stata stabilita per chi diffonde “notizie false”, cioè non approvate dal governo. Il paese vede già compromessa l’indipendenza del sistema giudiziario (i giudici sono controllati dal governo, non sono indipendenti come da noi) e dei media. Il sistema elettorale favorisce la maggioranza al governo, quella di Orban. Questi “pieni poteri” senza data di scadenza danno a Orban un’autorità senza precedenti. Da qui questo scherzo che vede una surreale rivolta e un Orban a bordo dei tank sovietici pronto a reprimerla, come nel ’56 fecero i russi. La statua di Nagy che torna da sola al suo posto durante l’ipotetica rivolta narrata dall’articolo è, quindi, un richiamo a quei valori di libertà che hanno caratterizzato la storia del popolo ungherese e che auspichiamo di rivedere ancora.  (1)

 


In realtà le cose sono andate secondo quando scrive  Alice Mattei  in un articolo dal titolo : “Il coronavirus miete la prima vittima tra le democrazie? Orban sta per esautorare il parlamento ungherese “
“Via con un tratto di penna, nei fatti anche se magari non nella forma, il parlamento ungherese. Potrebbe essere questo l’effetto collaterale dell’esplosione del Covid 19 in Ungheria: Questa settimana il parlamento ungherese prenderà in considerazione un disegno di legge di emergenza che conferirebbe al primo ministro Viktor Orbán il potere di governare con decreto. La legge non ha un termine di fine, ma il potere legislativo sarebbe conferito al primo ministro, in via emergenziale, ma senza una chiara data di fine. 
Il disegno di legge prevede anche pene detentive fino a 5 anni per chiunque diffonda notizie false, con il problema però che Victor Orban taccia come false praticamente tutte le notizie che arrivino da giornali di opposizione.
Per la democrazia ungherese, già da tempo traballante, potrebbe essere il colpo definitivo.

Il 30 marzo 2020  dunque il Parlamento ungherese ha affidato i pieni poteri a Viktor Orban, premier teoricamente ‘popolare’ – il suo partito, Fidesz, è tuttora affiliato al Ppe -, di fatto nazional-populista, il teorico della democrazia illiberale, un sovranista in tutto e per tutto salvo quando si tratta di ricevere i fondi per la coesione dell’Unione europea, che sono linfa economica per il suo Paese.
D’ora in poi, e fino a quando vorrà, Orban potrà governare per decreto, sciogliere il Parlamento, cambiare o sospendere le leggi in vigore, perfino bloccare le elezioni. Tutto “per combattere più efficacemente il coronavirus”. La norma è passata con i voti della maggioranza e di alcuni deputati d’estrema destra: 138 sì, 53 no.
L’Unione europea si allarma, ma ha armi spuntate: il Trattato per violazione dei diritti fondamentali prevede l’espulsione, ma non dà strumenti intermedi – sospensione dal beneficio dei finanziamenti, dal diritto di voto, etc. “La Commissione europea sta valutando le misure di emergenza adottate dagli Stati membri in relazione ai diritti fondamentali, in particolare la legge votata in Ungheria sullo stato di emergenza e le nuove sanzioni penali per la diffusione di informazioni false”, avverte il commissario alla Giustizia Didier Reynders.
Ma né dalle Istituzioni comunitarie né dal Ppe, che è pure il partito di Reynders, arrivano a caldo condanne chiare ed esplicite, anche se il provvedimento, a volerlo credere limitato all’emergenza coronavirus, appare “sproporzionato” rispetto alla situazione sanitaria del Paese, dove i contagiati sono meno di 500 e i decessi una quindicina, tutte persone anziane con patologie pregresse – queste almeno le cifre ufficiali.

Giovedì 2 aprile 2020   Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha espresso la sua preoccupazione per la situazione ungherese, raccomandando che anche se siamo di fronte a una pandemia «le misure devono essere limitate, strettamente proporzionate, adeguate, non durare a tempo indeterminato, e soprattutto essere soggette a regolare controllo del Parlamento». L’allarme è incrementato anche dal fatto che i provvedimenti si inseriscono nel particolare quadro politico ungherese. Le nuove norme sono provvisorie, ma abolirle non sarà facile perché sarà necessaria la maggioranza dei due terzi del Parlamento e la firma del presidente. Quindi il destino della democrazia è nelle mani di Orbán e del suo partito, Fidesz, che controlla 117 parlamentari su 199 e con il suo alleato, il Partito popolare cristiano democratico, raggiunge la maggioranza qualificata.

Allora qualcuno si è domandato in Italia  : e  se il premier facesse ricorso all’articolo 78 della Costituzione?
C’è da chiedersi cosa direbbero i due leader del centrodestra se Conte, prendendo spunto da Orban (visto peraltro che in Italia il Covid-19 ha colpito molto più duramente che in Ungheria), ai sensi dell’articolo 78 della nostra Costituzione chiedesse alla Camere di deliberare «lo stato di guerra» conferendo al Governo «i poteri necessari».
Scrive  Giorgio Scichilone La democrazia ai tempi del virus, l’espressione su cui si eserciteranno gli storici, è la questione che sta sollecitando con insistenza sociologi, filosofi politici, giuristi e opinionisti di svariata natura e competenze. Non sono riflessioni oziose, riguardano le nostre vite in modo quasi altrettanto importante come quelle più dirette che attengono alla nostra salute. Il quasi è decisivo per le successive argomentazioni. Questo breve discorso potrebbe essere un modesto prolegomeno al ruolo della cultura – o degli intellettuali se si vuole – nella società. Ma di questo un’altra volta.(…) Ai margini, si direbbe dunque, delle questioni prioritarie e urgenti che riguardano gli effetti dell’epidemia sulla vita, c’è quello legato sulle ricadute sulle libertà, le restrizioni imposte dai governi agli individui per evitare la diffusione del contagio. Sono limitazioni talmente radicali che sembra di essere stati catapultati in un romanzo distopico. In Italia solo le generazioni passate hanno conosciuto la guerra e ciò che significa un bombardamento, un coprifuoco, un’occupazione militare, la lotta partigiana per le strade della città. I più, per fortuna, lo hanno letto nei libri di storia e nella percezione sbadata dei nostri mondi virtuali sembra assumere la stessa distanza empatica delle vicende di Cesare che varca il Rubicone. Lo stile di vita odierno di una porzione privilegiata del pianeta, nella quale abbiamo la buona sorte di vivere, con elevata mobilità e indipedenza, le straordinarie possibilità che economia e tecnologia consentono per raggiungere obiettivi personali e sociali inimmaginabili solo poco tempo fa, sono state improvvisamente compresse da un virus che ha spiazzato gli Stati, precipitandoli in una corsa verso soluzioni politiche e amministrative per contrastare la virulenza della pandemia che sembrano cancellare in un colpo gli standard antropologici abituali. Rimanere chiusi in casa, come prescrivono le norme emergenziali, appare assurdo e inaccettabile. Risulta ormai incompatibile con la nostra visione del mondo, con il nostro essere nel mondo. La riflessione finale a cui ormai risulta polarizzarsi l’attenzione accademica, ed uso questo termine con un’involontaria autoironia, è la relazione delicata che sussiste in uno Stato liberale tra gli inviolabili diritti fondamentali e le prerogative del governo. Fino a dove può spingersi il potere politico, nell’ambito dello Stato di diritto, per assicurare la salute degli individui?   (2)


La Presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, che tra l’altro ha contratto il Covid-19, guarendone, ha scritto nella relazione annuale  sull’attività della Corte per l’annualità 2019 che “la leale collaborazione tra le Istituzioni è la chiave per affrontare l’emergenza”, sottolineando che “anche in situazioni eccezionali la Costituzione non contempla un diritto speciale”. Dunque la gestione d’emergenza, anche con delle compressioni dei diritti e delle libertà fondamentali (nei limiti del necessario per il contenimento del Coronavirus), avrebbe comunque dovuto realizzarsi entro il quadro costituzionale.

Nell’occhio del ciclone ci sono i contestati DPCM lo strumento del DPCM.Un atto amministrativo che viene preso dal Presidente del Consiglio dei ministri da solo, senza alcun controllo, non passa dal Presidente della Repubblica per la promulgazione, non passa per il Consiglio dei Ministri che vengono esautorati, compreso il ministro della Sanità. Tutto questo è contro la Costituzione”. (3)
 “Poteva essere sufficiente anche un Decreto Legge. Il Governo lo preparava e poi il Parlamento se voleva lo correggeva. Invece in questo modo il legislatore non è intervenuto per nulla. Il Parlamento è stato messo totalmente fuori e decide soltanto un uomo: il Presidente del Consiglio. Con una pletora di esperti o sedicenti tali che gli danno dei consigli. Mi pare che non è quello che prevede la nostra Costituzione.” Afferma il prof. Ugo Mattei, uno dei firmatari della  lettera aperta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

In tutta Italia sono diverse le associazioni, i comitati o singoli cittadini che stanno adottando iniziative volte al ripristino della “legalità costituzionale”, tra cui richieste di annullamento in autotutela, petizioni e perfino alcune denunce penali per “alto tradimento” nei confronti del Presidente del Consiglio.
Con una iniziativa più “soft” nel metodo, ma non meno pregnante di altre, un gruppo di avvocati, giudici e docenti universitari, di cui fa parte il prof. Ugo Mattei, ha pubblicato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Gli aderenti si interrogano su ““quelle sagge restrizioni che rendono liberi” spiegando che le restrizioni delle libertà fondamentali messe in campo dal Governo nazionale e dalle Regioni, per fronteggiare l’emergenza Covid-19, generano gravi dubbi di costituzionalità e rappresentano un pericoloso precedente per lo Stato di diritto che non può essere replicato nella Fase 2, invitando il Governo a ripristinare la normalità costituzionale e il funzionamento della Giustizia, evitare gli abusi nei controlli da parte delle forze dell’ordine, fare in pieno la sua parte sui test e instaurare una comunicazione chiara, piena e trasparente.”

Ci piace terminare questa breve riflessione richiamando alla memoria due avvenimenti di tanti anni  quello relativo ad una sollevazione nei confronti del potere di Vienna  e quello contro  l’Unione Sovietica. Episodi  che  appunto avrebbero dovuto fare da sentinella per un  paese il cui popolo forse non si merita  la grave lesione della democrazia che sta vivendo. 


Alessandro Frigerio - 2016 - 254 pagine Ed. Lindau

La prima grande insurrezione contro il sistema sovietico dopo la fine della seconda guerra mondiale si consumò in Ungheria tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1956. Di quel lontano episodio sono noti pressoché tutti gli sviluppi: dalla scintilla accesa con le manifestazioni studentesche a Budapest alla prima repressione all’alba del giorno successivo, dai vacillanti governi guidati da Imre Nagy al «fraterno» intervento dell’Armata Rossa. Nei confronti di quella tragica vicenda il PCI (e l’industria editoriale a esso collegata) adottò un atteggiamento fermo e intransigente, salutando benevolmente la sanguinosa repressione messa in atto dai sovietici. Ma non si limitò a questo. In realtà avviò un’opera di capillare disinformazione – tacendo alcuni fatti, falsificandone o distorcendone altri – organizzata con la complicità di tutte le sue più autorevoli testate. Attingendo alle pagine de «l’Unità» e di periodici come «Rinascita», «Vie Nuove», «Nuovi argomenti», «Ragionamenti», «Realtà sovietica» e «Mondo Operaio» (rivista vicina al PSI), Alessandro Frigerio ricostruisce in questo libro la «macchina del fango» allestita a Botteghe Oscure, evidenziando non solo i dispositivi concettuali che la resero così efficiente ma anche il costante alimento fornito dal conformismo dottrinale di direttori, giornalisti e intellettuali di partito, pronti a mettere l’ideologia al servizio della delegittimazione della rivoluzione. Il risultato è una sorta di antologia di diffamazioni gratuite su fantomatici infiltrati reazionari alla guida della rivolta, di falsità spudorate sui crimini della «controrivoluzione», di accuse agli intellettuali ungheresi per non aver saputo far propria la logica totalitaria della «critica costruttiva», e agli operai magiari per la loro scarsa coscienza di classe. Sullo sfondo, il passaggio critico, dopo le rivelazioni del XX Congresso del PCUS, vissuto dalla sinistra italiana ancora pesantemente condizionata dalla supremazia del PCI sul PSI e dalla figura del suo segretario, Palmiro Togliatti, protagonista della stagione stalinista e di quella immediatamente successiva. Chiude il volume un’appendice dedicata alle circospette prese di posizione della stampa comunista italiana nei giorni della repressione della Primavera di Praga (1968). -- Prefazione di Paolo Mieli

La ferma posizione del P.C.I. togliattiano e di tutta la sua corte di intellettuali riguardo la vicenda ungherese: un atteggiamento di benevola accettazione della repressione messa in atto dai sovietici. Ma non solo: a conferma di quella che è stata giustamente definita “la doppia morale” del partito, mediante un uso spregiudicato dei media, fu avviata una capillare opera di disinformazione, “tacendo alcuni fatti, falsificandone o distorcendone altri”.
Il 23 ottobre 1956 scoppia a Budapest la rivoluzione ungherese, anche detta rivolta ungherese o insurrezione ungherese.
La sommossa aveva come obiettivo la liberazione dall’influenza che l’Unione Sovietica esercitava sul paese dopo la fine della seconda guerra mondiale. Con la morte di Stalin, avvenuta nel 1953, alcuni paesi dell’Europa comunista avevano iniziato a ribellarsi all’URSS. Dopo la Germania dell’Est e la Polonia, il 23 ottobre 1956 fu la volta dell’Ungheria.
L’insurrezione ebbe inizio da una dimostrazione pacifica organizzata da un gruppo di studenti. La manifestazione si trasformò presto in una vera e propria protesta contro la dittatura di Mátyás Rákosi, cui seguirono scontri con la polizia segreta e i militari sovietici.
Furono milioni gli ungheresi che si riversarono nelle strade e i rivoltanti, nel giro di pochi giorni, iniziarono a prendere il controllo delle principali istituzioni. Imre Nagy fu nominato primo ministro e divenne il simbolo della rivolta. Dopo quattro giorni di combattimenti a Budapest e in tutto il paese, il 28 ottobre venne annunciato un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe sovietiche.
Il 1 novembre Nagy annunciò il ritiro dell’Ungheria dal Patto di Varsavia e chiese all’ONU di porre la questione ungherese all’ordine del giorno. Intanto iniziarono i movimenti dell’Armata Rossa intorno agli aeroporti ungheresi, con la motivazione ufficiale di proteggere l’evacuazione dei sovietici.
Il 4 novembre l’Armata Rossa entrò a Budapest con 200.000 uomini e 4.000 carri armati ed ebbe inizio la repressione sovietica. Incursioni aeree, bombardamenti e interventi di carri armati durarono fino al 9 novembre, quando i Consigli di studenti, lavoratori e intellettuali si arresero definitivamente.
Nella rivolta morirono quasi 3000 ungheresi, molti dei quali giovanissimi, e i feriti furono diverse migliaia. Negli anni successivi alla rivoluzione i sovietici ripresero il controllo, conducendo arresti ed esecuzioni e costringendo 250.000 cittadini ungheresi ad abbandonare il paese. Imre Nagy fu processato e giustiziato nel 1958.
Dal 1989, anno in cui l’Ungheria venne proclamata Repubblica Popolare, il 23 ottobre è giorno di festa nazionale.

Il 15 marzo 1848 un giovane poeta ungherese saliva sulla scalinata del Museo Nazionale di Budapest, da cui rivolgeva ai suoi compatrioti un accorato e commosso appello per spingerli alla sollevazione contro il dominio di Vienna. Quel giovane patriota, che sarebbe morto in battaglia di lì a poco, si chiamava Sándor Petőfi e il suo proclama è considerato la scintilla che diede inizio alla rivoluzione indipendentista magiara del 1848.
Il 1848 fu un anno di rivoluzioni in tutti i paesi d’Europa. Quella ungherese fu Fu nazionale, come in Italia e in Germania; nobiliare, perché l'aristocrazia ne assunse la guida; liberale, in quanto promosse l'emancipazione dei servi, la libertà d'espressione e di stampa, l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge, la tolleranza religiosa; e si trasformò in giacobina quando ruppe infine ogni legame con l'impero asburgico e proclamò la guerra nazionale per l'indipendenza. Tra il 15 e il 18 marzo furono promulgate le leggi che trasformarono l'antica Dieta nobiliare in parlamento nazionale, mentre un governo responsabile e formalmente autonomo assunse la guida del paese con il beneplacito della corte viennese;

(1)https://www.eastjournal.net/archives/104395



Eremo Rocca S. Stefano giovedì  28 maggio 2020



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