Il 22 maggio 1885
nasceva Giacomo Matteotti .
Voglio ricordarlo con un brano di Antonio Gramsci che parla del suo assassinio rivendicato dallo stesso Benito Mussolini
. Con il delitto Matteotti inizia il ventennio fascista . Voglio ricordare
Giacomo Matteotti con il suo discorso in parlamento al termine del quale ebbe a dire “Io il mio
discorso l’ho terminato, ora preparate il discorso funebre per me”
Dalle 16.30 del 10 giugno 1924 nessuno vide più vivo
Matteotti. Tutto fa supporre che fu ammazzato pochi minuti dopo il rapimento, direttamente nella
macchina. Il suo assassinio l’aveva profetizzato lui stesso –
secondo la vulgata storica – dopo aver denunciato le violenze e i brogli che
avevano portato alla vittoria del fascismo alle elezioni dell’aprile 1924. “Io
il mio discorso l’ho terminato, ora preparate il discorso funebre per me”
Scrive Antonio Gramsci :” Ieri, mentre i resti di Giacomo Matteotti
scendevano nella tomba e al triste rito volgevano le menti, da tutte le terre
d’Italia, tutti i lavoratori delle officine e dei campi, e dal Polesine e dal
Ferrarese schiavi muovevano a frotte, per essere in persona presenti ad esso, i
contadini e gli operai che della loro redenzione non disperano ancora, – ieri,
commemorando Matteotti, un gruppo di operai riformisti chiedeva la tessera del
Partito comunista d’Italia. E noi abbiamo sentito che in questo atto vi è
qualche cosa che spezza il circolo vizioso degli sforzi vani e dei sacrifici
inutili, che supera le contraddizioni per sempre, che indica al proletariato
italiano quale insegnamento deve trarsi dalla fine del pioniere caduto sulle
proprie orme, senza piú avere una via aperta davanti a sé.
I semi gettati da chi ha lavorato per il risveglio della classe lavoratrice italiana non possono andare perduti.
Una classe che si è una volta risvegliata dalla schiavitú non può rinunciare a combattere per la sua redenzione. La crisi della società italiana che da questo risveglio è stata acuita fino alla esasperazione non si supera col terrore; essa non si concluderà se non con l’avvento al potere dei contadini e degli operai, con la fine del potere delle caste privilegiate, con la costruzione di una nuova economia, con la fondazione di un nuovo Stato. Ma per questo occorre che una organizzazione di combattimento sia creata, alla quale gli elementi migliori della classe lavoratrice aderiscano con entusiasmo e convinzione, attorno alla quale le grandi masse si stringano fiduciose e sicure. È necessaria una organizzazione nella quale prenda carne e figura una volontà chiara di lotta, di applicazione di tutti i mezzi che dalla lotta sono richiesti, senza i quali nessuna vittoria totale mai ci sarà data. Una organizzazione che sia rivoluzionaria non solo nelle parole e nelle aspirazioni generiche, ma nella struttura sua, nel suo modo di lavorare, nei suoi fini immediati e lontani. Una organizzazione in cui il proposito di riscossa e di liberazione delle masse diventi qualcosa di concreto e definito, diventi capacità di lavoro politico ordinato, metodico, sicuro, capacità non solo di conquista immediata e parziale, ma di difesa di ogni conquista realizzata e di passaggio a conquiste sempre piú alte e a quella che tutte le deve garantire, la conquista del potere, la distruzione dello Stato dei borghesi e dei parassiti, la sostituzione ad esso di uno Stato di contadini e di operai.
Queste cose hanno inteso gli operai riformisti che nel ricordare il loro Capo caduto hanno chiesto di entrare nel nostro Partito.
Il sacrificio di Matteotti – essi dicono ai loro compagni – si celebra lavorando alla creazione del solo strumento per cui l’idea da cui Egli era mosso, l’idea della redenzione completa dei lavoratori, possa ricevere attuazione e realtà: il partito di classe degli operai, il partito della rivoluzione proletaria.
Il sacrificio di Matteotti è celebrato nel solo modo degno e profondo dai militanti che nelle file del Partito e della Internazionale comunista si stringono per prepararsi a tutte le lotte del domani. Solo per essi la classe operaia cesserà di essere «pellegrina del nulla», cesserà di passare di delusione in delusione, di sconfitta in sconfitta, di sacrificio in sacrificio, per voler risolvere il contraddittorio problema di creare un mondo nuovo senza mandare in pezzi questo vecchio mondo che ci opprime, solo per essi la classe operaia diventerà libera e padrona dei propri destini (1)
I semi gettati da chi ha lavorato per il risveglio della classe lavoratrice italiana non possono andare perduti.
Una classe che si è una volta risvegliata dalla schiavitú non può rinunciare a combattere per la sua redenzione. La crisi della società italiana che da questo risveglio è stata acuita fino alla esasperazione non si supera col terrore; essa non si concluderà se non con l’avvento al potere dei contadini e degli operai, con la fine del potere delle caste privilegiate, con la costruzione di una nuova economia, con la fondazione di un nuovo Stato. Ma per questo occorre che una organizzazione di combattimento sia creata, alla quale gli elementi migliori della classe lavoratrice aderiscano con entusiasmo e convinzione, attorno alla quale le grandi masse si stringano fiduciose e sicure. È necessaria una organizzazione nella quale prenda carne e figura una volontà chiara di lotta, di applicazione di tutti i mezzi che dalla lotta sono richiesti, senza i quali nessuna vittoria totale mai ci sarà data. Una organizzazione che sia rivoluzionaria non solo nelle parole e nelle aspirazioni generiche, ma nella struttura sua, nel suo modo di lavorare, nei suoi fini immediati e lontani. Una organizzazione in cui il proposito di riscossa e di liberazione delle masse diventi qualcosa di concreto e definito, diventi capacità di lavoro politico ordinato, metodico, sicuro, capacità non solo di conquista immediata e parziale, ma di difesa di ogni conquista realizzata e di passaggio a conquiste sempre piú alte e a quella che tutte le deve garantire, la conquista del potere, la distruzione dello Stato dei borghesi e dei parassiti, la sostituzione ad esso di uno Stato di contadini e di operai.
Queste cose hanno inteso gli operai riformisti che nel ricordare il loro Capo caduto hanno chiesto di entrare nel nostro Partito.
Il sacrificio di Matteotti – essi dicono ai loro compagni – si celebra lavorando alla creazione del solo strumento per cui l’idea da cui Egli era mosso, l’idea della redenzione completa dei lavoratori, possa ricevere attuazione e realtà: il partito di classe degli operai, il partito della rivoluzione proletaria.
Il sacrificio di Matteotti è celebrato nel solo modo degno e profondo dai militanti che nelle file del Partito e della Internazionale comunista si stringono per prepararsi a tutte le lotte del domani. Solo per essi la classe operaia cesserà di essere «pellegrina del nulla», cesserà di passare di delusione in delusione, di sconfitta in sconfitta, di sacrificio in sacrificio, per voler risolvere il contraddittorio problema di creare un mondo nuovo senza mandare in pezzi questo vecchio mondo che ci opprime, solo per essi la classe operaia diventerà libera e padrona dei propri destini (1)
Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti, deputato e segretario
del Psu (Partito socialista unitario, il partito di Filippo Turati e Claudio
Treves), viene rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma e ucciso.
Il suo corpo sarà ritrovato il 16 agosto nelle campagne fuori Roma.
Benito Mussolini ordina la morte del leader socialista per
mettere a tacere le sue denunce di brogli elettorali attuati dalla dittatura
nelle elezioni del 6 aprile 1924 e le sue indagini sulla corruzione del
governo.
“Voi che oggi
avete in mano il potere e la forza – aveva detto il 30 maggio Matteotti alla
Camera -, voi che vantate la vostra potenza, dovreste meglio di tutti gli altri
essere in grado di far osservare la legge da parte di tutti. Voi dichiarate
ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo,
se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente rovinate quella che è
l’intima essenza, la ragione morale della nazione”.Se la libertà è data –
prosegue il deputato socialista – “ci possono essere errori, eccessi
momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli
correggere da sé medesimo. Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che
solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato
con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro
popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete
ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al
quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità,
domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle
elezioni” (2)
3 gennaio 1925.
Benito Mussolini, allora Presidente del Consiglio dei ministri del Regno
d’Italia, pronuncia alla Camera dei Deputati il celebre discorso sul delitto
Matteotti. Tale discorso apre la strada alla dittatura, caratterizzata dalla
fine delle libertà civili e dal lancio delle “leggi fascistissime”.
Tra il 1925 e
il 1926 vennero approvate una serie di leggi eccezionali che trasformarono
l’ordinamento giuridico italiano verso il regime fascista. Il Presidente del
Consiglio divenne Capo del Governo. A questo poi venne attribuita la capacità
di emanare norme giuridiche senza garanzie d’intervento per il parlamento.
Vennero abolite la libertà di stampa e il diritto di sciopero. Vennero messi al
bando i partiti ad eccezione di quello fascista, il cui Gran Consiglio sarebbe
stato sottoposto a elezioni con un unica lista da approvare in blocco. L’Italia
si colorava di autoritarismo. Pagine di storia drammatiche per chiunque creda
nella democrazia e nella libertà dell’individuo come singolo e come cittadino.
L’antidoto per non ricadere negli stessi errori è la conoscenza e la
consapevolezza dei diritti e dei doveri che si hanno verso il nostro paese. Il
fascismo è nato su una crisi. Le cose andavano male e la gente era
insoddisfatta. Il rapporto tra sicurezza, benessere e libertà è complesso, per
questo, avere consapevolezza del valore della nostra libertà è fondamentale per
non tornare indietro.
Gramsci e
Gobetti ebbero diversa opinione su Matteotti .Mi piace però pensare che sia
pproprio Gramsci ad ispirare quello che
Gobetti scrive di Matteotti .Scrive comunque Walter Galbusera “L'incomunicabilità tra
comunisti e socialisti, che peraltro lo stesso Matteotti aveva sottolineato
senza incertezza, non poteva essere espressa più chiaramente. Invece per Piero
Gobetti, che lo definì «volontario della morte», Matteotti era «un
aristocratico nello stile, cresciuto con l'istinto della lotta dura e con la
dignità del sacrificio, il suo sovversivismo nasceva su un solido fondo di
virtù conservatrice e protestante, ostile alla demagogia e alla ricerca di tesi
concilianti». Nelle lotte contadine del suo Polesine, dove veniva visto come un
traditore dagli agrari che gli ricordavano le proprietà terriere di famiglia,
Matteotti perseguiva obiettivi concreti per la difesa dei salari e il
collocamento della manodopera attraverso la gradualità di passi progressivi
alternativi ai «programmi di inquietudine e di rivoluzionarismo inconcludente
del sindacalismo isterico». Infaticabile nel suo lavoro di assistenza
amministrativa riusciva sempre a trasportare la discussione su un terreno
concreto di capacità di iniziativa. Anche per quel tempo era un eretico,
guardiano della rettitudine politica, sempre pronto alle battaglie più ingrate
e a pagare di persona. Spesso si sentiva isolato nello stesso Partito
socialista unitario, di cui era stato eletto segretario nel 1922. Era un
formidabile organizzatore ossessionato dalla semplicità, dalla chiarezza e
dalla concretezza. La sua padronanza del bilancio dello Stato nasceva dal fatto
di avere studiato a lungo i bilanci dei comuni. Per un socialista la sua
severità amministrativa poteva apparire paradossale. Secondo Matteotti la vera
rivoluzione si sarebbe realizzata quando i lavoratori avessero imparato, non
per decreto né per ribellione, a gestire la cosa pubblica. Era un uomo di stato
che considerava potere e responsabilità due facce della stessa medaglia.” (3)
Note
(1)*Stato
operaio, 28 agosto 1924.
Non firmato. In . A. Gramsci, Sul fascismo, Ed
Riunititi, 1978, p. 242-246
(2) Matteotti: Noi abbiamo avuto da parte della
Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno
certamente, degli appartenenti a questa assemblea, all’infuori credo dei
componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti
per la convalida; nessuno, né della Camera, né delle tribune della Stampa.
(Vive interruzioni alla destra e al centro).
Lupi:
E’ passato il tempo in cui si parlava per le tribune!
Matteotti: Certo la pubblicità è per voi una istituzione dello
stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori; interruzioni alla destra e al centro).
Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una
conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei
pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare
che essi rappresentino una parte della maggioranza. Ora contro la loro
convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista
di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di
quattro milioni e tanti voti... (lnterruzioni).
Voci dal centro: Ed anche più!
Matteotti: ...cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e
liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di
percentuale che è necessario (rumori, proteste) per conquistare, anche secondo
la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe
darsi che i nomi letti dal Presidente siano di quei capitalisti che
resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse
la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi
e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie,
probabilmente tali tutti non sono e quindi contestiamo in questo luogo e in
tronco la validità della elezione della maggioranza. (Rumori vivissimi).
Vorrei pregare almeno i colleghi sulla
elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non
dal voto. (Vivi commenti, proteste, interruzioni alla destra e al centro).
Maraviglia: In contestazione non c’è nessuno, diversamente si
asterrebbe!
Matteotti: Noi contestiamo...
Maraviglia: Allora contestate voi!
Matteotti: Certo sarebbe maraviglia se contestasse lei!
L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida e aggiungiamo che non è
valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione
fatta esplicitamente dal Governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa
ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni
non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si
sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso - come ha
dichiarato replicatamente - avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche
se... (Vivaci interruzioni a destra e al centro; movimenti dell’onorevole
Presidente del Consiglio)
Voci a destra: Sì, sì! Noi abbiamo fatto
la guerra! (Applausi alla destra e al centro).
Matteotti: Codesti vostri applausi sono la conferma precisa
della fondatezza del mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun
elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà...
(Rumori, proteste e interruzioni a destra). Nessun elettore si è trovato libero
di fronte a questo quesito...
Maraviglia: Hanno votato otto milioni di italiani!
Matteotti: ...se cioè egli approvava o non approvava la
politica o per meglio dire il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato
libero, perché ciascun cittadino sapeva “a priori” che se anche avesse osato affermare
a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che
avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a
destra). Una voce a destra: E i due milioni di voti che hanno preso le
minoranze?
Farinacci: Potevate fare la rivoluzione!
Maraviglia: Sarebbero stati due milioni di eroi!
Matteotti: A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una
milizia armata... (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di «Viva la
Milizia»).
Voci a destra: Vi scotta la milizia!
Matteotti: ...esiste una milizia armata... (Interruzioni a
destra, rumori prolungati).
Voci: Basta! Basta!
Presidente: Onorevole Matteotti,
si attenga all’argomento.
Matteotti: Onorevole Presidente, forse ella non m’intende: ma
io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata... (interruzioni a destra) la
quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato
Capo del Governo bene indicato e nominato nel capo del fascismo, e non, a
differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a
destra).
Voci a destra: E le guardie rosse?
Matteotti: Vi è una milizia armata composta di cittadini di un
solo partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato
Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse (commenti). In
aggiunta e in particolare... (interruzioni) mentre per la legge elettorale la
milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione,
e mentre di fatto in tutta l’Italia, specialmente rurale, abbiano constatato in
quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero... (lnterruzioni,
rumori).
Farinacci: Erano i balilla!
Matteotti: E’ vero, onorevole Farinacci, in molti luoghi hanno
votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema destra, rumori a destra e al
centro).
Voce al centro: Hanno votato i disertori
per voi!
Gonzales: Spirito denaturato e rettificato!
Matteotti: Dicevo dunque che, mentre abbiamo visti numerosi di
questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (interruzioni), gli
elenchi degli obbligati all’astensione depositati presso i Comuni, erano
ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare
l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo
stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi
fascisti la custodia delle cabine. (Rumori). A parte questo argomento del
proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del
fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e
fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e
che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti
che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni
elettorali. (Interruzioni, commenti).
Voci a destra: Perché avete paura!
Perché scappate!
Matteotti: Forse al Messico si usano fare le elezioni non con
le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle. (Vivi rumori,
interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra). E chiedo scusa al Messico se
non è vero. (Rumori prolungati). I fatti cui accenno si possono riassumere
secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede...
(Interruzioni, rumori). Dicevo che il primo momento elettorale è quello per il
quale ogni partito presenta. con 300 o 500… (Interruzioni, rumori).
Greco:
E’ ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!
Matteotti : E allora sciogliete il Parlamento!
Greco:
Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.
Matteotti: Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale,
presentare la propria lista di candidati... (Vivi rumori).
Maraviglia: Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti.
Matteotti: Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La
presentazione delle liste -dicevo- deve avvenire in ogni circoscrizione
mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle 300 alle 500 firme.
Ebbene, onorevoli colleghi, in 6 circoscrizioni su 15 le operazioni notarili,
che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista
pubblica e di quelle che voi chiamate “provocazioni”, sono state impedite con
violenza. (Rumori vivissimi).
Bastianini: Questo lo dice lei!
Voci dalla destra: Non è vero! Non è
vero!
Matteotti: Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il
collega Corsi stava raccogliendo le 300 firme e la sua casa è stata circondata…
(Rumori).
Maraviglia: Non è vero. Lo inventa lei in questo momento.
Farinacci: Va a finire che faremo sul serio quello che non
abbiamo fatto!
Matteotti: Fareste il vostro mestiere!
Lussu:
E’ la verità! E’ la verità!
Matteotti: A Melfi... (rumori vivissimi, interruzioni). A Melfi
è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza. (Rumori) In Puglia fu
bastonato perfino un notaio. (Rumori vivissimi).
Aldi-Mai: Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei
ricorsi! Ho visto io gli atti delle Puglie e in nessuno dei ricorsi è accennato
il fatto di cui parla l’onorevole Matteotti.
Farinacci: Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli
che vogliono la normalizzazione!
Matteotti: A Genova (rumori vivissimi) i fogli con le firme già
raccolte, furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati!
Voci: Perché erano falsi!
Matteotti: Se erano falsi dovevate denunciarli ai magistrati!
Farinacci: Perché non avete fatto i reclami alla Giunta delle
elezioni?
Matteotti: Ci sono.
Una voce dal banco delle Commissioni:
No, non ci sono, li inventa lei.
Presidente: La Giunta delle elezioni
dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni
parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui.
Matteotti: Io espongo fatti che non dovrebbero provocare
rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria
per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti.
Teruzzi: Che non esistono!
Matteotti: Da parte degli onorevoli componenti della Giunta
delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o
documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una
situazione e un regime di violenza non solo determinano i fatti stessi, ma
impediscono spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che
persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra ogni giornale o
in un documento che un fatto era avvenuto sono state immediatamente percosse e
messe quindi nell’impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle
elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze
di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti
alla Giunta delle elezioni furono chiamati alla sede fascista, furono loro
mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni
illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato
perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo
fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni).
Voce a destra: Lo provi.
Matteotti: La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le
prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo
costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti
nel Paese non possono avere alcuna altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema
sinistra). In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono
impedite con la violenza e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente
e, come si poté, con nuove firme in altre Provincie. A Reggio Calabria, per
esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme, per supplire quelle che in
Basilicata erano state impedite.
Una voce dal banco della Giunta: Dove
furono impedite?
Matteotti: A Melfi, a Iglesias, in Puglia. Devo ripetere?
(lnterruzioni, rumori). Presupposto essenziale di ogni elezione è che i
candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto possano
esporre in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o
anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia nella massima parte dei
luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile.
Una voce: Non è vero! Parli l’onorevole
Mazzoni. (Rumori).
Matteotti: Su ottomila Comuni italiani e su mille candidati
delle minoranze la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di
casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni
particolari o di luogo o di persona (Interruzioni, rumori). Volete i fatti? La
Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales.
Terruzzi: Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli
ufficiali nel Naviglio. Io, per un anno, sono andato a casa con la pena di
morte sulla testa!
Matteotti: Onorevoli colleghi: se voi volete contrapporci altre
elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del
Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che
non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919.
Voci: Non è vero! Non e vero!
Finzi,
Sottosegretario di Stato per l’Interno: Michele Bianchi! Proprio lei ha
impedito di parlare a Michele Bianchi!
Matteotti: Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori). Il fatto
è semplicemente questo: che l’onorevole Michele Bianchi con altri, teneva un
comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero, sono arrivato
io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne
andarono, e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni).
Finzi,
Sottosegretario di Stato per l’Interno: Non è così!
Matteotti: Porterò i giornali vostri che lo attestano.
Finzi,
Sottosegretario di Stato per l’Interno: Lo domandi all’onorevole Merlin che è
il più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà.
Matteotti: L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me
e nessuno fu impedito o stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate
voi essere i rinnovatori del costume italiano, non dovevate voi essere coloro
che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori a
destra).
Teruzzi: E’ ora di finirla con queste falsità.
Matteotti: L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne
dunque a Genova con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole
Gonzales. Orbene prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti
invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire
nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi).
Una voce: Non è vero, non fu impedito
niente. (Rumori).
Matteotti: Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette
passare otto giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu
bastonato. (Rumori, interruzioni). L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di
San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride, interruzioni). A Napoli
doveva parlare… (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che
siedono all’estrema sinistra).
Presidente: Onorevoli colleghi, io
deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione!
Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve e concluda.
Matteotti: l’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare
per improvvisazione e che mi limito…
Voci: Si vede che improvvisa! E dice che
porta dei fatti!
Gonzales: I fatti non sono improvvisati! (Rumori).
Matteotti: Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di
alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento
dell’Assemblea... (rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza
ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu
lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio
con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’on. Gonzales,
accennavo al fatto dell’on. Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere
il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola, e che fu
impedita… (0h! Oh!, rumori).
Voci a destra: Ma che costituzionale!
Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!
Matteotti: Vuol dire, dunque, che il termine sovversivo ha
molta elasticità!
Greco:
Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti.
Matteotti: L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua
conferenza per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti, di Corpi
armati, i quali intervennero nella città....
Presutti: Dica bande armate, non Corpi armati!
Matteotti: Bande armate, le quali impedirono la pubblica e
libera conferenza. (Rumori). Del resto noi ci siamo trovati in queste
condizioni: su 100 dei nostri candidati circa 60 non potevano circolare
liberamente nella loro circoscrizione!
Voci di destra: Per paura! Per paura!
(Rumori, commenti).
Farinacci: Vi abbiamo invitati telegraficamente!
Matteotti: Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi
proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche
dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le Forze armate! (Rumori).
Che non fosse paura poi lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio noi
chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti e nessuno dei nostri:
perché altrimenti voi sapete come è vostro costume dire che « qualcuno di noi
ha provocato» e come «in seguito a provocazioni» i fascisti «dovettero»
legittimamente ritorcere l’offesa picchiando su tutta la linea! (Interruzioni).
Voci di destra: L’avete studiata bene!
Pedrazzi: Come siete pratici di queste cose voi!
Presidente: Onorevole Pedrazzi!
Matteotti: Comunque, ripeto, i candidati erano nella
impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!
Voce a destra: Avevano paura!
Turati Filippo: Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i
briganti, avevano paura! (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra).
Una voce: Lei ha tenuto il
contraddittorio con me ed è stato rispettato!
Turati Filippo: Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna!
(Applausi a sinistra, rumori a destra).
Presidente: Concluda, onorevole
Matteotti. Non provochi incidenti!
Matteotti: Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi
impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non
parlo! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori prolungati)
Presidente: Ha finito? Allora ha facoltà
di parlare l’onorevole Rossi...
Matteotti: Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio
diritto di parlare! Io non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti! Ho
diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, conversazioni).
Casertano, Presidente della Giunta delle elezioni: Chiedo di
parlare.
Presidente: Ha facoltà di parlare
l’onorevole Presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio
degli atti della Giunta...
Matteotti: Onorevole Presidente!
Presidente: Onorevole Matteotti, se ella
vuol parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.
Matteotti: Io chiedo di parlare non prudentemente né
imprudentemente, ma parlamentarmente.
Presidente: Parli, parli.
Matteotti: I candidati non avevano libertà di circolazione...
(Rumori, interruzioni).
Presidente: Facciano silenzio! Lascino
parlare!
Voci: Lasciatelo parlare!
Matteotti: Non solo non potevano circolare, ma molti di essi
non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse
città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti
non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura
voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio Paese
ed emigrare all’estero. (Commenti).
Una voce: Erano disoccupati!
Matteotti: No, lavoravano tutti e solo non lavorano quando voi
li boicottate.
Voci da destra: E quando li boicottavate
voi?
Farinacci: Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!
Matteotti: Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale
mando a nome del mio Gruppo un saluto... (rumori).
Voci: E Berta? Berta!
Matteotti: ...conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna
del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la
candidatura; nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino
suo all’indomani. (Rumori). Ma i candidati - voi avete ragione di urlarmi
onorevoli colleghi - i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e
devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Io accenno
soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto
concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni
all’estrema sinistra). Un’altra delle garanzie più importanti per lo
svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo
dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che nella
massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di
autorità, i seggi -anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli
comunali imposti dal Governo e dal partito dominante- risultarono composti
quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia
possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della
presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare.
Infatti nel 90 per cento e, credo, in qualche regione fino al 100 per cento dei
casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza
non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in
qualche rara Provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque
avesse osato di controllare dentro il seggio la maniera, come si votava, la
maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non
occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i
verbali di tutte le circoscrizioni e controlli i registri. Quasi dappertutto le
operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di
lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la
quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla
dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che in alcuni luoghi, in alcune poche
città, e in qualche Provincia, il giorno delle elezioni, vi è stata una certa
libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo
- e l’on. Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere - fu data ad
uno scopo evidente: dimostrare nei centri più controllati dall’opinione
pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito
alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che
una certa libertà c`è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi
dove fu concessa a scopo dimostrativo quella relativa libertà, le minoranze
raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza, con
questa conseguenza però, che la violenza che non si era avuta prima delle
elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto
specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le
elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto della lista fascista,. Si
ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonatura alle
persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni… (Vivissimi rumori al
centro e a destra).
Una voce a destra: Ricordatevi delle devastazioni
dei comunisti!
Matteotti: Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere
lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai
nazionalisti, né ai fascisti, come voi vi vantate. Si sono avuti, dicevo, danni
per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio che ha residenza in
Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso
economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia
è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre
regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio
per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i
contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista o dal Partito
popolare, gli elettori votavano sotto controllo del Partito fascista, con la
«regola del tre». Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato, persino da un
prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un
bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni)
variamente alternati, in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli
elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e
riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare
dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.
Finzi,
Sottosegretario di Stato per l’Interno: Evidentemente lei non c’era! Questo
metodo non fu usato!
Matteotti: Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua
negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato.
Finzi,
Sottosegretario di Stato per l’Interno: Lo provi!
Matteotti: In queste regioni tutti gli elettori…
Ciarlantini: Lei ha un trattato; perché non lo pubblica?
Matteotti: Lo pubblicherò quando mi si assicurerà che le
tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (vivissimi rumori al centro e a
destra); perché come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli
furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di
pubblicare le nostre cose. (Rumori). La regola del tre, cui prima accennavo
diede modo al Partito dominante, di controllare personalmente ciascun elettore,
ed applicare il giorno seguente ai ribelli la sanzione col boicottaggio dal
lavoro e con le percosse. (Rumori).
Voci: No! No!
Matteotti: Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno
delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e
dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per
tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale
del Sindacato fascista o del Fascio. (Vivi rumori, interruzioni).
Suardo:
L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano
ed io per la mia dignità esco dall’aula. (Rumori, commenti). La mia città in
ginocchio ha inneggiato al duce Mussolini; sfido l’onorevole Matteotti a
provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono questa
aula. (Applausi, rumori, commenti).
Teruzzi: L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni,
onorevole Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)
Presidente: Facciano silenzio! Onorevole
Matteotti, concluda!
Matteotti: Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi
invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era
stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma
che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere allargato a larghissime
zone del Meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi
determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di
esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi
di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso
nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di
20 anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcuno che aveva
compiuto i 60 anni. (Commenti). Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma
autorevoli magistrati che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo.
Voci: Basta, la finisca! (Rumori,
commenti). Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti?
(Rumori. Alcuni deputati scendono nell’emiciclo).
Presidente: Onorevoli deputati, li
invito alla calma, sgombrino l’emiciclo!
Torre Edoardo: Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il
Parlamento! (Commenti, rumori)
Voci: Vada in Russia!
Presidente: Facciano silenzio! E lei,
onorevole Matteotti, concluda!
Matteotti: Coloro che ebbero la ventura di votare e di
raggiungere le cabine, ebbero dentro le cabine, in moltissimi Comuni
specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di
controllare i voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e
verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti
voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano,
così come altri voti di lista furono cancellati o addirittura letti al
contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati
per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo
una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto:
anzi noi abbiamo potuto avere il nostro voto il più delle volte quasi esclusivamente
da coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri
furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per
noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si
sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A
queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro
l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento.
(Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera). Per tutte queste ragioni, e per le altre che
di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinuncio a svolgere, ma che voi
ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno
(Rumori)... per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della
elezione a maggioranza.
Voci alla destra: Accettiamo! (Vivi
applausi a destra e al centro).
Matteotti: Riconosciamo che i ricorsi non potevano, per la
stessa esistenza del regime di violenza, essere documentati. Ma è appunto una
investigazione che solo la Giunta nella sua discrezione, nella sua coscienza
potrebbe compiere, investigando da per tutto, in ogni documento, luogo per
luogo. Noi domandiamo che sia compiuto tale esame, domandiamo che essa
investighi sui metodi usati in quasi tutta l’Italia. E’ un dovere e un diritto, senza il quale non
esiste sovranità popolare. Noi sentiamo tutto il male che all’Italia apporta il
sistema della violenza: abbiamo lungamente scontato anche noi, pur minori e
occasionali, eccessi dei nostri. Ma appunto per ciò noi domandiamo alla
maggioranza che essa ritorni all’osservanza del diritto. (Rumori, interruzioni,
apostrofi a destra). Voi che oggi avete in mano il potere e la forza, voi che
vantate la vostra potenza, dovreste meglio di tutti gli altri essere in grado
di far osservare la legge da parte di tutti. (lnterruzioni a destra).
Voci alla destra: E la rivoluzione
dov’è?
Matteotti: Voi dichiarate ogni giorno di
volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete
ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente rovinate quella che è l’intima
essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la
Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca
la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori,
eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di
saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra). Noi deploriamo
invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa
reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto
le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed
educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi
difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più
alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle
elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi
all’estrema sinistra, vivi rumori; la confusione e l’impressione sono enormi).
(3) Walter
Galbusera Matteotti, l'«aristocratico» che per Gramsci era il nulla in https://www.ilgiornale.it/news/matteotti-l-aristocratico-che-gramsci-era-nulla-1023510.html


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