Per fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l'albero
Per fare l'albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
Per fare un tavolo ci vuole un fior
Per fare il legno ci vuole l'albero
Per fare l'albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
Per fare un tavolo ci vuole un fior
Questo post nasce
dopo la lettura della cronaca sui
giornali e delle opinioni sui social di
seguito alla liberazione di Silvia Romano . Nel leggere i brani che riporto in
questo post mi sono domandato perché tanto
odio nei confronti di questa ragazza, di
una donna. Ne ho cercato le ragioni proprio in alcune di queste analisi e ricostruzioni di questa vicenda che ha come protagonista
Silvia Romana che sono le stesse ragioni e lo stesso odio per le protagoniste di vicende simili ,anche
loro donne. La conclusione che ho tratto, almeno al momento è che questo paese
è un paese spietato nei confronti delle donne e della loro condizione anche
quando sono mogli, madri sorelle, figlie. Ed è inquietante , per non dire
altro, constatare che purtroppo le stesse donne agitano vessilli ideologici a
dir poco nei confronti di altre donne facendosi strumento di interessi da cui
dovrebbero stare mille miglia lontano.
Questo poi , ed è una semplice
constatazione, è un paese che non sa stare zitto. E non è problema di
libertà di parola o di opinione. Ma è
che questo paese non sa stare zitto , chinare il capo, rimboccarsi le maniche e tenere i piedi per terra. Cosa che si fa anche usando un poco di
memoria . Un paese in definitiva smemorato
dove il termine smemorato si può caricare di tutte le negatività . Mi viene in mente e sono andato a trovarne riscontro che :” Nel
1819, mentre in Germania furoreggia la filosofia di Hegel, impostata sul
concetto della sensatezza dell'Essere quale dispiegamento del Logos nella
storia, vede la luce un'opera di uno sconoscuito filosofo originario di
Danzica: Il mondo come volontà e come rappresentazione,di Arthur
Schopenhauer, che è la più radicale negazione dell'ottimismo e del razionalismo
hegeliani e che, pur passando quasi inosservata, in un secondo momento giungerà
ad acquistate un'influenza sempre più grande sul clima spirituale europeo.Per
Schopenhauer, le cose sono prive sia di fondamento, sia di ragione. Rifacendosi
a Kant (e, in parte, a Platone, ma piegandoli entrambi alle proprie esigenze),
sostiene che le cose non possiedono una realtà indipendente dal soggetto, e che
i fenomeni che cadono sotto i nostri sensi, altro non sono che semplici
apparenze. Tra noi ed esse vi è un velo di Maja che ci impedisce di
coglierne la realtà (come accadeva per il noumeno kantiano, ma senza che
ciò incrinasse la fiducia di Kant nell'autosufficienza del fenomeno). Questa
apparenza è, per lui, la rappresentazione del mondo; mentre la cosa in
sé è la volontà. Le cose non esistono come prodotti del soggetto, come
vorrebbe l'idealismo; tuttavia è da esso che ricevono il loro senso. ( 1)
In queste ore si celebra l’encomio pubblico dell’Italia dei
balconi, da sempre mal tollerati (Piazza Venezia) o ignorati (Piazza San
Pietro), solo perché la buona prassi del “volemose bene” è riuscita, ancora una
volta, a distrarre dal vero problema. L’esistenza di un paese velenoso, diviso
in fazioni, litigioso e accanito contro
i più deboli tra cui le donne . Penso che Baricco che parla di emozioni abbia
ragione quando scrive
Un paese senza occhi
Se al ritorno di una persona rapita per 18 mesi, una ragazza che non era “in vacanza” ma che ha sentito la responsabilità di “non stare a casa” e ha rifiutato questo limitante pensiero di farsi “i fatti suoi”, notate l’abbigliamento, vi domandate della conversione e vi chiedete il prezzo di tutto questo è perché non avete gli occhi per osservare la libertà, la felicità e l’abbraccio liberatorio. E forse non sapete che la magistratura si occuperà di tutti gli aspetti nei tempi e nei modi che sono previsti dalla legge. (2)
E allora ci vuole un fiore , ci vuole un fiore per
capire che dal fiore nasceranno i frutti .
Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.
Ecco i fatti .
La liberazione di Silvia Romano sta suscitando un dibattito
enorme nel Paese, accompagnato dalla solita coda di odio, polemiche e attacchi
contro la cooperante cui si contesta di “essersela cercata”. Così come si
chiede con insistenza al governo quanto sia costata la liberazione dopo un anno
e mezzo di prigionia.
Eppure nell’ultimo anno altri tre italiani sono stati
fortunatamente sottratti dalle mani di terroristi e rapitori, senza che
nessuno, giustamente abbia sollevato polemiche. Come l’imprenditore Sergio
Zanotti, liberato ad aprile 2019, dopo tre anni di prigionia. Era stato
rapito nel 2016 durante un viaggio in Turchia a ridosso con il confine
siriano. Anche in quel caso, ad annunciarne la liberazione era stato il premier
Giuseppe Conte: “Se non si fosse pagato un riscatto non sarei qui”, ha detto Zanotti dopo la liberazione.
O come il 34enne bresciano Alessandro Sandrini, rapito a
ottobre del 2016 al confine fra Siria e Turchia, e liberato a maggio 2019. O
come l’architetto 31enne di Padova Luca Tacchetto, sequestrato in Burkina Faso
e liberato in Mali dopo quindici mesi a marzo 2020.
Tre italiani. Tre uomini. Finiti nelle mani delle bande
criminali e jihadiste e fortunatamente liberati senza tante polemiche. Perché allora per Silvia Romano si è scatenata la canea?
Chiara Cruciati, caporedattrice di Nena News Agency ha provato a darsi una
risposta. Forse, sostiene, perché Silvia Romano è donna? “Negli ultimi 12 mesi – ha scritto su Twitter – sono stati
liberati tre italiani, Sergio Zanotti, Alessandro Sandrini e Luca Tacchetto.
Nessuno di loro si è visto spogliare di vestiti e dignità, come Silvia Romano, o contestare il
riscatto. Perché la nostra stampa è sessista, islamofoba e patriarcale”. (3)
Gli avvenimenti
Silvia Romano
nel 2018 si trovava in Kenya per partecipare a un progetto curato
dalla onlus Africa Milele: al tempo era un’educatrice per i bambini del
villaggio di Chakama, nella contea di Kilifi. Stando alla ricostruzione di Repubblica, la presenza della ragazza sarebbe stata segnalata
da un abitante del villaggio conosciuto dalla Romano al gruppo di
jihadisti somali di al-Shabaab che, il 20 novembre dello stesso anno, l’ha
rapita con un commando di tre uomini. Il gruppo, legato ad al Qaeda, da anni
controlla alcune parti del territorio somalo, compiendo attacchi terroristici.
Lo scopo del rapimento era infatti quello di ottenere in cambio del rilascio
soldi e armi per finanziare le proprie azioni militari.
In seguito, la
Romano – in compagnia di altri tre terroristi, diventati poi suoi carcerieri –
ha dovuto affrontare un lungo viaggio durato settimane, fatto in parte in moto
e in parte a piedi, per superare il confine e raggiungere la Somalia. Da
questo momento le informazioni trapelate sono ancora poco chiare: non si sa
in quale luogo sia stata trattenuta per tutti questi mesi. La tesi più
accreditata è che sia stata reclusa in sei abitazioni diverse, principalmente
in grandi centri abitati della Somalia. Nel corso dell’interrogatorio, la
cooperante avrebbe sottolineato al pm di essere sempre stata trattata bene e
di non aver subito violenze fisiche o psicologiche. Anche in relazione
della tanto dibattuta questione della conversione religiosa, non ci sarebbe
stata alcuna forzatura e la volontà di convertirsi alla fede islamica non
sarebbe frutto di una coercizione dei suoi carcerieri.
La trattativa e la liberazione
Le trattative
per liberare la Romano sono iniziate durante l’estate del 2019,
quando il gruppo terrorista ha cercato di contattare alcuni membri
dell’intelligence italiana. Nel gennaio del 2020, come riporta il Corriere della Sera, i funzionari dell’Aise, i servizi segreti
italiani che lavorano all’estero, hanno ricevuto un video della ragazza in cui
diceva di stare bene. Da questo momento, l’Aise, insieme alla polizia locale
e ad alcuni agenti segreti turchi – la Turchia ha rapporti ramificati
e solidi in Somalia – hanno avviato il negoziato per procedere alla
liberazione. Il presidente Giuseppe Conte, in alcune dichiarazioni rilasciate all’aeroporto di Ciampino, ha confermato che le trattative sono entrate nel
vivo qualche mese fa, intorno a marzo-aprile.
Per quanto
riguarda i dettagli dell’operazione che ha condotto alla liberazione di Silvia
Romano, tra l’8 e il 9 maggio, ancora molto è da chiarire. È probabile che
sia stato pagato un riscatto, ma non si sa nulla del suo ammontare: alcuni
giornali italiani hanno parlato di 4 milioni di euro, ma la cifra non sembra
ancora aver trovato conferme.( 4)
Una terribile discussione sui social
A quel punto la discussione, soprattutto sui social, si è fatta più aspra, fino al punto da diventare offensiva nei confronti della stessa giovane, come se il fatto di esserci convertita facesse perdere valore alla sua liberazione. Solo per fare un esempio del tenore di queste odiose polemiche, ecco la frase choc di un politico di centro-destra, poi rimossa da Facebook: "Ora avremo una musulmana in più e 4 milioni di euro in meno, un affare proprio". Una frase indegna, che ricalca peraltro il titolo di prima pagina di un quotidiano nazionale e che ha attirato lo sdegno di molti e le critiche dell'Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia), che ha chiesto uno stop all'islamofobia.
In un altro post di un esponente leghista milanese, si affiancano due fotografie di Silvia: una prima del rapimento, in abito corto e tacchi, latra con l'abito con il quale è scesa dall'aereo. E poi la scritta "Liberata?". Ripugnante, ha scritto qualcuno, ma i commenti sotto il post erano quasi tutti di segno opposto.
Perfino il parroco del Casoretto, che alla notizia della liberazione aveva suonato le campane della chiesa, ha ricevuto critiche "per aver trasformato il campanile in minareto", ha confermato lo stesso don Enrico.
Chi parla a ragion veduta sono due missionari del calibro di Paolo Latorre, comboniano in Kenya ("Non sarebbe stato facile resistere senza convertirsi") e padre Giulio Albanese, grande esperto di Africa e fondatore dell'Agenzia Misna: "Provo un profondo disgusto nei confronti di coloro che si stanno scagliando contro di lei con invettive d'ogni genere. Polemizzare sulla sua conversione all'islam o sul pagamento di un riscatto per il rilascio lo trovo fuori luogo. Una cosa è certa: nessuno può dire, a parte il suo sorriso, quali siano le reali condizioni di Silvia, oltre che fisicamente, da un punto di vista psicologico e spirituale".
La giovane ha confermato di non aver subito costrizioni fisiche né violenze e di non essere stata costretta a sposarsi. E' stata spostata 4 volte, in moto e a piedi, di essere rimasta chiusa in case nei villaggi, "ma mai carcerata". I carcerieri, sempre gli stessi, erano armati e a volto coperto.
E' stato pagato un riscatto oppure no? E se sì, quanto? La domanda è rimbalzata fin dalle prime ore successive alla liberazione ma si è diffusa ancora di più al rientro in Italia e ha trovato grande spazio nei quotidiani di oggi. L'intelligence italiana come è ovvio non conferma né smentisce, ma alcuni giornali hanno parlato di una cifra di alcuni milioni di euro, e il loro pagamento, secondo alcuni commentatori "rende l'Italia complice dei terroristi". Ci si chiede quale sarebbe stata l'alternativa in un caso come questo: lasciare Silvia nella mani dei suoi rapitori per sempre? Lasciarla uccidere?
Altri, come Matteo Salvini, hanno criticato l'accoglienza del governo a Ciampino: "Penso che un ritorno più riservato, un profilo più basso da parte delle istituzioni, avrebbe evitato pubblicità gratuita a livello mondiale a questi infami che nel nome della religione hanno ucciso migliaia di persone".
In un passaggio dei suoi primi colloqui con gli inquirenti, Silvia ha detto di essere stata trattata bene. Tanto è bastato perché, soprattutto sui social, si scatenasse la rabbia di molti, sintetizzata nella frase "potevate lasciarla lì".
Tanto livore in una occasione che indurrebbe solo alla felicità: forse perché si tratta di una donna? Esiste uno strisciante sessismo nel trattamento riservato a Silvia? Chiediamocelo: se fosse stato un uomo, ad essere rapito, la sua conversione, il rapporto con i carcerieri avrebbe riscosso altrettanta (malevola) attenzione?
"Ci vuole pudore - dice ancora padre Albanese in una intervista all'Ansa -. Del sequestro di Silvia Romano sappiamo poco o nulla. Ancora meno sappiamo delle condizioni psicologiche e spirituali in cui si trova la ragazza e soprattutto delle sue condizioni durante questa prigionia lunghissima, un anno e mezzo. al-Shabaab è in assoluto la più feroce delle organizzazioni terroristiche ora presenti in Africa (...) . Il minimo che una donna possa subire durante una prigionia da parte di al-Shabaab è l'offerta di conversione. E sottolineo il minimo".
"Silvia ha sicuramente subito un inferno. Dopodiché io, anche come sacerdote, rispetto appieno le sue scelte: se ha abbracciato l'Islam io lo rispetto ma lo ha fatto in un contesto di grandissima tensione". "Io credo - ripete - che per Silvia ci voglia pudore, rispetto, è un accanimento verso una persona che viene fuori da un inferno, una nostra connazionale".
Ma le critiche che sono state mosse a Silvia Romano non sono una novità. Lo stesso avvenne per Simona Parri e Simona Torretta, soprannominate dalla stampa “le due Simone”, sequestrate nel 2004 in Iraq, a Baghdad, nella sede della Ong per cui lavoravano all’età di 29 anni. Furono liberate dopo 5 mesi e mezzo di prigionia. Al loro arrivo all’aeroporto di Ciampino si tenevano per mano sorridenti e indossavano lunghi caftani colorati. Dopo la liberazione ai giornalisti dichiararono che sarebbero ripartite per fare volontariato. E così fu: Simona Torretta pare sia in Libano impegnata in un progetto umanitario che coinvolge i bambini e Simona Pari in Guatemala.
Dopo le due “Simone”, ci fu il caso delle due cooperanti italiane Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria nel 2014 e poi liberate nel 2015. Anche in quel caso le due giovani donne furono criticate per le foto ad Aleppo prima del rapimento dove entrambe si mostravano sorridenti e vestite da “hippy”. Secondo le malelingue erano in andate in Siria a divertirsi, non per fare volontariato. (5)
Si legge su
fortebraccionews sotto lo
pseudonimo Edmond Dantes “Le pagine social dei “soliti noti” ribollono
di commenti agghiaccianti: si va dalla macabra ironia sulla “vacanza al caldo”
all’invito a “starsene a casa sua”. Come fosse una colpa aiutare chi sta male,
come fosse un crimine che una donna –una ragazza- decida di rischiare in prima
persona per fare del bene. E un refrain
martellante, che trasuda dai commenti su quelle pagine, la domanda sarcastica di chi si sente astuto,
sgamato, esperto del mondo e delle sue cose: “Quanto ci è costata la sua
libertà?”
Quando la domanda vera –da rivolgere incessantemente a
questi uomini e a queste donne dell’odio in rete- è una e una soltanto:
che cosa vi è successo? C’è una festa di tutti, e voi ve ne sentite esclusi.
C’è una cosa che è solo e soltanto bella, e voi invece la preferireste brutta. C’è la libertà di una ragazza che provoca
emozione, e voi provate solo un istintivo e feroce risentimento. Che cosa vi è
successo? Di questo pianeta, anche voi ne siete parte. E dopo
due mesi passati ad angosciarvi, come tutti, per la diffusione e gli effetti e
l’aumento e il calo del contagio, dovrebbe essere così palesemente chiaro: che
c’è una sola razza, quella umana, e anche voi ne fate parte fino in fondo.
Il punto è che da troppi anni
l’odio viene distillato, prodotto, diffuso, inoculato: e la rabbia –spesso
anche legittima- è stata dirottata verso la paura, verso l’astio per il nostro
simile, verso l’idea che
dando libero sfogo alla parte peggiore di noi stessi, poi, staremo meglio.
E invece non funziona, non funziona proprio per niente; quei giornali e quei
politici che diffondono odio ad arte, da anni, tutti i giorni, con tutti gli
strumenti possibili, non vi stanno soltanto mentendo: vi rovinano la vita. Non
vi rendono solo persone peggiori di come potreste essere: vi rendono persone
più tristi di come dovreste sentirvi. Perché Silvia Romano è stata finalmente
liberata: e questa è una notizia che rende solamente felici. E se poi il punto
per qualcuno è in fin dei conti davvero solo quello, “quanto ci è costata?”,
allora la risposta sarà semplice: ci è costata
meno, molto meno, incommensurabilmente meno di 49 milioni. “
Sulla bacheca fb di Walter
Cavalieri si legge : “ Ci hanno
ripetuto per anni che gli africani "bisogna aiutarli a casa loro".
Una cooperante italiana, forse ingenuamente, si stava impegnando in Kenia in un
progetto di aiuto all'infanzia. Un anno e mezzo fa è stata rapita a scopo di
estorsione, trasferita per centinaia di chilometri, tenuta prigioniera nella
foresta, venduta da banda a banda e trattata bene come si tratta una preziosa
merce di scambio. Ha vissuto paura e disperazione, si è ammalata, ha sperato
che il suo Paese non la abbandonasse al suo
destino.
Penso che il Governo, qualunque governo, abbia il DOVERE di tentare di riportare in patria un cittadino italiano trattenuto all'estero contro la sua volontà. Quando ci riesce, dovrebbe essere sempre una festa, che si tratti di una cooperante o di un frate o di un giornalista o di uno studente. Al contrario, mi pare che proprio i sedicenti "patrioti" stiano come sempre avvelenando i pozzi per convenienze politiche.
"Libero" scrive. "Abbiamo liberato un'islamica"; "Il Giornale" : "Silvia l'ingrata: schiaffo all'Italia"; "La Verità": "Conte e Di Maio fanno uno spot e un dono ai terroristi islamici."
Sapete cos'è? Per qualcuno che stava alla canna del gas e a corto di argomenti (immigrati, Europa, ecc.) la vicenda di Silvia Romano è una manna scesa dal cielo! Senza aspettare un momento, hanno deciso che il Governo italiano ha pagato dei terroristi, hanno stabilito anche la cifra di 4 milioni di euro, hanno sentenziato che solo l'Italia paga i riscatti (quando USA e GB lo fanno comunemente), hanno sorvolato sui rischi che i nostri agenti segreti hanno corso per individuare luoghi e autori del sequestro. Il tutto per quella che viene considerata una ragazzina scapestrata, per di più convertitasi all'Islam, come se la Costituzione non riconoscesse il diritto individuale di esercitare la libertà di culto... Ma sì, al diavolo ogni considerazione etica: tutto questo vale almeno mezzo punto nei sondaggi!”
Penso che il Governo, qualunque governo, abbia il DOVERE di tentare di riportare in patria un cittadino italiano trattenuto all'estero contro la sua volontà. Quando ci riesce, dovrebbe essere sempre una festa, che si tratti di una cooperante o di un frate o di un giornalista o di uno studente. Al contrario, mi pare che proprio i sedicenti "patrioti" stiano come sempre avvelenando i pozzi per convenienze politiche.
"Libero" scrive. "Abbiamo liberato un'islamica"; "Il Giornale" : "Silvia l'ingrata: schiaffo all'Italia"; "La Verità": "Conte e Di Maio fanno uno spot e un dono ai terroristi islamici."
Sapete cos'è? Per qualcuno che stava alla canna del gas e a corto di argomenti (immigrati, Europa, ecc.) la vicenda di Silvia Romano è una manna scesa dal cielo! Senza aspettare un momento, hanno deciso che il Governo italiano ha pagato dei terroristi, hanno stabilito anche la cifra di 4 milioni di euro, hanno sentenziato che solo l'Italia paga i riscatti (quando USA e GB lo fanno comunemente), hanno sorvolato sui rischi che i nostri agenti segreti hanno corso per individuare luoghi e autori del sequestro. Il tutto per quella che viene considerata una ragazzina scapestrata, per di più convertitasi all'Islam, come se la Costituzione non riconoscesse il diritto individuale di esercitare la libertà di culto... Ma sì, al diavolo ogni considerazione etica: tutto questo vale almeno mezzo punto nei sondaggi!”
Maryan IsmailSegui nella
Lettera a Silvia Romano scrive : “Ho
scelto il silenzio per 24 ore prima di scrivere questo post. Quando si parla
del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre
cerco di rendere una cicatrice positiva. L'aver perso mio fratello in un
attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore
in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e
decisa. Perché? Perché noi somali ne conosciamo il modus operandi spietato e
soprattutto la parte del cosidetto volto "perbene" . Gente capace di
trattare, investire, fare lobbing, presentarsi e vincere qualsiasi tipo di
elezione nei loro territori e ovunque nel mondo.
Insomma sappiamo di essere di fronte a avversari pericolosissimi e con mandanti ancor più pericolosi. Ora la giovane cooperante Silvia Romano, che è bene ricordare NON ha mai scelto di lavorare in Somalia, ma si è trovata suo malgrado in una situazione terribile, è tornata a casa. Non è un caso che per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo fb. Sapevo a cosa stava andando incontro. Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura , l'impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare? Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche , yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda.
Insomma sappiamo di essere di fronte a avversari pericolosissimi e con mandanti ancor più pericolosi. Ora la giovane cooperante Silvia Romano, che è bene ricordare NON ha mai scelto di lavorare in Somalia, ma si è trovata suo malgrado in una situazione terribile, è tornata a casa. Non è un caso che per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo fb. Sapevo a cosa stava andando incontro. Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura , l'impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare? Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche , yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda.
Comprendo tutto di
Silvia.Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per
non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero
proposto, pur di sopravvivere. E in un nano secondo. Attraversare la savana dal
Kenya e fin quasi alle porte di Mogadiscio in quelle condizioni non è un safari
da Club Mediterranee... Nossignore è un incubo infernale, che lascia disturbi
post traumatici non indifferenti. Non mi piacciono per nulla le discussioni sul
suo abito ( che per cortesia non ha nulla di SOMALO, bensì è una divisa
islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza), né la felicità per la sua
conversione da parte di fazioni islamiche italiane o ideologizzati di varia
natura. La sua non è una scelta di LIBERTA', non può esserlo stata in quella
situazione. Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua
sacralità intangibile.E poi quale Islam ha conosciuto Silvia ? Quello pseudo religioso che viene utilizzato
per tagliarci la testa? Quello dell'attentato di Mogadiscio che ha provocato
600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga
i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148
morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da
anni esodi di un'intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle
carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell'orrore? Quello che
ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti? No
non è Islam questa cosa.
E' NAZI FASCISMO, adorazione del MALE. E' puro abominio. E' bestemmia verso Allah e tutte le vittime. I simboli, sopratutto quelle sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta. Quando e se sarà possibile , se la giovane Silvia vorrà , mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti. Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego,macawis, kooffi. I nostri profumi si chiamano cuud, catar e persino barfuum (che deriva dall'italiano). Ho l'armadio pieno delle stoffe, collane e profumi della mia mamma. Alcuni di essi sono il mio corredo nuziale che lei volle portarsi dietro durante la nostra fuga dalla Somalia.Adoriamo i colori della terra e del cielo.
Abbiamo una lingua madre pieni di suoni dolci , di poesie, di ninne nanne, di amore verso i bimbi, le madri, i nostri uomini e i nonni. Abbiamo anche parti terribili come l'infibulazione (che non è mai religiosa, ma tradizionale) , ma le racconterei come siamo state capaci di fermare un rito disumano.
Come e perché abbiamo deciso di non toccare le nostre figlie, senza aiuti, fondi e campagne di sostegno.Ma soprattutto le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo..Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato. Della fierezza e gentilezza del popolo somalo. E infine ho trovato immorale e devastante l'esibizione dell'arrivo di Silvia data in pasto all'opinione pubblica senza alcun pudore o filtro.In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle Br o da altre sigle del terrore. Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione..Soo dhowaw, gadadheyda macaan. “
E' NAZI FASCISMO, adorazione del MALE. E' puro abominio. E' bestemmia verso Allah e tutte le vittime. I simboli, sopratutto quelle sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta. Quando e se sarà possibile , se la giovane Silvia vorrà , mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti. Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego,macawis, kooffi. I nostri profumi si chiamano cuud, catar e persino barfuum (che deriva dall'italiano). Ho l'armadio pieno delle stoffe, collane e profumi della mia mamma. Alcuni di essi sono il mio corredo nuziale che lei volle portarsi dietro durante la nostra fuga dalla Somalia.Adoriamo i colori della terra e del cielo.
Abbiamo una lingua madre pieni di suoni dolci , di poesie, di ninne nanne, di amore verso i bimbi, le madri, i nostri uomini e i nonni. Abbiamo anche parti terribili come l'infibulazione (che non è mai religiosa, ma tradizionale) , ma le racconterei come siamo state capaci di fermare un rito disumano.
Come e perché abbiamo deciso di non toccare le nostre figlie, senza aiuti, fondi e campagne di sostegno.Ma soprattutto le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo..Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato. Della fierezza e gentilezza del popolo somalo. E infine ho trovato immorale e devastante l'esibizione dell'arrivo di Silvia data in pasto all'opinione pubblica senza alcun pudore o filtro.In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle Br o da altre sigle del terrore. Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione..Soo dhowaw, gadadheyda macaan. “
Scrive Giusi Pitari
: Come fate a giudicare le persone e le situazioni che vivono senza
saperne nulla? Pensavo che questi giorni di clausura sarebbero stati utili a
comprendere come può essere pesante ritrovarsi chiusi in casa. La maggior parte
di noi ha sentito forte il bisogno di aria, quella che ci sbatte sul viso
quando usciamo. O il bisogno di rivedere i parenti. O di una vita normale che
chissà quando tornerà.
Alcuni di noi sono stati in quarantena (per svariate ragioni) e quei 14 giorni senza poter neanche aprire il portone di casa, a volte neanche la porta di una stanza, sono stati pesanti come il piombo, soprattutto per i giovani che, usciti dai quei 14 giorni, hanno persino pianto di felicità.
Eppure nessuno di noi aveva accanto persone di cui non sapeva nulla, che magari ci minacciavano, che ci tenevano in una grotta, forse senza nulla se non la paura.
E non abbiamo 23 anni e non siamo soli in un’altra nazione dove esiste ancora chi rapisce chi aiuta la popolazione. E molti di noi non sanno neanche cosa significhi in situazioni così estreme quali il rapimento, essere donna.Non abbiamo imparato nulla, neanche a stare zitti. Ma è successo persino di peggio: non abbiamo imparato a essere felici per gli altri. Per chi riacquista la libertà, per chi ha aspettato a lungo di rivedere la propria figlia. Siamo invidiosi delle felicità degli altri e per questo la “smerdiamo”.Silvia Romano doveva tornare in Italia sofferente, emaciata, in lacrime: sareste stati più contenti e l’avreste trattata come un’eroina. O forse preferivate non avere più notizie di lei. Le avreste eretto una statua.Sii felice Silvia Romano, il tuo sorriso è stato per me il più bel regalo per la festa della mamma.”
Alcuni di noi sono stati in quarantena (per svariate ragioni) e quei 14 giorni senza poter neanche aprire il portone di casa, a volte neanche la porta di una stanza, sono stati pesanti come il piombo, soprattutto per i giovani che, usciti dai quei 14 giorni, hanno persino pianto di felicità.
Eppure nessuno di noi aveva accanto persone di cui non sapeva nulla, che magari ci minacciavano, che ci tenevano in una grotta, forse senza nulla se non la paura.
E non abbiamo 23 anni e non siamo soli in un’altra nazione dove esiste ancora chi rapisce chi aiuta la popolazione. E molti di noi non sanno neanche cosa significhi in situazioni così estreme quali il rapimento, essere donna.Non abbiamo imparato nulla, neanche a stare zitti. Ma è successo persino di peggio: non abbiamo imparato a essere felici per gli altri. Per chi riacquista la libertà, per chi ha aspettato a lungo di rivedere la propria figlia. Siamo invidiosi delle felicità degli altri e per questo la “smerdiamo”.Silvia Romano doveva tornare in Italia sofferente, emaciata, in lacrime: sareste stati più contenti e l’avreste trattata come un’eroina. O forse preferivate non avere più notizie di lei. Le avreste eretto una statua.Sii felice Silvia Romano, il tuo sorriso è stato per me il più bel regalo per la festa della mamma.”
Come ricordano perfettamente
Flavia Perina e la direttrice di Left, Simona Maggiorelli, quando Simona Parri
e Simona Torretta, rapite nel 2004 a Baghdad nella sede della Ong per cui
lavoravano, rientrarono a Fiumicino dopo cinque mesi e mezzo nelle mani dei
rapitori, vestite con lunghi caftani colorati, e dichiararono di non volere
interrompere la propria attività nel mondo della cooperazione Il Giornale
le appellò in prima pagina come “oche giulive”.
Greta Ramelli e Vanessa Marzullo invece vennero lungamente
attaccate per le loro foto su Facebook, prima del rapimento, in cui si
mostravano sorridenti: sono andate a divertirsi, dissero. Dopo la loro
liberazione si disse che erano incinte. Era falso ma funzionò per sputare
ancora più veleno e per dare di gomito su quanto si fossero divertite.
Anche su Carola Rackete le osservazioni furono simili: ha
i capelli sporchi, non si depila le ascelle, non indossa il reggiseno. Cosa
c’entrasse con i fatti non si è mai capito ma in compenso se n’è scritto
tantissimo. E l’abbigliamento è tornato utile per riempirla di fango senza entrare
nel merito.
La giornalista Giovanna Botteri è
colpevole di essere spettinata e di indossare abiti simili. Non importa che sia
una delle giornaliste più brave che abbiamo: le doppie punte bastano per
attaccarla senza dovere esprimere critiche che abbiano un senso.Anche le donne stuprate spesso vengono raccontate per la lunghezza della loro gonna o per l’ampiezza della scollatura. Spesso lo stupro le è anche piaciuto, dicono. Lo stesso discorso per le donne ammazzate che forse non erano proprio delle “sante”. Lo dicono così, nessuno specifica, ma intanto la lordura entra nella lavatrice della comunicazione.
Il fatto è che voi (voi, inteso come quelli che utilizzano la pratica di usare un particolare per colpire una persona) odiate le donne libere, semplicemente. Odiate le donne indipendenti, autonome, determinate, che scelgono perché vi rassicura provare che l’essere maschio conti ancora qualcosa. È questo, il punto, solo questo. Solo che nella vostra idiota fallocrazia non avete abbastanza elementi per costruire un intelligente dibattito e quindi scendete lì, negli inferi dei discorsetti da bar, rivendendoli come analisi o editoriali. La paura che vi fanno le donne dà la misura del vostro essere piccoli uomini. (6)
(1) Sergio Moravia (Educazione e pensiero, Le
Monnier, Firenze, 1983, vol. 3, p. 197):







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