In un recente libro dal titolo Economia della pace edito da Il Mulino,
l’economista Raul Caruso (1)ha dimostrato come l’industria bellica italiana,
che alcuni propongono ancora come gioiello industriale di cui vantarsi, sia in
realtà una zavorra per l’economia del Paese: sottrae risorse materiali, umane e
finanziarie ad attività produttive e di ricerca ben più utili e urgenti per la
collettività. La drastica riduzione della spesa militare e la riconversione
dell’industria delle armi sono priorità politiche ineludibili.
Durante la pandemia di covid 19 scrive Giorgio Beretta (2)su Unimondo.org :” Tra le piccole medie imprese le cui produzioni sono dirette
principalmente ai mercati esteri vi sono quelle che producono le
cosiddette “armi comuni” (pistole, revolver, fucili, carabine, ecc.). Secondo i
dati forniti dal Banco Nazionale di Prova (BNP),
le imprese produttrici di “armi comuni” in Italia sono 107, di cui la
maggior parte ha la sede produttiva in Val Trompia (Brescia) mentre i
produttori di munizioni sono 124, compresi i produttori di componenti. Va
comunque detto che le principali aziende del settore (come Beretta, Tanfoglio,
Fabarm, ecc.) non producono solo “armi comuni”, ma anche armi di tipo militare.
Nel 2017 in Italia sono state prodotte “armi comuni” per poco più di 345
milioni di euro e munizioni per quasi 236 milioni di euro: nell’insieme una
produzione per oltre 581 milioni di euro, di cui il 90 percento è destinata
all’estero.
Qui emerge un primo paradosso: in Italia vi sono 231
aziende produttrici di armi e munizioni e una sola azienda che produce
ventilatori artificiali. Il paradosso è ancora più evidente se si considera
che, mentre le armi comuni sono un prodotto voluttuario non di prima
necessità (vengono principalmente utilizzate per attività venatorie, ricreative
o sportive e solo una minima parte è destinata all’impiego per la difesa
personale, per le forze dell’ordine e di sicurezza), i ventilatori polmonari
costituiscono un articolo di primaria importanza per la salute pubblica, per la
stessa sopravvivenza degli ammalati. Questo confronto fa emergere un
problema centrale, radicale della produzione di beni in regime di “libero
mercato”: la produzione risponde esclusivamente alla domanda di mercato e
alla massimizzazione del profitto privato e non tiene alcun conto della
necessità di produrre quei beni e prodotti che sono di importanza fondamentale,
vitale, per una comunità. Affermare che nell’attuale “libero mercato
globale” qualsiasi prodotto, anche quello più necessario, sarebbe sempre
disponibile a tutti (purché si abbia il denaro per acquistarlo) rappresenta un
assunto, una credenza, che proprio la crisi di diversi prodotti
(mascherine, tute e camici medici, tamponi, respiratori artificiali, ecc.)
dovuta all’emergenza coronavirus sta tragicamente mostrando.”
Situazione a dir poco curiosa di questi tempi, coi malati che
muoiono soffocati e gli ospedali al collasso, mentre l’industria delle armi è
dichiarata “essenziale” e quindi prosegue regolarmente la propria attività. Per
anni l’azione disarmista e pacifista è stata ignorata e derisa dalla politica
ufficiale (per non parlare del sistema mediatico), ma ora si vede come ci sia
ben poco da ridere.
L’economia della pace, che vanta padri illustri quali John
Maynard Keynes, Kenneth Arrow e Lawrence Klein, studia le cause e le
conseguenze economiche delle guerre e di altre forme di violenza, e analizza la
crescita e lo sviluppo di istituzioni volte alla risoluzione di scenari di
conflittualità distruttiva. La disciplina ha dimensioni macro e micro. Esiste,
infatti, una conflittualità di livello «macro» che coinvolge gli Stati, la loro
politica estera e le loro politiche economiche, e una conflittualità «micro» in
seno alle società nei rapporti tra Stato, gruppi sociali, formazioni intermedie
e cittadini.
Proprio in
termini di economia di pace scrive
ancora Giorgio Beretta :” in periodi di
crisi si comprende, drammaticamente e a spese della salute e della vita dei
cittadini, l’importanza di avere un’industria nazionale che risponda
alle effettive esigenze di tutela, di salute e di sicurezza dei cittadini e non
solamente alla domanda di mercato e agli interessi del profitto. Peccato che
per promuoverla si invochi l’“economia di guerra” che non c'entra niente. Non
c’è alcun bisogno di un’economia di guerra. Sarebbe infatti bastato aver
messo in campo qualche progetto industriale più attento alle necessità della
popolazione.Avrebbe potuto farlo la Regione Lombardia che, invece, con i governi di centro-destra ha gettato alle ortiche l’Agenzia Regionale per la riconversione dell’industria bellica, istituita nel marzo del 1994 dalla giunta di centro-sinistra (l’ultima di quel tipo in Lombardia), che nel 2006 con l’amministrazione Formigoni ha definitivamente affossato la proposta di legge per ripristinarla. Lo abbiamo ampiamente documentato su Unimondo. La Legge di iniziativa popolare del 2006 non chiedeva di riconvertire tutte le aziende del settore armiero, ma cercava di rispondere a due esigenze: “la promozione dei progetti e dei processi di disarmo e di riduzione degli armamenti” e, soprattutto, “la promozione sul mercato di prodotti alternativi sviluppati in base alla utilità sociale dei prodotti stessi”.
E d’altra
parte lo spiega bene come sono andate le cose Massimo Scampini (3) in un report dal titolo “Agenzia per la riconversione dell'industria bellica
della Regione Lombardia” : “ La grande capacità produttiva e un disinvolto marketing
internazionale proiettarono l’Italia appena dopo la fine della seconda guerra
mondiale al quarto posto tra i
produttori di armi . Le industrie italiane vendettero armi e sistemi d'arma a
paesi belligeranti quali Iraq e Iran,oppure sottoposti ad embargo ONU come il
Sudafrica dell'apartheid e anche a regimi dittatoriali come
Brasile,
Argentina, Libia,Turchia, Perù.
Il crollo dell'export nella seconda metà degli
anni '80 e una politica di bilanci pubblici meno espansivi causarono una crisi nel settore della produzione militare italiana. Stime nella distribuzione
territoriale delle imprese del settore
individuarono in Lombardia che era la prima regione in Italia per addetti un calo
di vendite . La crisi investì le aziende lombarde. Se a livello nazionale
le imprese del settore avevano come
mediauna
percentuale fra il 30-35% di fatturato interno militare/civile le imprese lombarde
si attestavano intorno al 60-65%. La
struttura delle aziende a vocazione militare in Lombardia era strutturalmente sovraesposta al mutevole andamento del mercato .
Di fronte
a questa crisi il 26 gennaio 1994 il ConsiglioRegionale
della Lombardia approvò a maggioranza l'istituzione dell'Agenzia per la riconversione
dell'industria bellica, questa si proponeva di salvaguardare da una parte i posti di lavoro
che l'industria andava a perdere e dall'altra di non cancellare professionalità
e conoscenze tecniche che potevano essere
riconvertite nella produzione al
fine di aiutare le imprese a trovare alternative alla produzione delle armi”
(1)RAUL
CARUSO Economia della pace Il Mulino
Formatosi
presso le Università di Napoli (MA), Leuven (Msc) e con un PhD presso
l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (UCSC), Raul Caruso è
ricercatore in Politica economica e docente in Economia internazionale ed
Economia della criminalità presso l'UCSC. Nel 2012 ha conseguito
l'abilitazione nazionale di professore associato in Politica Economica.
I suoi ambiti di ricerca comprendono: Economia della Pace, Teorie economiche del conflitto e risoluzione dei conflitti e Politica economica internazionale. È direttore del Center for Peace Science, Integration and cooperation (CESPIC) di Tirana (Albania). Dal 2009 è anche direttore esecutivo del Network of European Peace Scientists e dirige la sezione italiana dell'organizzazione Economists for Peace and Security.
Presso l'UCSC è membro del consiglio direttivo del Centro studi di economia applicata (CSEA) e nel periodo 2012-2016 ha fatto parte del comitato scientifico del Center for Higher Education Internationalization (CHEI).
Caruso è direttore della rivista scientifica Peace Economics, Peace Science and Public Policy (USA) e fa parte del comitato editoriale delle riviste scientifiche Defence and Peace Economics (USA), the Economics of Peace and security Journal (USA) e della Rivista Internazionale di Scienze Sociali (Italia).
I suoi ambiti di ricerca comprendono: Economia della Pace, Teorie economiche del conflitto e risoluzione dei conflitti e Politica economica internazionale. È direttore del Center for Peace Science, Integration and cooperation (CESPIC) di Tirana (Albania). Dal 2009 è anche direttore esecutivo del Network of European Peace Scientists e dirige la sezione italiana dell'organizzazione Economists for Peace and Security.
Presso l'UCSC è membro del consiglio direttivo del Centro studi di economia applicata (CSEA) e nel periodo 2012-2016 ha fatto parte del comitato scientifico del Center for Higher Education Internationalization (CHEI).
Caruso è direttore della rivista scientifica Peace Economics, Peace Science and Public Policy (USA) e fa parte del comitato editoriale delle riviste scientifiche Defence and Peace Economics (USA), the Economics of Peace and security Journal (USA) e della Rivista Internazionale di Scienze Sociali (Italia).
Direttore
di Peace Economics, Peace Science and Public Policy, rivista
interdisciplinare incentrata sul tema dei conflitti, della pace e dello
sviluppo.
Direttore
del CESPIC, Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e cooperazione,
dell’Università Cattolica ‘Nostra Signora del Buon Consiglio’, Tirana.
Direttore
Assobenefit (Associazione nazionale delle Società Benefit).
2009-
2019 - Direttore esecutivo del NEPS (Network of European Peace Scientists),
la rete europea degli scienziati della pace. Responsabile dell’organizzazione
della Jan Tinbergen European Peace Science Conference.
Responsabile
italiano del capitolo di Economists for Peace and Security.
Editorialista
del quotidiano Avvenire
(2)
Giorgio
Beretta Analista del commercio
internazionale e nazionale di sistemi militari e di armi comuni. Svolge la sua
attività di ricerca per l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e
politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia che fa parte della Rete
italiana per il disarmo (Rid). Ha pubblicato diversi studi, oltre che per
l’Osservatorio Opal, anche per l’Osservatorio sul commercio delle armi (Oscar)
di Ires Toscana (Istituto di ricerche economiche e sociali) della Cgil di
Firenze, per l’Annuario geopolitico della pace di Venezia e numerosi
contributi, anche sul rapporto tra finanza e armamenti, per diverse riviste e
quotidiani nazionali e per il sito www.unimondo.org
(3) http://www.peacedividend.eu/



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