venerdì 29 maggio 2020

DIARIO DEL CERCHIO Economia della pace




 

In un recente libro dal titolo  Economia della pace edito da Il Mulino, l’economista Raul Caruso (1)ha dimostrato come l’industria bellica italiana, che alcuni propongono ancora come gioiello industriale di cui vantarsi, sia in realtà una zavorra per l’economia del Paese: sottrae risorse materiali, umane e finanziarie ad attività produttive e di ricerca ben più utili e urgenti per la collettività. La drastica riduzione della spesa militare e la riconversione dell’industria delle armi sono priorità politiche ineludibili.

Durante la pandemia di covid 19 scrive   Giorgio Beretta (2)su Unimondo.org  :” Tra le piccole medie imprese le cui produzioni sono dirette principalmente ai mercati esteri vi sono quelle che producono le cosiddette “armi comuni” (pistole, revolver, fucili, carabine, ecc.). Secondo i dati forniti dal Banco Nazionale di Prova (BNP), le imprese produttrici di “armi comuni” in Italia sono 107, di cui la maggior parte ha la sede produttiva in Val Trompia (Brescia) mentre i produttori di munizioni sono 124, compresi i produttori di componenti. Va comunque detto che le principali aziende del settore (come Beretta, Tanfoglio, Fabarm, ecc.) non producono solo “armi comuni”, ma anche armi di tipo militare. Nel 2017 in Italia sono state prodotte “armi comuni” per poco più di 345 milioni di euro e munizioni per quasi 236 milioni di euro: nell’insieme una produzione per oltre 581 milioni di euro, di cui il 90 percento è destinata all’estero.

Qui emerge un primo paradosso: in Italia vi sono 231 aziende produttrici di armi e munizioni e una sola azienda che produce ventilatori artificiali. Il paradosso è ancora più evidente se si considera che, mentre le armi comuni sono un prodotto voluttuario non di prima necessità (vengono principalmente utilizzate per attività venatorie, ricreative o sportive e solo una minima parte è destinata all’impiego per la difesa personale, per le forze dell’ordine e di sicurezza), i ventilatori polmonari costituiscono un articolo di primaria importanza per la salute pubblica, per la stessa sopravvivenza degli ammalati. Questo confronto fa emergere un problema centrale, radicale della produzione di beni in regime di “libero mercato”: la produzione risponde esclusivamente alla domanda di mercato e alla massimizzazione del profitto privato e non tiene alcun conto della necessità di produrre quei beni e prodotti che sono di importanza fondamentale, vitale, per una comunità. Affermare che nell’attuale “libero mercato globale” qualsiasi prodotto, anche quello più necessario, sarebbe sempre disponibile a tutti (purché si abbia il denaro per acquistarlo) rappresenta un assunto, una credenza, che proprio la crisi di diversi prodotti (mascherine, tute e camici medici, tamponi, respiratori artificiali, ecc.) dovuta all’emergenza coronavirus sta tragicamente mostrando.”

Situazione a dir poco curiosa di questi tempi, coi malati che muoiono soffocati e gli ospedali al collasso, mentre l’industria delle armi è dichiarata “essenziale” e quindi prosegue regolarmente la propria attività. Per anni l’azione disarmista e pacifista è stata ignorata e derisa dalla politica ufficiale (per non parlare del sistema mediatico), ma ora si vede come ci sia ben poco da ridere.

L’economia della pace, che vanta padri illustri quali John Maynard Keynes, Kenneth Arrow e Lawrence Klein, studia le cause e le conseguenze economiche delle guerre e di altre forme di violenza, e analizza la crescita e lo sviluppo di istituzioni volte alla risoluzione di scenari di conflittualità distruttiva. La disciplina ha dimensioni macro e micro. Esiste, infatti, una conflittualità di livello «macro» che coinvolge gli Stati, la loro politica estera e le loro politiche economiche, e una conflittualità «micro» in seno alle società nei rapporti tra Stato, gruppi sociali, formazioni intermedie e cittadini.

Proprio in termini di economia di pace  scrive ancora  Giorgio Beretta :” in periodi di crisi si comprende, drammaticamente e a spese della salute e della vita dei cittadini, l’importanza di avere un’industria nazionale che risponda alle effettive esigenze di tutela, di salute e di sicurezza dei cittadini e non solamente alla domanda di mercato e agli interessi del profitto. Peccato che per promuoverla si invochi l’“economia di guerra” che non c'entra niente. Non c’è alcun bisogno di un’economia di guerra. Sarebbe infatti bastato aver messo in campo qualche progetto industriale più attento alle necessità della popolazione.
Avrebbe potuto farlo la Regione Lombardia che, invece, con i governi di centro-destra ha gettato alle ortiche l’Agenzia Regionale per la riconversione dell’industria bellica, istituita nel marzo del 1994 dalla giunta di centro-sinistra (l’ultima di quel tipo in Lombardia), che nel 2006 con l’amministrazione Formigoni ha definitivamente affossato la proposta di legge per ripristinarla. Lo abbiamo ampiamente documentato su Unimondo. La Legge di iniziativa popolare del 2006 non chiedeva di riconvertire tutte le aziende del settore armiero, ma cercava di rispondere a due esigenze: “la promozione dei progetti e dei processi di disarmo e di riduzione degli armamenti” e, soprattutto, “la promozione sul mercato di prodotti alternativi sviluppati in base alla utilità sociale dei prodotti stessi”.

E d’altra parte lo spiega bene come sono andate le cose Massimo Scampini (3)  in un report dal titolo  “Agenzia per la riconversione dell'industria bellica della Regione Lombardia” : “ La grande capacità produttiva e un disinvolto marketing internazionale proiettarono l’Italia appena dopo la fine della seconda guerra mondiale  al quarto posto tra i produttori di armi . Le industrie italiane vendettero armi e sistemi d'arma a paesi belligeranti quali Iraq e Iran,oppure sottoposti ad embargo ONU  come  il Sudafrica dell'apartheid e anche a regimi dittatoriali  come
Brasile, Argentina, Libia,Turchia, Perù.

Il crollo dell'export nella seconda metà degli anni '80 e una politica di bilanci pubblici meno espansivi  causarono una crisi  nel settore della produzione militare  italiana. Stime nella distribuzione territoriale  delle imprese del settore individuarono in Lombardia che era la prima regione in Italia per addetti  un calo  di vendite . La crisi investì le aziende lombarde. Se a livello nazionale le imprese del settore avevano come  mediauna percentuale fra il 30-35% di fatturato interno militare/civile le imprese lombarde si attestavano intorno al  60-65%. La struttura delle aziende a vocazione militare in Lombardia  era strutturalmente  sovraesposta al mutevole  andamento del mercato .
Di fronte  a questa crisi il 26 gennaio 1994 il ConsiglioRegionale della Lombardia approvò a maggioranza l'istituzione dell'Agenzia per la riconversione dell'industria bellica, questa si proponeva   di salvaguardare da una parte i posti di lavoro che l'industria andava a perdere e dall'altra di non cancellare professionalità e conoscenze tecniche che potevano essere  riconvertite nella produzione  al fine di aiutare le imprese a trovare alternative alla produzione delle armi”


(1)RAUL CARUSO  Economia della pace  Il Mulino
Formatosi presso le Università di Napoli (MA), Leuven (Msc) e con un PhD presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (UCSC), Raul Caruso è  ricercatore in Politica economica e docente in Economia internazionale ed Economia della criminalità presso l'UCSC. Nel 2012  ha conseguito l'abilitazione nazionale di professore associato in Politica Economica.

I suoi ambiti di ricerca comprendono: Economia della Pace, Teorie economiche del conflitto e risoluzione dei conflitti e Politica economica internazionale.  È direttore del Center for Peace Science, Integration and cooperation (CESPIC) di Tirana (Albania). Dal 2009 è anche direttore esecutivo del Network of European Peace Scientists e dirige la sezione italiana dell'organizzazione Economists for Peace and Security.

Presso l'UCSC è membro del consiglio direttivo del Centro studi di economia applicata  (CSEA) e nel periodo 2012-2016 ha fatto parte del comitato scientifico del Center for Higher Education Internationalization (CHEI).
Caruso è direttore della rivista scientifica Peace Economics, Peace Science and Public Policy (USA) e fa parte del comitato editoriale delle riviste scientifiche Defence and Peace Economics (USA), the Economics of Peace and security Journal (USA) e della Rivista Internazionale di Scienze Sociali (Italia). 
 Direttore di Peace Economics, Peace Science and Public Policy, rivista interdisciplinare incentrata sul tema dei conflitti, della pace e dello sviluppo.   
Direttore del CESPIC, Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e cooperazione, dell’Università Cattolica ‘Nostra Signora del Buon Consiglio’, Tirana.
Direttore Assobenefit (Associazione nazionale delle Società Benefit).
2009- 2019 - Direttore esecutivo del NEPS (Network of European Peace Scientists), la rete europea degli scienziati della pace. Responsabile dell’organizzazione della Jan Tinbergen European Peace Science Conference.
Responsabile italiano del capitolo di Economists for Peace and Security.
Editorialista del quotidiano Avvenire


(2) Giorgio  Beretta  Analista del commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di armi comuni. Svolge la sua attività di ricerca per l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia che fa parte della Rete italiana per il disarmo (Rid). Ha pubblicato diversi studi, oltre che per l’Osservatorio Opal, anche per l’Osservatorio sul commercio delle armi (Oscar) di Ires Toscana (Istituto di ricerche economiche e sociali) della Cgil di Firenze, per l’Annuario geopolitico della pace di Venezia e numerosi contributi, anche sul rapporto tra finanza e armamenti, per diverse riviste e quotidiani nazionali e per il sito www.unimondo.org

(3) http://www.peacedividend.eu/

Eremo Rocca S. Stefano  venerdì  29 maggio 2020

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