martedì 2 giugno 2020

DARIO DEL CERCHIO Diritto costituzionale all’istruzione e alla formazione in tempo di coronavirus tra riforma, innovazione, cambiamento ( I parte )




Che cosa è cambiato nella scuola italiana da Don Milani alla  quarantena didattica  a causa del  coronavirus. Storie di riforme inattuate e disuguaglianze perpetrate.

Non è cambiato molto nella scuola  dai tempi di “Lettera a una professoressa” del priore di Barbiana Don Lorenzo Milani ,una denuncia contenuta in un libro appunto dal suggestivo titolo  del 1967 in cui si  criticava la scuola italiana e le sue ingiustizie.
Quella lettera nasceva da una esperienza quotidiana di studio e di lavoro fatta dai ragazzi del piccolo centro toscano dove nella canonica  Don Lorenzo li  aveva accolti per studiare . Quel libro  vide la luce nel maggio del 1967 . Esce per la piccola casa editrice fiorentina LEF  e ha un titolo accattivante  un libro dal titolo ”Lettera a una professoressa .Lo hanno scritto insieme  Don  Lorenzo Milani e gli alunni della scuola di Barbiana, una canonica del Mugello a pochi chilometri da Firenze. Un luogo sperduto dell’Appennino, afflitto, ancora negli anni del miracolo economico, dalla miseria e dall’arretratezza. Un luogo di esilio dove don Milani è arrivato il 7 dicembre del 1954, a 31 anni. Niente acqua, né luce, né una strada per arrivarci. Ci vivevano quaranta anime.
Grazie a Don Milani Barbiana diventa un luogo simbolo , conosciuto da tutti, e non solo in Italia. In questo suo esilio  Don MIlani aveva scritto scrive  , nel 1958,  “Esperienze patosrali “ considerato da molti come concreto e profetico contributo al Concilio Vaticano II, immediatamente messo all’indice dalla curia romana che, pur non vietandolo ufficialmente, ne impedisce la pubblicazione. E ancora sempre da Barbiana Don Milani scrive “  L’obbedienza non è più una virtù “ che lo costringerà a sostenere un processo in tribunale per le idee che in quello scritto .
Nella “Lettera a una professoressa “  veniva messo in evidenza , con l’aiuto  di raccolte statistiche, come l’istruzione italiana tradisse le direttive della Carta Costituzionale, non solo non appianando le differenze tra studenti più ricchi e più poveri, ma addirittura rimarcandole con più forza. 

Il coronavirus  a distanza di cinquant’anni di quella esperienza  ha detto, malgrado tutto che la situazione non è molto cambiata da allora anche con  tutte le riforme,  ,gli annunci della “buona scuola”, i maxi concorsi, i buoni spesa per insegnanti e studenti   e infine la  lite su  assunzioni tra  chi sostiene che debbano essere fatte   esclusivamente  con concorso per  garantire la cosiddetta meritocrazia (che certi politici si ricordano solo quando si  tratta delle scelte che devono fare gli altri perché le loro scelte sono dettate solo da familismo,  raccomandazione, interessi in comune)  e chi le vorrebbe per  curriculum e titoli. A distanza di cinquant’anni, anche se la situazione è cambiata,  certe dinamiche permangono e in questo periodo saltano agli occhi di tutti.
Don Milani affermava  che la scuola  era quella di “Far parti uguali fra disuguali”. Certo era la scuola di quegli anni , ma la sostanza del suo discorso la ritroviamo pari pari , ancora di più a causa dei cambiamenti che l’epidemia ha prodotto  evitando le lezioni di persona e introducendo quel mito della didattica a distnza che da anni si andava farfugliando, che nessuno sapeva proprio bene che cos’era, che nessuno aveva preparato fino in fondo e che insegnanti e famiglia hanno dovuto sperimentare sulkla loro pelle tanto pià in una situazione di emergenza .
Con la provvisoria  conclusione, a tre mesi di distanza  da questo cambiamento forse epocale,  che  gli alunni che già da prima erano più svantaggiati, a queste condizioni finiscono per esserlo ancora di più.. 

Il rapporto  Istat del 16 aprile  considera  la disponibilità  di computer e tablet per bambini e ragazzi tra i 6 e i 17 anni, e gli spazi abitativi che sono diventato  spazi di studio per studenti  in lock down . Secondo lo studio “il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni non ha un computer o un tablet a casa” e solo il 6,1% dei ragazzi vive in famiglie in cui, per ogni componente, è presente almeno un dispositivo. Così, soprattutto in famiglie con più figli o con un genitore che fa smart working, la didattica a distanza  soffre di  difficoltà dovute ad alcuni fattori .  La percentuale di studenti che non ha computer o tablet a casa, infatti, sale a circa il 20% al Sud e, al contrario, scende al 7,7% nelle famiglie in cui almeno un componente è laureato. Queste disparità esistevano già prima dell’emergenza, che le ha fatte semplicemente emergere. Il 41,9% dei minori vive in condizioni di sovraffollamento abitativo.
E ancora , tanto per continuare questa disamina aiutati da cifre e da studi ad hoc il rapporto Eurostat sugli  investimenti  nell’istruzione in Europa  sono impietosi sia se presi in assoluto che in percentuale. Nel 2018 l’Italia ha speso in questo settore il 4% del suo PIL; peggio, in Europa, hanno fatto solo Romania, Grecia, Irlanda e Bulgaria. Inoltre, i fondi destinati alla scuola sono stati tagliati di circa tre miliardi dal 2009. Un Paese che sostiene in maniera così esigua la propria istruzione pubblica non fa altro che aumentare le disuguaglianze .
I problemi della scuola erano certamente in evidenza da tempo ma  con la didattica a distanza sono venute fuori  con più evidenza le disparità ,perché per accedere ai servizi scolastici questa volta occorrono strumenti  che costringono a fare i conti con il “ digital divide”  che appunto  rende difficile l’esercizio del diritto allo studio.
Sono stati aumentati i fondi. Forse come non mai si è  cercato di  rimediare a qualcosa di contingente . Purtroppo però in un silenzio assordante . Si è sentito parlare di scuola ma quello che occorreva ascoltare non è stato detto . Ossia  che  la scuola torni a essere un luogo di formazione e non di competizione, che formi cittadini prima che lavoratori . La ingannevole  idea che la meritocrazia dovesse prendere il sopravvento sopra ogni altra considerazione la scuola ha perso per strada  i ragazzi più deboli  con un tasso di abbandono del  14,5% . Questo tempo di coronavirus è il tempo giusto in una scuola che si prepara, forse, a cambiare  per mettere tutti i suoi studenti nelle stesse condizioni come , tra l’altro , vuole la Costituzione repubblicana.
Con l'interruzione delle attività didattiche, gli studenti sono sempre a casa. E lo sforzo di raggiungerli con la didattica a distanza ha portato in casa una parte di quello che si fa in classe, coinvolgendo le famiglie molto più dei soliti compiti.

La scuola diventa molto più invasiva. È vitale  cercare quindi di chiarirsi le idee su quello che si può o non si può fare con la didattica a distanza (da qui in avanti: DAD), per evitare di creare tensioni controproducenti. Una didattica a distanza che ha bisogno  del supporto delle famiglie senza le quali  , in questo momento non può essere applicata. Certo di fronte al patatrac  dell’epidemia la scuola ha dovuto mettere una pezza a colori  e non riesce a confessarsi che la didattica a distanza è nozionismo  e probabilmente serve a poco per la formazione . Anche se ha espresso delle linee per tentare di avere comunque una sua efficacia. (1)   
Dunque  c’è   nella didattica a distanza  un aspetto che interessa sia gli studenti che gli insegnanti.  La didattica a distanza non è quella in presenza che  si giova  degli incontri , di sensazioni ,di  immediatezza, . Nella didattica a distanza tutto questo manca e allora occorre costruire percorsi di relazione diversi , forse da inventare, sicuramente obiettivo di uno sforzo da parte di tutti. Come fare. E’ difficile dirlo .Probabilmente i materiali e le azioni didattiche non devono assomigliare a quella che era la didattica ante covid , non ne devono essere un surrogato, ma devono esplodere in qualcosa di diverso . Non  devono far dimenticare la didattica vissuta di persona ma devono essere qualcosa di diverso  e parallelo. Certo c’è un problema di formazione degli insegnanti in tutto questo. Una formazione che certamente ha bruciato le tappe dal punto di vista  dell’uso del contenitore , ossia lo strumento tecnico per veicolare le lezioni. Ma molto rimane da fare per  i contenuti .

Gianna Fregona  su  Corriere della sera del 9 aprile 2020 scrive : “Che cosa sia per davvero la didattica a distanza, non lo sa dire nessuno. Neppure il ministero dell’Istruzione, che nel renderla obbligatoria con il decreto di lunedì, ha comunque messo nero su bianco che non se ne possono valutare i risultati in termini di apprendimento e di prestazione dei ragazzi. Alla fine dell’anno, si legge all’articolo 1 sarà dunque valutato «l’impegno degli alunni». Un paradosso che è la fotografia ben definita di quello che sta succedendo in queste settimane nelle scuole italiane. L’unica certezza della didattica a distanza, è la distanza, cioè le lezioni non sono tenute a scuola. Per il resto è un grande fai-da-te, un improvvisato bricolage affidato agli insegnanti, un esperimento di creatività collettiva che potrebbe diventare una riforma. Persino la ministra Lucia Azzolina quando la ha inaugurata pensava ad una modalità per permettere alle scuole del Nord Italia di rimanere vicino ai propri ragazzi per un paio di settimane durante la prima quarantena. L’esperimento ha rischiato di travolgere tutto ed è stato rapidamente trasformato in una necessità: ma i contorni e i contenuti sono ancora tutti da disegnare. E per ora si basa sullo sforzo di professori e presidi.”

Scrive Orizzontescuola  del 14 marzo 2020 : “  Bisogna innanzitutto ricordare che mentre all’inizio di questa emergenza l’attivazione della didattica a distanza era una possibilità, essa è diventata la “modalità scuola” a partire dal DPCM 4 marzo 2020.
L’articolo 1, comma 1, punto g) stabilisce infatti
i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità.  
La nuova misura dunque: non prevede più il coinvolgimento degli organi collegiali; non prevede più la facoltà ma l’obbligo per i dirigenti di attivare la didattica a distanza.
In definitiva, i dirigenti attivano modalità di didattica a distanza, avendo riguardo alle esigenze degli studenti con disabilità, e non hanno l’obbligo di sentire gli organi collegiali.
Dunque gli insegnanti sono in servizio a lezioni didattiche sospese in presenza e attivano la didattica a distanza.
L’ultima nota del Ministero in relazione alla didattica a distanza consiglia  di evitare, soprattutto nella scuola primaria, la mera trasmissione di compiti ed esercitazioni, ma di accompagnarla da una qualche forma di azione didattica o anche semplicemente di contatto a distanza. Inoltre – scrive il Ministero –  va esercitata una necessaria attività di programmazione, al fine di evitare sovrapposizioni tra l’erogazione a distanza, nella forma delle “classi virtuali”, tra le diverse discipline e d evitare sovrapposizioni.”

(1)Mario Piras  su IL Sole 24ore  nell’articolo “Didattica a distanza, vademecum per docenti e studenti Undici tesi sulla didattica a distanza. È vitale cercare di chiarirsi le idee su quello che si può o non si può fare” del  31 marzo 2020 così  appronta un vademecun in tema di Dad : 1. La DAD va fatta, su questo non può esserci dubbio.
Il diritto all'istruzione, in queste condizioni, può essere garantito solo così. Il sistema scolastico è obbligato ad assicurarla, e ne sono responsabili i dirigenti scolastici, come prevedono i decreti emanati nell'emergenza. (…)Il divario digitale è radicato in un divario sociale anteriore alla scuola; la scuola non può eliminarlo; in condizioni normali ne riduce solo alcuni effetti sul lato istruzione-educazione, se funziona bene: a distanza, ne limita meno gli effetti, perché è più difficile farlo; ma se non fa niente, quegli effetti si dispiegano nella loro totalità. Quindi: non è vero che aumenta il divario sociale, semplicemente lo combatte con mezzi più limitati. Ma se non lo combattesse sarebbe peggio
2. Sono obbligati i docenti?
Secondo la lettera della attuale situazione contrattuale e normativa, no. È inutile e dannoso aprire un conflitto su questo. Meglio se tutti la fanno, quindi bisogna rafforzare al massimo il senso di responsabilità e di solidarietà per cui moltissimi si muovono. Facciamo in modo che tutti si muovano perché coinvolti da un forte senso di comunità, e non perché obbligati senza essere convinti della legittimità di quest'obbligo.3. Ricordiamo che non sono obbligati gli studenti, quindi si crea una situazione molto difficile.
Bisogna raggiungerli tutti, ma se non è definito lo statuto della DAD non è possibile in alcun modo registrare ufficialmente le assenze, chiederne la giustificazione. Non essendo obbligati, il lavoro degli studenti va reso del tutto praticabile nelle condizioni date, per rendere più facile una “frequenza” massiccia.
4. Questa “non obbligatorietà” si ripercuote su due aspetti molto importanti: la valutazione in itinere, e quella conclusiva (gli scrutini).
In entrambi i casi, ma soprattutto nel secondo, decisioni penalizzanti possono facilmente essere impugnate. Più sotto tratteremo della valutazione in itinere (punto 8). Quanto agli scrutini, una proposta: accettiamo che non si boccia, per quest'anno, e che si danno valutazioni che serviranno per stabilire più o meno delle competenze in uscita e per ripartire l'anno prossimo. La didattica deve quindi cambiare, perché sarà in un quadro diverso: senza bocciature. È una sfida.
5. Come va fatta la DAD, in questo quadro?
Primo: raggiungere tutti, quindi il lavoro prevalente non deve essere la videolezione. Deve essere una attività che gli studenti possano fare con una certa autonomia, anche se guidati dai docenti. È un equilibrio difficile: bisogna esserci, avere un contatto costante, allo stesso tempo proprio il collegamento digitale non deve essere troppo presente, pena un sovraccarico di lavoro, problemi per le famiglie con più figli, con genitori che hanno bisogno di usare pc e telefoni per lavoro, o con genitori che sono fuori per lavoro. La cosa più difficile è questo equilibrio.
6. Le videolezioni, o comunque le attività in collegamento diretto (sincrono): servono, per “seguire” i ragazzi, per accompagnarli sempre; devono essere “costanti”, che vuol dire regolari; non vuole dire che devono essere onnipresenti, soffocanti; però il contatto quotidiano di qualcuno del consiglio di classe ci deve essere, anche breve. Il contatto può essere garantito anche con altri mezzi, oltre al video in sincrono: video registrati, messaggi scritti, messaggi audio ecc. La cosa più importante: gli studenti devono sentirsi seguiti.
7. È necessario però impostare un lavoro didattico che occupi gli studenti autonomamente: non bisogna precipitarsi a fare lezioni o a fare quello che si sarebbe fatto in aula; bisogna prendersi il tempo di programmare, preparare materiali, elaborare. Organizzare attività che gli studenti possono svolgere, ricevere i risultati di queste attività; leggerli e correggerli; valutarli indicando punti di forza e di debolezza; e poi “vedersi” con gli studenti, per parlarne. Il momento di incontro deve servire per discutere i lavori fatti, per rivederli, per restituirli. Questo può essere fatto in videolezione, ma anche con forum di discussione, o via email. Anche solo dare dei testi da leggere e poi parlarne a partire da dubbi e domande. Evitare quanto più possibile la “lezione”.
8. Valutazione.
Va fatta, serve. Ma intendiamoci sulle parole: valutazione non vuol dire voto. Chi vuole subito “mettere i voti”, perché altrimenti “non ha abbastanza voti” è completamente fuori strada. Anzi, diciamo le cose come stanno: è fuori strada anche in condizioni ordinarie. La scuola non ha bisogno di “mettere un sacco di voti”, neanche in condizioni normali. Forse questa emergenza può far capire a tutti che la scuola fatta bene non ha il suo fine ultimo e il suo centro nel voto, che si può fare bene scuola senza voti (e senza bocciature, vedi sopra). Bisogna valutare facendo quella che viene chiamata in gergo valutazione formativa, cioè finalizzata a far vedere a ogni studente i suoi punti di forza e di debolezza.

9. Evitare assolutamente la riproduzione delle pratiche tradizionali.
Non si possono fare “compiti in classe”, è ovvio, e quindi molti si buttano su interrogazioni online. Questa è una aberrazione, se fatta pensando all'interrogazione tradizionale (già discutibile). Produce mostri, di cui abbiamo sentito parlare, come gli studenti che vengono interrogati bendati. Non possiamo permetterci queste follie. Bisogna pensare, per l'orale, a forme alternative all'interrogazione: per esempio presentazioni fatte dagli studenti, seminari a piccoli gruppi (quattro-cinque studenti), ecc. Cosa fondamentale: abbandonare l'idea che “sapere” vuol dire “avere imparato a memoria”.
10. Cooperazione.
La collegialità, cioè la cooperazione tra i docenti, è fondamentale nella scuola, sempre. In queste condizioni ancora di più. Se i docenti non si coordinano, non concordano un orario delle loro attività, non si parlano sui metodi e sul carico di lavoro, la DAD deraglia. Avere spirito di cooperazione, abbandonare l'individualismo spesso presente nella didattica italiana (specie nella secondaria) è la prima cosa.
11. Flessibilità.
Le soluzioni proposte devono essere flessibili, rapide. Non bisogna perdersi in vincoli burocratici che impediscono di raggiungere subito e bene i ragazzi. Per esempio: i dirigenti devono garantire prima di tutto il risultato, raggiungere gli studenti, non mettere vincoli rigidi rispetto all'uso degli strumenti o ad altri aspetti. Dall'altro lato, i docenti devono capire che non possono in nessun modo riprodurre la situazione ordinaria: per esempio, l'orario dei collegamenti in videolezione deve essere leggero (non potrà mai essere uguale a quello ordinario, al massimo il 50%, meglio tra il 30% e il 40%) e flessibile quando serve. Anche qui, bisogna raggiungere un equilibrio molto difficile: da una parte garantire flessibilità e apertura, dall'altra dare agli studenti una nuova routine, che rassicura.

Eremo Rocca S. Stefano  martedì 2 giugno 2020

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