Che cosa è cambiato nella scuola
italiana da Don Milani alla quarantena
didattica a causa del coronavirus. Storie di riforme inattuate e
disuguaglianze perpetrate.
Non
è cambiato molto nella scuola dai tempi
di “Lettera a una professoressa” del priore di Barbiana Don Lorenzo Milani ,una
denuncia contenuta in un libro appunto dal suggestivo titolo del 1967 in cui si criticava la scuola italiana e le sue
ingiustizie.
Quella
lettera nasceva da una esperienza quotidiana di studio e di lavoro fatta dai
ragazzi del piccolo centro toscano dove nella canonica Don Lorenzo li aveva accolti per studiare . Quel libro vide la luce nel maggio del 1967 . Esce per
la piccola casa editrice fiorentina LEF
e ha un titolo accattivante un
libro dal titolo ”Lettera a una professoressa .Lo hanno scritto insieme Don
Lorenzo Milani e gli alunni della scuola di Barbiana, una canonica del
Mugello a pochi chilometri da Firenze. Un luogo sperduto dell’Appennino,
afflitto, ancora negli anni del miracolo economico, dalla miseria e
dall’arretratezza. Un luogo di esilio dove don Milani è arrivato il 7 dicembre
del 1954, a 31 anni. Niente acqua, né luce, né una strada per arrivarci. Ci
vivevano quaranta anime.
Grazie
a Don Milani Barbiana diventa un luogo simbolo , conosciuto da tutti, e non
solo in Italia. In questo suo esilio Don
MIlani aveva scritto scrive , nel 1958, “Esperienze patosrali “ considerato da molti
come concreto e profetico contributo al Concilio Vaticano II, immediatamente
messo all’indice dalla curia romana che, pur non vietandolo ufficialmente, ne
impedisce la pubblicazione. E ancora sempre da Barbiana Don Milani scrive
“ L’obbedienza non è più una virtù “ che
lo costringerà a sostenere un processo in tribunale per le idee che in quello
scritto .
Nella
“Lettera a una professoressa “ veniva
messo in evidenza , con l’aiuto di
raccolte statistiche, come l’istruzione italiana tradisse le direttive della
Carta Costituzionale, non solo non appianando le differenze tra studenti più
ricchi e più poveri, ma addirittura rimarcandole con più forza.
Il
coronavirus a distanza di cinquant’anni
di quella esperienza ha detto, malgrado
tutto che la situazione non è molto cambiata da allora anche con tutte le riforme, ,gli annunci della “buona scuola”, i maxi
concorsi, i buoni spesa per insegnanti e studenti e infine la
lite su assunzioni tra chi sostiene che debbano essere fatte esclusivamente con concorso per garantire la cosiddetta meritocrazia (che
certi politici si ricordano solo quando si
tratta delle scelte che devono fare gli altri perché le loro scelte sono
dettate solo da familismo, raccomandazione,
interessi in comune) e chi le vorrebbe
per curriculum e titoli. A distanza di
cinquant’anni, anche se la situazione è cambiata, certe dinamiche permangono e in questo
periodo saltano agli occhi di tutti.
Don
Milani affermava che la scuola era quella di “Far parti uguali fra disuguali”.
Certo era la scuola di quegli anni , ma la sostanza del suo discorso la
ritroviamo pari pari , ancora di più a causa dei cambiamenti che l’epidemia ha
prodotto evitando le lezioni di persona
e introducendo quel mito della didattica a distnza che da anni si andava
farfugliando, che nessuno sapeva proprio bene che cos’era, che nessuno aveva
preparato fino in fondo e che insegnanti e famiglia hanno dovuto sperimentare
sulkla loro pelle tanto pià in una situazione di emergenza .
Con
la provvisoria conclusione, a tre mesi
di distanza da questo cambiamento forse
epocale, che gli alunni che già da prima erano più
svantaggiati, a queste condizioni finiscono per esserlo ancora di più..
Il
rapporto Istat del 16 aprile considera
la disponibilità di computer e
tablet per bambini e ragazzi tra i 6 e i 17 anni, e gli spazi abitativi che
sono diventato spazi di studio per
studenti in lock down . Secondo lo
studio “il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni non ha un computer o un tablet a
casa” e solo il 6,1% dei ragazzi vive in famiglie in cui, per ogni componente,
è presente almeno un dispositivo. Così, soprattutto in famiglie con più figli o
con un genitore che fa smart working, la
didattica a distanza soffre di difficoltà dovute ad alcuni fattori . La percentuale di studenti che non ha computer
o tablet a casa, infatti, sale a circa il 20% al Sud e, al contrario, scende al
7,7% nelle famiglie in cui almeno un componente è laureato. Queste disparità
esistevano già prima dell’emergenza, che le ha fatte semplicemente emergere. Il
41,9% dei minori vive in condizioni di sovraffollamento abitativo.
E
ancora , tanto per continuare questa disamina aiutati da cifre e da studi ad
hoc il rapporto
Eurostat sugli investimenti nell’istruzione in Europa sono impietosi sia se presi in assoluto che
in percentuale. Nel 2018 l’Italia ha speso in questo settore il 4% del suo PIL;
peggio, in Europa, hanno fatto solo Romania, Grecia, Irlanda e Bulgaria.
Inoltre, i fondi destinati alla scuola sono stati tagliati di circa tre
miliardi dal 2009. Un Paese che sostiene in maniera così esigua la propria
istruzione pubblica non fa altro che aumentare le disuguaglianze .
I
problemi della scuola erano certamente in evidenza da tempo ma con la didattica a distanza sono venute
fuori con più evidenza le disparità ,perché
per accedere ai servizi scolastici questa volta occorrono strumenti che costringono a fare i conti con il “
digital divide” che appunto rende difficile l’esercizio del diritto allo
studio.
Sono
stati aumentati i fondi. Forse come non mai si è cercato di
rimediare a qualcosa di contingente . Purtroppo però in un silenzio
assordante . Si è sentito parlare di scuola ma quello che occorreva ascoltare
non è stato detto . Ossia che la scuola torni a essere un luogo di
formazione e non di competizione, che formi cittadini prima che lavoratori . La
ingannevole idea che la meritocrazia
dovesse prendere il sopravvento sopra ogni altra considerazione la scuola ha
perso per strada i ragazzi più
deboli con un tasso di abbandono
del 14,5% . Questo tempo di coronavirus
è il tempo giusto in una scuola che si prepara, forse, a cambiare per mettere tutti i suoi studenti nelle
stesse condizioni come , tra l’altro , vuole la Costituzione repubblicana.
Con l'interruzione delle attività didattiche, gli
studenti sono sempre a casa. E lo sforzo di raggiungerli con la didattica a
distanza ha portato in casa una parte di quello che si fa in classe,
coinvolgendo le famiglie molto più dei soliti compiti.
La scuola diventa molto più
invasiva. È vitale cercare quindi di chiarirsi le idee su quello
che si può o non si può fare con la didattica a distanza (da qui in avanti: DAD), per evitare di creare tensioni
controproducenti. Una didattica a distanza che ha bisogno del supporto delle famiglie senza le
quali , in questo momento non può essere
applicata. Certo di fronte al patatrac
dell’epidemia la scuola ha dovuto mettere una pezza a colori e non riesce a confessarsi che la didattica a
distanza è nozionismo e probabilmente
serve a poco per la formazione . Anche se ha espresso delle linee per tentare di
avere comunque una sua efficacia. (1)
Dunque c’è nella didattica a distanza un aspetto che interessa sia gli studenti che
gli insegnanti. La didattica a distanza
non è quella in presenza che si
giova degli incontri , di sensazioni ,di
immediatezza, . Nella didattica a
distanza tutto questo manca e allora occorre costruire percorsi di relazione diversi
, forse da inventare, sicuramente obiettivo di uno sforzo da parte di tutti.
Come fare. E’ difficile dirlo .Probabilmente i materiali e le azioni didattiche
non devono assomigliare a quella che era la didattica ante covid , non ne
devono essere un surrogato, ma devono esplodere in qualcosa di diverso .
Non devono far dimenticare la didattica
vissuta di persona ma devono essere qualcosa di diverso e parallelo. Certo c’è un problema di
formazione degli insegnanti in tutto questo. Una formazione che certamente ha
bruciato le tappe dal punto di vista
dell’uso del contenitore , ossia lo strumento tecnico per veicolare le
lezioni. Ma molto rimane da fare per i
contenuti .
Gianna
Fregona su Corriere della sera del 9 aprile 2020 scrive :
“Che cosa sia per davvero la didattica a distanza, non lo sa dire
nessuno. Neppure il ministero dell’Istruzione, che nel renderla
obbligatoria con il decreto di lunedì, ha comunque messo nero su bianco che non
se ne possono valutare i risultati in termini di apprendimento e di prestazione
dei ragazzi. Alla fine
dell’anno, si legge all’articolo 1 sarà dunque valutato «l’impegno degli
alunni». Un paradosso che è la fotografia ben definita di quello che sta
succedendo in queste settimane nelle scuole italiane. L’unica certezza della
didattica a distanza, è la distanza, cioè le lezioni non sono tenute a scuola.
Per il resto è un grande fai-da-te, un improvvisato bricolage affidato agli
insegnanti, un esperimento di creatività collettiva che potrebbe diventare una
riforma. Persino la ministra Lucia Azzolina quando la ha inaugurata pensava ad
una modalità per permettere alle scuole del Nord Italia di rimanere vicino ai
propri ragazzi per un paio di settimane durante la prima quarantena.
L’esperimento ha rischiato di travolgere tutto ed è stato rapidamente trasformato
in una necessità: ma i contorni e i contenuti sono ancora tutti da disegnare. E
per ora si basa sullo sforzo di professori e presidi.”
Scrive
Orizzontescuola del 14 marzo 2020 : “ Bisogna innanzitutto ricordare che mentre
all’inizio di questa emergenza l’attivazione della didattica a distanza era una
possibilità, essa è diventata la “modalità scuola” a partire dal DPCM 4 marzo
2020.
L’articolo
1, comma 1, punto g) stabilisce infatti
i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione
delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto
anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con
disabilità.
La
nuova misura dunque: non prevede più il coinvolgimento degli organi collegiali;
non prevede più la facoltà ma l’obbligo per i dirigenti di attivare la
didattica a distanza.
In
definitiva, i dirigenti attivano modalità di didattica a distanza, avendo
riguardo alle esigenze degli studenti con disabilità, e non hanno l’obbligo di
sentire gli organi collegiali.
Dunque
gli insegnanti sono in servizio a lezioni didattiche sospese in presenza e
attivano la didattica a distanza.
L’ultima nota del Ministero in relazione alla didattica a distanza consiglia
di evitare, soprattutto nella scuola primaria, la mera trasmissione di compiti
ed esercitazioni, ma di accompagnarla da una qualche forma di azione
didattica o anche semplicemente di contatto a distanza. Inoltre – scrive il
Ministero – va esercitata una necessaria attività di programmazione, al
fine di evitare sovrapposizioni tra l’erogazione a distanza, nella forma delle
“classi virtuali”, tra le diverse discipline e d evitare sovrapposizioni.”
(1)Mario Piras su IL Sole 24ore nell’articolo “Didattica
a distanza, vademecum per docenti e studenti Undici tesi sulla didattica a distanza. È vitale cercare di chiarirsi le
idee su quello che si può o non si può fare” del 31 marzo 2020 così appronta un vademecun in tema di Dad :
1. La DAD va fatta, su questo non può esserci dubbio.Il diritto all'istruzione, in queste condizioni, può essere garantito solo così. Il sistema scolastico è obbligato ad assicurarla, e ne sono responsabili i dirigenti scolastici, come prevedono i decreti emanati nell'emergenza. (…)Il divario digitale è radicato in un divario sociale anteriore alla scuola; la scuola non può eliminarlo; in condizioni normali ne riduce solo alcuni effetti sul lato istruzione-educazione, se funziona bene: a distanza, ne limita meno gli effetti, perché è più difficile farlo; ma se non fa niente, quegli effetti si dispiegano nella loro totalità. Quindi: non è vero che aumenta il divario sociale, semplicemente lo combatte con mezzi più limitati. Ma se non lo combattesse sarebbe peggio
2. Sono obbligati i docenti?
Secondo la lettera della attuale situazione contrattuale e normativa, no. È inutile e dannoso aprire un conflitto su questo. Meglio se tutti la fanno, quindi bisogna rafforzare al massimo il senso di responsabilità e di solidarietà per cui moltissimi si muovono. Facciamo in modo che tutti si muovano perché coinvolti da un forte senso di comunità, e non perché obbligati senza essere convinti della legittimità di quest'obbligo.3. Ricordiamo che non sono obbligati gli studenti, quindi si crea una situazione molto difficile.
Bisogna raggiungerli tutti, ma se non è definito lo statuto della DAD non è possibile in alcun modo registrare ufficialmente le assenze, chiederne la giustificazione. Non essendo obbligati, il lavoro degli studenti va reso del tutto praticabile nelle condizioni date, per rendere più facile una “frequenza” massiccia.
4. Questa “non obbligatorietà” si ripercuote su due aspetti molto importanti: la valutazione in itinere, e quella conclusiva (gli scrutini).
In entrambi i casi, ma soprattutto nel secondo, decisioni penalizzanti possono facilmente essere impugnate. Più sotto tratteremo della valutazione in itinere (punto 8). Quanto agli scrutini, una proposta: accettiamo che non si boccia, per quest'anno, e che si danno valutazioni che serviranno per stabilire più o meno delle competenze in uscita e per ripartire l'anno prossimo. La didattica deve quindi cambiare, perché sarà in un quadro diverso: senza bocciature. È una sfida.
5. Come va fatta la DAD, in questo quadro?
Primo: raggiungere tutti, quindi il lavoro prevalente non deve essere la videolezione. Deve essere una attività che gli studenti possano fare con una certa autonomia, anche se guidati dai docenti. È un equilibrio difficile: bisogna esserci, avere un contatto costante, allo stesso tempo proprio il collegamento digitale non deve essere troppo presente, pena un sovraccarico di lavoro, problemi per le famiglie con più figli, con genitori che hanno bisogno di usare pc e telefoni per lavoro, o con genitori che sono fuori per lavoro. La cosa più difficile è questo equilibrio.
6. Le videolezioni, o comunque le attività in collegamento diretto (sincrono): servono, per “seguire” i ragazzi, per accompagnarli sempre; devono essere “costanti”, che vuol dire regolari; non vuole dire che devono essere onnipresenti, soffocanti; però il contatto quotidiano di qualcuno del consiglio di classe ci deve essere, anche breve. Il contatto può essere garantito anche con altri mezzi, oltre al video in sincrono: video registrati, messaggi scritti, messaggi audio ecc. La cosa più importante: gli studenti devono sentirsi seguiti.
7. È necessario però impostare un lavoro didattico che occupi gli studenti autonomamente: non bisogna precipitarsi a fare lezioni o a fare quello che si sarebbe fatto in aula; bisogna prendersi il tempo di programmare, preparare materiali, elaborare. Organizzare attività che gli studenti possono svolgere, ricevere i risultati di queste attività; leggerli e correggerli; valutarli indicando punti di forza e di debolezza; e poi “vedersi” con gli studenti, per parlarne. Il momento di incontro deve servire per discutere i lavori fatti, per rivederli, per restituirli. Questo può essere fatto in videolezione, ma anche con forum di discussione, o via email. Anche solo dare dei testi da leggere e poi parlarne a partire da dubbi e domande. Evitare quanto più possibile la “lezione”.
8. Valutazione.
Va fatta, serve. Ma intendiamoci sulle parole: valutazione non vuol dire voto. Chi vuole subito “mettere i voti”, perché altrimenti “non ha abbastanza voti” è completamente fuori strada. Anzi, diciamo le cose come stanno: è fuori strada anche in condizioni ordinarie. La scuola non ha bisogno di “mettere un sacco di voti”, neanche in condizioni normali. Forse questa emergenza può far capire a tutti che la scuola fatta bene non ha il suo fine ultimo e il suo centro nel voto, che si può fare bene scuola senza voti (e senza bocciature, vedi sopra). Bisogna valutare facendo quella che viene chiamata in gergo valutazione formativa, cioè finalizzata a far vedere a ogni studente i suoi punti di forza e di debolezza.
9. Evitare assolutamente la riproduzione delle pratiche tradizionali.
Non si possono fare “compiti in classe”, è ovvio, e quindi molti si buttano su interrogazioni online. Questa è una aberrazione, se fatta pensando all'interrogazione tradizionale (già discutibile). Produce mostri, di cui abbiamo sentito parlare, come gli studenti che vengono interrogati bendati. Non possiamo permetterci queste follie. Bisogna pensare, per l'orale, a forme alternative all'interrogazione: per esempio presentazioni fatte dagli studenti, seminari a piccoli gruppi (quattro-cinque studenti), ecc. Cosa fondamentale: abbandonare l'idea che “sapere” vuol dire “avere imparato a memoria”.
10. Cooperazione.
La collegialità, cioè la cooperazione tra i docenti, è fondamentale nella scuola, sempre. In queste condizioni ancora di più. Se i docenti non si coordinano, non concordano un orario delle loro attività, non si parlano sui metodi e sul carico di lavoro, la DAD deraglia. Avere spirito di cooperazione, abbandonare l'individualismo spesso presente nella didattica italiana (specie nella secondaria) è la prima cosa.
11. Flessibilità.
Le soluzioni proposte devono essere flessibili, rapide. Non bisogna perdersi in vincoli burocratici che impediscono di raggiungere subito e bene i ragazzi. Per esempio: i dirigenti devono garantire prima di tutto il risultato, raggiungere gli studenti, non mettere vincoli rigidi rispetto all'uso degli strumenti o ad altri aspetti. Dall'altro lato, i docenti devono capire che non possono in nessun modo riprodurre la situazione ordinaria: per esempio, l'orario dei collegamenti in videolezione deve essere leggero (non potrà mai essere uguale a quello ordinario, al massimo il 50%, meglio tra il 30% e il 40%) e flessibile quando serve. Anche qui, bisogna raggiungere un equilibrio molto difficile: da una parte garantire flessibilità e apertura, dall'altra dare agli studenti una nuova routine, che rassicura.
Secondo la lettera della attuale situazione contrattuale e normativa, no. È inutile e dannoso aprire un conflitto su questo. Meglio se tutti la fanno, quindi bisogna rafforzare al massimo il senso di responsabilità e di solidarietà per cui moltissimi si muovono. Facciamo in modo che tutti si muovano perché coinvolti da un forte senso di comunità, e non perché obbligati senza essere convinti della legittimità di quest'obbligo.3. Ricordiamo che non sono obbligati gli studenti, quindi si crea una situazione molto difficile.
Bisogna raggiungerli tutti, ma se non è definito lo statuto della DAD non è possibile in alcun modo registrare ufficialmente le assenze, chiederne la giustificazione. Non essendo obbligati, il lavoro degli studenti va reso del tutto praticabile nelle condizioni date, per rendere più facile una “frequenza” massiccia.
4. Questa “non obbligatorietà” si ripercuote su due aspetti molto importanti: la valutazione in itinere, e quella conclusiva (gli scrutini).
In entrambi i casi, ma soprattutto nel secondo, decisioni penalizzanti possono facilmente essere impugnate. Più sotto tratteremo della valutazione in itinere (punto 8). Quanto agli scrutini, una proposta: accettiamo che non si boccia, per quest'anno, e che si danno valutazioni che serviranno per stabilire più o meno delle competenze in uscita e per ripartire l'anno prossimo. La didattica deve quindi cambiare, perché sarà in un quadro diverso: senza bocciature. È una sfida.
5. Come va fatta la DAD, in questo quadro?
Primo: raggiungere tutti, quindi il lavoro prevalente non deve essere la videolezione. Deve essere una attività che gli studenti possano fare con una certa autonomia, anche se guidati dai docenti. È un equilibrio difficile: bisogna esserci, avere un contatto costante, allo stesso tempo proprio il collegamento digitale non deve essere troppo presente, pena un sovraccarico di lavoro, problemi per le famiglie con più figli, con genitori che hanno bisogno di usare pc e telefoni per lavoro, o con genitori che sono fuori per lavoro. La cosa più difficile è questo equilibrio.
6. Le videolezioni, o comunque le attività in collegamento diretto (sincrono): servono, per “seguire” i ragazzi, per accompagnarli sempre; devono essere “costanti”, che vuol dire regolari; non vuole dire che devono essere onnipresenti, soffocanti; però il contatto quotidiano di qualcuno del consiglio di classe ci deve essere, anche breve. Il contatto può essere garantito anche con altri mezzi, oltre al video in sincrono: video registrati, messaggi scritti, messaggi audio ecc. La cosa più importante: gli studenti devono sentirsi seguiti.
7. È necessario però impostare un lavoro didattico che occupi gli studenti autonomamente: non bisogna precipitarsi a fare lezioni o a fare quello che si sarebbe fatto in aula; bisogna prendersi il tempo di programmare, preparare materiali, elaborare. Organizzare attività che gli studenti possono svolgere, ricevere i risultati di queste attività; leggerli e correggerli; valutarli indicando punti di forza e di debolezza; e poi “vedersi” con gli studenti, per parlarne. Il momento di incontro deve servire per discutere i lavori fatti, per rivederli, per restituirli. Questo può essere fatto in videolezione, ma anche con forum di discussione, o via email. Anche solo dare dei testi da leggere e poi parlarne a partire da dubbi e domande. Evitare quanto più possibile la “lezione”.
8. Valutazione.
Va fatta, serve. Ma intendiamoci sulle parole: valutazione non vuol dire voto. Chi vuole subito “mettere i voti”, perché altrimenti “non ha abbastanza voti” è completamente fuori strada. Anzi, diciamo le cose come stanno: è fuori strada anche in condizioni ordinarie. La scuola non ha bisogno di “mettere un sacco di voti”, neanche in condizioni normali. Forse questa emergenza può far capire a tutti che la scuola fatta bene non ha il suo fine ultimo e il suo centro nel voto, che si può fare bene scuola senza voti (e senza bocciature, vedi sopra). Bisogna valutare facendo quella che viene chiamata in gergo valutazione formativa, cioè finalizzata a far vedere a ogni studente i suoi punti di forza e di debolezza.
9. Evitare assolutamente la riproduzione delle pratiche tradizionali.
Non si possono fare “compiti in classe”, è ovvio, e quindi molti si buttano su interrogazioni online. Questa è una aberrazione, se fatta pensando all'interrogazione tradizionale (già discutibile). Produce mostri, di cui abbiamo sentito parlare, come gli studenti che vengono interrogati bendati. Non possiamo permetterci queste follie. Bisogna pensare, per l'orale, a forme alternative all'interrogazione: per esempio presentazioni fatte dagli studenti, seminari a piccoli gruppi (quattro-cinque studenti), ecc. Cosa fondamentale: abbandonare l'idea che “sapere” vuol dire “avere imparato a memoria”.
10. Cooperazione.
La collegialità, cioè la cooperazione tra i docenti, è fondamentale nella scuola, sempre. In queste condizioni ancora di più. Se i docenti non si coordinano, non concordano un orario delle loro attività, non si parlano sui metodi e sul carico di lavoro, la DAD deraglia. Avere spirito di cooperazione, abbandonare l'individualismo spesso presente nella didattica italiana (specie nella secondaria) è la prima cosa.
11. Flessibilità.
Le soluzioni proposte devono essere flessibili, rapide. Non bisogna perdersi in vincoli burocratici che impediscono di raggiungere subito e bene i ragazzi. Per esempio: i dirigenti devono garantire prima di tutto il risultato, raggiungere gli studenti, non mettere vincoli rigidi rispetto all'uso degli strumenti o ad altri aspetti. Dall'altro lato, i docenti devono capire che non possono in nessun modo riprodurre la situazione ordinaria: per esempio, l'orario dei collegamenti in videolezione deve essere leggero (non potrà mai essere uguale a quello ordinario, al massimo il 50%, meglio tra il 30% e il 40%) e flessibile quando serve. Anche qui, bisogna raggiungere un equilibrio molto difficile: da una parte garantire flessibilità e apertura, dall'altra dare agli studenti una nuova routine, che rassicura.
( Pubblicato anche su Anankenews https://anankenews.it/diritto-costituzionale-allistruzione-alla-formazione-tempo-coronavirus-riforme-innovazioni-cambiamento/30maggio 2020)


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