mercoledì 17 giugno 2020

MIRABILIA URBIS Sulmona città dei confetti




All’ombra delle stanze del convento  di S. Chiara al limite della Piazza Grande di Sulmona le clarisse tra preghiera e clausura,  dedicavano il loro tempo  a lavori domestici, ricamo, cucito  e lavorazione dei confetti.  In quelle stanze nasceva nel  XV secolo l’arte del confetto  e dei confettai che ha reso celebre la città. La fabbricazione dei confetti moderni, iniziò a Sulmona nel XV secolo, secondo testimonianze che  si trovano presso l’archivio del Comune in documenti datati 1492 – 1493 . Ma non bastava produrre  solo il confetto  bisognava anche utilizzarli legati con fili di seta, per la preparazione di fiori, grappoli, spighe e rosari in artistiche composizioni di cui quelle suore divennero maestre .

La tradizione della produzione del confetto era conosciuta nel mondo dei  Romani che erano soliti usare confetti per festeggiare unioni e nascite, ovviamente i confetti di allora non erano prodotti con gli stessi ingredienti, infatti al posto dello zucchero veniva utilizzato del miele. Tracce storiche le possiamo ritrovare in scritti riguardanti la famiglia dei Fabi, 447 a.C. e negli scritti di Apicio 37 d.C., amico dell’imperatore Tiberio.


Anche  se risale al Medioevo la tradizione, a Sulmona, di produrre confetti quando veniva  confezionato utilizzando la frutta secca che cresceva nei boschi circostanti,è  dopo l’introduzione dello zucchero da  paesi orientali  che la   ricetta assume le caratteristiche con cui oggi la conosciamo. Fino al XVII secolo, a causa della scarsa reperibilità dello zucchero e dei suoi costi elevati, i confetti rimasero per molto tempo un prodotto di lusso, dono gradito per principi e vescovi. Soltanto il giorno di Ferragosto, durante la Giostra, il magistrato della città, assieme ad un gruppo di nobili, allestiva un carro dal quale gettava confetti al popolo. Col passare del tempo, e anche grazie all'introduzione delle tecniche di estrazione dello zucchero dalle barbabietole, la produzione cominciò ad intensificarsi e nel XIX secolo Sulmona arrivò a contare ben dodici fabbriche di confetti. Restano un prodotto apprezzatissimo per l'elevata qualità delle materie e per il particolare procedimento di lavorazione brevettato grazie al quale lo zucchero aderisce alla mandorla senza l'ausilio di amidi e farine, ma anche per gli svariati colori e le forme con cui vengono confezionati e con i quali conquistano i visitatori che si trovano ad ammirare le botteghe variopinte che li espongono.
Inseriti nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani (PAT) i Confetti di Sulmona vantano una ricetta quindi  antichissima .Abbiamo già detto che è propria di Sulmona la lavorazione del  confetto in composizioni ornamentali  a partire da quelle  lavorate dalle suore di S. Chiara nel XV secolo.

Con il tempo la tradizione si consolidò, le confezioni si fecero più elaborate e cominciarono a diffondersi le lavorazioni a forma di fiore e di bouquet realizzate anche con tessuti pregiati come il tulle ed il raso che ancora oggi vengono vendute nelle botteghe locali. Oltre ad essere uno degli elementi distintivi dei matrimoni, i confetti, offerti di differente colore in base all'occasione, vengono associati alle più importanti ricorrenze della vita dell'individuo: bianco per festeggiare sacramenti come il matrimonio, la comunione o la cresima, rosa e celeste per le nuove nascite ed il battesimo di femminucce e maschietti, rosso per la laurea, oro e argento per gli anniversari di matrimonio più significativi, e da epoche più recenti, lilla per celebrare altre unioni.

Boccaccio cita i confetti di Sulmona nel suo Decamerone e sembra che portasse con sé una copia del libro quando si recò a Napoli  fermandosi a Sulmona per incontrare il suo amico e umanista Quatrario al quale ne fece  dono .
Leopardi  amava i cannellini di Sulmona tanto che si racconta che  chiese  di mangiarne uno in punto di morte. (1)

In realtà a Sulmona parlare di confetti e di lavorazioni artistiche significa parlare di due  uomini Mario Pelino e William di Carlo e le loro aziende  in una condizione di mercato che comunque vede la presenza nel territorio di molte altre  aziende nate ad opera molte volte di  artigiani che hanno appreso questa lavorazione alle dipendenze delle due aziende per così madri e iniziatrici  di quest’arte in epoca moderna .

Ecco perchè mi piace riportare qui le biografie di questi due uomini perché appunto   la produzione del confetto a Sulmona rappresenta  le loro vite .

Il Dizionario biografico della Enciclopedia Treccani  così racconta la storia del casato dei Pelino  e la nascita della fabbrica  : “Il casato dei Pelino, originario di Introdacqua (Aq), da generazioni operava nel campo della mercatura dei liquori e dei confetti; Berardino di Francesco Pelino, vissuto nella seconda metà del XVIII secolo, si era dedicato alla viticoltura e al commercio delle mandorle, la cui produzione locale – prima che il prosciugamento del lago Fucino inducesse sensibili mutamenti climatici anche nella Conca Peligna – era ragguardevole e costituiva una fonte di reddito sussidiario non trascurabile per i piccoli proprietari terrieri della zona. Frutto ben quotato sui mercati, essiccato o tostato che fosse, rappresentava assieme allo zucchero un costituente essenziale – se non esclusivo – del confetto classico. Il figlio Panfilo allargò i propri interessi alla produzione del vino e, dopo di lui, il figlio Francesco Paolo incrementò notevolmente il fatturato dell’azienda, accumulando una buona fortuna che consentì alla numerosa prole di ampliare l’attività in settori disparati. Il primogenito Panfilo esordì come grossista di polvere da mine, poi attivò un cementificio in provincia di Pescara; l’altro figlio Luigi, trasferitosi a Sulmona, negoziò in liquori e paste alimentari e lo stesso fece l’altro figlio Antonio, rimanendo però legato al borgo natio. Alfonso, nato nel 1858, ultimo dei figli maschi, nel 1883 si trasferì anch’egli nella vicina città ovidiana, aprendo un esercizio di liquori e generi coloniali, e una piccola fabbrica di confetti nel centro urbano, nei pressi di quella che allora era piazza Maggiore, poi intitolata all’Eroe dei Due Mondi.

Sulmona vantava una secolare tradizione nella fabbricazione dei confetti, che in epoca preindustriale consisteva nel far aderire zucchero di canna cristallizzato attorno ad un nucleo costituito essenzialmente, ma non necessariamente, da una mandorla, secondo una tecnica segreta che i confettieri di casa Pelino pare si tramandino di padre in figlio, ricetta che esclude tassativamente l’uso di amido e collanti di altro genere che, allora come oggi, ne sminuiscono la bontà.
L’origine dei confetti è oscura: chi la riferisce addirittura ai Romani, chi agli arabi, chi ai longobardi; sicuramente, anche se non proprio assimilabili alle odierne confetture, erano ben conosciuti già nel Trecento. Folgore da San Gimignano li menziona nel XV dei sonetti scritti per l’armamento di un cavaliere; “greco e confetti” furono fatti venire durante la quinta giornata del forzato esilio di boccaccesca memoria, per rinfrancare Andreaccio affaticato per «ragionamenti lunghi ed il caldo grande»; dell’usanza di lanciarli nei matrimoni ne accenna, nel Quattrocento, Vespasiano da Bisticci. Talora furono finalizzati a scopi meno nobili: confetti avvelenati – a dir di Giovanni Villani – furono mandati da Manfredi al giovane Corradino di Svevia.
Anche delle confecture sulmonesi, intendendo con tale termine più che frutta sciroppata – come vogliono alcuni – quasi sicuramente nuclei di mandorle o noci rivestiti di miele in qualche modo cristallizzato, si hanno indizi fin dal Trecento e tradizione vuole che già alla fine del secolo successivo monache e novizie di clausura del monastero benedettino di Santa Chiara in Piazza Maggiore li intrecciassero con nastri colorati e fili di seta, ricavandone cestini, grappoli, spighe e fantasiose composizioni floreali. In speciali occasioni e in ricorrenze solenni, queste leccornie infiocchettate venivano offerte a principi, personaggi illustri ed ecclesiastici di alto rango, quasi sempre conservate in pregiate confectere di varia forma e dimensione. Spesso, infatti, queste bomboniere ante litteram erano lavorate in metallo cesellato, rifinite a bulino e impreziosite da smalti policromi, veri capolavori di oreficeria, arte in cui gli argentieri sulmonesi eccelsero nel medioevo. Con l’avvento della canna da zucchero prima e col diffondersi dello zucchero di barbabietola poi, la produzione sulmonese fece registrare impennate eccezionali. A metà Ottocento le fonti attestano dodici fabbriche capaci di sfornare 100.000 chilogrammi all’anno di confetture di ogni sorta: di cedro, limone, mandorle, fragole, arancio, menta, pistacchio, cacao etc. Tanta floridezza fu seriamente compromessa dopo l’unità d’Italia dalle molte fabbriche aperte altrove e dalla concorrenza francese che sottraeva larghe fette di mercato ai piccoli produttori abruzzesi.

In una fase di declinante fortuna del confetto, Alfonso Pelino arrivò a Sulmona pieno di iniziative, tese a ridare ossigeno e prospettive al settore. Il modesto laboratorio impiantato nei pressi di piazza Maggiore fu solo una soluzione provvisoria, in attesa che lo stabilimento progettato alla periferia dell’abitato, completato l’iter burocratico, divenisse operativo. Nel 1905 era una realtà, capace di mettere a frutto le innovazioni tecnologiche offerte in particolare dall’uso industriale della corrente elettrica, destinate a rivoluzionare la tradizionale lavorazione manuale.
Per affiancare la produzione di confetti e delle artistiche bomboniere, entrò in funzione il settore liquori con alcune specialità tipiche della casa, quindi quella del “citrato di magnesia”, commercializzato con l’etichetta di “citrato effervescente”, prodotto secondo una nuova ricetta e con i nuovi macchinari inventati e brevettati dal figlio Mario che, seppur giovanissimo, lavorava ormai a tempo pieno nell’azienda di famiglia. In quei primi anni del Novecento la ditta Pelino andò allargando la sfera degli interessi commerciali, fino ad affermarsi decisamente in campo nazionale, conseguendo importanti riconoscimenti ed onorificenze nelle varie esposizioni in Italia e all’estero.

Nel 1920, intanto, Mario sposò Agnese Susi, figlia di un ricco proprietario terriero di Introdacqua, dalla quale ebbe quattro figli: Alfonso (7 gennaio 1922), Anna (11 marzo 1923), Olindo (9 febbraio 1924) e Giulia (6 febbraio 1929).
Alla morte del pardre Alfonso, il 30 maggio 1921, la fabbrica di via Introdacqua passò a Mario, che si mantenne rigorosamente fedele agli ideali paterni: qualità ed innovazione. Senza rinnegare il passato e la tradizione – fu lungimirante conservatore e raccoglitore di vecchie attrezzature e cimeli dell’era preindustriale – aprì alle nuove tecnologie; ancor prima di assumere la direzione dell’azienda fece impiantare, tra i primi in città, una linea telefonica che, oltre tutto, permetteva di contattare in tempo reale i punti vendita. Dotato di grandi capacità organizzative, accolse tra i suoi strumenti di lavoro la macchina da scrivere e fu convinto assertore della funzione essenziale della pubblicità. Nel 1912, fu tra i primi a Sulmona ad acquistare un’automobile che lo affrancò dalle rigide cadenze degli orari ferroviari, consentendogli autonomia e spostamenti tempestivi di indubbia utilità nella conduzione degli affari. Non per caso nel 1968 l’Automobil Club d’Italia gli conferì la medaglia d’argento come Pioniere del volante. Ma pur tra i molteplici impegni imprenditoriali, Mario Pelino riuscì a distinguersi in altri campi.
All’innata propensione per la grafica, che gli sarà d’aiuto nella progettazione di nuovi macchinari e strumenti di lavoro, associò la passione per la musica; fece parte di orchestre come primo e secondo violino, si dedicò all’insegnamento e compose valzer e ballate di un certo successo, tanto che il figlio Olindo nel suo Dizionario bibliografico del 1976 e quindi nel repertorio dei Personaggi di cultura del 1998, lo schederà come “musicista” (2)

Al numero 5 di via Stazione Introdacqua, sorge  la sede del Museo dell’Arte e della Tecnologia confettiera di Sulmona. E’ posto all’interno della fabbrica dei confetti Pelino (www.ilconfettodisulmona.it) ,edificio  dichiarato nel 1992 monumento nazionale dal Ministero dei Beni culturali e ambientali come ricoda la targa all’esterno, accanto all’ingresso principale della fabbrica.
il premio europeo Leader del Commercio assegnato alla ditta Mario Pelino nel 1969 e incorniciato al piano superiore della fabbrica, negli ingressi del Museo.
Seguendo il percorso guidato  – tanto per citare alcuni esempi –  si trova una caldaia per confettare, una macchina utilizzata per lucidare i confetti risalente a fine Ottocento, una tostatrice del XIX secolo, una filettatrice per cannella impiegata nel XVIII secolo, un dispositivo datato 1930 per sbucciare le mandorle, un motore elettrico in azione nel 1893, un maestoso registratore di cassa manuale di fine Ottocento. E, inoltre, un’antica composizione artistica di confetti, posta in un’apposita teca trasparente, nonché svariate confezioni di citrato effervescente, altro prodotto tipico della ditta. Vi è poi un angolo in cui impera la storia scritta, sotto forma di riconoscimenti a chi, in famiglia, ha portato avanti la tradizione confettiera. Scendendo nuovamente al piano terra notiamo – attraverso una grande vetrata lucidissima – le macchine in azione per confettare. Il video visto all’ultimo piano ci ha appena spiegato che alcune di esse sono proprio quelle originali del XIX secolo: probabilmente questo è uno dei segreti dell’unicità di questi prodotti dolciari.

Per William di Carlo  tutto ha inizio nel lontano 1833 quando Francesco Marcone di professione confettaio si reca all'Anagrafe di Sulmona per registrare la nascita del figlio Filippo. E' proprio qui, nella Valle Peligna, che germoglia la meravigliosa storia dell'azienda William Di Carlo.
Nel 1894 Filippo era diventato il proprietario della Fabbrica di confetti Marcone&Figli: la ditta era tra le realtà industriali più famose a Sulmona. I deliziosi confetti venivano realizzati in grandi caldaie di rame, le così dette bassine. Queste pentolone erano appese al soffitto attraverso i manici, sotto c'era un braciere che dava calore e la produzione avveniva facendo rotolare i confetti al loro interno spinti manualmente dai maestri artigiani. La Fabbrica di confetti Marcone e figli aveva già numerosi clienti in tutta Italia.

Nel 1870 Filippo ebbe un figlio di nome Achille. Il figlio, crescendo nella fabbrica del padre, acquisì molta esperienza e ciò gli permise di diventare conosciuto e apprezzato da molti: quando il Re Umberto I di Savoia si trovò in visita a Sulmona, Achille si occupò del ricevimento e dell'intero servizio di catering. Il Re Umberto I di Savoia rimase colpito dall'accoglienza e dalle prelibatezze degustate al punto che volle donare alla famiglia Marcone una spilla la cui immagine ancora oggi è parte integrante del marchio dell'azienda. Ma le soddisfazioni nella vita lavorativa di Achille non finirono lì. Nel 1925, quando fu inaugurata la statua di Ovidio in piazza XX Settembre a Sulmona, Achille ne forgiò una interamente di cioccolato per donarla al famoso scultore Ettore Ferrari che aveva realizzato l'originale. Achille è ricordato anche per aver dato i natali ad un dolce molto elaborato, la cassata abruzzese. "Sulmo mihi patria est" scriveva Ovidio. L'incantevole città romana non era soltanto la patria del grande poeta ma il punto di incontro di commercianti provenienti da tutt'Italia e meta di studiosi e personalità di rilievo.

Tra i mercanti che si recavano a Sulmona vi era anche Gaetano Di Carlo, produttore del Centerba ed originario di Giulianova, che arrivava in città per commercializzare questa bevanda altamente alcolica. Egli riuscì a sviluppare numerosi contatti commerciali con le diverse aziende del territorio. Gaetano veniva spesso accompagnato dal figlio Alfredo che si innamorò perdutamente di una bellissima ragazza di Sulmona di nome Rosina, sorella di Chiara e figlia di Panfilo La Civita proprietario dell'omonimo confettificio situato nei pressi del centro storico. I due, ostacolati in un primo momento dalle famiglie, erano soliti mandarsi massaggi d'amore in codice attraverso L'Amore Illustrato, una rivista molto in voga all'epoca. Dal matrimonio di Alfredo e Rosina nacque nel 1903 a Giulianova William Di Carlo. I genitori di William emigrarono in America e il bambino fu affidato alla zia Chiara divenuta nel frattempo titolare del confettificio nei pressi della stazione.
Achille Marcone ebbe nel frattempo due figli, Umberto e Clotilde. Tutti e due lavoravano nella famosa pasticceria Marcone al centro storico di Sulmona. Clotilde conobbe William e cosi i due si innamorarono e si sposarono nonostante fossero appartenenti ad aziende familiari concorrenti.
Correva l'anno 1943 e la II guerra mondiale imperversava su tutta l'Italia. In quel lontano 27 agosto ci fu un forte bombardamento sull'intera città di Sulmona da parte degli alleati anglo-americani che distrussero tra l'altro sia la fabbrica di confetti La Civita Chiara e William Di Carlo che l'abitazione dei Marcone, ubicata proprio sopra la loro pasticceria. Lì morì la madre di Clotilde ma l'intera città riportò circa duecento vittime in quel giorno nefasto.
 Tanti sacrifici e tanta buona volontà riuscirono a far riemergere nello splendore l'intera Valle Peligna. Anche William Di Carlo con sua moglie Clotilde riuscirono a ricostruire la fabbrica di confetti e tornare a sorridere con la loro attività. William Di Carlo amava lavorare la pasta di mandorle, era un vero e proprio artista, riproduceva di tutto in forme talmente vicine alla realtà da trarre in inganno chi le ammirava: si narra che il presidente Gronchi, il 14 giugno 1959, in visita a Sulmona per le celebrazioni del bimillenario della nascita del poeta Ovidio Nasone, trovatosi a sua insaputa di fronte ad una riproduzione in pasta di mandorle de Le metamorfosi del poeta latino, fece per sfogliarlo. William ebbe otto figli ma solo due hanno tramandato la sua arte fino ai giorni nostri: Italo e Chiara.
 
Dal 1995 il timone di questa questa storica azienda è passato nelle mani di William Di Carlo, figlio di Italo e Rosetta. Il 15 novembre 1999 è stato costruito il nuovo stabilimento in stile liberty delle Industrie Riunite William Di Carlo lungo Viale del Lavoro, poco distante dal centro storico di Sulmona.
Oggi come allora l'azienda utilizza le bassine, grandi calderoni in rame e acciaio in continua rotazione al cui interno avviene l'operazione più delicata, la confettatura, ossia il rivestimento della mandorla mediante nebulizzazioni con soluzioni di sciroppo di saccarosio che, evaporando, deposita uno strato di zucchero sulla mandorla, processo che viene ripetuto più volte fino ad ottenere lo spessore desiderato. Inoltre l'azienda conta diversi macchinari: le temperatrici, fondamentali per la lavorazione del cioccolato che va trattato a varie temperature, i tostini per la tostatura della frutta secca, i bollitori per ottenere lo sciroppo di zucchero, fondamentale per confettare le mandorle, le torroniere ed infine i macchinari per il confezionamento.
L'azienda William Di Carlo, pur non rinunciando alle sue caratteristiche artigianali, con i suoi confetti, fiori di confetto, prodotti al cioccolato, torroni e gli altri prodotti è presente sull'intero territorio nazionale e raggiunge quasi tutti i Paesi Europei attraverso una rete di concessionari o clienti diretti e fuori dell'Unione Europea è presente in Svizzera, USA, Canada, Russia, Emirati Arabi, Qatar, Kwait, Bahrain, Australia, Brasile. William Di Carlo, oggi come allora, confetta la natura nel rispetto della tradizione pasticcera di famiglia ma con una finestra aperta verso la ricerca, l'innovazione, il futuro. (3)



(1)A. De Nino, Le confetture di Sulmona, in La Gazzetta di Sulmona dell’8 agosto 1874; P. Serafini, Scritti varii, Pescara 1913, pp. 185 s.; G. Susi, Il casato Pelino e la storia dei confetti di Sulmona, Sulmona 1962; O. Pelino, Dizionario bibliografico degli Abruzzesi, Sulmona 1976, pp. 86 s.; F. Sardi De Letto, La città di Sulmona, III, Sulmona 1978, pp. 225-232; F. Cercone, I Confetti di Sulmona fra storia e folklore, Sulmona 1985; O. Pelino, Personaggi di Cultura e di Arte nel Centro Abruzzo, Sulmona 1998, pp. 112 s.; Bicentenario della casa - 1783-1933, Sulmona 2000; indicazioni sull’azienda anche al sito www.confettimariopelino.com/

(2)http://www.treccani.it/enciclopedia/mario-pelino_%28Dizionario-Biografico%29/



Eremo Rocca S. Stefano  mercoledì 17 giugno 2020

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