venerdì 5 giugno 2020

GRAMSCIANA Unità d’ Italia. Il risorgimento e la questione meridionale




 L’unificazione d’Italia si realizzò il 17 marzo del 1861. Fu scelta questa data perché quel giorno si riunì a Torino il primo parlamento dell’Italia Unita nel Palazzo Carignano.
Il Regno d’Italia presentava gravi problemi:
profonde differenze tra le varie regioni, con monete, lingue e amministrazioni diverse;
  • difficoltà di collegamento poiché le strade erano poche e in cattive condizioni. Le ferrovie, là dove c’erano, si fermavano ai confini dei vecchi stati senza allacciarsi ad altri tronchi ferroviari. Regioni e province infatti reclamavano la costruzione di linee ferroviarie, porti e strade;
  • il sistema scolastico era privato e gestito da ecclesiastici; solo nel regno di Sardegna e in Lombardia era stata istituita una scuola elementare gratuita e obbligatoria.
Oltre tre quarti della popolazione era analfabeta, e la percentuale saliva al 90% soprattutto al sud e nelle isole. Il dialetto era l’unico strumento di comunicazione e l’italiano era parlato da una ristretta minoranza;
  • profonde differenze economiche, poiché l’industria era presente solo in Lombardia, Piemonte e Liguria, mentre nel resto dell’Italia era quasi assente. L’agricoltura, che era l’attività prevalente, presentava nelle varie zone dell’Italia livelli di sviluppo diversi.
Al nord stavano nascendo aziende agricole moderne per opera di abili imprenditori che investivano nell’agricoltura i loro capitali. Al sud invece erano prevalenti i latifondi, grandi estensioni di terreno agricolo concentrato nelle mani di ricchi proprietari che vivevano in città e non miglioravano la produzione delle loro terre (le condizioni di arretratezza in cui versa oggi l’agricoltura meridionale derivano in parte da tutto ciò)
Ma quella riunificazione non fu né semplice e non facile a guardare  i problemi che comportò e i problemi che dovette affrontare . Non voglio entrare nel dettaglio del pensiero risorgimentale e delle idealità o ideologie che ne supportarono  il cammino.  Voglio  qui soffermarmi sull’idea  gramsciana del risorgimento nella storia d Italia e sulla nascente questione meridionale  vista attraverso il fenomeno del brigantaggio.
Antonio Gramsci  afferma una realtà oggettiva: lo sbarco dei Mille capeggiato da Garibaldi  fu effettuato grazie alla protezione della Reale Marina Britannica  e con il consenso  della Massoneria del Grande . Nella spedizione dei Mille, proprio come ammesso con orgoglio dal Gran Maestro Luigi Pruneti, il ruolo della massoneria inglese è stato vitale per la riuscita.
In realtà un atto di pirateria), riuscito grazie ad un cospicuo finanziamento e alla costante “protezione” delle navi sabaude da parte delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus
Antonio Gramsci nel 1920 su Ordine nuovo  inoltre  afferma in ordine alle repressioni ed alle stragi perpetrate dai piemontesi di lingua francese spacciate per lotta al brigantaggio che “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”.


La situazione al momento dell’unità d’Italia era caratterizzata  da tasse inique, in particolare quella sul macinato e la leva obbligatoria che producevano la disperazione dei contadini meridionali, Contadini che avevano appoggiato l’unificazione  nella speranza di ottenere  dal nuovo stato la distribuzione delle terre dei latifondi. Fra il 1861 e il 1865 la loro delusione esplose nella forma violenta del brigantaggio.
Il brigantaggio era un fenomeno che coinvolgeva molti giovani che  non trovavano lavoro e che volevano evitare il servizio militare, i poveracci che non avevano soldi per le tasse.Si davano alla macchia, ( cioè abbandonavano i paesi per vivere nei boschi e sulle montagne ) e diventavano briganti. Tra questi c’erano anche molti soldati borbonici rimasti fedeli all’ex-re Francesco II che continuava da par suo ad alimentare un’altra speranza quella della riconquista del trono.
Organizzati in bande, i briganti scendevano dai loro rifugi sulle montagne e rubavano, saccheggiavano, ammazzavano, seminando il terrore. C’erano con loro anche delle donne che a volte prendevano parte ai combattimenti. I contadini li sopportavano e spesso li proteggevano, perché ai loro occhi il brigante era un alleato .

Scrive Gianfranco Sabbatini (1) Per Antonio Gramsci, il raggiungimento dell’unità dell’Italia è stato l’esito di una “rivoluzione passiva” perché la maggioranza dei componenti le società civili degli Stati pre-unitari non hanno avuto in esso parte attiva, come invece l’ha avuta l’élite liberale che ha realizzato l’unificazione e che però non ha svolto alcuna funzione di guida e di direzione del processo unitario di integrazione sociale. L’élite, nella prospettiva gramsciana, si è, infatti, limitata a contribuire alla realizzazione di una struttura unitaria sul piano territoriale ed istituzionale che le ha consentito di soddisfare (da posizioni di dominio) i propri diretti interessi, imponendo soluzioni ai problemi emersi dal processo risorgimentale del tutto estranee alla società civile nata dalla debellatio degli Stati pre-unitari.(…) Gramsci, nella sua interpretazione del processo di unificazione dell’Italia, assume come variabile esplicativa del processo il fenomeno dell’urbanesimo, negando che, all’interno dei diversi Stati pre-unitari, tale fenomeno, fatte salve alcune situazioni eccezionali relative agli Stati pre-unitari del Nord, possa aver svolto un ruolo positivo per la crescita e lo sviluppo. 

All’interno delle “cento città” italiane (le “città del silenzio” come le chiama Gramsci) esistevano forti nuclei sociali moderni, condizionati però da nuclei sociali maggioritari che moderni non erano e che riuscivano a realizzare un’unità ideologica contro la campagna.(…) In breve, dall’interpretazione gramsciana del Risorgimento si può dedurre che il processo di unificazione dell’Italia inteso come rivoluzione nazionale è del tutto infondato. Ciò perché le forze che hanno “spinto” verso l’unità sono venute prevalentemente dall’esterno; per questo motivo, è più realistico parlare di Risorgimento come “movimento europeo”, anche se poche minoranze patriottiche hanno svolto un ruolo essenziale nella lotta per l’indipendenza nazionale. In queste condizioni, il ruolo del Piemonte nel Risorgimento italiano è stato, perciò, quello di aver contribuito alla costruzione di un’unità territoriale-istituzionale più vasta al servizio di un nucleo sociale dominante, unicamente proteso alla tutela dei propri interessi. Per Gramsci, l’Italia non è stata, quindi, socialmente unificata. E’ questa la ragione per cui i governanti italiani, dopo il 1861, hanno goduto di scarso consenso e per decenni hanno potuto governare l’Italia ricorrendo alla forza e non al consenso della società civile nazionale. In altre parole, i leader del Risorgimento non sono riusciti nell’intento di creare una nazione italiana. Pertanto, la conclusione ultima che si può trarre dall’interpretazione gramsciana del processo risorgimentale è che l’identità dell’Italia come nazione, all’indomani del 1861, è risultata incompleta

Quando Gramsci afferma su Ordine nuovo  nel 1920  che all’unità d’Italia  seguì una vera a propria strage  ,  si riferisce in questo passaggio del suo scritto alla famigerata Legge Pica, promulgata il 15 Agosto del 1863. Si tratta, in poche parole, della licenza di uccidere i meridionali che non accettavano supinamente le angherie del nuovo regno piemontese.  Già nell’estate del 1862 re Vittorio Emanuele II aveva proclamato lo stato d’assedio per le regioni dell’Italia meridionale, ma la resistenza lo indusse ad un atto ancora più spietato. I sabaudi introdussero il reato di brigantaggio e resero legale ogni forma di violenza.
In “Storia del brigantaggio dopo l’unità”( Feltrinelli 1964 4 19983) l’autore Franco Molfese afferma che  non si potrà fare un bilancio serio finché non si avrà uno spoglio sistematico dei documenti contenuti negli archivi provinciali”Una descrizione della Legge Pica contenuta  nel sito ufficiale dell’Arma e riportata dal blog perlacalabria.wordpress.com:
 
“La legge Pica permise la repressione senza limiti di qualunque resistenza: si trattava, in pratica, dell’applicazione dello stato d’assedio interno. Senza bisogno di un processo si potevano mettere per un anno agli arresti domiciliari i vagabondi, le persone senza occupazione fissa, i sospetti fiancheggiatori di camorristi e briganti. Nelle province dichiarate infestate da briganti ogni banda armata di più di tre persone, complici inclusi, poteva essere giudicata da una corte marziale. Naturalmente alla sospensione dei diritti costituzionali (il concetto di diritti umani di fatto ancora non esisteva) si accompagnarono misure come la punizione collettiva per i delitti dei singoli e le rappresaglie contro i villaggi“.Quelli che non venivano uccisi sul posto, venivano deportati nel lager di Finestrelle, dove trovavano una morte ancora più atroce. 
Fu  però Giuseppe Garibaldi per primo a denunciare  il problema della repressione del brigantaggio. Denuncia contenuta in Giuseppe Garibaldi Scritti e discorsi politici e militari n° 1304 volume 6) (2)
In sostanza Gramsci, nel suo autorevole saggio sul risorgimento, guardava alla “gloriosa” spedizione garibaldina evidenziando che non fu altro che una grande mistificazione storica. E fu con questa radunata rivoluzionaria – che Gramsci chiama “rivoluzione passiva” o, meglio ancora, “rivoluzione-restaurazione” – che trionfò la logica gattopardiana che tutto avvenne perché nulla cambiasse. Una “rivoluzione-restaurazione” che fa dire allo scrittore e all’uomo politico sardo che, nel suo contesto, il popolo ebbe un ruolo molto marginale, anzi subalterno, così che il risorgimento si caratterizzò come “conquista regia” e non come movimento popolare, perché appunto mancava al popolo una coscienza nazionale.
(1) L’unità d’Italia secondo Gramsci  26 Maggio 2010 http://www.democraziaoggi.it/?p=1420

(2) Mentre in Europa il progresso umanitario, interpreti i grandi uomini di tutte le Nazioni, è unanimemente deciso contro la pena di morte, il Governo di Palazzo Madama, nelle sue velleità eroicamente bestiali e degne dei tempi di Borgia, fa strombettare da tutti gli organi suoi salariati i fasti anti-briganteschi del Mezzogiorno. Non passa un solo giorno, ove non troviate un mucchio di vittorie riportate sui briganti, ove questi sono stati sbaragliati e distrutti e dei “nostri” non un solo ferito. Il più importante poi è questo: dieci briganti presi e subito fucilati, quindici briganti presi e subito fucilati.
Ma io dico: li avranno poi guardati in faccia, per sapere se veramente erano briganti oppure no prima di fucilarli?
Eh! Signori governanti, la guerra l’ho fatta ancor io e so che un Ufficiale qualunque, massime un subalterno, procura sempre di far valere il suoi servizi al di sopra di ciò che valgono. In uno Stato poi ove si fa la corte all’Esercito ed ove per conseguenza ogni Ufficiale ha davanti a sé ogni giorno dei cataloghi di ricompense e medaglie e croci che lo devono naturalmente solleticare. Dimodoché non è difficile che per aumentare il numero dei suoi trofei, senza guardarvi tanto per minuto, mandi all’altro mondo qualche povero diavolo che sappia di brigante come io so all’esempio di quel tale che, dovendo far ammazzare un certo numero di protestanti, qualcheduno gli osservava che non tutti erano protestanti e quello rispondeva: lasciate che vadano, che al di là Dio saprà riconoscere i suoi.
Dunque allegri! Allegri a fucilare i briganti e come sono fieri quella caterva di smerdafogli ministeriali (che farebbero schifo dalla paura se si trovassero sopra un banchetto con gli occhi bendati) nell’annunziare le fucilazioni dei briganti
E poi chi sono questi briganti? Poveri infelici! Se non sono alcuni sciagurati contadini che morivan di fame e che furono ingannati dai preti, saranno i figli bellicosi della montagna che, indispettiti dal malissimo Governo, si riuniscono alle bande per vendicare la morte di qualche parente spietatamente fucilato.
E poi chi lo creò il brigantaggio, chi lo fomentò, chi lo mantiene?
Il maggiore interessato al mantenimento del brigantaggio e che lo mantiene per fini suoi, è Bonaparte, minori interessati e tanto accaniti, sono i Borboni ed i preti.
Chi ne ha veramente la maggior colpa, è il Governo di piazza Castello che ne darà conto a Dio della vita di tanti innocenti creature sacrificate per la codardia, imbecillità e malvagia.
Non si può trattare delle cose d’Italia del Mezzogiorno senza sentirsi sdegnati ma non si dirà giammai quanto basta, non si dipingerà giammai con colori neri abbastanza la scellerataggine dei quattro Governi che sono la causa della desolazione di quelle province infelici.
E’ poi da ammirarsi questa Italia che vogliono far sì disprezzevole quei miserabili sedicenti moderati che hanno paura di tutto e di tutti, che non trovano altro modo di vivere, di sussistere, senonché mendicando e ruffianando i favori di paurosi tiranni che tramano ad ogni soffio di bufera Italiana. E’ da ammirarsi, dico, l’Italia quando essa presenta al codardo contegno de’ milioni alcune centinaia di briganti che si sostengono come valorosi soldati!
Cosa non sarà quella terra quando, tersa da moderatume e preti, e che i suoi figli rannodati al vessillo Nazionale, contribuiranno tutti a tenerlo alto alla barba dei prepotenti, quando i briganti moderati e gli smoderati saranno uniti tutti ad uno, cioè quando si penserà alla pancia di tutti e non a poche pance privilegiate al rischio sempre di scoppiare. Infine quando questa Italia avrà un governo proprio scelto da essa proprietà sua, che potrà cambiarlo per uno migliore quando questo non convenga.
Ricordando ai briganti e ai moderati, questi ultimi non sanno far la guerra per compiere l’unità Nazionale, senonché, coll’aiuto dei briganti almeno non contano i nemici, che sono cento contro uno. Chi sostiene allora il decoro delle armi italiane sono i briganti.”
Giuseppe Garibaldi Scritti e discorsi politici e militari n° 1304 volume 6 pag.400.


Eremo Rocca S. Stefano venerdì 5 giugno 2020

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