lunedì 8 giugno 2020

GRAMSCIANA Un dibattito sull’idealismo di Gramsci




 



Nel 1977 Alberto Asor Rosa  pubblicava nel n° 95  della collana Nuovo Politecnico di Einaudi  una raccolta di articoli  sotto il titolo “Le due società. Ipotesi  sulla crisi italiana.
Tutti gli articoli  ricompresi e ripresentati nella raccolta  apparvero sull’ Unità ad eccezione di  “Prima e dopo il 20 giugno” che apparve su Paese sera e “La teoria marxista  e le altre” apparso su Rinascita.
Ho ripreso in mano il libro e ho riletto l’articolo  apparso su Rinascita  il 1 luglio 1977 dal titolo : “ La teoria marxista e le altre “ ( pagg. 83-91)  riferito al dibattito sulla cosiddetta  linea di continuità dell’idealismo  De Santis-Labriola-Croce-Gramsci  sia dal punto di vista storico che da quello filosofico-filologico. Dibattito che  si tenne attorno all’inizio degli anni Sessanta.
Su tale dibattito ,in apertura dell’articolo  Asor Rosa dichiara, malgrado  egli sia responsabile della riproposta  che  può sembrare ( allora e forse anche oggi ndr)  anacronistico e probabilmente concluso tanto  che c’è poco da aggiungere. Tuttavia malgrado questa “celia” va avanti  ad esaminare ancora il supposto idealismo di Gramsci come linea diretta De Sanctis –Labriola- Croce  per  cinque pagine.
Afferma quindi che  la questione della continuità di una linea di pensiero  De  Sanctis Gramsci  mostra  delle “ riprese “ ( allora) da parte  di alcuni intellettuali  il cui spessore e retroterra non va sottovalutato .
Prima di inoltrarmi  in queste nuove disamine, opinioni e pareri  che Asor Rosa  “ridiscute “ pur con delle avvertenze faccio una pausa per ricordare in sintesi che cosa è  o meglio cosa è stata questa lunga stagione dell’ idealismo.
L'idealismo o neoidealismo italiano, nato dall'interesse per quello tedesco e per la dottrina hegeliana in particolare, si sviluppò in Italia nei primi decenni del Novecento, preparato dallo spiritualismo della tradizione risorgimentale, e culminato nei suoi due massimi esponenti: Benedetto Croce e Giovanni Gentile.( vedi nota  )


La tradizione risorgimentale è tutta preparata da  Bertrando Spaventa che scrive così
«Ripigliare il sacro filo della nostra tradizione filosofica, ravvivare la coscienza del nostro libero pensiero nello studio dei nostri maggiori filosofi, ricercare nelle filosofie delle altre nazioni i germi ricevuti dai primi padri della nostra filosofia e poi ritornati fra noi in forma nuova e più spiegata di sistema, comprendere questa circolazione del pensiero italiano, [...] questo ritorno del nostro pensiero a sé stesso [...], sapere insomma che cosa noi fummo, che cosa siamo e che cosa dobbiamo essere nel movimento della filosofìa moderna, [...] come nazione libera ed eguale nella comunità delle nazioni: tale è stato sempre il desiderio e l'occupazione della mia vita.»
(Bertrando Spaventa, Prolusione alle lezioni di Storia della filosofia nell'Università di Bologna, Modena, Regia Tipografia Governativa, 1860)

Dunque per Asor Rosa c’è un avvertimento nel discutere la continuità dell’idealismo di Gramsci dai presupposti dell’Ottocento fino a Croce ,Gentile. . Esistono in questo cammino “ rotture ,salti e arrovesciamenti “ che altrettanto non vanno sottovalutati. In particolare tra Gramsci e la tradizione idealistica italiana. Perché tra Crroce e Gramsci  per esempio si inserisce  un elemento estraneo  che è Lenin  e il leninismo di Gramsci  che fu rivendicato soprattutto  da Palmiro Togliatti  che probabilmente era  “in grado di valutare  meglio di altri  il significato  e il peso della rottura operata  dall’esempio leninista e terzo internazionalista  sui modelli concettuali  e intellettuali  della tradizione italiana”
Quindi Gramsci per Asor Rosa  non è lo sviluppatore  dei suoi antecedenti  idealisti  né quello che si è limitato  a dare la “pratica” ad un “pensiero”. D’altra parte  non si può negare il profondo rapporto  di Gramsci  e del suo Ordine Nuovo  con l’idealismo filosofico. Forse se ne dovrebbe approfondire la storicità. Per semplicità si può dire che il “ricorso all’idealismo filosofico” è frutto di un processo che porta Gramsci  e i suoi compagni ,nella particolare contingenza in cui si trovano ad operare ,ad attingere  alla parte più moderna  ed avanzata della cultura italiana.


 Il gruppo gramsciano attinsero infatti alla cultura  borghese più avanzata a loro contemporanea  che dall’età giolittiana coincideva con l’idealismo di Croce e gentile .Attingevano a quella cultura per opporsi  all’empirismo, all’economicismo riformista,al settarismo  e al dogmatismo bordighiano. Partivano da posizioni opposte per confermare  comunque la subalternità  della cultura del movimento operaio  alla cultura borghese . Vale la pena di ricordare  che anche la cultura moderna e avanzata a cui guardava Gramsci era un cultura “ discretamente  conservatrice, antisocialista,antioperaia e per molti versi  anche antidemocratica”. . I giovani torinesi dunque ripercorsero all’indietro il cammino  da Croce a Marx e da questi ad Hegel..
“In Italia,aveva già scritto dal 1959  il filosofo Mario Tronti , non è stato   solo Marx a civettare con Hegel , ma anche Hegel a civettare con Marx. Conclusione ,abbiamo avuto  un Hegel tendenzialmente marxiano  e un Marx tendenzialmente  hegeliano. Ma che destino  preparava al movimento comunista italiano il superamento dell’idealismo  filosofico? Forse storia e carattere del movimento operaio italiano  derivano da una genesi idealista ? Quale destino dunque preparava un  sistema di concetti  e di idee  come quello che veniva  dal ripensamento dell’idealismo filosofico  e quali errori ne potevano derivare ?”

Asor Rosa risponde subito : “ Non c’è dubbio che la peculiarità del caso italiano ,e più precisamente  della storia e dei caratteri  del movimento operaio italiano , deriva  anche sa lì,dalla peculiarità  irripetibile  e in effetti non mai ripetuta di questa genesi culturale.  Questa  tradizione culturale  dunque pesò anche  sulla formazione del gruppo dirigente  del partito  e sugli orientamenti  culturali da essi espressi. Si tratta del partito comunista di Palmiro Togliatti.”
Ma proprio in questo dibattito ed esame dell’idealismo gramsciano si inserisce a questo punto un elemento di disturbo . Un elemento di disturbo in quella catena di pensiero  sull’idealismo  che va dunque, come abbiamo detto  da De Sanctis a Gramsci, passando per Gentile e Croce. E’  rappresentato dal  marxismo di Gramsci.  Togliatti sosteneva che al centro del pensiero di Gramsci c’è l’affermazione  “ della storicità   assoluta della realtà sociale e politica” e “la definizione del marxismo  quindi, come storicità assoluta , in quanto sola dottrina capace  di guidare alla comprensione  di tutto il movimento della storia  e al dominio di questo movimento  da parte degli uomini associati “(1958)

Ed è in sostanza un marxismo che rende un certo tipo di mentalità comunista italiana, si riflette sulla pratica politica ed illumina il processo storico della vita interna del partito  e della sua strategia. Certo  ci sono state a questa linea delle aperture  e delle articolazioni che hanno avuto  cittadinanza nella storia del partito. Le scuole di Banfi e di Della Volpe per esempio. Fino ad arrivare ad uno spirito di scissione che dura ancora oggi ( consideriamo tutte le scissioni dal Partito comunista di allora e dal Partito democratico ancora di oggi )  e sul quale si dovrebbe riflettere a lungo per approfondire  la storia ideologica di questo partito. In questa ideale storia  ,che ritrovi  o no  l’archetipo  nella continuità De Sanctis, Croce Gramsci, Togliatti affermava nel 1931  che “la rivoluzione antifascista  non potrà essere che una rivoluzione contro il Risorgimento ,contro la sua ideologia e politica,contro la soluzione che esso ha dato  al problema  dello Stato”

Il marxismo di Gramsci permette  però di guardare ad un partito prodotto di storia  e di una determinata esperienza  ideologica e culturale  fuori da riserve e polemiche  come l’effetto di un processo complesso e articolato  ( e talvolta contraddittorio che ha reso un’idea con la quale ,giorno dopo giorno, si sono  misurati organizzatori e militanti. Gramsci dunque , il fondatore di questo partito  a cento e più anni da quella nascita  e la validità del suo pensiero . A patto forse di accettare qualche volta la caduta di quel suo marxismo  come storicismo assoluto ( inteso come ideologia  del partito )  perché il marxismo  come storicismo assoluto è la figura  del sistema, la sua forma  filosofica data una volta per tutte e quindi paralizzante.
Facendo salvo molto altro del pensiero di Gramsci  per rifondare chissà il suo stesso partito.


Note

La storia della filosofia italiana dell’Ottocento è caratterizzata dalla preoccupazione avvertita da varie voci del tempo di garantire un indirizzo culturale e ideologico che accompagni il processo di unificazione nazionale. Le forze cattoliche più avanzate auspicano che il papato si faccia soggetto morale attivo nell’assecondare il Risorgimento. Tra gli idealisti, spicca la proposta di Bertrando Spaventa di agganciare la tradizione nazionale al movimento generale della filosofia moderna con la teoria della “circolazione del pensiero”. Già a partire dagli anni Sessanta, però, si impone la cultura positivistica.
Gli esponenti di spicco della filosofia cattolica risorgimentale sono Antonio Rosmini Serbati e Vincenzo Gioberti. Per lo più ricordati in coppia come esponenti del “cattolicesimo liberale” o sotto la generica etichetta di “spiritualisti”, Gioberti e Rosmini esprimono in realtà nei loro scritti idee del cristianesimo differenti: “fondato l’uno sul dogma del peccato originale, l’altro ‘intrinsecato’ con la civiltà stessa: nel crogiolo della reazione romantica, del ritorno alla tradizione, il Rosmini tende a recuperare temi che erano stati centrali anche nel giansenismo, il Gioberti, invece, rivela uno spirito che ha più di un’analogia con quello dei saint-simoniani, o, in Italia, di Mazzini” (Sergio Landucci, Storia della filosofia diretta da M. Dal Pra, 1975). Partito da una critica delle posizioni di Gioia e Romagnosi, Rosmini si propone la fondazione di una filosofia “solida” e “sana” dalla quale non si possano che derivare conseguenze positive per la religione.
Tra i primi italiani a recepire influssi hegeliani si ricordano in genere i nomi del toscano Domenico Mazzoni (1793-1853) e del bresciano Giambattista Passerini (1793-1864). Quest’ultimo, esule in Svizzera per i suoi ideali patriottici, è l’autore di una pionieristica versione italiana (1840) della Filosofia della storia di Hegel. Ma la stagione più rigogliosa dell’hegelismo italiano va collocata nel Meridione, vissuta dagli esponenti di una borghesia insoddisfatta e inquieta, in sommovimento contro le istituzioni dello stato borbonico. Questa piega “rivoluzionaria” e liberale assunta dal primo hegelismo italiano è testimoniata da personalità come Stefano Cusani, Stanislao Gatti, Angelo Camillo De Meis, il grande storico della letteratura Francesco De Sanctis: scrittori che escono da una formazione oscillante tra lo spiritualismo autoctono, il coscienzialismo di Galluppi e l’eclettismo importato dalla Francia scoprendo Hegel e magari coltivandolo nelle galere borboniche (è il caso di De Sanctis) o nell’esilio. (1)

In questo quadro De Sanctis negli anni zurighesi, in un ambiente in cui si respirava la cultura europea e a stretto contatto con la poesia dantesca, De Sanctis mise a fuoco la sua critica alla filosofia di Hegel e con lui all’intero idealismo tedesco. Da sempre insofferente delle astrazioni e degli asserti universali – «sono stanco dell’assoluto, dell’ontologia e dell’a priori» (Opere, cit., 19° vol., 1965, p. 403), confidava nel 1857 all’amico Camillo De Meis (1817-1891) –, si rese conto che l’eccesso di intellettualismo impediva un’autentica ricezione della letteratura perché la forma non è una categoria metafisica ma va ricondotta alla sua storicità. Per quanto Hegel avesse conciliato l’ideale con il reale, nel suo sistema l’iniziativa spettava all’idea. Nel metodo e nella critica desanctisiana passa invece «alla “cosa”, alla storia e alla psicologia»; e per «cosa» De Sanctis intendeva l’espressione di «interessi collettivi o di forze reali e ideali che operano nella base della società» (Guglielmi 1976, pp. 17 e 57). La lettura zurighese delle opere di Schopenhauer, oggetto di un famoso saggio in cui la sua filosofia è messa a confronto con il pensiero di Leopardi (Schopenhauer e Leopardi, 1858), gli fece riconoscere il primato della volontà sul razionalismo di Hegel. Ne derivò il rifiuto di una concezione «fondata sopra concetti generali, come assoluta sostanza, Dio, infinito, finito, identità assoluta, essere, essenza» (Opere, cit., 13° vol., 1961, p. 464). Chi persistesse nel confondere in questo modo la metafisica con la logica, si sottrarrebbe «al libero gioco delle passioni» in cui consiste il reale (F. Tessitore, La filosofia di De Sanctis, cit., pp. 262-63). Diventò allora il «punto capitale» della sua indagine il criterio ermeneutico della «situazione», con cui l’ideale rinunziava alla sua astratta purezza segregata dalla materia e veniva a calarsi nella storia e nei suoi vivi fermenti sociali, i soli contesti in cui le regole generali dell’estetica hanno la loro verità. Principio genetico delle forme, la «situazione» fu la base di partenza per considerare la «cosa» non in maniera isolata, ma vivente «nello spazio e nel tempo, che formano la sua atmosfera, pigliando modo e colore da questo o quel secolo, da questa o quella società» (Opere, cit., 1° vol., p. 158). Non si tratta però di una semplice condizione temporale, essendo piuttosto un orizzonte culturale che esorta «all’unità del disegno, all’ossatura e al congegno delle parti» (p. 165).(2)


Antonio Labriola nasce a Cassino nel 1843. Si laurea a Napoli, dove è allievo di Bertrando Spaventa, che aveva portato in Italia, col De Sanctis, l'idealismo e lo storicismo di Hegel, e che vedeva nello Stato risorgimentale la realizzazione dell'eticità hegeliana. I fratelli Bertrando e Silvio Spaventa erano pure tipici esponenti della destra storica, liberale ma non democratica.
Il primo scritto di Labriola, Una risposta alla prolusione di Zeller (un docente di filosofia greca nell'Università di Heidelberg) del 1862, è chiaramente ispirato alla lettura hegeliana di B. Spaventa., Avendo seguito all'Università di Napoli l'insegnamento di A. Tari, F. De Sanctis e B. Spaventa, abbandona ben presto l'hegelismo ortodosso (è del 1869 una sua dura recensione critica alle Lezioni sulla filosofia della Storia, dell'hegeliano A. Vera).
Tra il 1870 e il 1874 (prima della caduta della Destra), Labriola collabora a gran parte del giornalismo politico liberale, come cronista o editorialista di vari giornali: "Gazzetta di Napoli", "Il Piccolo", "L'Unità Nazionale" (in questo escono nel 1872 le dieci Lettere napoletane, in occasione delle elezioni amministrative di Napoli), il "Monitore di Bologna". Da questi articoli già si può notare la preoccupazione di guardare in maniera concreta alle esigenze delle masse popolari. Molto sentito è il tema dell'educazione nazionale, intesa come riforma intellettuale e morale: tema che si ritrova anche negli scritti filosofici di questo periodo (Origine e natura delle passioni secondo l'Etica di Spinoza del 1866, La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone e Aristotele del 1871, Della libertà morale e Morale e religione, entrambi del 1873). Nel 1874 diventa docente di Filosofia morale e di Pedagogia all'Università di Roma. Successivamente insegnò filosofia teoretica, filosofia della storia e pedagogia.
Labriola modifica progressivamente le proprie idee separando lo storicismo dall'idealismo (e quindi da ogni metafisica romantica e da ogni sacralizzazione statuale), grazie all'apporto della pedagogia scientifica di F. Herbart, la cui filosofia prescindeva dal riferimento costante allo Spirito (o coscienza infinita). Herbart cercava il senso del divenire storico nella psicologia collettiva, da accertare in base a documenti (filologicamente) e a partire dagli effetti delle esperienze concrete, senza apriorismi di sorta (vedi gli studi sull'etica antiaprioristica di Spinoza e Socrate). Stato, religione e scuola diventano per Labriola soltanto dei coefficienti morali e pedagogici da usare per indurre le coscienze individuali a realizzare un progetto politico comune. Netta è la sua polemica contro il "ritorno a Kant" dei neokantiani tedeschi.(3)

 Il processo della formazione del pensiero di Antonio Labriola doveva necessariamente porsi, da un lato, come accoglimento critico dei risultati dellíhegelismo spaventiano, soprattutto nel suo aspetto di affiatamento europeo e nella sua lezione politico-civile, anche sulla base della lunga, affettuosa consuetudine con gli Spaventa che accompagna la sua storia intellettuale ed umana (in questo senso, appaiono illuminanti il suo carteggio con Bertrando Spaventa e quello con Silvio Spaventa); dallíaltro lato, doveva dare per scontato l’esaurimento dei motivi spiritualistici che avevano caratterizzato la filosofia
italiana nella prima met‡ del secolo XIX.(…) Líintrecciarsi, in questo orientamento, dei problemi filosofico-
teoretici con quelli pi ̆ urgentemente politici, porter‡ dapprima Labriola ad appropriarsi delle istanze istituzionali della Destra, e lo avvicinamento  attraverso una più ̆ radicale valutazione dei limiti dello Stato liberale ottocentesco ñ al socialismo, in seno al quale il suo accoglimento rigoroso di esigenze marxiste, rivolgendosi nel contempo ad un esame spregiudicato della nuova cultura positivistica, di cui occorreva mostrare le ingenuità e le pretese dogmatiche, rappresentee una reazione alla generica retorica ́sociale e gioverà ad introdurre in Italia, in forma criticamente originale, una problematica che, comunque valutata, condizioneper il pensiero europeo del tempo e ne costituire un essenziale termine di riferimento (4)

A. Labriola, Epistolario, 1890-1895, Editori Riuniti, Roma 1983.
A. Labriola, Epistolario, 1896-1904, Editori Riuniti, Roma 1983.
A. Labriola, La concezione materialistica della storia, Laterza, Bari 1965.
A. Labriola, Scritti politici, 1886-1904, Laterza, Bari 1970.
L. Dal Pane, Antonio Labriola, la vita e il pensiero, Forni, Bologna 1935 (1968). (Resta a tutt'oggi la più ampia e dettagliata biografia)
F. Sbarberi, Ordinamento politico e società nel marxismo di Antonio Labriola, F. Angeli, Milano 1986.
B. Centi, Antonio Labriola. Dalla filosofia di Herbart al materialismo storico, Dedalo, Bari 1984.
E. Ragionieri, Socialdemocrazia tedesca e socialisti italiani: 1875-1895, Feltrinelli, Milano 1961.
L. Cortesi, La costituzione del Partito socialista italiano, Avanti!, Milano 1962.
F. Turati, Socialismo e riformismo nella storia d'Italia. Scritti politici 1878-1932, Feltrinelli, Milano 1979.
F. Livorsi, Turati. Cinquant'anni di socialismo italiano, Rizzoli, Milano 1984.
N. Siciliani de Cumis, Scritti liberali, De Donato 1981.
G. Berti, Per uno studio della vita e del pensiero di Antonio Labriola, Roma, 1954
S. Neri, Antonio Labriola educatore e pedagogista, Modena, 1968.
D. Marchi, La pedagogia di Antonio Labriola, Firenze, 1971.
R. Martinelli, Antonio Labriola, Roma, 1988.

 
(1)https://library.weschool.com/lezione/vincenzo-gioberti-antonio-rosmini-francesco-de-sanctis-idealismo-positivismo-spiritualismo-19756.html

(2) di Andrea Battistini - Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia (2012)




Eremo Rocca S. Stefano lunedì  8 giugno 2020


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