lunedì 22 giugno 2020

GRAMSCIANA : La sovranità della legge




(Avanti! ediz. piemontese 1° giugno 1919, anno 23 n. 151).

Oggi il popolo italiano dovrebbe festeggiare il 71° anniversario dell'avvento al potere della sovranità della legge. Da settantun'anni gli italiani non sono più schiavi alla mercé dei poteri irresponsabili dello Stato; il buon piacere e l'arbitrio sono spariti dalla scena sociale: la società è società di "cittadini", uguali per i diritti e per i doveri, ugualmente tutelati e garantiti dalla Carta fondamentale del regno. Questo dovrebbe essere il giorno del popolo, il giorno consacrato alla libertà e al progresso.
L'irrisione non potrebbe essere più atroce dopo, cinque anni di guerra e di regime dei decreti. Tutte le garanzie di libertà sono state soppresse; ogni sicurezza, ogni normalità di vita giuridica è scomparsa. Lo "Stato" è ridiventato l'arbitro supremo dei nostri destini, della nostra vita elementare fisiologica e della superiore vita spirituale. Lo "Stato", cioè i detentori attuali del potere governativo; il presidente del Consiglio dei ministri, col sistema amministrativo che ne dipende ; la gerarchia dei prefetti, sottoprefetti, questori, vicequestori, delegati, questurini. Un questurino "vale" oggi politicamente più di un deputato; il questurino è una parte del potere, il deputato è una finzione giuridica.
(una riga censurata)
La società è diventata una sterminata caserma, retta dall'irresponsabilità nel disordine e nel marasma: tutte la attività cittadine sono controllate, crivellate, sistemate (!), rovinate d'autorità. Il mito antisocialista dello Stato-caserma è diventato una terribile asfissiante realtà borghese, che spinge la società a un abisso di indisciplina, di frenesia, di marasma omicida.(1) Siamo costretti in una camicia di forza che ci fa diventare pazzi ed esasperati.
Tutto ciò era nell'ordine fatale degli avvenimenti storici. Lo Statuto - finzione giuridica della sovranità imparziale e superiore della legge votata dai rappresentanti del popolo - fu in realtà l'inizio della dittatura della classe possidente, la conquista "legale" del potere supremo dello Stato [da parte della classe possidente]. La proprietà privata divenne istituto fondamentale dello Stato, garantito e tutelato sia contro gli arbitri del sovrano che contro le invasioni dei contadini espropriati. Con lo Statuto si toglie al re ogni potere di intervenire nella regolamentazione delle questioni di proprietà privata, anzi la dinastia viene legata alla fortuna della proprietà privata. La società viene sciolta da ogni vincolo collettivo e ridotta al suo elemento primordiale: l'individuo-cittadino. (2) È l'inizio del dissolversi della società corrosa dagli acidi mordenti della concorrenza: denti di drago vengono seminati tra gli uomini e ne giganteggiano le passioni frenetiche, gli odi incolmabili, gli antagonismi irriducibili. Ogni cittadino è un gladiatore, che vede, negli altri, nemici da abbattere o da sottomettere ai suoi interessi. Tutti i vincoli superiori di amore e di solidarietà vengono dissolti: dalle corporazioni artigiane e dalle caste fino alla religione e alla famiglia. La concorrenza viene instaurata come fondamento pratico del consorzio umano: l'individuo-cittadino è la cellula della nebulosa sociale, elemento irrequieto e inorganico che non può aderire a nessun organismo. Su questa inorganicità e irrequietezza sociale si basa appunto il concetto di sovranità della legge, concetto puramente astratto, potenziale truffa della buona fede e dell'innocenza popolare. Concetto antisociale, perché immagina il "cittadino" in eterna guerra con lo Stato, pone gli uomini come nemici perpetui e implacabili dello Stato, che è il corpo vivente e plastico della società e quindi pone gli uomini come nemici di se stessi: lo Statuto è la codificazione del disordine e del marasma antiumano.(3)

Riconosciuto giuridicamente come una perpetuità il principio della società borghese, si inizia l'era del proletariato. Il proletariato nasce come protesta del divenire storico contro ogni irrigidimento e ogni impaludamento del dinamismo sociale. La critica marxista alla economia liberale è la critica al concetto di perpetuità degli istituti umani economici e politici: è la riduzione a storicità e contingenza di ogni fatto, è una lezione di realismo agli astrattisti pseudo-scienziati, difensori delle casseforti.
I proletari vengono inizialmente beneficati dalla concorrenza borghese: acquistano il diritto di muoversi e di vendere a migliori condizioni la loro forza-lavoro. Ma questa "libertà" si rivolge subito contro il proletariato: il lavoratore diventa una merce assoggettata a tutti i contraccolpi del mercato, senza garanzia, senza sicurezza per la sua vita, per il suo domani; le condizioni del salariato diventano peggiori di quelle dello schiavo e del servo della gleba.(4) La sua fame, la sua disoccupazione, il pericolo che egli corre di morire di inedia diventano altrettanti numeri nel gioco della concorrenza capitalista: le casseforti si impinguano del sangue dei lavoratori, Io splendore di civiltà suscitato dal capitalismo nasconde una tragica realtà di larve doloranti, di barbarie, di iniquità senza confini.
Il movimento operaio è la riscossa spirituale dell'umanità contro i nuovi e spietati feudatari del capitale; è la reazione della società che vuole ricomporsi in armonico organismo solidale e retto dall'amore e dalla pietà. (5) Il "cittadino" viene rinnegato dal "compagno"; l'atomismo sociale viene rinnegato dall'organizzazione. Nascono spontaneamente le cellule del nuovo ordine, aderiscono, fondano più vaste stratificazioni solidali. Il potere malefico della "libertà" viene limitato e controllato; il dominio dei capitalisti nell'officina viene circoscritto. L'operaio si conquista un po' di autonomia, un po' di libertà effettiva. Egli non è più uno contro tutti: è socio di collettività che si ingranano in sempre più vaste e potenti collettività, che coprono di una fitta rete tutto il globo. La concorrenza si inizia su una nuova base e su una scala gigantesca: invece che di individui è concorrenza di classi: una nuova classe mondiale si pone contro lo sfruttamento di tutte le classi nazionali borghesi per espropriarle dei mezzi di produzione e di scambio, della proprietà privata e nazionale del suolo e del sottosuolo, dei porti, dei fiumi, degli oceani. L'urto formidabile dà una scrollata a tutta la superstruttura giuridica del capitalismo, accelera il processo di disfacimento e di disordine. Ogni finzione giuridica cade: la libertà viene soppressa, il Parlamento viene chiuso, le garanzie individuali cadono, è una confusione, uno strepito, un marasma senza confini. Dietro l'apparenza della più rigida disciplina, per cui si è ridotta la società umana a una mefitica caserma, regna l'arbitrio e la più spudorata slealtà.
E oggi tutti i violatori dello Statuto, tutti i "cittadini" che hanno giurato di "osservare fedelmente Io Statuto e le altre leggi dello Stato per il bene inseparabile del re e della patria" e quotidianamente si fanno strame della libertà individuale, oggi festeggeranno l'avvento della libertà, della sovranità della legge, del "cittadino". Atroce irrisione che non per molto tempo ancora durerà, perché al "cittadino" si sostituirà il "compagno", alla libertà individualista si sostituirà la libertà sociale, al disordine l'organizzazione, allo Stato della menzogna e della slealtà lo Stato sociale del lavoro e della solidarietà.”

In un momento in cui  nascono perplessità di fronte a comportamenti e accadimenti nel mondo della magistratura raccontati  dalle cronache è utile riflettere su questi pensieri di Gramsci  e su questa breve esposizione  sulle degenerazioni della divisione dei poteri nel moderno stato liberale . 

Nel suo onesto scetticismo, David Hume riconosceva i limiti della natura umana, e da bravo britannico, come il suo contemporaneo Edmund Burke, anteponeva i limiti della prudenza a quelli dell’azzardo filosofico e sociale, così come si limitava ad accettare l’uomo tanto nelle sue brutture quanto nei suoi pinnacoli di sublimità prometeici; fedele alla virtù britannica e liberale della prudenza, non si spinse mai a teorizzare alcun “uomo nuovo”, diversamente da molti suoi contemporanei e posteri nati invece tra le braccia del Continente. Negando, contrariamente a John Locke, alcun connotato paradisiaco originario allo Stato di Natura, il pensatore britannico si opponeva radicalmente alla tradizione giusnaturalistica liberale affermando, certamente più vicino al vero, che alla luce delle conoscenze storiche e dell’evidenza dell’attualità dell’Europa del tempo, l’origine del potere affondava più nella violenza e nella sopraffazione che non in uno stato paradisiaco pre-moderno successivamente decaduto per colpa dell’affermarsi delle società. L’occhio disincantato del pensatore scozzese si guardava bene dal riconoscere alla specie umana qualsiasi connotato che la predisponesse ad una qualsivoglia ascesi in senso positivo: l’uomo è e rimane ciò che è, e la sua malvagità e la sua cupidigia sono e saranno sempre elementi costitutivi del suo essere tanto quanto lo saranno l’onestà e tutte le più alte disposizioni dell’animo. Essendo gli aspetti negativi della natura umana ineliminabili, l’uomo, secondo Hume, ha codificato una serie di strumenti, norme e figure per tenerli a bada: per questo sono nate le società. La società nasce dunque sotto forma di collaborazione tra strutture in grado di frenare l’uomo malvagio, più che da un patto per tutelare le libertà dell’uomo onesto. La differenza tra le due sfumature, a prima vista assolutamente poco significativa, si acuisce se si guarda più da lontano al giudizio sulla natura umana che ne traspare. Da un lato, quello giusnaturalistico lockiano, un generico ottimismo sul fatto che si possa tornare, emendando le degenerazioni dei dispotismi, ad uno stato di natura di completa armonia tra gli individui, dall’altro la disincantata necessità di dover gestire un animale, l’uomo, palesemente non in grado di vivere in pace senza le dovute costrizioni. Per Locke dunque la società emerge sulla base della fiducia, mentre per Hume sulla base del suo contrario. E’ l’approccio generalmente scettico del filosofo di Edimburgo a dare una profonda influenza alla tendenza di affidare un ruolo sempre più pesante alle magistrature a scapito del potere legislativo ed esecutivo. Per Hume, il governo deve essere libero, ed il potere deve essere il medesimo di quello di un monarca del suo tempo, ma deve però essere frazionato tra diverse componenti e sottopoteri. E’ l’origine del concetto liberale di divisione dei poteri, che tanta fortuna avrà in Europa nei secoli successivi. 

 Con lo scopo di mantenere separati questi poteri l’uno dall’altro, ovvero al fine di evitare una concentrazione di poteri (anche nel popolo!) in grado di portare ai dispotismi, Hume attribuiva grande importanza alle leggi, secondo una formula, enunciata ne Della libertà civile” che prevede che si affermi “un governo di leggi, e non di uomini”. La ripresa dello stilema aristotelico che vede l’uomo sottomesso alle leggi, non va considerata però come l’affermazione di un potere normativistico spersonalizzante. La sovranità appartiene agli uomini, ma solo in quanto deleganti la loro sovranità alle istituzioni stesse, che si muovono al ritmo delle leggi. Il primato del legislativo sull’esecutivo sarà anch’esso un caposaldo del pensiero liberale, destinato a far scuola più o meno in tutte le nazioni europee; emerge però chiaramente la problematica che pone l’accento sull’interpretazione delle leggi stesse, e su quanto esse possano essere, dal momento che vengono promanate, neutrali, e non pregiudicate da schemi ideologici preimpostati.

Si tratta di un vulnus abbastanza vistoso (seppur non ai tempi di Hume) all’interno del pensiero politico liberale, che ancora contrapponeva semplicemente libertà e dispotismo, ma che era ancora poco avvezzo a differenziare le varie strade con la quale la libertà stessa andava perseguita, o ancor di più dalla problematica su cosa fosse la vera libertà. Ne consegue, che nello Stato liberale moderno i poteri si frenano tra loro, ma “uno frena più degli altri”, e questo potere, dovendo interpretare le leggi stesse, costituendo cioè la cinghia di trasmissione tra il Legislativo (nominalmente sovrano) e l’Esecutivo, detiene un reale potere di veto su tutti gli altri, malgrado le ottimistiche aspirazioni dei contemporanei di Hume.

Dello stesso parere era Montesquieu, il quale sarà il vero e proprio cristallizzatore della dottrina della separazione dei poteri, attribuendo, ne “Lo spirito delle leggi” un ruolo centrale ai cosiddetti poteri intermedi. I poteri intermedi, più che entità politiche nel vero senso della parola, erano, per il pensatore francese, i rappresentanti di quelle classi pensanti ed agiate in grado di far “scorrere” il potere tra un ganglo istituzionale e l’altro, quella che oggi chiameremmo la società civile. Preoccupato però solo del dispotismo, Montesquieu non si curò troppo delle conseguenze di una colonizzazione ideologica della società civile stessa, probabilmente immaginando che altri contrappesi istituzionali avrebbero impedito un’eccessiva ideologizzazione degli ambiti della vita pubblica destinati invece a rimanere neutrali. Per Montesquieu il grande nemico è il dispotismo, e tutto il suo sforzo intellettuale si concentra nella creazione di un sistema politico a compartimenti stagni dove ogni sfera di potere, autonoma, possa avere diritto di veto sulle altre, incoraggiando così il compromesso e mettendo a lato le politiche decisioniste ed accentratrici, viste come naturalmente esclusive.

Ma il dispotismo, lo vediamo, rientra dalla finestra, dal momento che la guerra rivoluzionaria della prassi gramsciana di colonizzazione ideologica di quei poteri intermedi mette le mani su quel potere che i liberali hanno eletto a supremo esegeta dello “spirito delle leggi”, ovvero quello giudiziario. In poche parole, è teoricamente vero che la tripartizione di Montesquieu fa sì che nessun potere possa essere sopraffatto dall’altro, ma è anche vero che il potere di “intrepretare” le leggi detiene un incredibile influenza sull’esecutivo, se tale potere diventa fazioso, ovvero qualora scendesse dall’Olimpo della neutralità per farsi militante. La “militanza” dei poteri è una prassi non presa in considerazione dai primi pensatori liberali, ai quali lo stesso concetto di “ideologia” era sconosciuto, ma che costituisce un vulnus riconosciuto del sistema politico attuale. Se dunque si individua il nocciolo centrale che può revocare o sabotare i provvedimenti dei governi, sarà necessario e sufficiente conquistarlo culturalmente per imporre la propria coloritura ideologica ad uno Stato concepito per essere neutrale. Occorre in sostanza inoculare un virus all’interno dei flussi di potere che poi vadano a intaccare metastaticamente i tre poteri, compreso il “deposito delle leggi” ovvero l’istituzione parlamentare stessa. Quando questo avviene, i poteri ricominciano ad aggregarsi, mettendo fine al sistema liberale stesso o mantenendolo soltanto in forma esteriore, svuotandolo del suo significato reale. Ancora una volta la storia sembra dar ragione al troppo sottovalutato Burke, il quale sosteneva che ogni rivoluzione, e quella del 1968 lo fu, apre la strada ad una tirannia, e sembra davvero che la tirannia di oggi sia tanto larvata tanto quanto lo fu la rivoluzione che ne sancì l’inizio. (6) 

NOTE
1. Gli antisocialisti andavano proclamando che il comunismo se fosse prevalso avrebbe trasformato la società in una caserma (anni più tardi questa immagine denigratoria del comunismo verrà illustrata nelle opere La fattoria degli animali e 1989. La denigrazione è ancora oggi moneta corrente.
Gramsci illustra qui un principio che ritorna spesso nei suoi scritti: una disciplina imposta dall'esterno, non corrispondente alla reale natura dei rapporti che connettono tra loro i membri della società cui è imposta, genera in realtà, sotto l'apparente ordine, "un abisso di indisciplina, di frenesia, di marasma omicida". Questo principio rispecchia la situazione dei paesi imperialisti: più sono apparentemente ordinati, più sono realmente un marasma.
2. Nella società feudale il vincolo sociale esisteva nella forma di comune sudditanza al principe, come comune legame di dipendenza personale dal feudatario, dal prelato, da capo-corporazione, che Dio aveva investito del suo ruolo. Così si era formato, storicamente, il vincolo sociale tra gli abitanti dei paesi dell'Europa occidentale dove si sviluppa il capitalismo.
Il termine "primordiale" impiegato da Gramsci è improprio. Fa pensare che la società primitiva fosse costituita da individui-cittadini. In realtà è la borghesia che mette al mondo l'individuo-cittadino, finalmente libero da rapporti di dipendenza personale e di appartenenza alla famiglia, al clan, alla tribù, all'orda. La produzione mercantile semplice costituisce l'individuo come essere libero, che si rapporta agli altri solo nello scambio. Il suo legame sociale è lo scambio con le varie forme e i vari strumenti ad esso connessi. Ciò rende possibile un legame universale, non più condizionato dal sangue, dalla nascita, dallo spazio, dal rapporto personale e dalle qualità individuali. Questo passaggio storico è ben illustrato da K. Marx nella prima parte dei Grundrisse.
3. Tutta questa descrizione che Gramsci fa della condizione borghese è unilaterale e antistorica. Gramsci vede solo i limiti della condizione borghese, i motivi del suo carattere caduco. Trascura il progresso che essa costituiva rispetto alle precedenti condizioni umane e le basi che essa gettava per un ulteriore necessario progresso.
Questi concetti sono meglio illustrati nel Manifesto del partito comunista del 1848.
4. Vedere quanto scrive Engels in Principi del comunismo (1847) domande 7 e 8, circa il confronto tra la condizione del proletario moderno e quella dello schiavo e del servo della gleba (Marx Engels, Opere complete Ed. Riuniti vol. 6).
5. Qui ricompare la concezione antistorica di una società e di una umanità che nel capitalismo sarebbero decadute (avrebbero perso la loro "vera" natura) e che cercano di riconquistare la perduta natura. Il marxismo ha mostrato che il comunismo non è il ritorno ad uno stato originario "primordiale"), ma lo sviluppo necessario delle condizioni e delle contraddizioni create dal capitalismo, a cui succede.
6. Marco Malaguti GRAMSCI CONTRO HUME: un duplice collasso in atto https://www.progettoprometeo.it/gramsci-contro-hume-un-duplice-collasso-in-atto/

Eremo Rocca S. Stefano lunedì  22 giugno 2020 
















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