mercoledì 3 giugno 2020

DIARIO DEL CERCHIO Diritto costituzionale all’istruzione e alla formazione in tempo di coronavirus tra riforma, innovazione, cambiamento ( III parte )




 Dieci miliardi di tagli al bilancio di scuola e università tra il 2008 e il 2012. Otto miliardi e cinquecento milioni di tagli alla scuola (il 10,4 per cento del budget complessivo) e 1,3 miliardi di euro all’università (su un totale di 7,4 miliardi nel 2007, 9,2%), per la precisione. A tanto ammonta il salasso delle politiche dell’austerità volute dall’ex ministro dell’Economia Tremonti quello che diceva che con la cultura non si mangia  e dalla ministra Maria Gemini quella che pensava al tunnel tra il laboratorio del Gran Sasso e il Cern di Ginevra.

Un taglio epocale per rispondere alle esigenze  del pareggio di bilancio . Un pareggio di bilancio  che  ha fornito l’alibi per  finanziare con questo tesoro espropriato all’istruzione , come affermava Roberto Ciccarelli  26 marzo 2013 su Il Manifesto  (1), i «capitani coraggiosi» che, secondo Berlusconi, avrebbero salvato l’Alitalia dall’acquisizione di Air France. Cosa avvenuta anni dopo. I francesi hanno già in mano il 25% della compagnia di bandiera che barcolla continuamente  sull’orlo del fallimento .
La Commissione europea già dal  2013 con un suo report aveva fatto la fotografia della scuola italiana. Lo studio continua  Ciccarelli nell’articolo sopra citato : “ …quantifica, almeno in percentuali ma non con i dati assoluti, l’entità dei tagli all’istruzione del governo di centrodestra e di quello «tecnico». Tagli che hanno prodotto il sacrificio di quasi 100 mila cattedre in tutti i gradi delle scuole, dalla materna alle superiori. Nel frattempo è aumentato il rapporto tra insegnanti e alunni, sia nella scuola che nell’università. Questa è la causa principale dell’aumento delle «classi pollaio»: il taglio dei docenti non ha fermato l’aumento del numero degli studenti.In Italia, il numero degli insegnanti è calato dell’11,1%, mentre in Germania è aumentato del 13%, in Finalandia del 12,9%, in Svezia del 21,9%). Le loro retribuzioni sono state congelate o ridotte in 11 paesi, e il nostro paese mantiene un solido primato negativo. Peggio hanno fatto solo la Grecia (dove il taglio all’istruzione è stato del 20%) e la Slovacchia (15%). Il taglio degli insegnanti, e quello ai bilanci, ha prodotto la chiusura o l’accorpamento di scuole, come dei corsi di laurea per ragioni meramente di bilancio, non per l’efficienza propagandata.L’atto di accusa della Commissione è inequivocabile: «La riduzione del numero degli insegnanti in Italia è una conseguenza e un risultato programmato di una riforma, la legge 133/2008, approvata nell’estate del 2008, prima del consolidarsi della crisi». La stessa tempistica è stata rispettata dalla Gran Bretagna dove l’istruzione ha subito lo stesso, programmatico, ridimensionamento. Androulla Vassilou, greca, commissario europeo all’Istruzione, sollecita a nuovi investimenti nella formazione terziaria per rimediare alla disoccupazione giovanile e rispondere alla «concorrenza globale». (2)

Ma la scuola italiana  a cominciare da quella elementare  che viene istituita con la  legge Casati, promulgata nel Regno di Sardegna nel 1859 poi estesa al Regno d’Italia nel 1861, che obbligava ad una frequenza di tre classi  per imparare a scrivere leggere e far di conto , da allora ha avuto  vicende  che  in questo breve spazio  sarebbe impossibile richiamare articolatamente. L’unica certezza che fu sempre oggetto di lotte, riforme e controriforme . A cominciare  dalla l battaglia per la piena scolarizzazione contenuta nella legge Coppino (1877) che affida la vigilanza ai provveditori agli studi e prosegue la lotta dello stato postunitario contro l’analfabetismo che nel 1861 interessava il 74% dei cittadini, e per migliorare la qualità, assai carente, dell’insegnamento magistrale.
Da i programmi del 1888, preceduti dalle Istruzioni del pedagogista Aristide Gabelli alla riforma disegnata dal filosofo neoidealista Giovanni Gentile insieme a Giuseppe Lombardo Radice,per  collocare  la scuola italiana in una “ nuova prospettiva, organica e unitaria, opposta alla precedente concezione positivista dell’individuo e della scuola.”E poi  dalla    scuola elementare attivista (1955) a quella cognitivista (1985) .In una società  quella italiana degli anni ’80 che  era profondamente diversa da quella degli anni ’50: è industrializzata, pluralista sul piano degli stili di vita, consumista, ampiamente scolarizzata (l’80% dei ragazzi prosegue gli studi secondari dopo la terza media). I programmi del 1985 costruiscono una scuola che passa dal personalismo cattolico all’umanesimo laico, pluralista, fondato sui principi costituzionali (con il concordato del 1984, la Chiesa aveva rinunciato a proporsi come religione di stato (3)

l provvedimento istitutivo della scuola media unica, triennale, gratuita e obbligatoria è una legge di primaria importanza per la scuola italiana che sancisce la fine della segregazione di classe iniziata col fascismo e lo sforzo più importante per la costruzione dell’uguaglianza sociale.La nuova scuola media nacque per fornire a tutti le stesse opportunità educative, anche se fu proprio questo sforzo a far risaltare le differenze cognitive esistenti tra le diverse classi sociali, generate dal diseguale accesso alle fonti culturali, accentuate dalle diversità linguistiche. È questa, infatti, la scuola della dispersione e dell’umiliazione dei poveri contro cui insorgono Don Milani ed altri.Si arriva così attraverso La riforma del 1973, i Decreti delegati, La legge 4 settembre 1977 n. 517 ai nuovi programmi per la Scuola Media del 1979 agli anni novanta e all’autonomia scolastica
Ma i governi di centrodestra, con Letizia Moratti come Ministro dell’Istruzione,  indicarono  negli Stati Generali istruzione che si svolsero a Roma nel dicembre 2001, l’inversione di rotta rispetto al governo di centrosinistra.Le idee di fondo dei progetti del centrodestra (iniziati dalla Moratti e completati dalla Gelmini) si possono sintetizzare nella volontà di ridimensionare gli interventi dello Stato nelle politiche sulla formazione in nome della libertà di scelta delle famiglie e della libera concorrenza tra scuola pubblica e scuola privata.Per il centrodestra la scuola ha un costo eccessivo, ci sono troppi insegnanti, ci sono troppi sprechi e, soprattutto, le ore di scuola settimanali sono troppe: da qui la necessità di semplificare e riordinare l’intero sistema dell’istruzione riducendo progressivamente le risorse finanziarie da destinare ai progetti, al tempo prolungato e al tempo pieno. Viene varata quindi la legge 53/2003, meglio nota come riforma Moratti, che abroga la 30/2000 che si prefigge di adattare la scuola alle attese del mondo del lavoro (con le 3 di Inglese, Informatica, Impresa in enfasi) e, sul piano didattico, sul modello personalista riconoscendo alla persona un ruolo centrale e ponendo le istituzioni scolastiche al suo servizio.
Centocinquanta anni di scuola italiana hanno dimostrato come essa sia oggi una finestra sul declino della società italiana, come sia uno specchio dei mali che affliggono questo paese .

In una situazione che una ricerca  dell’ OCSE-PISA, Programme for International Student Assessment, pubblicata nel 2019  così descrive : “…sono più di 100.000 su un totale di quasi mezzo milione,il 20%, gli alunni di 15 anni, provenienti per lo più da contesti svantaggiati,  che non raggiungono i livelli minimi di competenze in matematica e lettura in Italia; dati confermati anche dai risultati delle prove Invalsi 2017. Inoltre in Italia, tra i paesi Ocse, si registra un elevato livello di abbandono scolastico prima della conclusione della scuola secondaria superiore, con circa il 50% in più  rispetto alla media degli altri paesi. Infine nel Paese si registra una percentuale del 27% dei giovani tra 15 e 19 anni, i quali rappresentano i cosiddetti NEET: non studiano non lavorano e non cercano un lavoro. E il discorso potrebbe continuare…” 

“La scuola italiana è vittima di tagli, disastri e panzane: una malata cronica”. Così scrive Giovanni Iacomini professore di Diritto  ed economia  continuando : “ … La scuola italiana è malata, di una malattia ormai cronica. È nello stesso tempo causa ed effetto di un malessere più generale. Crea disastri e subisce i disastri delle altre istituzioni con cui è intimamente connessa: la famiglia, le autorità civili e religiose – con la loro crisi provocata da una politica culturale inesistente, passata negli ultimi decenni soprattutto per la televisione “deficiente” -, scardinano l’impianto scolastico e sono a loro volta scardinate da una formazione (un’educazione, nel senso che gli inglesi danno al termine) carente da tutti i punti di vista.(…) Da noi si investe in istruzione, ricerca e sviluppo una percentuale del Pil irrisoria rispetto ad altri contesti, che negli ultimi tempi sono cresciuti a ritmi ben più elevati. Abbiamo avuto diverse riforme della scuola, più o meno una ogni governo che si è succeduto (di destra e sinistra senza distinzioni). Se la riforma Gentile, che fu approvata in epoca fascista e di quel regime fotografava e tramandava i valori e i limiti, aveva una sua idea di fondo ed è durata fino ai nostri giorni, negli ultimi anni ogni ministro ha voluto la sua riforma, dimostrando un respiro talmente corto che la Berlinguer non è sopravvissuta neanche alla successiva Moratti, quindi alla Gelmini, alla “buona scuola”, lasciando per lo più segni marginali limitati a aspetti secondari degli esami di maturità o di riparazione. In nessun caso si sono voluti affrontare i problemi seri, che incidono nel profondo della nostra crisi.È parso che, più che nel ministero dell’Istruzione, le norme fossero dettate da quello dell’Economia, dove si cercavano appunto “economie” per permettere ai governi di rientrare nei parametri sottoscritti per il rispetto dei vincoli di bilancio interni e internazionali. Una politica dalle prospettive sempre più ridotte …”
Una società che taglia fuori dalle sue prospettive la scuola  è una società  con prospettive sempre più ridotte. Ed è quello che ora, in questo momento storico bisogna evitare  assolutamente perché ne va di mezzo  il futuro . Quel futuro che è già cominciato e al quale dobbiamo essere in grado di adeguare  ed adeguarci  per non tornare indietro  con un capitombolo che è poi solo …suicidio.


(2) Roberto Ciccarelli Il Manifesto  26 marzo 2013

Eremo Rocca S. Stefano  mercoledì 3 giugno 2020

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