giovedì 11 giugno 2020

STORIE E VOCI DAL SILENZIO La “vecchiaia” di Seneca




Seneca nelle lettere (Ad Lucilium, 1. 12) scrive:  “Dovunque io mi volgo, vedo i segni della mia vecchiaia. Ero andato nella mia villa suburbana e mi lagnavo delle spese necessarie per la casa che si va disfacendo. Il castaldo mi disse che non era colpa della sua negligenza e che egli faceva anzi tutto il possibile per evitare il male, ma purtroppo la villa era vecchia. Ed io nn posso a meno di pensare che la villa è nata e cresciuta per opera mia: ed allora che avverrà di me, se già così si sgretolano che questi sassi che hanno l'età mia? Adirato contro di lui afferro la prima occasione per litigare. "E' evidente", dico, "che questi platani sono trascurati, non hanno fronde. E come sono nodosi e secchi i rami, e come tristi e ruvidi i tronchi! E tutto questo non avverrebbe se qualcuno pensasse a scavare un pò intorno e ad irrigarli". Quegli giura che ha sempre fatto tutto il possibile, che non ha cessato di prodigare loro ogni cura; ma sono alberi assai vecchi. Ebbene, sia detto fra noi, avevo io stesso piantato quei platani e ne avevo veduto poi le prime foglie. Mi volgo verso la porta e "chi è costui?" chiedo, "questo vecchio decrepito?" Ma non mi riconosci?'"Interrompe il vecchio, "io sono Felicione, al quale tu solevi portare le statuette nelle feste sigillari; sono il figlio del castaldo Filosito..."
In quasi tutta l’opera di Seneca si trova il riferimento alla vecchiaia anche se Seneca, detesta vecchiaia e vecchi: “Nihil turpius quam senex vivere incipiens”. E ancora: “Turpis et ridiculosa res est elementarius senex”.
Nell ’Epistulae morales ad Lucilium  104, 1-8  Seneca parla della sua malattia er la quale  si ritira in campagna. All’inizio la lettera presenta un carattere immediato di  confessione e comunicazione. Poi il discorso si allarga sul senso della malattia e della vecchiaia.

“Sono andato nel mio podere nomentano per sfuggire indovina a cosa? Alla città?
No, a una febbre che si è insinuata dentro di me e mi ha preso la mano. Il medico diagnosticava l’inizio di una malattia per via di un polso irregolare, incerto, turbativo delle funzioni normali. Subito ho fatto preparare la carrozza, non mi sono fatto convincere dalla mia Paolina che cercava di trattenermi: mi sono ricordato del mio Gallione che quando si prese una febbre in Acaia si imbarcò subito dicendo che non era una malattia del corpo ma del luogo.
Questo ho detto alla mia Paolina, che insiste perché io badi alla mia salute. In effetti, sapendo che lei vive e respira assieme a me, comincio a pensare a me stesso per pensare a lei. E benché la vecchiaia mi abbia reso più forte, in questo perdo il beneficio dell’età. Mi viene in mente che in questo vecchio c’è un ragazzo, a cui si usa indulgenza. E dunque poiché non riesco ad ottenere da lei che lei mi ami con più forza, è lei a ottenere da me che io mi ami con più cura.
Agli affetti onesti si deve indulgere e talora, anche in presenza di motivi forti per morire, il respiro deve essere richiamato indietro anche con grande sofferenza, e trattenuto coi denti per amore delle persone care: un uomo onesto deve vivere non quanto vuole ma quanto deve. Chi non pensa che per la moglie o per un amico non valga la pena di continuare a vivere, è uno snob.
È questo che l’animo deve imporsi, quando lo esige l’interesse delle persone care e non solo quando desidera morire, ma perfino quando ha cominciato deve smettere  ed offrirsi ai suoi. 
È proprio di un animo grande, e spesso i grandi uomini lo hanno fatto, tornare a vivere per amore di altri. Ma gesto di grande umanità considero anche quello di custodire più attentamente la propria vecchiaia – il cui massimo vantaggio è proprio quello di badare meno a se stessi e di fare un uso più ardito della vita – se sai che questo è dolce, gradito, desiderato da qualcuno dei tuoi.

C’è in questo una gioia e un compenso grandissimo: che cosa infatti dà più piacere che essere caro a tua moglie al punto tale da diventare per questo più caro a te stesso? E così la mia Paolina mi può addebitare non soltanto le sue paure, ma anche le mie.
Mi chiedi come è andata questa idea di partire? Non appena ho lasciato la pesantezza della città e quell’odore di cucine fumanti che emanano vapori pestilenziali assieme alla polvere, ho subito cominciato a sentirmi guarire. Quante forze pensi che abbia recuperato, appena giunto al vigneto? Lasciato libero al pascolo, mi sono gettato sul mio cibo e ho recuperato me stesso. Non mi è rimasto quel torpore di un corpo incerto e incapace di ragionare. Comincio a lavorare con tutto il mio animo.
In questo il luogo non c’entra molto, se l’animo non è padrone di se stesso:
in questo caso, è capace di trovare solitudine anche in mezzo agli affari; ma chi
sceglie i luoghi per trovare pace, troverà vincoli dappertutto. A un tale che si lamentava che le passeggiate non gli erano giovate per niente, Socrate rispose: “Ti sta bene, perché passeggiavi in compagnia di te stesso”.
Quanto bene farebbero alcuni ad andare lontani da se stessi! Si vessano, si angosciano, si corrompono, si spaventano da soli. A che serve passare il mare e cambiare città? Se vuoi sfuggire a quello che ti tormenta, non devi essere da un’altra parte; devi essere un altro tu.
Pensa di essere andato ad Atene, a Rodi; scegli a tuo piacimento la città: che importa quali sono i suoi costumi? Ci porterai i tuoi.”

Scrive Gianrico Manzoni  in “ Il tema della vecchiaia in Seneca “ su I Commentari dell?Ateneo di Brescia ,1992, :  “La riflessione di Seneca sul tema della vecchiaia trova naturale collocazione all'interno dell'indagine sul significato del tempo; questa poi non è a sé stante, ma si colloca, sia pure in posizione originale, nell'ambito della speculazione stoica in materia.”(…)La riflessione sul tempo percorre l'intera produzione anche se in misura disomogenea: persino pagine che sembrano, per l'oggetto trattato, portare in tutt'altra direzione, riservano al lettore la possibilitàd'incontrare uno spunto su questa materia.”(…) “Occorre dunque insegnare all'uomo che cosa sia il tempo, rammentargli non tanto la tripartizione tra passato , presente e futuro, quanto invece che di questi solo il primo appartiene a ciascuno di noi. Il presente che stiamo vivendo è breve, il futuro è incerto, mentre il passato è ben saldo. Mentre gli occupati vivono nel presente e per il presente, il saggio comprende di possedere solo il passato: non è vero che anch'egli non si sforzi di dare un senso e una motivazione al presente, è vero invece che il presente per una natura è così breve che non possiamo afferrarlo: quod agimus breve est (10,2); tam breve est, ut arripi non possit (10,6). L'antitesi dunque è tra presente e passato, tra coloro che si sentono occupati e chi invece totus suus est; ai primi (dei quali suus nemo est, 2,4) interessa il presente, ai secondi il passato . Ai primi è riservata dunque una vita intessuta di angosce e d'insoddisfazioni (l'elenco percorre passim l'intero De brevitate vitae),mentre i secondi osservano dall'alto, come il sapiens tradizionale, che è stoico ma anche epicureo, se si pensa al suave mari magno di Lucrezio, le miserie degli uomini, i loro affanni, dai quali sono ora liberati. Conclude il Grilli: ... i primi non hanno passato e finiscono col non avere presente, i secondi dal passato riflettono una gioia serena sul presente. Dicevamo che il saggio giudizialmente non rifiuta l'interesse sul presente: minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris (epist.1,2), ma non può che constatarne la labilità. “(..)


“…E’ soprattutto nelle avversità della vita che si rivela quella saldezza d'animo che solo la vecchiaia possiede. Così avvenne che nell'epist.104,1 ss. Seneca, ormai vecchio, sarebbe in grado di resistere agli inconvenienti derivanti da una febbriciattola, ma rinuncia alla capacità di sopportazione che l'età gli ha conferito, per una forma di riguardo nei confronti della giovane moglie Paolina, di lui più giovane di una ventina d'anni. Sapendo che la vita di lei dipende da lui, Seneca decide di cambiare aria e di attenersi alle prescrizioni mediche. Ecco perché può esclamare nell'Epist. 70,2, di vivere gli optimos annos senectutis: è la fine della fuga del tempo, la conquista di un approdo sicuro. Scrive a Lucilio: "Abbiamo compiuto, o Lucilio, la traversata per mare della nostra vita, e come in mare, come scrive il nostro Virgilio, le terre e le città si allontanano così, in questo corso rapidissimo del tempo, prima abbiamo perso di vista l'infanzia, poi l'adolescenza, poi l'età che è intermedia tra la giovinezza e la vecchiaia, posta al confine di entrambe, infine gli ottimi anni della vecchiaia stessa...

La vita conduce alcuni molto velocemente alla meta, cui bisognerebbe arrivare indugiando, altri li consuma e logora a poco a poco... Però ciò che è bene non è il vivere, ma il vivere bene.” Vivere bene dunque: vivere dando un senso attivo all'esistenza, ma non vanamente protesi alla ricerca di ciò che non ci appartiene; vivere avendo come meta quella vecchiaia che non è uno scoglio, ma il porto a cui tendere. In questo senso, in questa prospettiva, che dà un senso e un valore all'età, possiamo rivedere anche la famosa Epist. 12, che proprio di questo problema si occupa, muovendo da constatazioni tristi sulla fuga temporale e sulla conseguente labilità della vita umana. Seneca parte dalle consuete considerazioni negative sulla fatiscenza della villa in cui si trova, delle piante che l'adornano, infine della sua personale età avanzata.

Ma la constatazione si tramuta presto (12,4 ss.) in una forma di gratitudine: la villa gli ha consentito una riflessione sulla sua vita, ora giunta in uno stadio avanzato e perciò, proprio in quanto tale, da apprezzare. Essa è infatti la parte più dolce dell'esistenza, il sapore più forte del frutto, il momento della vittoria sulle passioni. Accanto ad essa, nella valutazione serena e positiva della vecchiaia, può essere collocata l'Epist. 93, nella quale il filosofo scrive chiaramente che ciò che gli interessa è la qualità della vita, non il numero degli anni. Il numero degli anni infatti dipende dalle circostanze esteriori, il che in una prospettiva stoica le esclude dall'attenzione del soggetto. Il quale invece avrà riguardo delle forme dell'esistenza, che raggiungerà nella vecchiaia la qualità della saggezza. Scrive Seneca nel paragrafo 8 di questa lettera: "Vuoi sapere quale sia la vita che dura più a lungo? La vita che dura fino all'acquisto della saggezza. Chi l'ha raggiunta non ha toccato la meta più lontana, ma la più importante . E costui si vanti pure con orgoglio e ringrazi gli dèi ed attribuisce a sé stesso ed alla natura il merito di essersi elevato all'altezza di un dio. Infatti a ragione si attribuirà tale merito: ha restituito alla natura una vita migliore di quella che aveva ricevuto " 

Eremo Rocca S. Stefano giovedì 11 giugno 2020
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