In quasi tutta l’opera di Seneca si trova il riferimento alla vecchiaia
anche se Seneca, detesta vecchiaia e vecchi: “Nihil turpius quam senex
vivere incipiens”. E ancora: “Turpis et ridiculosa res est elementarius
senex”.
Nell ’Epistulae
morales ad Lucilium 104, 1-8 Seneca
parla della sua malattia er la quale si
ritira in campagna. All’inizio la lettera presenta un carattere immediato
di confessione e comunicazione. Poi il
discorso si allarga sul senso della malattia e della vecchiaia.
No, a una
febbre che si è insinuata dentro di me e mi ha preso la mano. Il medico
diagnosticava l’inizio di una malattia per via di un polso irregolare, incerto,
turbativo delle funzioni normali. Subito ho fatto preparare la carrozza, non mi
sono fatto convincere dalla mia Paolina che cercava di trattenermi: mi sono
ricordato del mio Gallione che quando si prese una febbre in Acaia si imbarcò
subito dicendo che non era una malattia del corpo ma del luogo.
Questo ho detto
alla mia Paolina, che insiste perché io badi alla mia salute. In effetti,
sapendo che lei vive e respira assieme a me, comincio a pensare a me stesso per
pensare a lei. E benché la vecchiaia mi abbia reso più forte, in questo perdo
il beneficio dell’età. Mi viene in mente che in questo vecchio c’è un ragazzo,
a cui si usa indulgenza. E dunque poiché non riesco ad ottenere da lei che lei
mi ami con più forza, è lei a ottenere da me che io mi ami con più cura.
Agli affetti
onesti si deve indulgere e talora, anche in presenza di motivi forti per
morire, il respiro deve essere richiamato indietro anche con grande sofferenza,
e trattenuto coi denti per amore delle persone care: un uomo onesto deve vivere
non quanto vuole ma quanto deve. Chi non pensa che per la moglie o per un amico
non valga la pena di continuare a vivere, è uno snob.
È questo che
l’animo deve imporsi, quando lo esige l’interesse delle persone care e non solo
quando desidera morire, ma perfino quando ha cominciato deve smettere ed offrirsi ai suoi.
È proprio di un
animo grande, e spesso i grandi uomini lo hanno fatto, tornare a vivere per
amore di altri. Ma gesto di grande umanità considero anche quello di custodire
più attentamente la propria vecchiaia – il cui massimo vantaggio è proprio
quello di badare meno a se stessi e di fare un uso più ardito della vita – se
sai che questo è dolce, gradito, desiderato da qualcuno dei tuoi.
Mi chiedi come
è andata questa idea di partire? Non appena ho lasciato la pesantezza della
città e quell’odore di cucine fumanti che emanano vapori pestilenziali assieme
alla polvere, ho subito cominciato a sentirmi guarire. Quante forze pensi che
abbia recuperato, appena giunto al vigneto? Lasciato libero al pascolo, mi sono
gettato sul mio cibo e ho recuperato me stesso. Non mi è rimasto quel torpore
di un corpo incerto e incapace di ragionare. Comincio a lavorare con tutto il
mio animo.
In questo il
luogo non c’entra molto, se l’animo non è padrone di se stesso:
in questo caso,
è capace di trovare solitudine anche in mezzo agli affari; ma chi
sceglie i
luoghi per trovare pace, troverà vincoli dappertutto. A un tale che si
lamentava che le passeggiate non gli erano giovate per niente, Socrate rispose:
“Ti sta bene, perché passeggiavi in compagnia di te stesso”.
Quanto bene
farebbero alcuni ad andare lontani da se stessi! Si vessano, si angosciano, si
corrompono, si spaventano da soli. A che serve passare il mare e cambiare
città? Se vuoi sfuggire a quello che ti tormenta, non devi essere da un’altra
parte; devi essere un altro tu.
Pensa di essere
andato ad Atene, a Rodi; scegli a tuo piacimento la città: che importa quali
sono i suoi costumi? Ci porterai i tuoi.”
“…E’ soprattutto nelle avversità della vita che si rivela quella saldezza
d'animo che solo la vecchiaia possiede. Così avvenne che nell'epist.104,1 ss.
Seneca, ormai vecchio, sarebbe in grado di resistere agli inconvenienti
derivanti da una febbriciattola, ma rinuncia alla capacità di sopportazione che
l'età gli ha conferito, per una forma di riguardo nei confronti della giovane
moglie Paolina, di lui più giovane di una ventina d'anni. Sapendo che la vita
di lei dipende da lui, Seneca decide di cambiare aria e di attenersi alle prescrizioni
mediche. Ecco perché può esclamare nell'Epist. 70,2, di vivere gli optimos annos
senectutis: è la fine della fuga del tempo, la conquista di un approdo sicuro.
Scrive a Lucilio: "Abbiamo compiuto, o Lucilio, la traversata per mare
della nostra vita, e come in mare, come scrive il nostro Virgilio, le terre e
le città si allontanano così, in questo corso rapidissimo del tempo, prima abbiamo
perso di vista l'infanzia, poi l'adolescenza, poi l'età che è intermedia tra la
giovinezza e la vecchiaia, posta al confine di entrambe, infine gli ottimi anni
della vecchiaia stessa... La vita conduce alcuni molto velocemente alla meta, cui bisognerebbe arrivare indugiando, altri li consuma e logora a poco a poco... Però ciò che è bene non è il vivere, ma il vivere bene.” Vivere bene dunque: vivere dando un senso attivo all'esistenza, ma non vanamente protesi alla ricerca di ciò che non ci appartiene; vivere avendo come meta quella vecchiaia che non è uno scoglio, ma il porto a cui tendere. In questo senso, in questa prospettiva, che dà un senso e un valore all'età, possiamo rivedere anche la famosa Epist. 12, che proprio di questo problema si occupa, muovendo da constatazioni tristi sulla fuga temporale e sulla conseguente labilità della vita umana. Seneca parte dalle consuete considerazioni negative sulla fatiscenza della villa in cui si trova, delle piante che l'adornano, infine della sua personale età avanzata.
.
Nessun commento:
Posta un commento