Scene di
martirio (1583; affreschi; Roma, Santo Stefano Rotondo al Celio)
Nel 1583, il manierista toscano Niccolò Circignani, detto il Pomarancio
(Pomarance, 1530 circa - 1597 circa), ricevette l’incarico di decorare l’ambulacro della basilica di Santo
Stefano al Celio con scene di martirio: quando l’artista finì la sua opera,
aveva realizzato uno dei cicli più cruenti e disturbanti dell’intera storia
dell’arte. Le esecuzioni dei santi non vengono affatto mitigate, anzi, vengono
sottolineati i particolari più sanguinarî e truculenti: sant’Agata è
raffigurata con le tenaglie conficcate nel senso, legata a una tavolaccia dalla
quale non può muoversi, san Primo è colto mentre le fiamme dei suoi aguzzini
cominciano a bruciargli la pelle che comincia già a fumare, ci sono santi
bolliti vivi o sbranati da cani, ma l’apice si raggiunge con il martirio di san
Pietro d’Alessandria, letteralmente fatto a pezzi (con tanto di vistosi
sanguinamenti) da un boia armato di scimitarra.
Allievo
prima di Daniele Da Volterra e poi di
Santit di Tito venne a Roma con
quest'ultimo e lavorò al Belvedere in Vaticano (1562-63). Dopo un periodo di
attività in Umbria, ritornò a Roma negli anni Ottanta e ottenne una serie di
importanti commissioni, tra le quali si ricordano: gli affreschi per S. Stefano
Rotondo raffiguranti scene di martirio di diversi santi, quelli per l'Oratorio
del Crocifisso e per S. Pudenziana (dei quali si è conservata la decorazione
della cupola). Fu suo allievo il figlio Antonio (Città della Pieve ca.
1567-Roma ca. 1630), come lui detto il Pomarancio, la cui opera, anche se di
modi stilistici diversi da quella paterna, è stata con questa spesso confusa.
Lavorò a Roma sotto il pontificato di Urbano VIII e tra le sue opere maggiori
si citano gli affreschi con Storie di Cristo in S. Maria della
Consolazione, gli affreschi e la tavola d'altare della cappella di S. Alberto
nella chiesa di S. Maria in Traspontina.
Scrive Michele Cordaro - Dizionario
Biografico degli Italiani - Volume 25 (1981) : “Nel dicembre dello stesso anno,
(1565) a Orvieto, costituisce con il pittore, fiammingo Hendrich van den Broeck
una società "per l'esercizio della pittura e scultura ed ogni altro lavoro
per lo spazio di un anno" (ibid., p. 196). Nel 1565 sostituisce il van den
Broeck, impegnato a Mongiovino (Panicale), nella decorazione a fresco di una
cappella del duomo di Orvieto (perduta per i rimaneggiamenti ottocenteschi), e
per l'altare della stessa cappella dipinge una tavola con la Guarigione del
gottoso, conservata nel Museo dell'Opera del duomo. Nel 1566 dipinge
un'altra cappella del duomo di Orvieto, quella di S. Nicola, e l'anno
successivo, a Città della Pieve, dove risiedeva abitualmente, sposa Teodora,
figlia di ser Girolamo Catalucci. Dei sei figli avuti da Teodora, il primogenito,
Antonio, sarà anche lui pittore.
L'attività del Circignani in questo
periodo fu certamente intensa. Molte opere sono perdute, ma alcune altre
rimangono, e documentate, a Città della Pieve, a Perugia e in altri luoghi
dell'Umbria. Nel 1568 firma a Perugig, nella chiesa della Maestà delle Volte,
la decorazione del soffitto, della cupola e dei peducci e a Mongiovino
(Panicale), nel 1569, lavora in tre cappelle e dipinge una Resurrezione a
fresco. Nell'agosto del 1570 si lega ad un certo maestro Battista di maestro
Vincenzo in una società per l'esercizio dell'oreficeria a Città di Castello,
dove risulta soprattutto attivo in questo periodo. Di quello stesso anno è un Martiriodi
s. Stefano, oranella Pinacoteca di Città di Castello, ma
proveniente dalla chiesa di S. Francesco. Nel 1570 firma una tavola con la Deposizione
dalla croce per la chiesa degli osservanti di Citerna. Dell'anno
successivo è una Strage degli innocenti perS. Agostino, che trovò però
difficoltà ad essere esposta per l'opposizione di un visitatore apostolico che
vi notava eccessive nudità.
Posteriori sono una Immacolata concezione e una Annunciazione (1577),
conservate nella Pinacoteca di Città di Castello, che testimoniano di una più
vasta attività, ricordata dalle fonti ma ora in parte dispersa o gravemente.
danneggiata, che gli valse nel 1577 la cittadinanza onoraria di Città di
Castello. In questo stesso periodo dipinse per la chiesa di S. Francesco a
Umbertide una tela con la Vergine, angeli e santi ricevette
un compenso di 15 fiorini (Canuti, 1952, p. 208) per il restauro della già
menzionata Guarigione del gottoso dipinta per il duomo di Orvieto, e
ritornò spesso a Città della Pieve cui lo legavano interessi familiari,
economici e di lavoro artistico.Alla fine dell'ottavo decennio del Cinquecento deve porsi la data del suo secondo, e più lungo, periodo di attività romana. Il nome del C. è legato ad una produzione abbondantissima e ad alcuni dei cicli e delle commissioni ufficiali più importanti e indicativi delle tendenze culturali, artistiche, e religiose della Roma contro riformistica della seconda metà del secolo. Qualificata e con un ruolo rilevante fu.la sua bartecipazione ai lavori programmati in Vaticano durante il pontificato di Gregorio XIII: dipinse nella sala della Meridiana nella torre dei Venti; gli è attribuito dallo Hess (1936) un Tributo a Cesare nelle logge del secondo piano ed è documentata (De Campos, 1967, pp. 177 s.) tutta una serie di affreschi col Paradiso e le corti celesti nelle logge del terzo piano, per le quali ebbe anche l'incarico di sovrintendere ai lavori complessivi della decorazione (1580-83).
Dal Baglione (1642) è affermata la sua partecipazione nelle pitture della
volta della galleria delle Carte geografiche. Dal 1581 membro dell'Accademia di
S. Luca, il C. fu attivo anche in importanti decorazioni per chiese e
istituzioni religiose romane. Intorno al 1582 dipinse la complessa serie di
affreschi nella chiesa di S. Stefano Rotondo, aiutato nelle prospettive e nei
paesaggi, secondo il Baglione, da Matteo da Siena, con scene del Martiriodi
vari santi: analitiche e accurate descrizioni delle efferate crudeltà cui
erano stati sottoposti i difensori della fede, testo offerto alla riflessione
dei novizi gesuiti e momento tra i più significativi della religiosità e della
moralità controriformistica di immediata ispirazione gesuitica (Roettgen,
1975). Del 1582 sono i pagamenti per gli affreschi con le Storiedella Croce,
dipinti, con G. De' Vecchi, C. Nebbia, P. Nogari, C. Roncalli, nell'oratorio
del Crocifisso di S. Marcello (Henneberg, 1974). Nel 1585 furono conclusi i
lavori a fresco nella cappella di S. Francesco in S. Giovanni dei Fiorentini
(L. Salerno, in Via Giulia, Roma 1973, p. 232) e nello stesso anno,
secondo documenti d'archivio, furono completati gli affreschi, oggi molto
rovinati, nella cappella dei Magi in S. Maria di Loreto (S. Benedetti, S.
Maria di Loreto, Roma 1968, pp. 114, 116). Di poco posteriori sono le
decorazioni a fresco delle volte, dei peducci e delle lunette nelle prime due
cappelle a sinistra della chiesa del Gesù. Una attività così intensa deve
averlo persuaso dell'opportunità di trasferire tutta la famiglia a Roma e un
documento del 1586 (Canuti, 1952, p. 215) lo indica come "habitator olim
Castri Plebis, et in praesentiarum degens Romae".
I martiri costituiscono uno dei temi prediletti
dall’arte cristiana fin dagli albori. Eppure inizialmente le rappresentazioni
dei supplizi subìti dai santi in testimonianza della loro fede mostravano
comunque dei toni abbastanza neutri. Come scrive Umberto Eco nella sua Storia
della bruttezza:Raramente nell’arte medievale il martire è rappresentato
imbruttito dai tormenti come si era osato fare col Cristo. Nel caso di Cristo
si sottolineava l’immensità inimitabile del sacrificio compiuto, mentre nel
caso dei martiri (per esortare a imitarli) si mostra la serenità serafica con
cui essi sono andati incontro alla propria sorte. Ed ecco che una sequenza di
decapitazioni, tormenti sulla graticola, asportazione dei seni, può dar luogo a
composizioni aggraziate, quasi in forma di balletto. Il compiacimento per la
crudeltà del tormento sarà caso mai reperibile più tardi […], nella pittura
seicentesca.”
A Roma soprattutto si trovano alcune chiese
particolarmente ricche di simili raffigurazioni. La più significativa è quella
di Santo Stefano Rotodo al Celio; poco distante si trova la Chiesa dei
Santi Nereo e Achilleo; in via
Nazionale, invece, sorge la Basilica di S. Vitale. Innumerevoli altri esempi
sono sparsi un po’ ovunque nella capitale, ma queste tre chiese da sole
costituiscono una sorta di enciclopedia illustrata della tortura.
In particolare le prime due ospitano gli
affreschi di Niccolò Circignani detto il Pomarancio (ma attenzione, perché il
nomignolo venne dato anche a suo figlio Antonio e al pittore Cristoforo
Roncalli). Autore manierista ma lontano dagli eccessi bizzarri del periodo,
Niccolò Circignani mostrava una spiccata teatralità compositiva, e un’esecuzione
semplice ma efficace, dai colori vivaci e incisivi.
Il ciclo del martiriologio a Santo Stefano
Rotondo è impressionante ancora oggi per il realismo cruento e a tratti
rivoltante delle scene: dal supplizio di Sant’Agata, a cui le tenaglie dilaniano
il petto, alla lapidazione del primo martire della storia (Santo Stefano,
appunto), fino alla “pena forte e dura“, le pareti della
chiesa sono un susseguirsi di santi bolliti vivi o soffocati dal piombo fuso,
lingue strappate, occhi e budella sparse, corpi fatti a pezzi, mazzolati,
bruciati, straziati in ogni possibile variante. (1)
Sempre al Pomarancio sono attribuite altre opere
situate nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo. Qui San Simone viene segato a
metà a partire dal cranio, San Giacomo Maggiore decapitato, San Bartolomeo
scorticato vivo, e via dicendo.
Nella Basilica di San Vitale possiamo ammirare il
santo omonimo che viene prima torturato sulla ruota, e poi sepolto vivo – anche
se in questo caso i dipinti sono ad opera di Agostino Ciampelli. La chiesa
contiene anche decapitazioni e teste mozzate.
La Basilica di Santo Stefano Rotondo
al Celio è l’edifico sacro cristiano a pianta centrale meglio conservato e più
antico di Roma. Fondata, sopra i Castra Peregrinorum ed il loro Mitreo, negli
anni finali del pontificato di papa Leone I (440-461) e consacrata da papa Simplicio
(468-483), la chiesa ha una storia lunghissima e complessa.Fu frequentata da Gregorio Magno (590-604) che vi tenne alcune prediche, nel VII secolo fu arricchita con l’aggiunta di una cappella contenente le reliquie dei Santi Primo e Feliciano che divenne luogo di accoglienza di pellegrini e nel medioevo fu restaurata e variamente modificata. Nel Rinascimento papa Niccolò V commissiona al Rossellino la ristrutturazione della chiesa ed affida l’edificio all’ordine paolino ungherese, grazie al confessore romano e procuratore dell’ordine paolino, Kapusi Bálint, che era in buoni rapporti con il pontefice.
Fra gli alti e i bassi della storia,
la vita della chiesa rimarrà sempre legata alla Nazione Ungherese, dalla
fondazione del convento dei paolini e del loro luogo di sepoltura fra il 1454 ed
il 1580 e la nascita del Collegio Germanico ed Ungarico nel 1580. E’ in questo
periodo che due degli esponenti di spicco del Manierismo Romano, Niccolò
Circignani detto il Pomarancio ed Antonio Tempesta ricevettero l’incarico
di affrescare il muro che chiudeva l’ambulacro con scene di martirio. Il Martirologio
inizia con la Strage degli Innocenti, continuando con la Crocifissione di Gesù,
a cui segue il martirio di Santo Stefano, con sullo sfondo le raffigurazioni
dei supplizi degli Apostoli. I dipinti sono forniti di didascalie in latino e
in italiano e costituiscono un esempio inusitato ed eclatante, con la
loro esplicita violenza, del più estremo patetismo manierista. Un vortice di
sensazioni “forti” che tanto ha impressionato illustri protagonisti del Grand
Tour come Stendhal, Goethe e De Sade.
Biografia
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1530
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Niccolò
nasce a Pomarance, nei pressi di Volterra, intorno a quest'anno. Dal luogo di
nascita verrà soprannominato “Pomarancio”.
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Anni
'50
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Compie
probabilmente la sua formazione, forse con Daniele da Volterra e a Firenze
con Santi di Tito, ma non lo sappiamo con certezza.
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1562
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È
a Roma insieme a Santi di Tito dove lavora nei palazzi del Vaticano.
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1564
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Si
trasferisce a Città della Pieve.
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1565
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È
a Orvieto dove subentra a Hendrick van den Broeck nella decorazione di una
cappella del Duomo di Orvieto di cui però non rimane alcunché.
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1567
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Si
sposa con Teodora Catalucci. Intorno a quest'anno nasce Antonio, il figlio
primogenito della coppia, che diventerà un pittore di una certa importanza.
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1568
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Inizia
a lavorare nel santuario di Mongiovino, nei pressi di Panicale: l'opera più
importante è l'affresco della Resurrezione realizzato l'anno
successivo.
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1570
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Si
trasferisce a Città di Castello dove esegue il Martirio di santo Stefano.
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1575
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Inizia
a lavorare al suo più grande capolavoro, gli affreschi di Palazzo Della
Corgna a Castiglione del Lago: l'opera sarà terminata nel 1579.
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1577
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Dipinge
l'Annunciazione conservata nella Pinacoteca di Città di Castello: l'opera
gli consente di ottenere la cittadinanza onoraria di Città di Castello.
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1579
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Intorno
a quest'anno è a Roma dove inizia a dipingere gli affreschi della chiesa di
Santo Stefano Rotondo al Celio: il tema è il Martirologio.
Parallelamente lavora agli affreschi della Sala Meridiana nella Torre dei
Venti, che saranno terminati nel 1583.
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1581
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Diventa
membro dell'Accademia di San Luca.
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1589
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Lavora
nell'abbazia di Valvisciolo, nei pressi di Sermoneta.
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1590
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Ritorna
a Roma.
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1593
|
A
Roma esegue alcuni affreschi (andati in parte perduti) nella chiesa di
Sant'Antonio Abate all'Esquilino.
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1594
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Ritorna
a Città della Pieve.
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1596
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Esegue
le ultime opere sicure tra cui una Ascensione realizzata per la chiesa
di San Francesco a Cascia.
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