martedì 23 giugno 2020

STORIA E STORIE DI VIOLENZA : Niccolò Circignani detto il Pomarancio, Scene di martirio





 
Scene di martirio (1583; affreschi; Roma, Santo Stefano Rotondo al Celio)
Nel 1583, il manierista toscano Niccolò Circignani, detto il Pomarancio (Pomarance, 1530 circa - 1597 circa), ricevette l’incarico di  decorare l’ambulacro della basilica di Santo Stefano al Celio con scene di martirio: quando l’artista finì la sua opera, aveva realizzato uno dei cicli più cruenti e disturbanti dell’intera storia dell’arte. Le esecuzioni dei santi non vengono affatto mitigate, anzi, vengono sottolineati i particolari più sanguinarî e truculenti: sant’Agata è raffigurata con le tenaglie conficcate nel senso, legata a una tavolaccia dalla quale non può muoversi, san Primo è colto mentre le fiamme dei suoi aguzzini cominciano a bruciargli la pelle che comincia già a fumare, ci sono santi bolliti vivi o sbranati da cani, ma l’apice si raggiunge con il martirio di san Pietro d’Alessandria, letteralmente fatto a pezzi (con tanto di vistosi sanguinamenti) da un boia armato di scimitarra.
Allievo prima di Daniele Da Volterra  e poi di Santit di Tito venne  a Roma con quest'ultimo e lavorò al Belvedere in Vaticano (1562-63). Dopo un periodo di attività in Umbria, ritornò a Roma negli anni Ottanta e ottenne una serie di importanti commissioni, tra le quali si ricordano: gli affreschi per S. Stefano Rotondo raffiguranti scene di martirio di diversi santi, quelli per l'Oratorio del Crocifisso e per S. Pudenziana (dei quali si è conservata la decorazione della cupola). Fu suo allievo il figlio Antonio (Città della Pieve ca. 1567-Roma ca. 1630), come lui detto il Pomarancio, la cui opera, anche se di modi stilistici diversi da quella paterna, è stata con questa spesso confusa. Lavorò a Roma sotto il pontificato di Urbano VIII e tra le sue opere maggiori si citano gli affreschi con Storie di Cristo in S. Maria della Consolazione, gli affreschi e la tavola d'altare della cappella di S. Alberto nella chiesa di S. Maria in Traspontina.

Scrive  Michele Cordaro - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 25 (1981) : “Nel dicembre dello stesso anno, (1565) a Orvieto, costituisce con il pittore, fiammingo Hendrich van den Broeck una società "per l'esercizio della pittura e scultura ed ogni altro lavoro per lo spazio di un anno" (ibid., p. 196). Nel 1565 sostituisce il van den Broeck, impegnato a Mongiovino (Panicale), nella decorazione a fresco di una cappella del duomo di Orvieto (perduta per i rimaneggiamenti ottocenteschi), e per l'altare della stessa cappella dipinge una tavola con la Guarigione del gottoso, conservata nel Museo dell'Opera del duomo. Nel 1566 dipinge un'altra cappella del duomo di Orvieto, quella di S. Nicola, e l'anno successivo, a Città della Pieve, dove risiedeva abitualmente, sposa Teodora, figlia di ser Girolamo Catalucci. Dei sei figli avuti da Teodora, il primogenito, Antonio, sarà anche lui pittore.

L'attività del Circignani  in questo periodo fu certamente intensa. Molte opere sono perdute, ma alcune altre rimangono, e documentate, a Città della Pieve, a Perugia e in altri luoghi dell'Umbria. Nel 1568 firma a Perugig, nella chiesa della Maestà delle Volte, la decorazione del soffitto, della cupola e dei peducci e a Mongiovino (Panicale), nel 1569, lavora in tre cappelle e dipinge una Resurrezione a fresco. Nell'agosto del 1570 si lega ad un certo maestro Battista di maestro Vincenzo in una società per l'esercizio dell'oreficeria a Città di Castello, dove risulta soprattutto attivo in questo periodo. Di quello stesso anno è un Martiriodi s. Stefano, oranella Pinacoteca di Città di Castello, ma proveniente dalla chiesa di S. Francesco. Nel 1570 firma una tavola con la Deposizione dalla croce per la chiesa degli osservanti di Citerna. Dell'anno successivo è una Strage degli innocenti perS. Agostino, che trovò però difficoltà ad essere esposta per l'opposizione di un visitatore apostolico che vi notava eccessive nudità.

Posteriori sono una Immacolata concezione e una Annunciazione (1577), conservate nella Pinacoteca di Città di Castello, che testimoniano di una più vasta attività, ricordata dalle fonti ma ora in parte dispersa o gravemente. danneggiata, che gli valse nel 1577 la cittadinanza onoraria di Città di Castello. In questo stesso periodo dipinse per la chiesa di S. Francesco a Umbertide una tela con la Vergine, angeli e santi ricevette un compenso di 15 fiorini (Canuti, 1952, p. 208) per il restauro della già menzionata Guarigione del gottoso dipinta per il duomo di Orvieto, e ritornò spesso a Città della Pieve cui lo legavano interessi familiari, economici e di lavoro artistico.
Alla fine dell'ottavo decennio del Cinquecento deve porsi la data del suo secondo, e più lungo, periodo di attività romana. Il nome del C. è legato ad una produzione abbondantissima e ad alcuni dei cicli e delle commissioni ufficiali più importanti e indicativi delle tendenze culturali, artistiche, e religiose della Roma contro riformistica della seconda metà del secolo. Qualificata e con un ruolo rilevante fu.la sua bartecipazione ai lavori programmati in Vaticano durante il pontificato di Gregorio XIII: dipinse nella sala della Meridiana nella torre dei Venti; gli è attribuito dallo Hess (1936) un Tributo a Cesare nelle logge del secondo piano ed è documentata (De Campos, 1967, pp. 177 s.) tutta una serie di affreschi col Paradiso e le corti celesti nelle logge del terzo piano, per le quali ebbe anche l'incarico di sovrintendere ai lavori complessivi della decorazione (1580-83).

Dal Baglione (1642) è affermata la sua partecipazione nelle pitture della volta della galleria delle Carte geografiche. Dal 1581 membro dell'Accademia di S. Luca, il C. fu attivo anche in importanti decorazioni per chiese e istituzioni religiose romane. Intorno al 1582 dipinse la complessa serie di affreschi nella chiesa di S. Stefano Rotondo, aiutato nelle prospettive e nei paesaggi, secondo il Baglione, da Matteo da Siena, con scene del Martiriodi vari santi: analitiche e accurate descrizioni delle efferate crudeltà cui erano stati sottoposti i difensori della fede, testo offerto alla riflessione dei novizi gesuiti e momento tra i più significativi della religiosità e della moralità controriformistica di immediata ispirazione gesuitica (Roettgen, 1975). Del 1582 sono i pagamenti per gli affreschi con le Storiedella Croce, dipinti, con G. De' Vecchi, C. Nebbia, P. Nogari, C. Roncalli, nell'oratorio del Crocifisso di S. Marcello (Henneberg, 1974). Nel 1585 furono conclusi i lavori a fresco nella cappella di S. Francesco in S. Giovanni dei Fiorentini (L. Salerno, in Via Giulia, Roma 1973, p. 232) e nello stesso anno, secondo documenti d'archivio, furono completati gli affreschi, oggi molto rovinati, nella cappella dei Magi in S. Maria di Loreto (S. Benedetti, S. Maria di Loreto, Roma 1968, pp. 114, 116). Di poco posteriori sono le decorazioni a fresco delle volte, dei peducci e delle lunette nelle prime due cappelle a sinistra della chiesa del Gesù. Una attività così intensa deve averlo persuaso dell'opportunità di trasferire tutta la famiglia a Roma e un documento del 1586 (Canuti, 1952, p. 215) lo indica come "habitator olim Castri Plebis, et in praesentiarum degens Romae".

I martiri costituiscono uno dei temi prediletti dall’arte cristiana fin dagli albori. Eppure inizialmente le rappresentazioni dei supplizi subìti dai santi in testimonianza della loro fede mostravano comunque dei toni abbastanza neutri. Come scrive Umberto Eco nella sua Storia della bruttezza:Raramente nell’arte medievale il martire è rappresentato imbruttito dai tormenti come si era osato fare col Cristo. Nel caso di Cristo si sottolineava l’immensità inimitabile del sacrificio compiuto, mentre nel caso dei martiri (per esortare a imitarli) si mostra la serenità serafica con cui essi sono andati incontro alla propria sorte. Ed ecco che una sequenza di decapitazioni, tormenti sulla graticola, asportazione dei seni, può dar luogo a composizioni aggraziate, quasi in forma di balletto. Il compiacimento per la crudeltà del tormento sarà caso mai reperibile più tardi […], nella pittura seicentesca.”

A Roma soprattutto si trovano alcune chiese particolarmente ricche di simili raffigurazioni. La più significativa è quella di Santo Stefano Rotodo al Celio; poco distante si trova la Chiesa dei Santi  Nereo e Achilleo; in via Nazionale, invece, sorge la Basilica di S. Vitale. Innumerevoli altri esempi sono sparsi un po’ ovunque nella capitale, ma queste tre chiese da sole costituiscono una sorta di enciclopedia illustrata della tortura.
In particolare le prime due ospitano gli affreschi di Niccolò Circignani detto il Pomarancio (ma attenzione, perché il nomignolo venne dato anche a suo figlio Antonio e al pittore Cristoforo Roncalli). Autore manierista ma lontano dagli eccessi bizzarri del periodo, Niccolò Circignani mostrava una spiccata teatralità compositiva, e un’esecuzione semplice ma efficace, dai colori vivaci e incisivi.


Il ciclo del martiriologio a Santo Stefano Rotondo è impressionante ancora oggi per il realismo cruento e a tratti rivoltante delle scene: dal supplizio di Sant’Agata, a cui le tenaglie dilaniano il petto, alla lapidazione del primo martire della storia (Santo Stefano, appunto), fino alla “pena forte e dura“, le pareti della chiesa sono un susseguirsi di santi bolliti vivi o soffocati dal piombo fuso, lingue strappate, occhi e budella sparse, corpi fatti a pezzi, mazzolati, bruciati, straziati in ogni possibile variante. (1)
Sempre al Pomarancio sono attribuite altre opere situate nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo. Qui San Simone viene segato a metà a partire dal cranio, San Giacomo Maggiore decapitato, San Bartolomeo scorticato vivo, e via dicendo.
Nella Basilica di San Vitale possiamo ammirare il santo omonimo che viene prima torturato sulla ruota, e poi sepolto vivo – anche se in questo caso i dipinti sono ad opera di Agostino Ciampelli. La chiesa contiene anche decapitazioni e teste mozzate.

La Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio è l’edifico sacro cristiano a pianta centrale meglio conservato e più antico di Roma. Fondata, sopra i Castra Peregrinorum ed il loro Mitreo, negli anni finali del pontificato di papa Leone I (440-461) e consacrata da papa Simplicio (468-483), la chiesa ha una storia lunghissima e complessa.
Fu frequentata da Gregorio Magno (590-604) che vi tenne alcune prediche, nel VII secolo fu arricchita con l’aggiunta  di una cappella contenente le reliquie dei Santi Primo e Feliciano che divenne luogo di accoglienza di pellegrini e nel medioevo fu restaurata e variamente modificata. Nel Rinascimento papa Niccolò V commissiona al Rossellino la ristrutturazione della chiesa ed affida l’edificio  all’ordine paolino ungherese, grazie al confessore romano e procuratore dell’ordine paolino, Kapusi Bálint, che era in buoni rapporti con il pontefice.

Fra gli alti e i bassi della storia, la vita della chiesa rimarrà sempre legata alla Nazione Ungherese, dalla fondazione del convento dei paolini e del loro luogo di sepoltura fra il 1454 ed il 1580 e la nascita del Collegio Germanico ed Ungarico nel 1580. E’ in questo periodo che due degli esponenti di spicco del Manierismo Romano, Niccolò Circignani detto il Pomarancio  ed Antonio Tempesta ricevettero l’incarico di affrescare il muro che chiudeva l’ambulacro con scene di martirio. Il Martirologio inizia con la Strage degli Innocenti, continuando con la Crocifissione di Gesù, a cui segue il martirio di Santo Stefano, con sullo sfondo le raffigurazioni dei supplizi degli Apostoli. I dipinti sono forniti di didascalie in latino e in italiano e  costituiscono un esempio inusitato ed eclatante, con la loro esplicita violenza, del più estremo patetismo manierista. Un vortice di sensazioni “forti” che tanto ha impressionato illustri protagonisti del Grand Tour come Stendhal, Goethe e De Sade.




 

Biografia

1530
Niccolò nasce a Pomarance, nei pressi di Volterra, intorno a quest'anno. Dal luogo di nascita verrà soprannominato “Pomarancio”.
Anni '50
Compie probabilmente la sua formazione, forse con Daniele da Volterra e a Firenze con Santi di Tito, ma non lo sappiamo con certezza.
1562
È a Roma insieme a Santi di Tito dove lavora nei palazzi del Vaticano.
1564
Si trasferisce a Città della Pieve.
1565
È a Orvieto dove subentra a Hendrick van den Broeck nella decorazione di una cappella del Duomo di Orvieto di cui però non rimane alcunché.
1567
Si sposa con Teodora Catalucci. Intorno a quest'anno nasce Antonio, il figlio primogenito della coppia, che diventerà un pittore di una certa importanza.
1568
Inizia a lavorare nel santuario di Mongiovino, nei pressi di Panicale: l'opera più importante è l'affresco della Resurrezione realizzato l'anno successivo.
1570
Si trasferisce a Città di Castello dove esegue il Martirio di santo Stefano.
1575
Inizia a lavorare al suo più grande capolavoro, gli affreschi di Palazzo Della Corgna a Castiglione del Lago: l'opera sarà terminata nel 1579.
1577
Dipinge l'Annunciazione conservata nella Pinacoteca di Città di Castello: l'opera gli consente di ottenere la cittadinanza onoraria di Città di Castello.
1579
Intorno a quest'anno è a Roma dove inizia a dipingere gli affreschi della chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio: il tema è il Martirologio. Parallelamente lavora agli affreschi della Sala Meridiana nella Torre dei Venti, che saranno terminati nel 1583.
1581
Diventa membro dell'Accademia di San Luca.
1589
Lavora nell'abbazia di Valvisciolo, nei pressi di Sermoneta.
1590
Ritorna a Roma.
1593
A Roma esegue alcuni affreschi (andati in parte perduti) nella chiesa di Sant'Antonio Abate all'Esquilino.
1594
Ritorna a Città della Pieve.
1596
Esegue le ultime opere sicure tra cui una Ascensione realizzata per la chiesa di San Francesco a Cascia.

Scompare probabilmente nel borgo natale.1599
 


Eremo Rocca S. Stefano  martedì 23 giugno 2020

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