Ma
torniamo al discorso che ci interessa più da vicino. Nella prima parte ho
ricordato alcuni avvenimenti traumatici della storia recente e l’attuale
contingenza. Torniamo allora ad una
domanda non del tutto nuovo nello
scenario degli accadimenti appunto del
mondo : può un male maggiore scongiurarne uno minore? Si può di fronte a questa pandemia cambiare? Scegliere liberamente di cambiare?
O sottostare al cambiamento che inevitabilmente ci sarà avendo deciso di stare
a guardare o peggio ancora non essere stati capaci di cogliere le opportunità
che offriva.? Probabilmente una delle strade percorribili ,e forse la risposta
a tutte queste domande ,è quella, come già si accennava, del “riformismo”. Ma
di un riformismo convinto. Anche perché nell’attuale contingenza, che vede questo paese interloquire con l’Unione
europea per chiedere aiuto e ristoro per riavviare i meccanismi vitali
dell’economia e appunto della vita
sociale, questo paese o trova da solo la
via delle riforme o dovrà sottostare al
mirino della UE che chiede a sua volta , quale corrispettivo degli aiuti,
proprio questo basilare atto per così dire di “ravvedimento operoso “. Questo paese soffre da decenni di mali
endemici in settori vitali come la
giustizia,la sanità, l’amministrazione pubblica. Il virus ha aperto il sipario
su scenari che incombono foscamente e probabilmente,proprio come male maggiore sta determinando una accelerazione per quelle idee di cambiamento che da
tempo sono state individuate, formulate ma restano al palo. (3)
Senza
riforme che preludono ad un cambiamento rischiamo di perdere il nostro mondo
come lo conoscevamo . A monte, errori, incompetenze, disinteresse, ( o meglio
interessi al contrario) ,inefficienza hanno provocato fragilità, fino a
determinare , sotto traccia, lo
schiacciamento e l’appiattimento delle libertà sull’individualismo. E’ ora di
ridare fiato a tutte le ipotesi di riforma della giustizia, della sanità, di
continuare a razionalizzare la spesa per le pensioni, riordinare il sistema di
formazione, incentivare la moneta elettronica, combattere l’evasione fiscale e
fare una riforma fiscale, pretendere l’efficienza della pubblica
amministrazione, sostenere la ricerca,,fino alla realizzazione di
quell’alternanza politica tra centro destra e centro sinistra che è l’unica per evitare alleanze ibride, litigiose, immobiliste,
incapaci di incidere profondamente, aduse al trasformismo e comunque al galleggiamento .
Per
battere una potenza inaudita bisogna
essere altrettanto inaudiiti. Nelle riforme dunque bisognerebbe forse essere fenomenali, inconcepibili, incredibili,
mirabili, strabilianti, straordinari. Chissà. Forse basterebbe solo uno di
questi termini o meglio , bisognerebbe
essere credibili come paese e come cittadini ; cittadini trecentosessanta
giorni all’anno.
(3)Scrive Enza Fornero: “Per
decenni tutte le principali istituzioni internazionali hanno invocato, per il
nostro paese, riforme, riforme e ancora riforme. Limitandosi al campo
dell’economia, le riforme dovrebbero migliorare il mercato del lavoro, il
sistema di welfare, il funzionamento della burocrazia e della giustizia:
favorire, in altre parole, l’efficienza della Pubblica amministrazione, e
quindi creare benefici visibili diretti ai singoli cittadini; incoraggiare gli
investimenti e in tal modo consentire una crescita economica il più possibile
regolare e sostenibile. In un mondo globalizzato le riforme servono anche, e
forse soprattutto, ad accrescere la competitività delle imprese e il corretto
funzionamento dei mercati, a livello sia nazionale sia internazionale. In
questa visione “tecnica”, le riforme si giustificano con l’esigenza di aiutare
l’economia e la società a non essere, per quanto possibile, succubi dei
cambiamenti strutturali, soprattutto demografici (invecchiamento e
immigrazione), tecnologici (digitalizzazione e robotizzazione) e sociali.
Quest’ultima dimensione implica la lotta alle violenze, alle persecuzioni, alla
povertà e alla crescente discriminazione che rende i redditi e le prospettive
di vita sempre più diseguali e il che significa, soprattutto per l’Italia,
reagire al rischio di perdita di posizioni nel confronto internazionale.Questa
necessità di rinnovamento di vari ambiti dell’economia nazionale è stata
recepita da una parte soltanto della popolazione (chiamiamola élite o
establishment, classe dirigente, tecnocrazia o come volete) ma non ha convinto
la maggioranza dei cittadini che ne ha soprattutto avvertito, e forse
ingigantito, gli effetti in termini di incertezza, insicurezza e persino di
minaccia, al tempo stesso valutando come del tutto inadeguate e inique le
risposte dei governi e delle stesse istituzioni internazionali. In questo
divario di visioni, si è inserita la politica populista che ha intuito i
vantaggi che si potevano trarre politicamente dallo scontento popolare. Hanno
cavalcato questo scontento, spesso soffiando sul fuoco della paura e del
risentimento. In un certo senso, questo è più che naturale; meno naturale risulta
essere l’insensibilità e l’incapacità di risposta del mondo politico
tradizionale.I populisti hanno radicalmente cambiato non soltanto stile e
linguaggio ma anche metodo e stile di governo, non disdegnando la volgarità del
linguaggio, la caccia al “capro espiatorio” (di volta in volta: l’immigrato,
l’Europa, la cancelliera tedesca, il governo tecnico e suoi singoli ministri, e
così via) e sempre lasciando intendere che era in realtà possibile, anzi a
portata di mano, il ritorno al “buon mondo antico”. Vincoli finanziari, impegni
sottoscritti in ambito internazionale e lo stesso senso della misura sono stati
variamente “superati” (impossibile “cancellarli”) in una logica che pone il
consenso popolare di breve termine come unico criterio dell’azione politica. E
la parola riforma è così diventata una brutta parola, la parola degli “altri”,
sinonimo di austerità, e da sostituirsi con il più generico termine
“cambiamento”, da intendersi in senso sempre positivo, e quasi solo come
cancellazione delle riforme fatte da “quelli di prima”.Deviante per debito,
sviluppo, demografia. Le considerazioni di Visco nel deserto salvinista, più
rischioso della Grecia Per un riformista, comprendere le ragioni della profonda
contraddizione tra la necessità di attuare riforme e il rifiuto da parte del
“popolo” e dei populisti è non soltanto necessario ma anche urgente. La
questione coinvolge direttamente la capacità di dialogo e di persuasione
rispetto alle buone motivazioni che dovrebbero sorreggere le riforme, ammesso
che ce ne siano, come i riformisti ritengono. Se non si è in grado di
convincere la maggioranza dei cittadini che le riforme sono fatte per il bene
della società e non contro di essa, in particolare per mantenere i privilegi di
pochi o avvantaggiare gli “stranieri”, allora la partita è persa e avranno
gioco facile, i populisti/sovranisti, nel perseguire le loro marce indietro. Quest’opera
di persuasione non può che poggiare su un’interpretazione corretta del concetto
di riforme e sul rifiuto delle illusioni – o, peggio, spesso delle menzogne –
per acquisire consenso politico. E allora bisogna cominciare col dire che le
riforme non sono soltanto atti normativi che producono risultati non appena
licenziati dal Parlamento bensì processi volti a modificare, in tempi medio-lunghi,
comportamenti sociali (di lavoratori, consumatori, imprese, burocrazia,
istituzioni), per adeguarli, possibilmente in modo costruttivo, a quelle
trasformazioni strutturali che, come si è detto sopra, è bene cercare di
gestire piuttosto che ignorare. In questo senso, in una democrazia liberale, le
riforme, devono “vivere nella società”, essere recepite e sostenute dalla
maggioranza dei cittadini. Il secondo elemento di chiarimento è che le
riforme non sono mai a costo zero, nonostante talvolta lo si sostenga.
Proprio perché inducono modificazioni nei comportamenti, esse comportano sempre
dei costi che possono generare opposizione, aperta o sotterranea, in chi
dovrebbe sostenerne l’onere. Un esempio può essere la riforma della burocrazia,
intesa come cambiamento organizzativo per aumentarne l’efficienza, ridurne le
complicazioni e la lentezza. Dietro l’inefficienza peraltro vi sono persone
alle quali si chiede di lavorare magari di più – e certamente meglio – di
riqualificarsi, di cambiare attività ed è comprensibile che le persone
coinvolte (o una loro parte) cerchino di opporvisi, con proteste o tentativi di
boicottaggio. Lo stesso vale per la riforma del mercato del lavoro, dove si
vorrebbero raggiungere gli obiettivi di maggiore inclusività, dinamismo,
flessibilità e giusto grado di protezione dei lavoratori. Le riforme si
propongono di trovare il difficile equilibrio nello scambio (il cosiddetto trade
off) tra ciò che è gradito all’impresa e ciò che è gradito al lavoratore. E
così per la riforma delle pensioni con la quale si cerca di bilanciare i
sacrifici chiesti ai lavoratori di oggi con una maggiore sostenibilità
dell’intero sistema, a tutela dei giovani, dei lavoratori di domani. O ancora
per le liberalizzazioni, le privatizzazioni e così via.Proprio la presenza di
costi immediati permette di interpretare le riforme come investimenti
sociali: si sostengono sacrifici oggi in vista di benefici futuri, come per
qualunque operazione di investimento. Se le riforme sono invece viste soltanto
come rinuncia, sacrificio austerità o simili è ben difficile che i cittadini le
accettino. E troveranno sempre politici disposti a sostenere le loro proteste e
a prometterne la “cancellazione”. Precisamente perché implicano costi, è
essenziale che i cittadini vi percepiscano un senso di equità, sia entro sia
tra le generazioni, una riduzione di quelli che appaiono evidenti e
inaccettabili privilegi. Purtroppo, l’esperienza della Grande recessione,
accompagnata da un forte aumento delle diseguaglianze, ci ha insegnato che la
resistenza alla riduzione dei privilegi non diminuisce neppure nei momenti di
crisi del paese, che dovrebbero invece favorire la solidarietà. L’equità entro
le generazioni è quella più facile da comprendere (anche se l’equità di genere
da noi è ancora poco sentita e ancor meno praticata). Quella tra generazioni è
più difficile da comprendere: si rifiuta spesso l’idea che essa possa essere
minata dal debito pubblico ancor più quand’esso assume la forma implicita di
“debito pensionistico”.Il debito non è sempre un male ma rappresenta un’eredità
negativa che ha fortemente condizionato le nostre politiche negli ultimi
decenni. Di fronte a un debito che può diventare insostenibile il riformista
dovrebbe scegliere la strada della riduzione, più o meno graduale. Il populista
fa spallucce e dice che il problema non esiste, che l’unica cosa che conta è
l’aumento del pil e dell’occupazione, con l’implicazione neppure troppo
sottintesa che la crescita si ottenga soprattutto con la spesa pubblica e non
con gli investimenti, in capitale fisico, umano, infrastrutture, innovazione,
ricerca.È vero che nessuno è in grado di predire il momento in cui un debito
diventa insostenibile, ma l’economia ne chiarisce le circostanze quando ci
ricorda come non possa esservi sostenibilità quando il tasso di crescita del
pil è sistematicamente inferiore al tasso di interesse; meno che mai quando le
entrate fiscali non compensano neppure le spese al netto degli interessi. La
riduzione graduale del debito richiede però la crescita dell’economia,
dell’occupazione e dei redditi ma una crescita sostenibile si ottiene solo
investendo. E le riforme servono precisamente a favorire gli investimenti di un
paese. E’ questa visione di più ampio respiro e di più lungo termine che i
riformisti dovrebbero credibilmente offrire al paese in luogo
dell’irrealizzabile “qui e ora” promesso dai populisti.
“Chi ha ucciso il
riformismo La rimozione del
passato coincide con la rimozione del futuro. Idee per una nuova stagione” di Elsa Fornero
https://www.ilfoglio.it/economia/2019/06/11/news/chi-ha-ucciso-il-riformismo-259555/


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