L’argomento
del giorno è il varo del Recovery
Fund che sarebbe un grosso passo avanti
verso un’Europa più solidale, quindi più federale. E la condivisione di un
debito
collettivo un
passo altrettanto grosso verso l’armonizzazione delle politiche finanziarie,
quindi anche di quelle fiscali.
Ma l’Olanda
si oppone , Wopke Hoekstra, già dirigente di una grande azienda petrolifera e
ora ministro delle Finanze dell’Olanda è
il cattivo, quello che Austria,
Finlandia e i Baltici, mandano avanti
per bloccare, a livello di Unione Europea, il progetto di Coronabond poi
diventatao Recovery Fund tanto caro, invece, a Francia, Italia, Portogallo,
Spagna.
L'Olanda, il paese spesso più duro della Germania nel
predicare austerità e disciplina di bilancio e nel deprecare il lassismo dei
paesi mediterranei è, probabilmente, il più grande paradiso fiscale al mondo.
Ed è l’esempio di due morali
una per se e una per gli altri . Ma è anche l’esempio di come l’Europa
non riesce a sciogliere il nodo di una politica che equipari il trattamento
fiscale per le aziende in tutti i paesi così da non creare zone di privilegio.
L’Olanda, infatti, altro non è che un paradiso fiscale. Non
lo dico io ma un recente rapporto del Parlamento europeo, che ha ufficialmente
chiesto alla Commissione Europea di indagare sulle politiche di dumping fiscale attuate nel Paese
dei mulini a vento e in altri come Irlanda, Cipro, Malta e Lussemburgo.
Qual
è il trucco olandese? Semplice: abbassare il più possibile le tasse alle
aziende straniere che hanno sede fiscale in Olanda. In qualche caso azzerarle,
come avviene per le royalties sui brevetti concessi in uso. Pensate che pacchia per le aziende della
tecnologia fine e dell’informatica. Così succede che in Olanda abbiano sede 15
mila società e che dei 4.500 miliardi di euro che queste fanno ogni anno
transitare per il Paese (circa cinque volte l’intero Prodotto interno lordo
olandese), solo 200 siano tassati. Ovvio che le aziende, al posto di pagare le
tasse in Francia o in Italia (che nella Ue sono i Paesi con la più pesante
tassazione sulle aziende) corrano ad approfittare della generosità olandese.
Che è larga verso gli imprenditori ma stretta verso gli altri Paesi della Ue,
che con questo sistema ci rimettono circa 50 miliardi l’anno di tasse non
pagate. Di questi 50 miliardi una buona fetta, pare una decina, viene
dall’Italia. In questo modo, pur essendo gli olandesi abili imprenditori e
amministratori, non è poi difficilissimo far quadrare i conti a una popolazione
di 18 milioni di persone.
Il Tax
Justice Network ha collocato l’Olanda al 4° posto tra i paesi del Corporate Tax Haven Index, che elenca
i più significativi paradisi fiscali per le multinazionali.
Dopo le Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Cayman ci sono i Paesi Bassi.
Nel rapporto
2017 di Eurodad, solo 2 paesi non hanno fornito alla Commissione Europea i dati
sugli accordi di tax ruling stipulati con le singole società multinazionali:
Olanda ed Austria. Nel 2015, l’Olanda ha stipulato 235 contratti (tra
unilaterali, bilaterali o multilaterali), 203 l’anno prima. In questa
classifica, 2 paesi precedono l’Olanda: Lussemburgo e Belgio (con 519 e 396
accordi, rispettivamente). (1)
Secondo il
Sole 24 Ore l’Italia attrarrebbe investimenti esteri diretti pari al 19% del
PIL, il Lussemburgo per oltre il 5.766%, l’Irlanda il 311% e l’Olanda, badate
bene, il 535%. Come? Grazie alle 15mila società “bucalettere” lì registrate che
permettono un transito di denaro da 4.500 miliardi di euro all’anno, 6 volte il
PIL.
Per il Global Competitiveness Report 2018 del World Economic
Forum,i Paesi Bassi sono inoltre
diventati la sesta economia mondiale per livello di competitività, dopo Stati
Uniti d’America, Singapore, Germania, Svizzera e Giappone. L’Olanda è tra i
Paesi più riluttanti a concedere finanziamenti «solidali» in Europa per provare
a superare la crisi indotta dagli effetti del Coronavirus: nello scenario
economico peggiore, il rapporto tra debito e Pil di Amsterdam salirebbe nel
2021 «solo» al 73,6%. E secondo il Cpb Netherlands Bureau for Economic Policy
Analisys con lo scenario più soft, che prevede un lockdown di soli tre mesi, i
danni sarebbero contenuti a un calo del Pil 2020 dell’1,2% e poi una robusta
ripresa nel 2021 con una crescita del 4,5%. (2)
Secondo la ricerca di Gabriel Zucman
dell’Università della California a Berkeley l’Olanda sottrarrebbe ogni anno
“oltre 50 miliardi di base fiscale altrui”. Contribuendo così all’impoverimento di quegli stessi “partner”
sui quali vorrebbe imporre le proprie lezioni di vita. In realtà la ricerca è
molto più ampia: il suo report “Tax Evasion
and Inequality”, pubblicato dall’American Economic Review, è stato redatto con Annette Alstadsaeter, docente alla Norwegian
University of Life Sciences
di Oslo, Niels Johannesen,
dell’Università
di Copenhagen.
In realtà in termini di discussione sull’entità dei bond europei
in favore dei paesi più colpiti dalla pandemia proprio in questi giorni prende l’avvio una
serrata trattativa per arrivare ad una
decisione che deve essere votata all’unanimità.
Con una risoluzione definitiva prima della pausa estiva che avvierà
comunque i suoi effetti solo a partire dela 2021. La Commissione ha già
proposto qualche settimana fa sulla spinta della proposta congiunta
Francia- Germania un intervento
da 500 miliardi di debito comune europeo
più altri 200 miliardi di sovvenzioni a fondo perso per alcuni paesi . La
discussione e la trattativa verte ora proprio sull’entità di queste cifre in
quanto i paesi di Visegrad (noto anche
come Visegrád 4 o V4, alleanza culturale e politica di
quattro paesi dell'Europa dell'Est ,Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca Slovacchia - che sono membri dell'UE - ai
fini dell'avanzamento militare, culturale, economico e della cooperazione
energetica )e i cosiddetti “paesi frugali “ ( Olanda ,Austria, Danimarca e
Svezia ) tendono a rimodulare questa
entità finanziaria Si oppongono al fatto che si punti su trasferimenti a fondo
perduto e chiedono che invece si tratti di prestiti da rimborsare,
condizionandoli a piani di riforme che i Paesi beneficiari dovrebbero poi
implementare per rendere il debito pubblico sostenibile. Austria, Danimarca, Olanda e Svezia
si oppongono al Recovery Fund e puntano su prestiti con controlli “anti frode”.
Ma frenano la Ue nel fare luce sugli scandali bancari miliardari per
riciclaggio di denaro che hanno colpito Swedbank, Ing, Danske Bank e Raffeisen.
Come funzioneranno i Recovery Fund
? Le centinaia di
miliardi che pioveranno su Italia e Spagna dovrebbero arrivare anche sotto
forma di prestiti, mentre gli stanziamenti non saranno sborsati senza
condizioni. Ciascun paese dovrà presentare dei piani nazionali di ripresa che
contengano misure e riforme in linea con il semestre europeo e gli obiettivi
dell’Ue (Green deal, digitale, eccetera). La Commissione non sarà un giudice
monocratico: i piani nazionali dovranno essere approvati da un comitato dove
siedono tutti i rappresentanti di tutti gli stati membri. Olanda e Austria
hanno sempre contestato il lassismo della Commissione su conti pubblici e
riforme dei paesi del sud. Con il Recovery fund, invece, avranno voce in
capitolo sulle scelte di Italia e Spagna .
Si arriverà ad un accordo solo attraverso un negoziato . il negoziato si
svolgerà a livello di Coreper (ambasciatori), Consiglio affari generali
(ministri per gli Affari europei) e Consiglio europeo (capi di stato e di
governo). Michel si prepara a una maratona di vertici, a partire da quello del
19 giugno, con i “Frugal four” che useranno ogni occasione per cercare di
annacquare il Recovery fund. “Quando si tratta della ratio tra prestiti e
stanziamenti, è necessario un ulteriore negoziato”, ha detto Kurz. “I paesi che
sono salvati dovranno dire cosa faranno per assicurare che questa situazione
non si presenti di nuovo”. La zona di atterraggio di un accordo in luglio si
trova in un’inversione della ratio stanziamenti-prestiti e nella condizionalità
per assicurare che i fondi siano usati, se non in modo frugale, almeno in modo responsabile. (3)
Ci sono però in Europa alcuni nodi da
sciogliere. Tra questi quello delle
percentuali . C’è per
esempio il ‘no’ annunciato del Parlamento europeo,
istituzione di riferimento degli ‘ambiziosi’. L’Eurocamera ha infatti fissato un
contributo degli Stati membri pari all’1,3% del reddito nazionale lordo nella sua
proposta votata nel 2018. La
Commissione prima - con una proposta dell’1,1% - e il Consiglio poi - 1,07% - hanno rivisto
fortemente al ribasso le ambizioni degli europarlamentari, che però insistono nel chiedere
maggiori sforzi - e quindi più finanziamenti - in materia di Green
deal (il piano di abbattimento delle emissioni di CO2) e digitalizzazione.“
C’è poi la questione della Brexit
“ che produrrà un gap compreso tra i 60 e i 70 miliardi di euro” nel
bilancio
europeo. Un buco solo parzialmente compensato con le risorse
proprie aggiuntive dell’Ue, ovvero con delle tasse il cui
gettito va direttamente a Bruxelles senza passare per le capitali. Nella
proposta di Michel vengono aggiunte risorse ‘fresche’
grazie a una tassa sulla plastica non riciclata e all’applicazione più estesa
dell’Ets
(Emissions trading system) sulle emissioni carboniche. Ma per introdurre tali
risorse nel bilancio Ue sarà necessario l’ok unanime dei Paesi membri, mentre scontato pare il benestare del Parlamento
Ue, favorevole da
tempo all’introduzione di ulteriori strumenti di auto-finanziamento del Qfp,
quali la plastic tax, la carbon tax e la web tax.“
Altro tema di tensione tra
istituzioni e Stati Ue è quello dei rebate, cioè del meccanismo finanziario introdotto negli anni ‘80
– su richiesta del Regno Unito – e che consente un rimborso
sulla partecipazione al bilancio
degli Stati contributori netti che ricevono meno
fondi europei. Su tale meccanismo pende infatti una richiesta di cancellazione
totale da parte
della Commissione europea e di eliminazione progressiva
nella proposta di Michel. L’ex premier belga avrebbe attenuato
il superamento del meccanismo per ricevere il supporto determinante di cinque
Governi, ribattezzati come Paesi ‘frugali’: Austria, Danimarca, Germania, Paesi
Bassi e Svezia.“ (4)
La trattativa dunque è appena iniziata . Gli stati “frugali” Austria, Paesi bassi, Svezia e Danimarca , considerati
i più 'rigoristi', vogliono abbassare l'ammontare totale del fondo e, in
particolare, gli aiuti a fondo perduto. Si oppongono poi a una massiccia
raccolta di soldi sul mercato e all'introduzione di nuove tasse. Quattro
paesi , quattro posizioni leggermente diverse entro le quali dovrà fare breccia
la discussione e la trattativa. L'Olanda ha ribadito più volte la richiesta di
ricorrere ai soli prestiti e non alle sovvenzioni. E ha chiesto che l'uso delle
risorse sia "condizionato all'effettiva attuazione delle riforme
strutturali". Il Cancelliere Kurz ha espresso più volte il suo scetticismo
sul piano: "Vogliamo mostrare solidarietà agli Stati particolarmente
colpiti dalla crisi - e' la premessa - ma riteniamo che il giusto mezzo siano i
prestiti, non le sovvenzioni".Per la Danimarca il premier Mette
Frederiksen. Socialista. Maggioranza: socialista. (Appoggio esterno degli altri
partiti di sinistra, il Blocco Rosso). Il mandato negoziale del governo danese
ha indicato che la priorità assoluta nei prossimi colloqui sul piano sara'
quella di mantenere lo sconto sul bilancio e che le altre preoccupazioni erano
"secondarie". Mentre la posizione della Svezia è la stessa
espressa dal premier Lofven al consiglio Europeo del 23 aprile: "Non
diciamo no, ma vogliamo garanzie sui prestiti", ha detto in
quell'occasione. E ancora: "Abbiamo presentato una serie di requisiti per
il fondo. Ad esempio, dovrà riguardare i prestiti, con rigide
modalità di rimborso". (5)
(1) Post
scritto dal Sottosegretario agli
Esteri, Manlio Di Stefano e pubblicato su https://www.ilblogdellestelle.it/2020/04/olanda-il-paradiso-che-vuole-soffocare-leuropa.html
(2) Corriere
della sera Redazione
Economia 08 apr 2020

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