sabato 20 giugno 2020

DIARIO DEL CERCHIO Due morali ,una per sé e una per gli altri. Etica e morale di bottega




L’argomento del giorno è il varo del  Recovery Fund  che sarebbe un grosso passo avanti verso un’Europa più solidale, quindi più federale. E la condivisione di un debito collettivo un passo altrettanto grosso verso l’armonizzazione delle politiche finanziarie, quindi anche di quelle fiscali.
Ma l’Olanda si oppone , Wopke Hoekstra, già dirigente di una grande azienda petrolifera e ora ministro delle Finanze dell’Olanda è il cattivo, quello che  Austria, Finlandia e i Baltici, mandano  avanti per bloccare, a livello di Unione Europea, il progetto di Coronabond poi diventatao Recovery Fund tanto caro, invece, a Francia, Italia, Portogallo, Spagna.

L'Olanda, il paese spesso più duro della Germania nel predicare austerità e disciplina di bilancio e nel deprecare il lassismo dei paesi mediterranei è, probabilmente, il più grande paradiso fiscale al mondo.
Ed è l’esempio di due morali  una per se e una per gli altri . Ma è anche l’esempio di come l’Europa non riesce a sciogliere il nodo di una politica che equipari il trattamento fiscale per le aziende in tutti i paesi così da non creare zone di privilegio.
L’Olanda, infatti, altro non è che un paradiso fiscale. Non lo dico io ma un recente rapporto del Parlamento europeo, che ha ufficialmente chiesto alla Commissione Europea di indagare sulle politiche di dumping fiscale attuate nel Paese dei mulini a vento e in altri come Irlanda, Cipro, Malta e Lussemburgo.
Qual è il trucco olandese? Semplice: abbassare il più possibile le tasse alle aziende straniere che hanno sede fiscale in Olanda. In qualche caso azzerarle, come avviene per le royalties sui brevetti concessi in uso. Pensate che pacchia per le aziende della tecnologia fine e dell’informatica. Così succede che in Olanda abbiano sede 15 mila società e che dei 4.500 miliardi di euro che queste fanno ogni anno transitare per il Paese (circa cinque volte l’intero Prodotto interno lordo olandese), solo 200 siano tassati. Ovvio che le aziende, al posto di pagare le tasse in Francia o in Italia (che nella Ue sono i Paesi con la più pesante tassazione sulle aziende) corrano ad approfittare della generosità olandese. Che è larga verso gli imprenditori ma stretta verso gli altri Paesi della Ue, che con questo sistema ci rimettono circa 50 miliardi l’anno di tasse non pagate. Di questi 50 miliardi una buona fetta, pare una decina, viene dall’Italia. In questo modo, pur essendo gli olandesi abili imprenditori e amministratori, non è poi difficilissimo far quadrare i conti a una popolazione di 18 milioni di persone.

Il Tax Justice Network ha collocato l’Olanda al 4° posto tra i paesi del Corporate Tax Haven Index, che elenca i più significativi paradisi fiscali per le multinazionali. Dopo le Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Cayman ci sono i Paesi Bassi.
Nel rapporto 2017 di Eurodad, solo 2 paesi non hanno fornito alla Commissione Europea i dati sugli accordi di tax ruling stipulati con le singole società multinazionali: Olanda ed Austria. Nel 2015, l’Olanda ha stipulato 235 contratti (tra unilaterali, bilaterali o multilaterali), 203 l’anno prima. In questa classifica, 2 paesi precedono l’Olanda: Lussemburgo e Belgio (con 519 e 396 accordi, rispettivamente). (1)
Secondo il Sole 24 Ore l’Italia attrarrebbe investimenti esteri diretti pari al 19% del PIL, il Lussemburgo per oltre il 5.766%, l’Irlanda il 311% e l’Olanda, badate bene, il 535%. Come? Grazie alle 15mila società “bucalettere” lì registrate che permettono un transito di denaro da 4.500 miliardi di euro all’anno, 6 volte il PIL.

Per il Global Competitiveness Report 2018 del World Economic Forum,i Paesi Bassi  sono inoltre diventati la sesta economia mondiale per livello di competitività, dopo Stati Uniti d’America, Singapore, Germania, Svizzera e Giappone. L’Olanda è tra i Paesi più riluttanti a concedere finanziamenti «solidali» in Europa per provare a superare la crisi indotta dagli effetti del Coronavirus: nello scenario economico peggiore, il rapporto tra debito e Pil di Amsterdam salirebbe nel 2021 «solo» al 73,6%. E secondo il Cpb Netherlands Bureau for Economic Policy Analisys con lo scenario più soft, che prevede un lockdown di soli tre mesi, i danni sarebbero contenuti a un calo del Pil 2020 dell’1,2% e poi una robusta ripresa nel 2021 con una crescita del 4,5%. (2)
Secondo la ricerca di Gabriel Zucman dell’Università della California a Berkeley l’Olanda sottrarrebbe ogni anno “oltre 50 miliardi di base fiscale altrui”. Contribuendo così all’impoverimento di quegli stessi “partner” sui quali vorrebbe imporre le proprie lezioni di vita. In realtà la ricerca è molto più ampia: il suo report “Tax Evasion and Inequality”, pubblicato dall’American Economic Review, è stato redatto con Annette Alstadsaeter, docente alla Norwegian University of Life Sciences di Oslo, Niels Johannesen, dell’Università di Copenhagen.

In realtà in termini di discussione sull’entità dei bond  europei  in favore dei paesi più colpiti dalla pandemia  proprio in questi giorni prende l’avvio una serrata trattativa  per arrivare ad una decisione che deve essere votata all’unanimità.  Con una risoluzione definitiva prima della pausa estiva che avvierà comunque i suoi effetti solo a partire dela 2021. La Commissione ha già proposto qualche settimana fa sulla spinta della proposta  congiunta  Francia- Germania  un intervento da 500 miliardi  di debito comune europeo più altri 200 miliardi di sovvenzioni a fondo perso per alcuni paesi . La discussione e la trattativa verte ora proprio sull’entità di queste cifre in quanto i paesi di Visegrad  (noto anche come Visegrád 4 o V4, alleanza culturale e politica di quattro paesi dell'Europa dell'Est ,Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca  Slovacchia - che sono membri dell'UE - ai fini dell'avanzamento militare, culturale, economico e della cooperazione energetica )e i cosiddetti “paesi frugali “ ( Olanda ,Austria, Danimarca e Svezia )  tendono a rimodulare questa entità finanziaria Si oppongono al fatto che si punti su trasferimenti a fondo perduto e chiedono che invece si tratti di prestiti da rimborsare, condizionandoli a piani di riforme che i Paesi beneficiari dovrebbero poi implementare per rendere il debito pubblico sostenibile.  Austria, Danimarca, Olanda e Svezia si oppongono al Recovery Fund e puntano su prestiti con controlli “anti frode”. Ma frenano la Ue nel fare luce sugli scandali bancari miliardari per riciclaggio di denaro che hanno colpito Swedbank, Ing, Danske Bank e Raffeisen.

Come funzioneranno i Recovery Fund ? Le centinaia di miliardi che pioveranno su Italia e Spagna dovrebbero arrivare anche sotto forma di prestiti, mentre gli stanziamenti non saranno sborsati senza condizioni. Ciascun paese dovrà presentare dei piani nazionali di ripresa che contengano misure e riforme in linea con il semestre europeo e gli obiettivi dell’Ue (Green deal, digitale, eccetera). La Commissione non sarà un giudice monocratico: i piani nazionali dovranno essere approvati da un comitato dove siedono tutti i rappresentanti di tutti gli stati membri. Olanda e Austria hanno sempre contestato il lassismo della Commissione su conti pubblici e riforme dei paesi del sud. Con il Recovery fund, invece, avranno voce in capitolo sulle scelte di Italia e Spagna .  Si arriverà ad un accordo solo attraverso un negoziato . il negoziato si svolgerà a livello di Coreper (ambasciatori), Consiglio affari generali (ministri per gli Affari europei) e Consiglio europeo (capi di stato e di governo). Michel si prepara a una maratona di vertici, a partire da quello del 19 giugno, con i “Frugal four” che useranno ogni occasione per cercare di annacquare il Recovery fund. “Quando si tratta della ratio tra prestiti e stanziamenti, è necessario un ulteriore negoziato”, ha detto Kurz. “I paesi che sono salvati dovranno dire cosa faranno per assicurare che questa situazione non si presenti di nuovo”. La zona di atterraggio di un accordo in luglio si trova in un’inversione della ratio stanziamenti-prestiti e nella condizionalità per assicurare che i fondi siano usati, se non in modo frugale, almeno in modo responsabile.  (3)

Ci sono però in Europa alcuni nodi da sciogliere. Tra questi  quello delle percentuali . C’è per esempio il no annunciato del Parlamento europeo, istituzione di riferimento degli ambiziosi. L’Eurocamera ha infatti fissato un contributo degli Stati membri pari all1,3% del reddito nazionale lordo nella sua proposta votata nel 2018. La Commissione prima - con una proposta dell’1,1% - e il Consiglio poi - 1,07% - hanno rivisto fortemente al ribasso le ambizioni degli europarlamentari, che però insistono nel chiedere maggiori sforzi - e quindi più finanziamenti - in materia di Green deal (il piano di abbattimento delle emissioni di CO2) e digitalizzazione.“
C’è poi la questione della  Brexit “ che produrrà  un gap compreso tra i 60 e i 70 miliardi di euro” nel bilancio europeo. Un buco solo parzialmente compensato con le risorse proprie aggiuntive dell’Ue, ovvero con delle tasse il cui gettito va direttamente a Bruxelles senza passare per le capitali. Nella proposta di Michel vengono aggiunte risorse ‘fresche’ grazie a una tassa sulla plastica non riciclata e all’applicazione più estesa dell’Ets (Emissions trading system) sulle emissioni carboniche. Ma per introdurre tali risorse nel bilancio Ue sarà necessario l’ok unanime dei Paesi membri, mentre scontato pare il benestare del Parlamento Ue, favorevole da tempo all’introduzione di ulteriori strumenti di auto-finanziamento del Qfp, quali la plastic tax, la carbon tax e la web tax.“
Altro tema di tensione tra istituzioni e Stati Ue è quello dei rebate, cioè del meccanismo finanziario introdotto negli anni ‘80 – su richiesta del Regno Unito –  e che consente un rimborso sulla partecipazione al bilancio degli Stati contributori netti che ricevono meno fondi europei. Su tale meccanismo pende infatti una richiesta di cancellazione totale da parte della Commissione europea e di eliminazione progressiva nella proposta di Michel. L’ex premier belga avrebbe attenuato il superamento del meccanismo per ricevere il supporto determinante di cinque Governi, ribattezzati come Paesi ‘frugali’: Austria, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svezia.“ (4)
La trattativa dunque è appena iniziata . Gli stati  “frugali” Austria,  Paesi bassi, Svezia e Danimarca , considerati i più 'rigoristi', vogliono abbassare l'ammontare totale del fondo e, in particolare, gli aiuti a fondo perduto. Si oppongono poi a una massiccia raccolta di soldi sul mercato e all'introduzione di nuove tasse.  Quattro paesi , quattro posizioni leggermente diverse entro le quali dovrà fare breccia la discussione e la trattativa. L'Olanda ha ribadito più volte la richiesta di ricorrere ai soli prestiti e non alle sovvenzioni. E ha chiesto che l'uso delle risorse sia "condizionato all'effettiva attuazione delle riforme strutturali". Il Cancelliere Kurz ha espresso più volte il suo scetticismo sul piano: "Vogliamo mostrare solidarietà agli Stati particolarmente colpiti dalla crisi - e' la premessa - ma riteniamo che il giusto mezzo siano i prestiti, non le sovvenzioni".Per la Danimarca il premier Mette Frederiksen. Socialista. Maggioranza: socialista. (Appoggio esterno degli altri partiti di sinistra, il Blocco Rosso). Il mandato negoziale del governo danese ha indicato che la priorità assoluta nei prossimi colloqui sul piano sara' quella di mantenere lo sconto sul bilancio e che le altre preoccupazioni erano "secondarie". Mentre la posizione della Svezia è la stessa espressa dal premier Lofven al consiglio Europeo del 23 aprile: "Non diciamo no, ma vogliamo garanzie sui prestiti", ha detto in quell'occasione. E ancora: "Abbiamo presentato una serie di requisiti per il fondo. Ad esempio, dovrà riguardare i prestiti, con rigide modalità di rimborso".  (5)

(1) Post  scritto dal Sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano e pubblicato su https://www.ilblogdellestelle.it/2020/04/olanda-il-paradiso-che-vuole-soffocare-leuropa.html
Corriere della sera  Redazione Economia 


Eremo Rocca S. Stefano  sabato  20 giugno 2020

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