venerdì 19 giugno 2020

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI Biancamaria Frabotta



 

da Il rumore bianco (1982)

Sono questi i casi che le virgolette contano
“l’eterna indecisione dei gemelli”
il simile e il dissimile, Diotima la crespa
una maretta vispa, la luce e il moto le sono propri
l’altro è il quasi lago, il numero due, il coperchio del mondo.
Su altra pioggia cade la pioggia di ieri
ciò che sta sopra a ciò che sta sotto
chi scacciato torna dorme con noi
semina insieme panico e sonno.

da La viandanza (1995)

Discosto dal ramo quel tanto che basta
l’ala raccolta a non dar mostra di te
mi insegni la rotta breve del Colombo
erbivoro che ama il paniere poco profondo
di vimini, la canna, il salice, il cardo.
Non il rostro delle navi che violano il porto
ma il lento sciabordio dei remi calmi come nevi.
Anche la lampada ardente dell’Inferno in cui credi
a causa tua si mitiga, il mostro si addomestica
rientra nell’uovo, rinasce pulcino
e si smorza perfino la cruda scorza
di chi a tutti i costi ti volle eterno e di te
più eguale a un altro non c’era e molteplice.
Ora di sé si scontenta e guaisce la pavida Nomade.
Piuttosto che signora vorrebbe esserti sorella.


da Terra contigua (1999)

A Dario Bellezza

Arrogante garrivi alle stelle la tua dolce nenia
il fiore ancora in nuce nello scapo
e la felicità, l’ottusità d’una caccia svogliata
mai così rasente alle promesse dell’età sfacciata
ti annoiava e ti seguiva come una cagna fedele
nel subbuglio dei tuoi astratti furori.
E ti eludeva anche da quel suo astuto
gioco a tutti commestibile, ma non a te
che la morte segreta stornavi ad ogni giro
e t’era consorte l’incanto, l’incubo dei bari.
Tu non volevi altro se non l’impossibile
la tratta di favore, il pagamento del riscatto
minacciando altrimenti colpi di testa
colpi di teatro memorabili che l’indomani
bruciavi al nuovo giorno sotto dettatura.
Non tolleravi la dittatura del giorno.
E libertà t’erano gli scuri chiodati
il fresco osceno invito della notte.

da La pianta del pane (2003)


L’ultimo verso
Dentro gli occhi chiusi
quando vi cadde il sole
si accese un puntolino nero.
E non per vizio voleva
tenerselo l’informe
e dentro trattenerlo
nel cieco addome
divenuto sua patria.
Per non lasciarlo morire davvero
e insepolto, quell’ultimo verso
lo adottò, quell’inutile eroe.
Aurea muffa dell’estinto mattino
aerea tigna, polverosa carcassa
nocciolina che sgusci tra le dita
e, se si è presi, fedele capsula.

da Da mani mortali (2012)

Gli eterni lavori

Dalla valletta degli ulivi una neve marina
veste di bianco le bacche della piracanta.
Potessi poggiando la testa sul cuscino
udire il mormorìo dell’anima che dorme
quando sibila la sofferenza delle piante.
Potessi, ospite impensierita, dal pietrisco salvare la salvia
che perde al vento, talvolta, una fogliolina accartocciata
accorrere dove il ramerino implora una sponda
l’ibiscus un tepore che non è qui e un’arancia
s’affaccia fra il plumbago e le spine di Cristo.
Solo al tatto la riconosco quella pace truccata
che al mattino scuote la coperta dei sogni.

*
Le fasi della luna
Trapela, nella camera oscura
come l’intelligenza nel cuore.
Illecita, ingannevolmente stanziale.
Chinata sulla sua metà in ombra
sul fianco di una panca
la faccia girata a non guardarsi
in un confuso abbracciarsi di gambe
come fosse questa l’ultima notte
per dormire insieme
non il mio sonno senza sollievo
ma il nostro che non ha rimorso.




poesie da Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (“Lo Specchio”, Mondadori, 2018), con postfazione di Roberto Deidier e nota biobibliografica di Carmelo Princiotta. La poesie ripercorrono l’itinerario dell’opera di Biancamaria Frabotta.

L’assenza 

In una buia alba di vento
ho rimesso al mondo i morti
sognando a occhi chiusi
come è giusto che sia.
L’assenza unisce e disunisce
avvicina e divide ai vivi i risorti.
Di questa sacrosanta finzione
Ridevamo di gusto, mirabile irreale.
Capirete. Dall’alto qualcuno attende
una parola. Altro miracolo non conosco.
Capirete. Non posso svegliarmi ora.
È un addio senza domani.
Ancora qualche minuto
La realtà può attendere.
Capirete. E non mi crederete.


Biancamaria Frabotta è nata a Roma, dove vive. Ha insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Roma La Sapienza. Ha scritto tra l’altro l’antologia Donne in poesia (1976), Letteratura al femminile (1980), Giorgio Caproni il poeta del disincanto (1993) e L'estrema volontà ( 2010). Collaboratrice di riviste, è stata redattrice di Orsa minore (dal 1981 al 1983) e di Poesia (dal 1989 al 1991). Ha scritto a lungo sul Manifesto. Ha raccolto studi e interventi intorno al femminismo in due volumi (Femminismo e lotta di classe e La politica del femminismo). La sua attività poetica è cominciata nel 1976 con Affeminata, ed è proseguita con Il rumore bianco (1982), Appunti di volo e altre poesie (1985), Controcanto al chiuso (1991), La viandanza (1995),Terra contigua (1999), La pianta del pane (2003), Gli eterni lavori (2005), I nuovi climi, (2007), Da mani mortali (2012). Nel 1994 è iniziata la collaborazione con l'artista Giulia Napoleone con cui ha realizzato i libri d'arte "Controcanto al chiuso" (monologo teatrale con due incisioni di G. Napoleone, Edizioni della Cometa, Roma, 1994) "Ne resta uno" (sedici haiku con sei incisioni di G.Napoleone, Il Ponte, Firenze, 1996) e la cartella "Sopravvivenza del bianco" (con sei maniere nere di G. Napoleone, Scheiwiller, Milano, 1997). Ha inoltre pubblicato un romanzo, "Velocità di fuga", Reverdito, Trento, 1989 (Premio Tropea 1989).

Per il teatro ha scritto la trilogia "Trittico dell'obbedienza", Sellerio, Palermo, 1996. Nell'ambito di una vasta opera saggistica ha curato l'antologia della poesia femminile italiana dal dopoguerra ad oggi, "Donne in poesia" (Savelli, Roma, 1976), ha pubblicato "Letteratura al femminile" (De Donato, Bari, 1980) e "Giorgio Caproni, il poeta del disincanto" (Officina edizioni, Roma, 1993).

Ha partecipato nel 2004 a "Il cammino delle co
mete" e nel 2005 agli Incontri di Sarajevo.

Eremo Rocca S. Stefano venerdì 19 giugno

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