martedì 23 giugno 2020

OVIDIANA: La nostalgia del paesaggio della Valle Peligna nelle opere dell’esilio in Romania




Negli Amores e nelle opere dell’esilio  Tristia, Ibis, Epistulae ex Ponto, Ovidio parla frequentemente della sua patria ,l’Abruzzo e in particolare della Valle Peligna. Si deve a Giovanni Garuti un approfondito studio su “L’Abruzzo nella poesia ovidiana e imperiale latina” pubblicato a L’Aquila nel 1978 (pp.16-46 Amores e pp. 64-74 opere dell’esilio).
I versi come :” Pars me Sulmo tenet Paeligni termia ruris” ( da Elegia 2,16 di Amores) oppure  “Sulmo mihi patria est gelidis uberrimus undis/Milia qui noviens distata b urbe decem “ (Tristia 4,10 3-4) sono la descrizione reale e concreta di luoghi, la campagna sulmonese ovvero la Valle Peligna ove il poeta alle falde del monte Morrone aveva un  podere.

Le poesie degli Amores raccontano la struggente  solitudine amorosa perché Corinna, l’amata, ha disertato gli appuntamenti.
Fonte d'amore
Ovidio non nomina in questi canti luoghi ma, per affinità e comunanze, si pensa subito all’attuale Fonte d’Amore e alla irruenza  del torrente Vella  che con le sue acqua  gli impedisce l’attraversamento. Torrente Vella  lungo il quale  a cura dell’Amministrazione Comunale di Sulmona è stato realizzato oggi un parco fluviale.
Il  Vella è ridotto oggi ad un  “rivolo” d’acqua ma per Ovidio  , ed è da crederlo perché alcune cronache  di non molti decine di anni fa lo descrivono ancora così, aveva rive fangose, acque torbide e piovane  mancava di una sorgente e provocava con le sue inondazioni  danni ai campi e al bestiame.
Infatti scrive Giovanni Garuti in un altro saggio “ Ovidio esule e il paesaggio assente” pubblicato su Misura (Rassegna trimestrale di abruzzesistica Anno II ,Fasc. 2, 1978,n.2)
“…continuità con l’elegia 2,16 (Amores) si può riscontrare in Am. 3,1,1-5, mentre in altri due passi il semplice attributo aquosus accompagna  due localizzazioni geografiche precise : 2,1,1 Paelignis…aquosis; 3,15,11 : Sulmonis acquosi.

Statua Palazzo Annunziata
La tecnica oppositiva non manca, sotto angolazioni  di poco diverse, anche nelle due elegie già segnalate. L’elegia 2,16 verte su una doppia opposizione : a) ogni luogo brutto diventa bello  con la donna amata (w.15-32); b) ogni luogo bello diventa brutto senza la donna amata (w.33-40).”
Anche se  negli scritti composti durante l’esilio raramente si fa menzione dei luoghi abruzzesi  da un’attenta comparazione  delle opere scritte prima e durante l’esilio  viene in evidenza una nostalgia della campagna  sulmonese e della Valle Peligna  , luoghi che  già presenti negli Amores  saranno pianti  come assenti, perduti per sempre. Sono i desolati lamenti dell’esule  che costituiscono un catalogo di elementi  che si esprime in versi e che parlano  di abbondanza di acque, fonti sorgive,fiumi, erbe e fiori su prati tenui d’acqua, selve ed alberi ombrosi e rinfrescate dalle aure, canto degli uccelli , campi di frumento, vigne.
Scrive a questo proposito Giovanni Garuti:” Se ne deduce pertanto  che tra le componenti dolorose  dell’esilio di Tomi, accanto alle cose che ci sono ( gelo, ghiaccio,squallore, selvatichezza e ineleganza degli abitanti, incursioni di barbari (ecc.) figura anche un grande assente ,il paesaggio che non c’è, la perduta terra d’Abruzzo. L’implacabile meccanismo  della negazione  la preclude  al suo primo apparire nel fondo dell’animo del poeta.

Monte Morrone
Così il paesaggio , come è stato, secondo uno studio del Segal ,elemento di unità nelle Metamorfosi, allo stesso modo costituisce uno dei trait d’union tra il momento inziale  del poeta (Amores) e la sua triste conclusione finale. Riteniamo anche di veder riprodotta nelle opere dell’esilio, la dicotomia della funzione paesaggistica riscontrata sempre dal Segal nelle Metamorfosi  stesse : a) condizioni  esterne negative che influiscono sull’animo di chi  vi si trova ( il poeta in persona nel freddo di Tomi  e non più i personaggi delle leggende mitologiche)); b) stato di pace che improvvisamente si infrange: così doveva sentire  ,Ovidio esule,  quelle terre che negli Amores invece non avevano  lasciato prevedere o presagire alcuna tragedia.”
Nell’ambito della contrapposizione tra Amores ed opere  dell’esilio viene in evidenza  un diverso significato dei termini  “frigidus e frigus “.

Santuario Ercoole Curino
Quando  Ovidio tra il 25 e il 15 a.C. scriveva gli Amores, “frigidus e frigus”, nel loro significato di freddo , assumevano valenze poetiche  come colui che non  è riscaldato dalla persona amata, di fresco, specialmente in riferimento a fiumi e fonti.  I termini hanno in sostanza una connotazione positiva. Al contrario nelle opere dell’esilio  la “frigida aura”  che deliziava le ombre dei boschi diventa similitudine di tremito d’angoscia.


Gelidus è gelo . La frescura dei monti abruzzesi si è trasformata nel gelo delle tere d’esilio. Il gelo è dunque negatività.
Allo stesso modo  ad un analogo esito perviene un altro tema poetico ovidiano  studiato da  S. Viarre  (Ovide.Essai de lecture poetique.Paris 1976, pp. 47-50 riportate da Grulli )  che lo include tra le  “images obsessionelles “ : quello dell’acqua del mare che specie nelle Heroides e nelle Metamorfosi, aveva assunto una certa alternanza di positività e di negatività ( naufragio, morte in mare).
Anche questo motivo, nell’ultimo Ovidio , finisce con il coinvolgere il poeta nell’implacabile sensazione di essere un naufrago, di aver tutto perduto, con la sola attesa della prossima fine.

Eremo Rocca S. Stefano martedì  23 giugno 2020

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