Negli Amores e nelle opere
dell’esilio Tristia, Ibis, Epistulae ex
Ponto, Ovidio parla frequentemente della sua patria ,l’Abruzzo e in particolare
della Valle Peligna. Si deve a Giovanni Garuti un approfondito studio su
“L’Abruzzo nella poesia ovidiana e imperiale latina” pubblicato a L’Aquila nel
1978 (pp.16-46 Amores e pp. 64-74 opere dell’esilio).
I versi come :” Pars me Sulmo
tenet Paeligni termia ruris” ( da Elegia 2,16 di Amores) oppure “Sulmo mihi patria est gelidis uberrimus
undis/Milia qui noviens distata b urbe decem “ (Tristia 4,10 3-4) sono la
descrizione reale e concreta di luoghi, la campagna sulmonese ovvero la Valle Peligna ove il poeta alle
falde del monte Morrone aveva un podere.
Le poesie degli Amores raccontano
la struggente solitudine amorosa perché
Corinna, l’amata, ha disertato gli appuntamenti.
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| Fonte d'amore |
Ovidio non nomina in questi canti
luoghi ma, per affinità e comunanze, si pensa subito all’attuale Fonte d’Amore
e alla irruenza del torrente Vella che con le sue acqua gli impedisce l’attraversamento. Torrente
Vella lungo il quale a cura dell’Amministrazione Comunale di
Sulmona è stato realizzato oggi un parco fluviale.
Il Vella è ridotto oggi ad un “rivolo” d’acqua ma per Ovidio , ed è da crederlo perché alcune
cronache di non molti decine di anni fa
lo descrivono ancora così, aveva rive fangose, acque torbide e piovane mancava di una sorgente e provocava con le sue
inondazioni danni ai campi e al
bestiame.
Infatti scrive Giovanni Garuti in
un altro saggio “ Ovidio esule e il paesaggio assente” pubblicato su Misura
(Rassegna trimestrale di abruzzesistica Anno II ,Fasc. 2, 1978,n.2)
“…continuità con l’elegia 2,16 (Amores)
si può riscontrare in Am. 3,1,1-5, mentre in altri due passi il semplice
attributo aquosus accompagna due
localizzazioni geografiche precise : 2,1,1 Paelignis…aquosis; 3,15,11 :
Sulmonis acquosi.
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| Statua Palazzo Annunziata |
La tecnica oppositiva non manca,
sotto angolazioni di poco diverse, anche
nelle due elegie già segnalate. L’elegia 2,16 verte su una doppia opposizione :
a) ogni luogo brutto diventa bello con
la donna amata (w.15-32); b) ogni luogo bello diventa brutto senza la donna
amata (w.33-40).”
Anche se negli scritti composti durante l’esilio
raramente si fa menzione dei luoghi abruzzesi
da un’attenta comparazione delle
opere scritte prima e durante l’esilio
viene in evidenza una nostalgia della campagna sulmonese e della Valle Peligna , luoghi che
già presenti negli Amores saranno
pianti come assenti, perduti per sempre.
Sono i desolati lamenti dell’esule che
costituiscono un catalogo di elementi
che si esprime in versi e che parlano
di abbondanza di acque, fonti sorgive,fiumi, erbe e fiori su prati tenui
d’acqua, selve ed alberi ombrosi e rinfrescate dalle aure, canto degli uccelli
, campi di frumento, vigne.
Scrive a questo proposito
Giovanni Garuti:” Se ne deduce pertanto
che tra le componenti dolorose
dell’esilio di Tomi, accanto alle cose che ci sono ( gelo,
ghiaccio,squallore, selvatichezza e ineleganza degli abitanti, incursioni di
barbari (ecc.) figura anche un grande assente ,il paesaggio che non c’è, la
perduta terra d’Abruzzo. L’implacabile meccanismo della negazione la preclude
al suo primo apparire nel fondo dell’animo del poeta.
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| Monte Morrone |
Così il paesaggio , come è stato,
secondo uno studio del Segal ,elemento di unità nelle Metamorfosi, allo stesso
modo costituisce uno dei trait d’union tra il momento inziale del poeta (Amores) e la sua triste conclusione
finale. Riteniamo anche di veder riprodotta nelle opere dell’esilio, la
dicotomia della funzione paesaggistica riscontrata sempre dal Segal nelle
Metamorfosi stesse : a) condizioni esterne negative che influiscono sull’animo
di chi vi si trova ( il poeta in persona
nel freddo di Tomi e non più i
personaggi delle leggende mitologiche)); b) stato di pace che improvvisamente
si infrange: così doveva sentire ,Ovidio
esule, quelle terre che negli Amores
invece non avevano lasciato prevedere o
presagire alcuna tragedia.”
Nell’ambito della
contrapposizione tra Amores ed opere
dell’esilio viene in evidenza un
diverso significato dei termini
“frigidus e frigus “.
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| Santuario Ercoole Curino |
Quando Ovidio tra il 25 e il 15 a.C. scriveva gli Amores,
“frigidus e frigus”, nel loro significato di freddo , assumevano valenze
poetiche come colui che non è riscaldato dalla persona amata, di fresco,
specialmente in riferimento a fiumi e fonti.
I termini hanno in sostanza una connotazione positiva. Al contrario
nelle opere dell’esilio la “frigida
aura” che deliziava le ombre dei boschi
diventa similitudine di tremito d’angoscia.
Gelidus è gelo . La frescura dei
monti abruzzesi si è trasformata nel gelo delle tere d’esilio. Il gelo è dunque
negatività.
Allo stesso modo ad un analogo esito perviene un altro tema
poetico ovidiano studiato da S. Viarre
(Ovide.Essai de lecture poetique.Paris 1976, pp. 47-50 riportate da
Grulli ) che lo include tra le “images obsessionelles “ : quello dell’acqua
del mare che specie nelle Heroides e nelle Metamorfosi, aveva assunto una certa
alternanza di positività e di negatività ( naufragio, morte in mare).
Anche questo motivo, nell’ultimo
Ovidio , finisce con il coinvolgere il poeta nell’implacabile sensazione di
essere un naufrago, di aver tutto perduto, con la sola attesa della prossima
fine.





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