lunedì 15 giugno 2020

MIRABILIA URBIS . L’Aquila : la fontana delle 99 cannelle





Il FAI Fondo Ambiente  Italiano  nel suo programma di restauro di monumenti  e di valorizzazione di ambienti propose  per l’anno 2010  due suggestivi   paesaggi :  Il bosco di S. Francesco in Umbria e la Fontana delle 99 cannelle a L’Aquila. In quest’ultimo caso  l’attenzione su questo monumento voleva  essere proprio un auspicio e un augurio perché l’intero centro storico di L’Aquila  potesse tornare alla sua vita originaria con un’accorta opera di restauro e  ridefinizione degli ambienti
Affermava  infatti il Fai che il restauro  serve a ricordare che il terremoto ha distrutto anche uno dei più importanti centri storico-artistici  italiani e che è necessario lavorare anche su questo fronte. "Non siamo qui oggi per inaugurare solo il cantiere di restauro di un monumento –chiariva  Marco Magnifico, vice presidente del Fai- bensi' di uno dei piu' importanti 'luoghi dell'anima' degli aquilani. La perdita degli affetti familiari produce un grande senso di spaesamento nelle persone, ma quando l'identita' culturale di ciascuna di esse e' corroborata dalle testimonianze storico-artistiche, ovvero i monumenti, allora tutti si sentono piu' forti.''.
Mi è sembrato utile allora  a distanza di un decennio da quel restauro condividere la pagina che qui trascrivo e che è stratta dal mio  “Il chiostro e le mura” volume dedicato alla storia di L’Aquila pubblicato qualche anno fa con l’editrice Qualevita di Torre dei Nolfi  vicino Sulmona.

Ecco che cosa scrivevo a proposito della fontana delle  99 cannelle e dell’acqua che sembra essere stata appunto  uno dei principali elementi come la pietra, il legno  di cui  è composta la nascente città.
“L’acqua, le fonti nella fantasia  della gente della città è  il mito della fondazione ,ricostruito dalla storiografia cittadina  in testi cinquecenteschi di Pandolfo Collenuccio e Giuseppe Caccio  che maturano le esperienze dei cronisti  tre-quattrocennteschi. “
Nel ‘Compendio’, che è degli anni 1527-1539, Collenuccio dice che la città fu fondata  dopo la distruzione di Amiterno e vi si cominciò a tenere il mercato “ per essere luogo commodo per fertilità dei pascoli e comodità  dell’acque per le molte fonti “

Lo stesso toponimo Acculè, ad Aquas , indica dov’è l’origine della città: presso l’odierna Rivera, vicino al fiume. Le acque della  Rivera, del fiume Aterno, serviranno alla città per i mulini , per la lavorazione della lana, per le conce.
Ed è grande festa ai tempi di Guelfo di Lucca per la costruzione dell’acquedotto : tutti vanno a lavorare a Valle Pretara, Colle Pretara, Santa Barbara per la realizzazione di un’imponente opera.
Ed è Buccio di Ranallo  che ci fa sentire questo elemento  della città con la sua descrizione  palpante, carica e allo stesso tempo  scorrevole e godibile:

Tanta era la gente                    che in quillo loco stavano
dell’omini e de femmine            che roba ci portavano ,
de prete e calce e rena a quelli che cavavano
e delli manuali              a quilli che muravano.

Non se potria contare              per null’anima vivente,
non se vendia in L’Aquila         nulla cosa niente;
tutta già ne li colli                     a vennere la gente;
stavano come l’oste                 che stesse ascisamente.

Loco erano panicocole e multi tavernari,
pizzicarole assai,                      saturi e calzulari;
tromme ed altri soni                 co’ multi giullari,
de ciò che tu volivi                   se avivi denar.

Tanto d’adoperaro                  ch’ecco l’acqua menaro,
de cannoli de lino                     che da piedi li ferraro
e con le funti fatte                     de lino comenzaro
a modo de tinaccio                  e multi anni duraro.

L’acqua è accostata al nome di Guelfo da Lucca, Capitano di giustizia e Governatore  “ dotore in legge e cavaliere “. “ In verità Guelfo voleva far bene  alla città dell’Aquila e ne è prova che vedendo  come non bastasse per tutta  la popolazione l’acqua della Rivera, e che era lontana e troppo al  basso , pensò di recare questo beneficio agli aquilani. Si diede allora a visitare i dintorni  e trovò molta buona acqua nelle terre di Santanza ad un miglio a settentrione  dell’Aquila. Allora convocò il Consiglio e fu deliberata la conduttura di quelle acque. Ad ingegnere per dirigere i lavori  fu scelto frate Giovanni dell’ordine di S. Francesco” [….] “ I lavoratori che eseguirono  l’opera erano a migliaia , e sotto tende abitavano con le loro famiglie  nel luogo stesso del lavoro e lo stesso Guelfo volle  là la sua tende  per sorvegliare il lavoro “
L’acqua  fu dunque  una delle prime  realtà della città nascente.  Fu distribuita in tutte le piazze dove i cittadini andavano ad attingerla  a quelle fontane che dapprima furono tini  di legno e più tardi , verso il 1360, vasche di pietra.

Le reformazioni del 1504 definiscono l’acqua “ il primo gioiello della città”
Una città di fonti e di acqua dunque  che diventa oggetto di culto  e simbolo  rituale di rinnovamento
[ Come  è dunque accaduto  secondo il progetto  di restauro da parte del Fai della Fontana delle 99 cannelle ]
Già la fontana . Quella fontana rappresentò e rappresenta  il rinnovamento della città  su un patto di solidarietà .. Ideata  e costruita da Tancredi da Pentima  nel 1272 per ricordare l’unione dei 99 castelli  con il tipico rivestimento  bianco e rosso, i colori araldici della città, compendia nel suo immaginario fisionomico , uomo , natura e società.
Il rapporto tra l’immagine  e il simbolico materializzato  dalla trasparenza e leggerezza dell’acqua , elemento essenziale che immerge nel  suo slavato del suo scorrere  l’espressione di una rappresentazione del mondo , si esprime qui in una inversione parodistica  che fa l’uomo animale e l’animale uomo . Non solo. Che fa  il demonio santo e il santo  demonio in una convulsione  di categorie appunto umane, animalesche, totemiche , diaboliche, magiche, allegoriche. 

Simulazione e dissimulazione nelle sembianze di pietra  avverano la metafora  all’interno della vita , fuori della morte e  mettono in discussione  i confini tra reale, immaginario e simbolico.
Tutto come  ricorso e rincorsa verso l’identità del giuoco di raccontare e raccontarsi, di proiettarsi fuori , nell’universale  senza parole, attribuendo al mascherone valori individuali  e sociali.
Ma anche valore apotropaico come al mascherone di Via Roma (attuale) ,mascherone in pietra che mostra la lingua  che sta ad indicare il pene ,organo capace di scongiurare il “ negativo esistenziale”
Ma i mascheroni delle 99 cannelle  stanno lì anche a guardia dell’acqua  perché “ è maledetto dagli dei , come dice Esoso,  colui che insudicia una fonte.”
A guardia della purezza dell’acqua ,  della purezza di un elemento  che sgorga da una cannella chiaro riferimento ad un fallo stilizzato , chiaro riferimento alla vitalità di un elemento  prezioso, essenziale alla vita.
E poi anche un po’ di mistero. Nel contesto della Fontana delle 99 cannelle l’acqua diventa anche un simbolo di mistero  per quella sua provenienza segreta che ne costruisce un altro fascino “


Eremo Rocca S. Stefano martedì 16 giugno  2020        

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