giovedì 25 giugno 2020

VOCI E STORIE DAL SILENZIO : Il monte Morrone



Le montagne del Morrone sono un gruppo montuoso dell'Appennino  che sovrasta la città di Sulmona, racchiuso tra la Valle Peligna a ovest, il fiume Aterno a nord e la Majella ad est, dalla quale è separato dalla valle del torrente Orte. Inserito nel territorio della Comunità Montana della Maiella e del Morrone, interessa i territori dei comuni di Sulmona, Pratola Peligna, Roccacasale, Pacentro, Corfinio, Sant'Eufemia a Maiella e Caramanico Terme e fa parte del Massiccio della Maiella.(1)
E’ un gruppo isolato del ben noto parco della Majella e tocca appena i 2061 mslm, ma è uno scrigno di bellezza naturalistica, di storia arcaica montana e un paradiso per bikers esigenti e dal palato finemente rodato.
Il Morrone è stato terra di eremiti e pastori… ma anche di contadini, resinatori, carbonai, santi, briganti e partigiani. Una montagna piena di storia, ricca di vestigia (eremi, santuari, castelli), luogo di memoria e mito.

Gli Eremi di S. Onofrio e di S. Pietro 

Pietro Angelerio abbandonata la Chiesa di S. Maria dell’Altare nei pressi di Palena, dove aveva soggiornato per qualche tempo si recò sul monte Morrone in cerca di  luoghi impervi  per  vivere da romito .  Chiese indicazioni aGentile da  Rainaldo di Sulmona che lo accompagnò presso una piccola edicola ai piedi del monte Morrone. Il giorno dopo tornò a visitarlo ma non lo trovò . Cercatolo sulla montagna  alla domanda perché si fosse allontanato Pietro rispose che cercava un luogo più impervio.  La sua era una vocazione eremitica come racconta il suo biografo Fea Bartolomeo da Trasacco .
“Vagava per romitori rigidi, selvaggi. Aggiungeva, a questo suo vagare, mortificazioni, astinenze, digiuni, orazioni. Fra Bartolomeo da Trasacco dell’ordine di Fra Pietro, teste 162 al Processo dette una testimonianza così importante in questo senso che Clemente V la inserì nella Bolla di canonizzazione.
Così questo teste: “Viveva negli eremi e in altri luoghi aridi e selvaggi ... da cui non veniva fuori se non per mutar dimora. ... menava vita esimia e continuata in molte astinenze e digiuni ... fuggiva, quando comodamente lo potesse, l’umano consorzio, e più particolarmente quelli che parlavano della sua perfezione. Adoperava vesti molto vili e rozze. Si cingeva di cilici intessuti di peli di cavallo arreticolati e nodosi, si stringeva sulla nuda carne una catena di ferro, ovvero un cerchio di ferro a modo di cintolo. D’ordinario non portava calzette né scarpe, se non nel viaggio. Alle volte solo in
inverno adoperava le uose di vile panno e zoccoli di legno.
Dormiva alle volte sulla nuda terra, o sopra le tavole, o sopra una graticcia a modo di cancelli costruita. ... per guanciale poi adoperava o un legno, o una pietra, o un fascio di rami l’albero, o di paglia aspra, o d’altra materia sempre dura. Digiunava ogni giorno, fuorché nelle domeniche. Non beveva mai vino nel prender cibo, né in altre ore; tranne qualche rara volta per fare un po’ di caritàcoi suoi monaci, nel celebrare la Messa e nei salassi , una volta annacquato ... Non mangiava
carne né infermo e né sano, e neppure condimento di carne ... costumava di fare sei quaresime l’anno ... nelle quali digiunava con pane e acqua e qualche volta con dei pomi o frutta. In esse osservava continuamente il silenzio ... il pane della sua mensa erano sempre tozzi raccattati nell’estate, dai paesi vicini o offertigli per elemosina. Li faceva seccare al sole per servirsene d’inverno, quando, per la neve, nessuno poteva raccogliere.”
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In una nota a margine del suo monumentale e straordinario studio, intitolato Le fondazioni celestine dalle origini alle soppressioni, la professoressa Rita Quaranta onferma che nel corso del processo di canonizzazione  dunque  il  teste Gentile da Rainaldo da Sulmona affermò di aver condotto Pietro di Angeleriofuturo papa Celestino V  –  all’età di ventiquattro anni sui luoghi del monaco Flaviano da Fossanova. Tenendo per buona la data di nascita di Pietro nel 1209, la prima ascesa sul monte Morrone risalirebbe dunque al 1233. Vi fece poi ritorno, affascinato dal silenzio, dall’essenzialità della roccia e dalla sacralità del sito, nel 1241 dimorandovi fino al 1246.
L’edificio  dell’Eremo di S. Onofrio che  possiamo vedere  oggi,affacciato sulla Valle Peligna, fu  ricostruito negli anni Cinquanta ,per impulso  e  dedizione dal maestro Giuseppe Giampietro di Sulmona . La precedente costruzione era stata cannoneggiata e distrutta dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, perché pensavano che alcuni prigionieri fuggiti  dal campo sottostante avessero potuto trovarvi rifugio
La zona più interessante e suggestiva è costituita dall'oratorio e dalle due successive cellette dove dimorarono San Pietro Celestino e il Beato Roberto da Salle. L'oratorio è coperto da affreschi eseguiti dal Maestro Gentile da Sulmona nel 1200. La parte di fondo rappresenta una crocifissione con Maria e San Giovanni ai piedi della Croce; sulla lunetta dell'ingresso sono raffigurati San Benedetto tra i Padri eremiti Mauro e Antonio. Sulla parete di sinistra è visibile un ritratto di Celestino raffigurato con abito monastico e con mantello bianco. Al centro, un semplice e antico altare reca incastonato nel mezzo un crocifisso di pietra .
Qui Pietro Angelerio, futuro Papa Celestino V, trascorse gran parte della sua vita. Tra le sue mura si conserva la memoria di Papa Celestino V, Santo confessore, ritiratosi qui nel giugno del 1293. Questo fu l'ultimo eremo fatto costruire da fra' Pietro dopo il 1290, egli vi si stabilì nel 1293 ma vi rimase solo un anno, fino al giorno in cui venne eletto Pontefice. L'eremo fu abbandonato nel 1807 in seguito alla soppressione di alcuni ordini religiosi ma fu in seguito nuovamente abitato da una serie di eremiti, laici e religiosi. Tra queste mura, mentre osservava il digiuno penitenziale in onore della Vergine Assunta e di San Pietro, frà Pietro fu raggiunto dalla notizia della sua elezione al papato. La tradizione racconta che il Crocifisso dinnanzi al quale il Santo pregava accennò con il capo e solo allora Pietro pronunziò queste parole: "Do il mio assenso ai voti del Sacro Collegio ed accetto il Sommo pontificato. Mi aiuti il Signore a portarne il gravissimo giogo". Il Petrarca, nel De Vita solitaria, racconta la vita di Roberto da Salle, il cui nome secolare era Santuccio, e ricorda che questi, nel momento in cui il Celestino V stava per lasciare Sant'Onofrio, gli si inginocchiò dinnanzi e gli chiese la santa benedizione. A Sant'Onofrio Pietro ritornò dopo l'abdicazione al papato e vi rimase nascosto fino al febbraio del 1295 quando partì con il desiderio di raggiungere la Puglia per imbarcarsi verso la Grecia.Poi la barca fece naufragio e Pietro fu ripreso e tenuto in custodia nelo  castello di Fumone dal papa che gli era  succeduto Bonifacio VIII
Il luogo di culto è meta di pellegrinaggi ( uno di questi è quello che gli abitanti di Pratola e di Bagnaturo fanno iol giorno del lunedì di Pasqua )  e riti propiziatori, quali lo strofinamento (litoterapia) delle parti del corpo doloranti sulle pareti della grotta che si apre nella zona sottostante all'eremo abitata da Celestino; insieme al tiro di un sasso dalla terrazza delle’eremo nel vallone del diavolo .La grotta presenta uno stillicidio di acque, alle quali i fedeli attribuiscono poteri taumaturgici così come la raccolta di polvere, calcinacci e ramoscelli di piante che crescono intorno al santuario  e il lancio delle pietre dal terrazzo, che simboleggiano gli influssi negativi e i dolori. Il Santo viene festeggiato il 12 giugno, ma anche il 19 maggio, giorno della morte di Celestino V, i fedeli si recano all’Eremo.
Pietro Piccirilli, in “ L’eremo di Pietro Celestino sul Monte Morrone,” Lanciano, Rocco Carabba, 1901.ci ha lasciato una descrizione dell’eremo  affascinante anche per il corredo  di immagini commentate
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L’abazia di S. Spirito 

Nel 1263 papa Urbano IV autorizzò fra Pietro  a fondare , inglobando l’Istituto di Santo Spirito a Majella nell’Ordine benedettino, un ordine  monastico  , riconfermato  poi da Gregorio X, ma in realtà dell’ordine degli Eremiti di San Damiano o Frati dello Spirito Santo o Majellesi. Sarà soltanto con l’ascesa al soglio pontificio di fra’ Pietro col nome di Celestino V che i monaci assunsero il nome di Celestini.
All’arrivo di Fra Pietro,al Morrone  nel 1241 secondo Guido Piccirilli, c’era una cappella dedicata a S. Maria, che il futuro papa  cercò di ampliare. In seguito, verso la fine del XIII secolo, fu costruita una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con convento annesso.

Il monastero di Santo Spirito al Morrone venne edificato da Pietro tra il 1270 e il 1280 , in un luogo strategico per la rete viaria dell’epoca. Nel 1299 si pose mano ad un intervento di completamento e ristrutturazione anche per volere del re Carlo II il quale concesse al monastero rilevanti donazioni ed aiuti finanziari. Né mancarono i lasciti dei fedeli che permisero all’archimonastero progressivi rifacimenti e restauri anche per quelli occorsi a seguito al disastroso terremoto del 3 novembre 1706 (Mg. 6.6). L’intero patrimonio artistico/monumentale della Valle Peligna patì le conseguenze peggiori.
Il monastero, a pianta rettangolare, misura 119×140 m. raggiungendo una superficie totale complessiva di circa 17.000 mq. Una ciclopica muraglia ingloba una serie di edifici articolati da formare cinque cortili. La struttura generale del progetto fu opera del capo mastro del cantiere Caterino Rainaldi da Pescocostanzo. Alla chiesa in stile borromiano si affianca un campanile di quasi 30 m. di altezza, dovuto probabilmente a Matteo Colli, giacché la torre campanaria richiama quella della SS. Annunziata di Sulmona e fatta realizzare nel 1596 dall’abate Generale Donato di Taranto. La chiesa si oppone al portale attraverso cui si accede al cortile centrale detto dei “Platani”.
Cuore spirituale dell’Abbazia è la cripta medioevale posta al di sotto della porzione presbiterale della chiesa. Il magnetismo dell’insieme è arricchito da un dipinto del XIV (autore anonimo) raffigurante Celestino che sorregge con la mano sinistra la palma del martirio, mentre la destra un libro (la regola dell’ordine?) al cospetto di numerosi confratelli innanzi a lui genuflessi.

Altro luogo che desta stupore per la vastità è il Refettorio a cui si accede per mezzo di uno splendido scalone composto da due gradinate simmetriche in pietra della Maiella. Una sala di 34 m. di lunghezza per 8 m. di larghezza sul cui sfondo si staglia un ampio dipinto riproducente “L’ultima cena” opera del frate Joseph Martinez. Il dipinto dirige l’occhio della mente del visitatore all’essenza più profonda e al punto nevralgico dell’intera storia del cristianesimo.
La scheda Mibac  descrive così l’abbazia  :” Nel corso dei secoli l’Abbazia ha subito varie fasi di ampliamento di cui abbiamo ancora bellissime testimonianze, fino ad arrivare agli importanti interventi a seguito del terremoto del 1706.
I monaci hanno abitato questo complesso fino all’emanazione della legge napoleonica del 1806 che disponeva la soppressione degli Ordini religiosi. In seguito a ciò l'abbazia ha cambiato diverse destinazioni d’uso: adibita dapprima a Collegio Reale dei tre Abruzzi, poi ad ospizio di mendicità quindi a quartiere militare con annesso ospedale, nel 1868 viene trasformata in casa di reclusione e sarà tale fino al 1993. Nel 1998 è assegnata al Ministero per i Beni e le Attività Culturali che avvia un progetto di restauro tutt'ora in corso di esecuzione. Dal 2014, la gestione del monumento è affidata al Polo Museale dell’Abruzzo. L'Abbazia e' anche sede temporanea di uffici distaccati della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell'Abruzzo e dell'Ente Parco Nazionale della Majella.
Oggi l’Abbazia si presenta come un grandioso complesso monumentale di forma quadrangolare circondato da possenti mura; composto da una monumentale chiesa settecentesca e da un imponente monastero che si articola su cinque cortili interni, tre maggiori e due minori.

La fonte ovidiana dell’amore 

La tradizione vuole che in questo luogo Ovidio incontrasse la sua Corinna per gli appuntamenti d’amore
La Fontana dell’Amore, in frazione Fonte d’Amore di Sulmona, è stata fin da tempi remoti considerata miracolosa per le sue acque, dotate, secondo la leggenda locale, di poteri straordinari e afrodisiaci. Inserita in un piccolo spiazzo lastricato, la fontana si presenta con la sua struttura piuttosto semplice, ovvero un muro rettangolare in conci di pietra squadrati e cornice terminale. L’acqua sgorga dalle cannule di due piccoli rosoni laterali, oltre che da una larga fenditura centrale, inserita in epoca più recente, e si riversa in una bassa vasca dal bordo curvilineo e in due diversi bacini quadrangolari in pietra, posti ai lati. Non mancano, ovviamente, i versi più famosi di Ovidio riportati sulle tabelle esposte, ma si possono notare anche due date impresse sulla fontana che ne avvalorano l’importanza storica: 1838 e 1919, con la scritta “Fontana della Vittoria”, a rievocare la conclusione della Prima Guerra Mondiale.

Il tempio di Ercole Curino 

Il Parco archeologico del Santuario di Ercole Curino è stato istituito negli anni Settanta nel territorio comunale di Sulmona. È posto alle pendici del Monte Morrone, in località Badia ed è una delle più importanti aree sacre d’Abruzzo, con la sua caratteristica struttura di santuario terrazzato che dall’età ellenistica (IV-III sec.a.C. ) ebbe fasi di vita e di ricchezza fino alla metà del II sec.d.C.
È costruito su terrazzamenti artificiali che organizzano gli spazi sacri digradanti lungo il pendio montano: sul livello più alto è documentata la prima fase edilizia, con tempio su alto podio; l’ampliamento successivo del terrazzo vide la costruzione del cosiddetto sacello con la gradinata monumentale interrotta dal piazzale lastricato, alla cui base si aprivano i porticati affacciati sulla conca peligna; all’inizio del I sec.a.C. si fa risalire la ristrutturazione generale del luogo di culto, con un terrazzo inferiore, sostruito da un imponente muro in opera quasi reticolata, sul quale si imposta la serie degli ambienti voltati sottostanti il piazzale.
Ebbe fasi di vita e di ricchezza dall’età ellenistica (IV-III sec.a.C. ) fino alla metà del II sec.d.C.
La ricchezza e la fama del santuario non si persero con l’abbandono dei luoghi dovuto a una frana che a metà del II secolo seppellì gli edifici e i doni votivi sul terrazzo superiore. Il diffondersi del Cristianesimo conservò la sacralità del luogo, come dimostra l’edificazione, ai margini del santuario pagano, di una chiesetta ampliata da Papa Celestino V.
Nel 1957, in occasione del Bimillenario della nascita di Ovidio, furono effettuati i primi scavi archeologici che rivelarono l’identità sacra e l’antichità del sito, sfatando la leggenda dell’identificazione dei ruderi con la villa del poeta sulmonese. (https://www.sabap-abruzzo.beniculturali.it/santuario-di-ercole-curino/)

Eremo di S. Croce 

Conosciuto anche con il nome di San Pietro, è posto sul monte Morrone, a 1379 m s.l.m., sulla stessa direttrice dell’Eremo di Sant’Onofrio; si raggiunge partendo dalla località Colle delle Vacche e percorrendo un sentiero che sale attraverso un bosco di pini.
L’edificio originario fu eretto probabilmente nella seconda metà del XIII secolo per volere di Pietro Angelerio che, secondo testimonianze tratte dal suo processo di canonizzazione, vi si ritirò più volte in meditazione e preghiera nel corso degli anni: è plausibile, infatti, che fosse un romitorio. Le testimonianze a tal proposito sono però discordanti, in quanto per alcuni si trasformò successivamente in cenobio: vero è che intorno alla piccola chiesa non vi sono tracce di mura o resti di costruzioni di qualunque tipo ed essa è di dimensioni troppo ridotte per poter ospitare una sia pur piccola comunità di monaci; nel XVI secolo viene definita “cappelluccia”. 

La chiesetta attuale è il risultato di un intervento di ricostruzione del XVII secolo; fino agli anni Venti del ‘900 era in migliori condizioni di conservazione ed ancora abitata da un eremita, che però non risulta più presente già nel 1924. 





Le poteche di Ovidio 
 Antonio De Nino  racconta in un suo studio sulle leggende medievali su Ovidio come quest’ultimo fosse ritenuto  un  mago . Cambiando pelle il poeta latino diventava appunto mago e stregone. Svolgeva così la sua attività in alcuni luoghi  sul monte Morrone denominati “poteche”
In realtà quell’area rappresenta un  insediamento circostante,al così detto tempio di Ercole Curino , conosciuto dalle fonti ma finora mai localizzato con precisione, definito dai ritrovamenti di una vasta necropoli e dai ruderi di una villa, non ancora studiati a fondo.Altri rinvenimenti nel tempo  potrebbero gettare nuova luce su altri aspetti finora non emersi. Strutture murarie, reperti e stratificazioni, riferibili probabilmente a un abitato coevo al santuario, sono stati identificati al limite tra la montagna e la pianura, a circa 300 metri sotto le massicce rovine del luogo di culto. La zona archeologica di Monte Morrone si sta così rivelando con il passar del tempo quanto mai fertile e complessa.I rilievi geologici della zona hanno mostrato la presenza di deformazioni tettoniche ancora attive, legate a eventi paleosismici che hanno interessato più volte l’area del santuario.Nell’età pre e protostorica è accertata durante il Paleolitico la prima presenza umana sul Monte Morrone, mentre risalgono all’Eneolitico alcuni reperti raccolti lungo la fascia pedemontana.

Il campo di prigionia n. 78

Il Campo 78 (dalla numerazione che i tedeschi diedero a tutti i campi di concentramento sul territorio italiano) si trova in località Fonte d’Amore, alle falde del monte Morrone e deriva da un più vecchio campo di concentramento fatto costruire per i prigionieri della prima guerra mondiale. La notizia dell’armistizio dell’8 settembre 1943 coglie di sorpresa il comando italiano del campo, colto dal dubbio se lasciare liberi i prigionieri ora alleati o consegnarli ai tedeschi ora nemici-invasori. Nella generale indecisione le guardie allentano la vigilanza e molti prigionieri si danno alla fuga con la speranza di passare il fronte e ricongiungersi alle truppe alleate al di là del Sangro. I giovani prigionieri, che hanno bisogno di tutto, salgono sulla montagna o si rifugiano nei paesi che circondano la Valle Peligna. Nel frattempo il comando tedesco subentra agli italiani nel controllo del campo. Iniziano i rastrellamenti e sono affissi manifesti in cui si intima, pena la morte, di non dare aiuto ai prigionieri e di consegnarli. Tutti i paesi e le case di campagna nascondono prigionieri che ricevono aiuto disinteressato dalle popolazioni. (Fonte: camminare nella storia)
Il Campo 78e rappresenta uno dei campi di prigionia di guerra più grandi dell'Abruzzo, nonché uno dei meglio conservati. Durante l'occupazione tedesca, Sulmona assunse un ruolo importante per la mobilità delle truppe e dei materiali bellici, per via dello snodo ferroviario delle quattro linee dirette a Roma (via Avezzano), Pescara, Napoli (via Castel di Sangro), e Terni (via L'Aquila). A poca distanza a Pratola Peligna sorgeva uno stabilimento adibito a polveriera per la fabbricazione di munizioni, e ciò risultò un buon centro di acquartieramento delle truppe, e successivamente per la cattura di prigionieri politici, e di combattenti nemici da internare in campi di lavoro, data l'asprezza del territorio del Morrone. Sulmona si trovava inoltre nei pressi della "linea Gustav" fortificata dai tedeschi da Ortona fino a Cassino, e ciò comportava il rischio di incursioni aeree degli alleati, incursione che ci fu il 30 agosto 1943 presso la stazione ferroviaria. Il campo numero 78 di Fonte d'Amore venne costruito per imprigionare i militi anglosassoni, provenienti soprattutto dalle operazioni belliche in Africa, e venne realizzato ampliando un campo di guerra già esistente per le operazioni belliche del 1915-18. Il campo di prigionia fu inaugurato nel 1940 e continuò la sua attività fino al settembre 1943, quando dopo la notizia dell'armistizio, le guardia e i gerarchi nazifascisti abbandonarono il controllo della città, permettendo l'evasione di massa dei prigionieri, che furono aiutati dai pastori e dai cittadini locali a scalare la montagna, per raggiungere le città di collina e di pianura, nonché il gruppo ribelle della "Brigata Maiella", che preparava l'attacco contro i nazisti. Tuttavia da parte dei tedeschi che avevano il comando in città ci furono vari rastrellamenti di dissidenti politici e cospiratori contro il governo nazifascista, che favorivano la fuga dei prigionieri. Il campo oggi è in abbandono, benché sia ancora conservato, ed è costituito da una grande muraglia perimetrale che cinge il campo vero e proprio con le baracche dei prigionieri molto semplice, dal tetto a spioventi, e la baracca maggiore dove c'era la sede delle massime autorità.

Scrive Mario Setta sulla pagina fb Gotico abruzzese  :” Il Campo di concentramento di Fonte d’Amore, alla distanza di poco più che un chilometro dall’abazia, viene vissuto dai prigionieri con uno spirito che chiamano “the Sulmona’s spirit”, come si rileva dalla testimonianza d’uno di loro, Mr. Drew. In qualità di rappresentante degli ufficiali inglesi, di ritorno per una visita al Campo 78 dopo la guerra, dice:
Siamo membri di una Società intitolata a Sulmona (Club Sulmona 78, a Londra)… Un membro di questa Società deve aver perso la libertà nel campo di Fonte D'Amore e nient' altro. Un nome che tristemente vuol dire che l'elenco dei nostri membri deve diminuire col passare degli anni. […] Abbiamo una cravatta che porta il numero del Campo e pezzi di filo spinato… Fra carestie brutte, quello che avevamo era diviso comunemente uno per l'altro Le nostre lettere divenivano di proprietà comune, venivano lette ad alta voce; problemi di cibo, vestiario, freddo, malattia, melanconia venivano risolti tutti quanti da quello che noi chiamiamo lo spirito di Sulmona, the Sulmona's spirit, quello spirito stesso che ci coltivava, ci faceva respirare, tirare avanti, quello spirito che ancora oggi ci spinge e ci guida… Stasera andremo nelle nostre case, ovunque disperse nell' Isola Britannica e vi giuro che ognuno di noi porterà sempre nel suo cuore un affetto ardente per questa adorata città.

Castello di Orsa 

Le pendici del Morrone furono abitate da pastori e contadini già dall’epoca Peligna e successivamente romana. Dopo la caduta dell’Impero Romano, il territorio fu interessato dalle conquiste dei popoli del Nord. La posizione del sito era ottima per difendersi dalle invasioni e scorribande di ogni genere.
Il Borgo di Orsa fu interessato al processo di “incastellamento” intorno all’anno mille. Questo processo fu determinato dalle società meno popolose e lontane dai centri più popolosi che erano più organizzati sulle strutture difensive. Pertanto il borgo fu fortificato per far fronte alle scorribande del tempo. Fu munito di torri e recinzioni ed acquisì l’aspetto di “Castello recinto” come quello di Roccacasale e di altri simili nella provincia.
Le sue muraglia si intravedono lungo il pendio alla cui sommità sono i muri superstiti di una torre (si sa che nel 1426 erano due ancora in piedi).
Una storia approfondita del Castello di Orsa è riportata nella relazione “La storia del Castello di Orsa (Castrum Ursae)” di Vincenzo Pizzoferrato. Non è ancora chiaro il motivo per cui il Castello di Orsa e il Borgo furono abbandonati.
Il Pizzoferrato cita lo storico sulmonese De Mattheis il quale riferisce che la distruzione avvenne a séguito delle lotte tra le famiglie dei Quatrari e dei Merlini.
Lo stesso storico richiama anche un’antica tradizione che addosso’ la colpa dell’abbandono di Orsa ad una “grande moltitudine di formiche”. La leggenda delle formiche distruttivi di paesi e castelli è molto diffusa in Abruzzo, noi ne avevamo parlato tempo addietro, riportando la storia di un paesino del teramano “Cerqueto”. Dunque,  non solo Orsa fu “un paese distrutto dalle formiche “ come dichiarava Antonio Di Nino in un suo saggio del 1886 dal titolo “Ovidio nella tradizione popolare di Sulmona”, ma anche l’antico abitato di Tibbla di Crognaleto (TE), l’antica Carpineti di Carpineto Sinello, nell’Alto Vastese. “La stessa sorte è toccata ad un piccolo insediamento non lungi da Quadri (CH), i cui abitanti, come narra una leggenda da noi raccolta in tale località del Sangro, avvertiti in tempo dalle fondamenta delle case che cominciavano a sgretolarsi, fecero appena in tempo ad abbandonare il centro abitato ed a salvarsi dall’imminente catastrofe.” (da “Leggende abruzzesi sulle formiche distruttrici di paesi” di Franco Cercone su http://www.abruzzopopolare.it).(2)

Il Morrone ha subito un grosso choc  a causa  degli incendi che lo hanno  devastato in alcune zone.
Ricordiamo questa tragedia  al termine di queste note  che sono una nota di speranza  per un recupero pieno alla luce di una storia  di rinascita come fu quella dopo l’ultima guerra mondiale  . Emidio Maria Di Loreto scrive che in  quel rogo durato un mese, bruciarono luoghi simbolo, pascoli in quota e boschi fonte di reddito preziosi per la pastorizia e per il contributo energetico importante per la vita nel secolo scorso. È bruciato anche un bosco nato da un rimboschimento realizzato intorno agli anni ‘50 dalla cui storia ci raggiungono insegnamenti di cui ancora oggi fare tesoro. Renato Bartolo Liberti, per tutti il collocatore, era l’allora responsabile dell’Ufficio di collocamento, adesso centro per l’impiego, che reclutava i lavoratori per il rimboschimento, realizzato purtroppo con specie non autoctone. Questa attività, oltre che dare “verde” al Morrone bruciato nella scorsa estate, distribuì reddito alle famiglie di lavoratori segnati dalla disoccupazione e dalla miseria post bellica. Ancora vengono ricordate quelle vicende e di quanto si potesse essere solidali anche verso chi, segnato nel corpo, non riusciva a garantire un’attività profittevole. Del resto si partiva a piedi all’alba per essere in quota ed iniziare presto a rimboschire. Chi deambulava con difficoltà. … arrivava tardi, quasi ad ora di pranzo e quindi poche ore di lavoro e si era già nella condizione di dover tornare a valle. Ciononostante ci si aiutava e si tollerava chi poteva dare di meno, il collocatore per fortuna non faceva distinzioni e permetteva a tutti di avere quel misero reddito, anche al… Panfiluccio ( Pampnucc’) di questo esempio.( 29 novembre 2017 https://www.mentinfuga.com/il-monte-morrone-a-tre-mesi-dallincendio/)

NOTE

 (1) Dal punto di vista cartografico, l’area rientra nei fogli n°146 “Sulmona” e n°147  “Lanciano” della Carta Topografica d’Italia in scala 1:100.000 (IGMI) e nel Foglio  n°369 “Sulmona” e n° 370 “Guardiagrele” in scala 1:50.000.
In relazione alla cartografia regionale in scala 1:25.000, essa ricade nelle tavole 369-Est e 370-Ovest.

Dal punto di vista orografico, la dorsale della Montagna del Morrone è allungata
in direzione NW-SEper circa 20 kmed è composta da più cime parzialmente allineate, la più alta elevata delle quali è il Monte Morrone (2061 m s.l.m.), posto in posizione circa mediana rispetto all’intero gruppo; altre cime sono, spostandosi da SE verso NW, M. Mileto (1920 m s.l.m.), M. M
orrone di Pacentro (1800 m s.l.m.), M. le Mucchia (1986 m s.l.m.), M. Cimerone (1849 m s.l.m.), C.le della Croce (1901 m s.l.m.),C.le Affogato (1783 m s.l.m.) e M. Rotondo (1731 m s.l.m.). La dorsale è bordata da elementi morfologici di rilievo. Infatti, il versante orientale è marcato dalla
valle di Caramanico, orientata in direzione circa N-S, che separa la dorsale della Montagna del Morrone da quella della Montagna della Maiella.
A NW essa termina bruscamente in corrispondenza delle Gole di Popoli, nel tratto della valle del Fiume Pescara disposto con orientazione SW-NE nei pressi dell’abitato di Bussi Officine; a
S termina, altrettanto bruscamente, nella valle del Fiume Vella, disposta prima in direzione NE-SW e poi E-W in prossimità dell’abitato di Pacentro.
Il versante occidentale è confinato alla base dallaConcadi Sulmona e sisviluppa altimetricamente
da quote di circa 1800-2000 m s.l.m.fino a circa 250-350 m s.l.m.
Esso, nel dettaglio, presenta una variegata fisiografia, sia longitudinale che trasversale, modellata da numerose scarpate a pendenzamedio-elevataed è solcato da valloni e incisioni sviluppati lungo la linea di massima pendenza (i principali sonoV.ne di Mileto, il Vellaneto, Valle dell’Inferno, V.
ne del Malepasso)
.
L’intero versante può essere suddiviso in tre settori orografici principali: settentrionale,centrale e
Il settore settentrionale , compreso tra le Gole di Popoli e l’abitato di Roccacasale, èdominato dalla cresta principale diritta e affilata dell’allineamento tra M. Schiena d'Asino (1498 m s.l.m.) e C.le Affogato (1783 m s.l.m.), dove si raggiungono le pendenze più elevate100 %).
Questo è, verso valle, interrottoa metà del versanteda un’area a morfologia debolmente ondulata (valori di pendenza compresi tra 0 e 20 %), che da un'altezza di circa 650 m s.l.m. raggiunge i 950 m s.l.m.Il segmento inferioredelversantesi sviluppada quota di circa 350 m s.l.m. a 650 m s.l.m.,
presenta valoridi pendenza compresi tra 30 e 50%.Il settore centrale,compreso tra l’abitato di Roccacasale e l’Eremo diS. Onofrio,è caratterizzato da un profilo a gradinatae presenta marcati lineamenti perpendicolari al versante.La parte superiore si sviluppa altimetricamente da 900 m s.l.m. fino alla cima delMonte Morrone (2061 m s.l.m.), con valori di pendenza media del 70 %
(localmente intorno al 100%). La parte inferiore è estesa da quote di circa 475 m s.l.m.a 750 m
s.l.m.e presenta pendenzemedie del 50%circa. La porzione intermedia è estesa da 750
m s.l.m. a 900 m s.l.m. con pendenze mediedel 35%.
Infine, il settore meridionale,compreso tra l’area dell’Eremodi S. Onofrioe l’abitato di Pacentro,
rappresenta il settore più ampio e massivo della dorsale ed è segmentato in tratti a diversa acclività: un primo ripido gradino morfologico con una pendenza media del 60% (con ampie
aree che superano il 100%), che va dalla base del versante(550-600 m slm.) acirca1700 m s.l.m.
e una zona a morfologia debolmente ondulata con una pendenza bassa e irregolare
(0-30%), estesa fino alla 10linea di cresta principale rappresentata dall’allineamento tra M. Le Mucchia(1986 m s.l.m.) e M. Mileto (1920 m s.l.m.)

(2)Antonio La Civita IL CASTELLO CHE NON C’È PIÙ: IL CASTELLO DI ORSA DI PRATOLA PELIGNA Ottobre 7, 2019 da abruzzoforteegentile

Eremo Rocca S. Stefano giovedì  25 giugno 2020





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