giovedì 30 aprile 2020

SILLABARI Semplificazione burocratica Quanto si dice amministrazione borbonica (III Parte )




 


 Quanto si dice amministrazione e stato borbonico 
Lo Stato borbonico eccelleva sotto gli aspetti sociale, culturale, industriale, economico, amministrativo ed aveva delle leggi all’avanguardia in numerosi settori; in particolare, il sistema giudiziario meridionale è stato riconosciuto da molti studiosi come il più avanzato dell’Italia pre-unitaria, in linea con la grandissima scuola meridionale di diritto. Sin dal 1774, era stato introdotto nell’impianto processuale napoletano l’istituto della Motivazione delle Sentenze, in linea con le teorie illuministe del giurista napoletano Gaetano Filangieri (1753-1788); e quando la tortura giudiziaria vigeva ancora con tutta la sua ferocia nel cosiddetto “liberale” Piemonte, le leggi borboniche già da un pezzo l’avevano vietata. Era stabilito, che la corrispondenza privata non potesse venire in alcun modo manomessa e che non fosse lecito imprigionare un povero debitore senza un giudizio di merito che ne avesse accertato la frode. È sufficiente consultare, presso l’Archivio di Stato di Napoli (fondo Archivio Borbone), la «Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie», per comprendere la modernità e l’elevato livello di civiltà giuridica che caratterizzavano l’Ordinamento duosiciliano.  (1)

In campo economico-sociale, nel 1789 (qualche mese prima della Rivoluzione francese), il re Ferdinando IV di Borbone (1751-1825) emanò il Codice-statuto delle Seterie di San Leucio, presso Caserta, per regolamentarvi la vita ed il lavoro degli operai e dei loro nuclei familiari. La colonia di San Leucio fu un progetto ideato e voluto dallo stesso re. L’opificio, conosciuto poi in tutta Europa per l’elevato livello tecnologico ed i cui pregiati manufatti venivano largamente esportati, divenne il fiore all’occhiello dell’industria del Sud. Si trattò di un vero e proprio miracolo (non solo sotto il profilo economico, ma anche sotto l’aspetto sociale), che stupì i contemporanei, realizzato sulla base delle teorie socio-economiche del già menzionato illuminista napoletano Gaetano Filangieri.
Il Codice Leuciano, ben presto tradotto in greco, francese e tedesco, anticipò di quasi un secolo le prime leggi sul lavoro varate in Inghilterra (previdenza, assistenza sanitaria, case ai lavoratori, asili nido, istruzione elementare obbligatoria e gratuita per i fanciulli). Esso perseguiva, obiettivi di convivenza moderni e mirava a realizzare una sorta di socialismo sociale sancendo per i componenti della colonia, la perfetta uguaglianza, con l’unica possibilità di differenziazione basata sul merito. Le giovani coppie avevano diritto di prelazione per sistemarsi. Fu così costruito un vero e proprio stabilimento di moderna concezione, che richiamò gente da fuori e famiglie intere in cerca di lavoro e reddito garantito. Lo statuto prevedeva un criterio retributivo, parsimonioso in anticipo sui tempi, una specie di piano contro il pauperismo del Sud; perché l’iniziativa «dev’essere» – sono parole del re Ferdinando – «utile alle famiglie, alleviandole da’ pesi, che ora soffrono, e portandole ad uno stato tale da potersi mantener con agio, e senza pianger miseria, come finora è accaduto in molte delle più numerose e oziose». Tessuti finissimi, stoffe damascate, lampassi preziosi uscirono per decenni dalle fabbriche leuciane e ben due terzi della produzione totale erano destinati all’esportazione verso gli Stati Uniti d’America. Se mai nella vostra vita aveste la possibilità di toccare la bandiera americana situata nella Sala Ovale della Casa Bianca o quella inglese di Buckingam Palace, sappiate che state toccando le pregiate sete provenienti da San Leucio. E non solo. Dalle seterie san leuciane provengono anche tessuti che si possono ritrovare in Vaticano e al Quirinale, per citare altri esempi dell’arte della piccola comunità. Dal 1997, San Leucio è Patrimonio dell’Umanità.

Con la Convenzione del 14 febbraio 1838, stipulata con la Francia e con l’Inghilterra, il Regno delle Due Sicilie si obbligò a combattere con le armi e con danaro pubblico, la tratta degli schiavi. Ferdinando II (1810-1859) volle in questo modo contrastare quello che lui definiva un «traffico abbominevole» e, nell’autunno del 1839, il re Borbone promulgò la «Legge per prevenire e reprimere i reati relativi al traffico conosciuto sotto il nome di Tratta de’ negri». Questa normativa, costituita da 15 articoli, prevedeva pene diverse a seconda che il bastimento, utilizzato per la tratta, fosse bloccato prima della partenza o venisse catturato dopo, in mare, senza che però il traffico fosse stato portato a termine. Potevano beneficiare di sconti di pena i membri dell’equipaggio che avessero avvisato per tempo la pubblica sicurezza; tali benefici, però, non potevano mai essere applicati in favore dell’armatore, del capitano, degli ufficiali, del proprietario della nave, dell’assicuratore e del prestatore di capitali. Incorreva nelle sanzioni anche chi fabbricava, vendeva o acquistava i ferri da utilizzarsi nella tratta. La pena era più grave, poi, se qualche schiavo negro fosse stato fatto oggetto di maltrattamenti o di omicidio. La Gran Corte criminale, competente per il giudizio in merito, aveva anche il compito di provvedere alla liberazione degli schiavi di colore, ai quali veniva consegnata gratuitamente «copia legale della decisione di libertà». Ricordando che questa era l’epoca in cui il commercio negriero era molto fiorente, soprattutto negli Stati Uniti d’America, ove lo rimase fino alla conclusione della Guerra di Secessione (1865). Una legge pionieristica, promulgata il 17 dicembre 1817 dal re Ferdinando I di Borbone, alla quale seguì il decreto n. 10406 del 19 ottobre 1846 del re Ferdinando II, regolamentava la concessione della cittadinanza agli stranieri. Essa, composta da soli tre articoli, fu la prima normativa della storia sull’immigrazione. Il suo principio informatore era quello secondo cui, per poter acquisire la cittadinanza nel Regno, uno straniero doveva risultare concretamente utile alla collettività ed, in nessun caso, poteva costituire un problema sociale od un peso economico per lo Stato. In particolare, all’articolo 1, così recitava: «Potranno essere ammessi al beneficio della naturalizzazione nel nostro regno delle Due Sicilie: 1. gli stranieri che hanno renduto, o renderanno importanti servizi allo Stato; 2. quelli che porteranno dentro lo Stato de’ talenti distinti, delle invenzioni, o delle industrie utili; 3. quelli che avranno acquistato nel regno beni stabili su’ quali graviti un peso fondiario almeno di ducati cento all’anno; al requisito indicato ne’ suddetti numeri 1, 2, 3 debbe accoppiarsi l’altro del domicilio nel territorio del regno almeno per un anno consecutivo; 4. quelli che abbiano avuto la residenza nel regno per dieci anni consecutivi, e che provino avere onesti mezzi di sussistenza; o che vi abbiano avuta la residenza per cinque anni consecutivi, avendo sposata una nazionale». Questa legge costituisce anche la prova inconfutabile che, prima dell’unità d’Italia, non solo i meridionali non conoscevano il triste fenomeno dell’emigrazione, ma che numerosi erano i casi di emigranti, dall’Italia settentrionale e dal resto del mondo, che venivano a stabilirsi al Sud. Infatti, il Regno delle Due Sicilie era meta ambita da svizzeri, piemontesi, genovesi, russi, austriaci, spagnoli, arabi, slavi e, soprattutto, francesi ed inglesi. Tali flussi migratori verso il nostro Sud forniscono, un dato inequivocabile: lo Stato meridionale era ricco e felice, vi era pace sociale e lavoro. La differenza di cultura, di religione e di lingua non erano motivi di discriminazione né, tanto meno, di emarginazione. Possiamo, quindi, affermare che la legislazione del Regno delle Due Sicilie, in materia di concessione della cittadinanza agli stranieri ed ai loro figli, era avanti, rispetto a quella attualmente in vigore nello Stato Italiano (ad iniziare dalla legge del 5 febbraio 1992, n. 91), di ben centosettantacinque anni!

Un decreto emanato il 3 maggio 1832 dal re Ferdinando II di Borbone, analizzava e regolamentava la situazione dell’igiene pubblica e della raccolta dei rifiuti dell’intero Regno delle Due Sicilie. Un’ordinanza della prefettura di polizia disciplinava, nei dettagli, lo spazzamento e l’innaffiamento delle strade, compresa una sorta di raccolta differenziata ante litteram per il vetro. In particolare, a Napoli, il prefetto dell’epoca, Gennaro Piscopo, ordinò ai napoletani: «Tutt’i possessori, o fittuarj di case, di botteghe, di giardini, di cortili, e di posti fissi, o volanti, avranno l’obbligo di far ispazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega, cortile, e per lo sporto non minore di palmi dieci di stanza dal muro, o dal posto rispettivo. Questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondizie al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutt’i frantumi di cristallo, o di vetro che si troveranno, riponendoli in un cumulo a parte». Nel dettagliato documento del prefetto di Napoli, composto da 12 articoli, venivano indicate le modalità della raccolta e chi ne era responsabile; si vietava di gettare dai balconi materiali di qualsiasi natura, comprese le acque utilizzate per i bagni, e di lavare o di stendere i panni lungo le strade abitate; venivano, infine, stabilite le pene per le contravvenzioni, non esclusa la detenzione. Questa legge borbonica aveva già risolto il problema della spazzatura quasi duecento anni or sono, annoverando Napoli tra le città più pulite d’Europa.
In campo giudiziario, i re Borbone legiferarono e si adoperarono per la più corretta amministrazione della Giustizia, garantendo in primis l’assoluta «indipendenza della magistratura» dagli altri poteri dello Stato. L’articolo 194 della legge del 29 maggio 1817, infatti, così recitava: «L’Ordine Giudiziario sarà subordinato solamente alle autorità della propria gerarchia. Niun’altra autorità potrà frapporre ostacolo o ritardo all’esercizio delle funzioni giudiziarie o alla esecuzione dei giudicati». Ferdinando II, ben sapendo «che nella pubblicità dei giudizi è riposta la più solenne guarentigia della loro rettitudine, e che codesta pubblicità è la scuola migliore che aver possa un popolo… ordinò e richiamò in osservanza la discussione pubblica di tutte le cause, mirando anche al motivo della gloria del foro, affinché non scemasse il pregio dell’eloquenza degli avvocati con lasciar trasandata la perorazione delle cause». Ai sensi dell’articolo 196 della stessa legge del 1817 menzionata, nessuno poteva essere privato di una proprietà o di alcuno dei diritti accordatigli dalle leggi dello Stato, se non per effetto di una sentenza o di una decisione passata in giudicato. Come non si può non citare il primo Codice Marittimo del mondo (1781), la cui stesura fu curata da Michele Iorio; e il primo Codice Militare d’Italia, promulgato nel 1820.

Infine, gli usi civici e l’istituto dell’enfiteusi, in virtù dei quali la terra veniva concessa in uso a chi la lavorava, per il sostentamento della propria famiglia, dietro pagamento della cosiddetta decima; in sostanza, i contadini erano detentori ed usufruttuari dei terreni demaniali, che restavano però sempre di proprietà pubblica. A quest’ultimo riguardo, non si può prescindere dal ricordare la Prammatica del 20 settembre 1836, di Ferdinando II, sul demanio e sugli usi civici, dal cui testo emerge chiaramente una caratteristica peculiare del Diritto napoletano: la salvaguardia dei diritti dei più deboli dalle prepotenze e dai soprusi dei più forti.
Quindi, si può ben affermare che la struttura statale e le leggi su cui si reggeva il regno borbonico, sono un lascito prezioso che probabilmente molti paesi vorrebbero ereditare e forse chi non può farsene carico deve screditarne la sostanza, attribuendo all’aggettivo borbonico un significato negativo. Le leggi borboniche, semplici ed efficaci, affondavano le radici nella culla del vero diritto e nella legge perfetta del Vangelo. Anche se laico, quel Regno aveva alla base gli elementi portanti di uno stato di amore fatto di tolleranza, mutuo soccorso ed equità sociale, propri del cattolicesimo. E questa fu una delle ragioni che decretarono la condanna morte del Regno delle Due Sicilie, in un mondo in cui le potenze capitalistiche ed ateo-massoniche dell’epoca stavano per sferrare la più vile e violenta delle aggressioni agli antichi Stati cattolici d’Europa. La nostra consapevolezza deve mutarsi in orgoglio di essere i discendenti e gli eredi di un popolo civile, laborioso, prospero e pacifico (mai aggressore, ma sempre aggredito!). (2)
 
Si riporta di seguito il Proclama di Sua Maestà il Re Francesco II, dato a Napoli il 6 settembre 1860, come pubblicato sotto il numero 149 dalla Collezione delle leggi e de' decreti reali del Regno delle Due Sicilie (con l'avvertenza ivi riportata che, non essendo all'epoca presente l'originale nella Segreteria di Stato, esso fu ripreso dal "Giornale costituzionale del Regno"), ultimo proclama ufficiale duosiciliano, cui farà seguito soltanto, nella stessa data, l'Atto di protesta del medesimo sovrano.

Fra i doveri prescritti a' Re, quelli de' giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti Monarchi. A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa metropoli, da cui debbo ora allontanarmi con dolore. Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee. I mutati Ordini governativi, la mia adesione a' grandi principii nazionali ed italiani, non valsero ad allontarla; che anzi la necessità di difendere la integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorati. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l'età presente e la futura. Il Corpo diplomatico residente presso la mia Persona seppe fin dal principio di questa inaudita invasione da quali sentimenti era compreso l'animo mio per tutti i miei popoli, e per questa illustre città, cioè garentirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo. Questa parola, è giunta ormai l'ora di compierla. La guerra si avvicina alle mura della città, e con dolore ineffabile io mi allontano con una parte dello Esercito, trasportandomi là dove la difesa de' miei dritti mi chiama. L'altra parte di esso resta per contribuire, in concorso con l'onorevole Guardia Nazionale, alla inviolabilità ed incolumità della capitale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del Ministero. E chieggo all'onore ed al civismo del Sindaco di Napoli e del Comandante della stessa Guardia cittadina risparmiare a questa Patria carissima gli orrori de' disordini interni ed i disastri della guerra vicina; a quale uopo concedo a questi ultimi tutte le necessarie e più estese facoltà. Discendente da una Dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averle salvate dagli orrori di un lungo Governo viceregnale, i miei affetti sono qua. Io sono Napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio a' miei amatissimi popoli, a' miei compatriotti. Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò sempre per essi forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità de' doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia Corona non diventi face [fiamma, n.d.R.] di turbolenze. Sia che per le sorti della presente guerra io ritorni in breve fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio restituirmi al Trono de' miei Maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui l'ho irrevocabilmente circondato, quello che imploro da ora è di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici.

(1 ) https://www.altaterradilavoro.com/burocrazia-borbonica/
(2 ) fonte “Un Popolo distrutto” unpopolodistrutto.com

Eremo Rocca S. Stefano giovedì 30  aprile 2020

SILLABARI Semplificazione burocratica . Dopo la legge Bassanini (II Parte )





Qualche giorno fa ho inserito un post relativo ai problemi della burocrazia e allo “stato dell’arte” per così dire per arrivare a risolvere l’annoso problema  della semplificazione burocratica.

Che cosa è stato fatto nel nostro paese dall’entrata in vigore della riforma Bassanini ad oggi ?
Scrive   Roberto Bin  :” Il programma del Ministro Bassanini era davvero ambizioso: attuare una rivoluzione amministrativa in senso autonomistico “a costituzione vigente”. Operando con i soli strumenti della legislazione ordinaria, senza attendere la tanto conclamata riforma della Costituzione, si voleva anticipare il “federalismo” attraverso un radicale trasferimento di funzioni dal centro alla periferia. Gli strumenti di cui il Governo si è dotato sono eccezionali: una delega legislativa, concessagli dal Parlamento con la legge 59/1997, la cui ampiezza non ha precedenti. Il Governo è stato delegato a trasferire alle regioni ordinarie e agli enti locali tutte le funzioni amministrative di cui era titolare salvo quelle appositamente elencate dalla legge di delega: le funzioni escluse erano soltanto quelle tipiche di uno stato federale. Parallelamente, il Governo è stato delegato a por mano ad una radicale riforma delle strutture ministeriali, in modo da chiudere quegli uffici e quegli enti le cui funzioni venivano trasferite in periferia, conferendo alle regioni e agli enti locali le risorse umane, materiali e finanziarie relative; ed infine è stato delegato a ridisciplinare alcuni settori chiave, quali il commercio, gli ausili all’industria, il lavoro nella amministrazioni pubbliche, l’organizzazione scolastica.”

La legge 59 /97 Legge Bassanini trovava sul tavolo un avvio di riforma secondo il lavoro che in questo settore era stato già fatto a cominciare dagli anni 92-93 con i seguenti problemi :
a)dubbi di costituzionalità sulla privatizzazione di personale e dirigenza e, in particolare, sul sistema di contrattazione collettiva delineato nel ‘93, ma ancora non sperimentato e fortemente deturpato dai referendum del 1995;
b)distonia tra tendenze al decentramento amministrativo e disciplina accentrata di personale e dirigenza;
c)scarso realismo e tenuta della distinzione tra vertici politici e vertici burocratici;
d)nessuna riforma dei controlli sulla macchina amministrativa e sulle prestazioni del personale ispirati ad una moderna logica organizzativa;
e)unificazione parziale ed incerta delle regole tra pubblico e privato;
f)destino delle normative pregresse (ovvero l’insostenibile lentezza del c.d. trasformatore:
cioè l’art. 72 del d.lgs. 29/93)
g)persistente indeterminatezza del momento in cui ci sarebbe stato il passaggio di giurisdizione all’AGO,
con tutto quanto ad esso connesso.
A dieci anni dalla riforma Bassanini rimanevano in piedi ancora problemi come :
a) ridefinizione dei confini non valicabili dalla politica nell’azione della burocrazia;
b) consolidamento della controparte datoriale nelle negoziazioni a livello nazionale e decentrato (diretto coinvolgimento dei comitati di settore);
c) chiara configurazione delle responsabilità gestionali della dirigenza;
d) uso pieno dei sistemi di valutazione della dirigenza e del personale;
e) affinamento dei sistemi punitivo/premiali;
f) allocazione più razionale del personale e dell’uso delle tipologie contrattuali;
g) responsabilizzazione degli agenti contrattuali a livello decentrato;
h) efficienza del sistema di relazioni contrattuali;
i) contenimento e regolarizzazione del precariato.

Scrive lo stesso Franco Bassanini nel 2008 : “E’ del tutto improprio parlare di riforma Bassanini, come si fa nel titolo di questo convegno. Per varie ragioni: innanzitutto perché il processo di ammodernamento del nostro sistema amministrativo negli anni novanta è stato un processo lungo e complesso, cominciato nel decennio precedente con un importante elaborazione parlamentare, che portò alla approvazione delle leggi 142 e 241 del 1990: io vi diedi un contributo, penso non del tutto irrilevante; ma si trattò di un’opera collegiale. Vorrei ricordare qui soprattutto il contributo del compianto Silvano Labriola, allora presidente
della Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Venne poi il decreto 29, che diede il via alla contrattualizzazione/ privatizzazione del lavoro pubblico: una rivoluzione rispetto alla tradizione pubblicistica dominante fin dall’unità d’Italia (e da prima ancora); dovuta
al primo governo Amato e al sottosegretario Sacconi. Il decreto 29 fu poi ampiamente modificato dal governo Ciampi e dal ministro Sabino Cassese;  ma è controverso se la novella  Cassese abbia migliorato o peggiorato l’impianto originario, ed è comunque indiscutibile che l’asse della riforma restò quello definito dal governo Amato.
Quanto alle leggi Bassanini, furono anch’esse il prodotto di un lavoro collegiale: credo che Sandro Pajno, Massimo D’Antona, Luisa Torchia o Vincenzo Cerulli Irelli (che presiedeva la commissione bicamerale
competente) potrebbero mettere il.... nome in ditta tanto quanto il Ministro dell’epoca. Ho fatto contare gli emendamenti approvati nel corso dell’iter parlamentare delle 5 leggi Bassanini: è risultato che ben 142 emendamenti (approvati dalla Camera col parere favorevole del Governo) erano a firma di Franco Frattini, dunque del più autorevole esponente dell’opposizione nella materia in oggetto. Non solo dunque si è trattato di un lavoro collegiale, di un lavoro di squadra, e di una squadra assai numerosa; ma anche di un
lavoro bipartisan: così, delle cinque c.d. leggi Bassanini, tre urono votate dalla opposizione di centro-destra, ed ebbero il voto contrario della sola piccola pattuglia dei parlamentari di Rifondazione Comunista. E i centodue tra decreti legislativi e dPCM emanati per l’attuazione delle deleghe previste dalla legge 59 ebbero tutti, alla fine, l’unanime parere favorevole della Conferenza Unificata, indipendentemente dalle appartenenze partitiche dei suoi membri.  (1)


E ancora in riferimento  ai problemi irrisolti dalle sue proposte di legge scrive sempre Bassanini  : E innanzitutto da quelli relativi alla riduzione dei costi della macchina amministrativa, che all’inizio degli anni Novanta rappresentò il primo obiettivo della riforma, di fronte alla impetuosa crescita del debito pubblico. Tra il 1992 e il 2000, il costo dell’aggregato “retribuzioni del personale pubblico”, complessivamente considerato (Stato, Regioni, enti locali, enti pubblici, Forze Armate e corpi di polizia), diminuì di due punti rispetto al PIL, dal 12,6% al 10,6% (dati Istat rettificati), dando così un notevole contributo (inferiore solo a quello derivante dalla riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico) all’ operazione di risanamento della finanza pubblica, che consentì all’Italia di entrare nell’Unione monetaria europea.
A fine 2000, l’Italia contava così quasi due milioni di dipendenti pubblici meno della Francia e del Regno Unito. Il numero dei dipendenti pubblici rispetto alla popolazione e il costo del personale rispetto al PIL erano entrambi discesi al di sotto della media dei Paesi OCSE. Dal 2000 in poi, è dunque lecito sostenere che  il problema dell’amministrazione pubblica italiana non è tanto il costo delle PPAA (che naturalmente
deve essere contenuto e se possibile ulteriormente ridotto), ma la qualità dei servizi e delle prestazioni che da esse vengono erogati ai cittadini e alle imprese, nonché la qualità della regolazione e i costi
regolativi e burocratici ai medesimi imposti.
Non irrilevanti sono stati – come è noto - i risultati delle riforme degli anni novanta anche sul terreno
qualitativo. Importanti settori economici (dalla siderurgia alle telecomunicazioni, dal credito all’energia), fino ad allora dominati da monopoli o oligopoli pubblici, furono in quegli anni liberalizzati e privatizzati. Le istituzioni territoriali furono dotate di assetti istituzionali più moderni, di governi più stabili, di compiti,
poteri e risorse molto più rilevanti, anticipando processi di decentramento oggi avviati in tutte le principali democrazie europee. La struttura del Governo fu totalmente ridisegnata, riaggregando e riaccorpando i ministeri per missioni omogenee e diversificando i modelli organizzativi ( agenzie Utg) allineandosi (in questo caso con molto ritardo) ai modelli dei maggiori Stati europei. Sia pur con adattamenti e deroghe, furono largamente importati, nel settore pubblico, metodi gestionali e rapporti di lavoro da lungo tempo in uso nel settore privato (e nei sistemi amministrativi anglosassoni). Programmazione strategica, controllo di gestione, valutazione delle performance, responsabilità, merito, customer satisfaction cessarono di essere parole estranee alla cultura delle amministrazioni pubbliche e divennero, almeno sulla carta, strumenti ordinari dellaloro attività. Tra i primi al mondo, l’Italia si dotò degli strumenti necessari per la digitalizzazione dell’amministrazione (dal documento elettronico alla firma digitale, dalla informatizzazione del fisco alla sperimentazione della carta d’identità elettronica). 

Il successo della autocertificazione faceva sperare in una rapida realizzazione del progetto di totale
decertificazione e di radicale digitalizzazione e reingegnerizzazione delle amministrazioni delineato nel piano di e-government del 2000.
L’introduzione dell’analisi dell’impatto della regolazione prometteva un forte alleggerimento dei carich
i regolativi e burocratici.
Così alla fine del decennio, il rapporto OCSE del marzo 2001, sulla Regulatory Reformin Italia, attestava gli “impressionanti progressi” realizzati in pochi anni dal nostro Paese sul terreno della qualità della regolazione, della semplificazione burocratica e dell’ammodernamento dell’amministrazione, elencando dati positivi dei quali, per vero, né l’opinione pubblica né il ceto politico italiano sembravano consapevoli (mentre – singolarmente – la riforma italiana veniva apprezzata all’estero, e in ispecie in Francia.”

Passi da giganti che purtroppo  hanno incontrato difficoltà per arrivare a completare quel cammino così ben intrapreso . Ma sarà oggetto di un altro post .

( 1 )(pubblicato in Astrid Rassegna, n. 17/2008)

Leggi anche  la prima parte del 27 aprile 2020

Eremo Rocca S. Stefano giovedì 30 aprile 2020


mercoledì 29 aprile 2020

DIARIO DEL CERCHIO. A che punto è la notte . Domande alla scoperta del senso della sopravvivenza



“ … Devo aprire gli occhi ,pensò la moglie  del medico. Attraverso le palpebre chiuse, quando più volte si era svegliata  la notte aveva percepito  lo smorto chiarore  delle lampadine che a stento illuminavano la camerata  ma adesso le sembrava di notare una differenza,un’altra presenza luminosa, era forse l’effetto delle prime luci dell’alba, ma forse era già il mare di latte  che le stava invadendo gli occhi…”
E’ questa la descrizione di un morbo sconosciuto che Josè Saramago racconta alla pagina 56 del suo romanzo  Cecità , Universale Economica Feltrinelli 1995.
La donna è ormai in ospedale . In quarantena per difendere la comunità dal contagio di un misterioso morbo che rende ciechi.

Fuori “… Brutta per chiunque la situazione, per i ciechi era catastrofica  dal momento che come si dice correntemente  non potevano vedere dove andavano ,né dove mettevano i piedi . Era penoso vederli sbattere contro le macchine abbandonate, uno dopo l’altro, schiacciandosi gli stinchi, alcuni cadevano e piangevano.  C’è qualcuno che mi dia una mano ad alzarmi ,ma c’erano anche quelli che  abbattuti dalla disperazione o per carattere , imprecavano e respingevano  la mano benemerita accorsa  in loro aiuto. Mi lasci  arriverà anche il suo turno  di diventare cieco , allora l’anima compassionevole si spaventava , scappava via , si perdeva in quella densità della nebbia bianca, subitamente consapevole  del rischio che la bontà gli aveva  fatto correre, magari per diventare cieco qualche metro più avamti…” ( pag. 112-113)

Ho scelto due passi dello scrittore portoghese  per la similitudine che offrono  in tema di coronavirus , morbo sconosciuto che sta cambiando il nostro mondo. Per una epidemia  causata da un morbo sconosciuto , nel romanzo di Saramago,  una popolazione perde la vita. Con reazioni psicologiche devastanti. Terrore e gratuita violenza gli effetti sulla convivenza. La cecità cancella ogni pietà e fa precipitare  nella barbarie. Certamente il racconto di Saramago è estremizzato fino alle più fantasiose conseguenze . Dentro però c’è  tutta la metafora di una umanità  che possiamo definire bestiale e feroce ,incapace di vedere e distinguere le cose  razionalmente , artefice di crudeltà.

Mi sono domandato  quando la cecità che in altri modi e termini può scatenare questa epidemia di coronavirus possa essere  controllata, arginata, fermata . Ho preso ad esempio questo racconto non a caso  perché ha in sé tutti gli elementi di disturbo  per una realtà che appunto, in condizione di bisogno  e difficoltà  uguale per tutti ( o forse no ) , dovrebbe bandire  indifferenza ed egoismo, potere e sopraffazione, . Il buio della ragione è una cecità  da morbo, da pandemia. Il popolo raccontato da Saramago   non diventa cieco per il morbo ma lo è già. Solo che se ne avvede solo quando  un qualcosa fa scattare il senso della sopravvivenza. E la domanda diventa : ma se ne avvede veramente?. Non è solo una domanda su uno scritto letterario, su un’opera letteraria. E’ una domanda anche per la nostra realtà quotidiana,quella di oggi, quella contagiata da un virus sconosciuto . Con tutte le dovute cautele  e con tutti gli elementi di raffronto  e di riscontro  voglio fare un esercizio di lettura  della realtà. Ossia un inventario, una lista  di  domande delle quali ci avvediamo , Perché con queste domande dobbiamo fare i conjti non solo durante la pandemia ma anche quando, come dicono gli scienziati bisognerà convivere  con il nostro coinquilino. Una convivenza che comporterà la soluzione di alcuni problemi ma che inesorabilmente tornerà a far pesare alcuni aspetti di questa vicenda .

Allora per esempio potremo domandarci  qual è il significato dell’epidemia in termini di Filosofia della Storia? Lo stato di isolamento (di “sospensione”,) minaccia un futuro distopico oppure lascia intravedere uno scenario di decrescita felice? Il virus appiattisce le disuguaglianze sociali oppure le esalta ancora di più? C’è più utilitarismo o più spirito del dono nelle reazioni della gente? Nel rafforzamento dei poteri statali c’è più violenza strutturale o più perseguimento del bene comune (contro il principio del free rider, ovvero del cattivo utilitarismo che per un piccolo vantaggio individuale  produce ingenti danni collettivi)? 

In un intervento sul forum Storie virali (aperto da Andrea Carlino e Giovanni Pizza sul sito della Treccani), Chiara Moretti svolge alcune osservazioni molto interessanti sul contesto di attribuzioni morali che il contagio e le misure di contenimento hanno innescato. Allora ci domandiamo  per esempio quanto sia giusta la riprovazione morale verso gli emigrati che si sono ammassati sui treni per far ritorno al Sud; verso chi esce in modo apparentemente indebito; persino verso i contagiati, che sono vittime ma al tempo stesso colpevoli di aver sottovalutato il rischio e forse di aver così contagiato altri. .Esiste veramente un l ruolo salvifico degli “angeli degli ospedali” e via dicendo compreso la retorica del  andrà tutto bene e ce la faremo…, e così via.   La verità non è che questa “carica morale” attribuita al rischio  è un effetto secondario di una cattiva comunicazione o di un governo inadeguato che intende criminalizzare i cittadini. Siamo di fronte  ad un  meccanismo che l’antropologia e la storia culturale conoscono bene, e che possono dunque contruibuire a farci  comprendere un po’ meglio la realtà.  

Scrive il filosofo Agamben  :” . La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede.” E’ vero ?
Il problema dell’assenza di riti funebri per chi muore in questi giorni nei reparti di rianimazione sconvolge le nostre coscienze o è una delle  inevitabile conseguenze di una lotta che ha messo in piedi delle difese, dei confini  che non può superare  senza aprire brecce in favore del nemico ? Cosa ne sappiamo? Siamo di fronte a nuda vita, oppure (come sembra di cogliere da vaghe notizie di stampa) si innescano forme di creatività culturale che tentano di surrogare comunque forme di “trascendimento nel valore”,  di cordoglio ritualizzato? Servirebbe su tutto questo saperne di più, andar oltre il puro riflesso delle notizie di stampa (che pure sono quanto ci resta).

La lista delle domande si allunga di giorno in giorno e le risposte tendono a non venire mai  e quelle che ci sono sembrano insufficienti .

Perché alla fine di questo processo   la sottrazione inevitabile non porti allo zero assoluto , non ci faccia cadere nel vuoto dobbiamo cercare di dare delle risposte , ma dobbiamo cercare di dare un senso alla sopravvivenza che ha bisogno di quelle domande . Farsi domande equivale a  sopravvivere. .

 Non ci sono al momento conclusioni , ci sono ancora altre domande che fanno trapelare  una morale anch’essa a modo di domanda  : chi pagherà in Italia e nel mondo  il prezzo più alto di questa pandemia? E non parliamo solo delle conseguenze del coronavirus che spesso sono indifferenza  e egoismo ,  incapacità di indignazione  e perché no , stupidità umana che a volte  in questo frangente  contraddistingue  i comportamenti di semplici cittadini, ,uomini politici,uomini dell’economia e della finanza ,  uomini della cultura .
Domande che forse  anche altri uomini in occasione di avvenimenti simili si sono fatte  Per cui non ci resta che  rileggere un breve brano del Manzoni che sembra essere stato scritto per la cronaca di qualche quotidiano di oggi  e che è la fotografia  via delle difficoltà di oggi e della confusione delle domande che ci siamo poste ma che  dobbiamo cominciare a mettere in fila per dare un senso a tutto quello che stiamo vivendo .

Alessandro Manzoni   scrive proprio all’inizio del cap. 31 dei Promessi sposi  ( La Nuova Italia Editrice  1981) “… Delle molte relazioni  contemporanee, non ce n’è alcuna che basti da sé a darne un’idea ( della pandemia di peste che invase  il milanese e tutta l’Italia ) un po’ distinta e ordinata; come non ce n’è alcuna  che non possa  aiutarla a formarla.  In ognuna di queste relazioni  senza eccettuarne quella del Ripamonti ,la quale le supera tutte  per la quantità  e per la scelta  de’fatti  e ancor più per il modo di’osservarli, in ognuna sono omessi  fatti    essenziali  che non registrati  in altri, in ognuna ci sono errori materiali, che si possono riconoscere e rettificare  con l’aiuto di qualche altra ,o di que’ pochi atti  della pubblica autorità, editi e inediti, che rimangono spesso in cura si vengono a trovare le cagioni  di cui nell’altra s’eran visti ,come in aria gli effetti.  In tutte poi regna una strana confusione di tempi e di cose; è un continuo andare  e venire come alla ventura , senza disegno generale,  senza disegno ne’ particolari …”

Eremo Rocca S. Stefano mercoledì  29 aprile 2020