sabato 11 aprile 2020

SILLABARI : Non è una guerra ( III parte )




Nelle precedenti parti di questo post  ho osservato come  usare la metafora della guerra  per parlare della pandemia  attuale  sia improprio e inadeguato. Ho detto che questa contro il virus non è una guerra  perché il virus va affrontato con gli strumenti ( avrei potuto dire combattuto con le armi ) della scienza e della medicina.

Mi sono poi soffermato  sull’ipotesi che forse  la metafora  della guerra si può applicare  alle conseguenze che il virus ha determinato scatenando  ,qui è il caso di dirlo, una vera e propria guerra  nel senso specifico di questo termine nei settori sanitario, finanziario, economico sia nel nostro paese sia in Europa.  Nel nostro paese per la perdita del lavoro, l’aumento della povertà, il calo del Pil, l’incapacità di implementare a causa di una sfrenata burocrazia  i provvedimenti legislativi in provvedimenti concreti  trasformandoli in  condizioni reali ed opportunità della vita di tutti i giorni. In Europa per la contrapposizione tra paesi del sud e paesi del nord  sulla ricerca e definizione  dei provvedimenti da mettere in campo. Sono arrivato  quindi a ricordare che la retorica  del “ andrà tutto bene “ tende  a disconoscere la necessità di un impegno reale e concreto, giorno dopo giorno , costante e faticoso di ciascuno di noi che significa la capacità di riuscire a lavorare tutti assieme  ad  un progetto vero e condiviso di società nella quale potrebbe cambiare tutto ma che non cambierà niente se appunto non ci impegneremo . Tanto che anche l’affermazione  “ niente sarà più come prima,” senza questo impegno risulterà anch’essa fortemente retorica.

Riprendere il discorso allora in questa terza parte  significa osservare quello che  che è accaduto in questa settimana 6 – 12 aprile 2020.
L’Europa nella notte tra il 9 e il 10 aprile  è uscita da un impasse. Dopo settimane di stallo e dopo la drammatica riunione  di mercoledì 8 aprile  terminata con un nulla di fatto  L’Eurogruppo è riuscito a trovare un accordo sulle misure per reagire alla recessione  scatenata dalla pandemia.  Un testo che lascia in sospeso  molte cose sulle quali  toccherà ai capi di stato  confrontarsi e scontrarsi  in seguito.
Il compromesso raggiunto  prevede che il  Meccanismo europeo di stabilità ( Mes)  sarà slegato, per i paesi che vorranno farvi ricorso a qualsiasi imposizione di austerità. Perché potrà essere  usato  senza condizioni solo per  far fronte a spese dirette e indirette nel settore della sanità .L’Italia per bocca del suo presidente del Consiglio dei ministri continua a dire che non vi farà ricorso perché lo ritiene uno strumento inadeguato alle necessità  straordinarie che la situazione straordinaria richiede. I paesi del nord accettano la nascita di un fondo per la ripresa che potrà emettere titoli  sul mercato per finanziare  il rilancio economico che hanno  ribattezzato  Recovery Fund al posto di Eurobond ( quello che l’Italia ha chiesto fin dal primo momento ) le cui caratteristiche restano nel limbo .

Ma  quanti soldi ci sono in ballo? Le misure già preparate  in questi giorni prevedono un fondo di 200 miliardi  di investimenti ( per l’Italia fino a 40 miliardi )  firmati dalla Bei a disposizione di imprese ed enti locali. Quindi c’è “Sure “  1.100 miliardi  ( potenzialmente 20 miliardi per l’Italia)  messi a disposizione della Commissione  per rifinanziare gli ammortizzatori sociali nazionali . Infine il Mes ,Meccanismo europeo di stabilità, che mette a disposizione fino a 200 miliardi ( 50 potenzialmente per l’Italia ) per far fronte alle spese sanitarie dirette e indirette . La vera partita è sugli eurobond ribattezzati  Recovery Bond  per creare un Recovery Fund   per andare sui mercati  con titoli comuni e rastrellare  dai 500 ai 1.000 miliardi.
Quest’ultimo strumento è tutto da definire e si vedrà.

Dunque  è questa la vera guerra . Quella che si dovrà combattere per ricreare da capo qualcosa che non funziona . 
E tanto per  rimettere ancora l’accento proprio su questo tema prendiamo  in prestito quello che ha scritto Luigi Pandolfi, , giornalista e  pubblicista:   
" Il virus ci ha messo di fronte alla nostra fragilità, ma ha disvelato anche la fragilità e l’insostenibilità del sistema che abbiamo costruito negli ultimi decenni. Non è solo lo stato assistenziale azzoppato che viene chiamato in causa (il valore della sanità pubblica, in primis), ma anche i rapporti di produzione, le nuove forme di sfruttamento del «lavoro vivo», il rapporto perverso tra accumulazione capitalistica e distruzione dell’ambiente, l’illusione dell’estrazione infinita di valore dai beni finanziari scommettendo perfino sulle catastrofi. Non è vero che il virus colpisce tutti allo stesso modo. Chi vive in ambienti inquinati e gli operai delle fabbriche, i lavoratori coinvolti nell’economia delle piattaforme e tutti i gig workers, i nuovi braccianti, l’epidemia la pagano più di tutti gli altri. Con la salute e con il loro lavoro alienato. Il virus, insomma, ha scavato più in profondità di tutte le più recenti elucubrazioni sui difetti della nostra società. Ha riportato alla luce la «contraddizione principale» di quel fenomeno complesso e storicamente determinato qual è il capitalismo: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. In una società liberata dal lavoro salariato nelle nostre società, al netto dei cambiamenti intervenuti nella struttura del lavoro, più del 60 per cento della popolazione dipende da un salario sarebbero i lavoratori associati a decide come e quando produrre, non i padroni e le leggi del mercato e del profitto. Ecco perché la crisi che ci accingiamo a vivere dovrebbe servire al rilancio di un progetto di superamento del capitalismo. Andare oltre il tamponamento delle ferite che lascerà questa crisi per niente docile, darsi come obbiettivo la fine dell’iniqua distribuzione del potere nella società odierna, tra chi detiene i mezzi di produzione e chi vende il proprio lavoro alla stregua di una merce. La crisi, insomma, come occasione per spingere più avanti, per organizzare le lotte nella prospettiva della costruzione di una società «diversa», non solo «migliore». Chiamiamolo col suo nome: socialismo. Una società nuova in cui alla falsa razionalità del mercato anche dei mercati finanziari si sostituisca la razionalità delle scelte e delle decisioni prese collettivamente e democraticamente dai cittadini e dai lavoratori, dal più piccolo municipio ai luoghi della produzione. C’è una frase di Keynes molto efficace per descrivere il capitalismo: «Se lo scopo della vita è di cogliere le foglie dagli alberi fino alla massima altezza possibile, il modo migliore di raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo facciano morir di fame quelle dal collo più corto». È la metafora della corsa sfrenata e spietata per il profitto. Una corsa che si può fermare soltanto rottamando il capitalismo. Che poi è la vera missione di una sinistra del cambiamento degna di questo nome. (1)

(        ( 1)    https://volerelaluna.it/economie/2020/04/08/superare-il-capitalismo
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Eremo Rocca S. Stefano  sabato  11 aprile 2020

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