Nelle
precedenti parti di questo post ho
osservato come usare la metafora della
guerra per parlare della pandemia attuale
sia improprio e inadeguato. Ho detto che questa contro il virus non è
una guerra perché il virus va affrontato
con gli strumenti ( avrei potuto dire combattuto con le armi ) della scienza e
della medicina.
Mi
sono poi soffermato sull’ipotesi che
forse la metafora della guerra si può applicare alle conseguenze che il virus ha determinato
scatenando ,qui è il caso di dirlo, una
vera e propria guerra nel senso
specifico di questo termine nei settori sanitario, finanziario, economico sia
nel nostro paese sia in Europa. Nel
nostro paese per la perdita del lavoro, l’aumento della povertà, il calo del
Pil, l’incapacità di implementare a causa di una sfrenata burocrazia i provvedimenti legislativi in provvedimenti
concreti trasformandoli in condizioni reali ed opportunità della vita di
tutti i giorni. In Europa per la contrapposizione tra paesi del sud e paesi del
nord sulla ricerca e definizione dei provvedimenti da mettere in campo. Sono
arrivato quindi a ricordare che la
retorica del “ andrà tutto bene “
tende a disconoscere la necessità di un
impegno reale e concreto, giorno dopo giorno , costante e faticoso di ciascuno
di noi che significa la capacità di riuscire a lavorare tutti assieme ad un
progetto vero e condiviso di società nella quale potrebbe cambiare tutto ma che
non cambierà niente se appunto non ci impegneremo . Tanto che anche l’affermazione
“ niente sarà più come prima,” senza
questo impegno risulterà anch’essa fortemente retorica.
Riprendere
il discorso allora in questa terza parte
significa osservare quello che
che è accaduto in questa settimana 6 – 12 aprile 2020.
L’Europa
nella notte tra il 9 e il 10 aprile è
uscita da un impasse. Dopo settimane di stallo e dopo la drammatica riunione di mercoledì 8 aprile terminata con un nulla di fatto L’Eurogruppo è riuscito a trovare un accordo
sulle misure per reagire alla recessione
scatenata dalla pandemia. Un
testo che lascia in sospeso molte cose
sulle quali toccherà ai capi di stato confrontarsi e scontrarsi in seguito.
Il
compromesso raggiunto prevede che
il Meccanismo europeo di stabilità (
Mes) sarà slegato, per i paesi che
vorranno farvi ricorso a qualsiasi imposizione di austerità. Perché potrà
essere usato senza condizioni solo per far fronte a spese dirette e indirette nel settore
della sanità .L’Italia per bocca del suo presidente del Consiglio dei ministri
continua a dire che non vi farà ricorso perché lo ritiene uno strumento
inadeguato alle necessità straordinarie
che la situazione straordinaria richiede. I paesi del nord accettano la nascita
di un fondo per la ripresa che potrà emettere titoli sul mercato per finanziare il rilancio economico che hanno ribattezzato
Recovery Fund al posto di Eurobond ( quello che l’Italia ha chiesto fin
dal primo momento ) le cui caratteristiche restano nel limbo .
Ma
quanti soldi ci sono in ballo? Le misure
già preparate in questi giorni prevedono
un fondo di 200 miliardi di investimenti
( per l’Italia fino a 40 miliardi ) firmati dalla Bei a disposizione di imprese ed
enti locali. Quindi c’è “Sure “ 1.100
miliardi ( potenzialmente 20 miliardi
per l’Italia) messi a disposizione della
Commissione per rifinanziare gli ammortizzatori
sociali nazionali . Infine il Mes ,Meccanismo europeo di stabilità, che mette a
disposizione fino a 200 miliardi ( 50 potenzialmente per l’Italia ) per far
fronte alle spese sanitarie dirette e indirette . La vera partita è sugli
eurobond ribattezzati Recovery Bond per creare un Recovery Fund per
andare sui mercati con titoli comuni e
rastrellare dai 500 ai 1.000 miliardi.
Quest’ultimo
strumento è tutto da definire e si vedrà.
Dunque è
questa la vera guerra . Quella che si dovrà combattere per ricreare da capo
qualcosa che non funziona .
E tanto per
rimettere ancora l’accento proprio su questo tema prendiamo in prestito quello che ha scritto Luigi
Pandolfi, , giornalista e pubblicista:
" Il virus ci ha messo di fronte alla
nostra fragilità, ma ha disvelato anche la fragilità e l’insostenibilità del
sistema che abbiamo costruito negli ultimi decenni. Non è solo lo stato
assistenziale azzoppato che viene chiamato in causa (il valore della
sanità pubblica, in primis), ma anche i rapporti di produzione, le nuove forme
di sfruttamento del «lavoro vivo», il rapporto perverso tra accumulazione
capitalistica e distruzione dell’ambiente, l’illusione dell’estrazione infinita
di valore dai beni finanziari scommettendo perfino sulle catastrofi. Non è vero
che il virus colpisce tutti allo stesso modo. Chi vive in ambienti inquinati e
gli operai delle fabbriche, i lavoratori coinvolti nell’economia delle
piattaforme e tutti i gig workers, i nuovi braccianti, l’epidemia la
pagano più di tutti gli altri. Con la salute e con il loro lavoro alienato. Il
virus, insomma, ha scavato più in profondità di tutte le più recenti
elucubrazioni sui difetti della nostra società. Ha riportato alla luce la
«contraddizione principale» di quel fenomeno complesso e storicamente
determinato qual è il capitalismo: lo sfruttamento dell’uomo da parte
dell’uomo. In una società liberata dal lavoro salariato ‒ nelle
nostre società, al netto dei cambiamenti intervenuti nella struttura del
lavoro, più del 60 per cento della popolazione dipende da un salario ‒
sarebbero i lavoratori associati a decide come e quando produrre, non i
padroni e le leggi del mercato e del profitto. Ecco perché la crisi che ci
accingiamo a vivere dovrebbe servire al rilancio di un progetto di superamento
del capitalismo.
Andare oltre il tamponamento delle ferite che lascerà questa
crisi per niente docile, darsi come obbiettivo la fine dell’iniqua
distribuzione del potere nella società odierna, tra chi detiene i mezzi di
produzione e chi vende il proprio lavoro alla stregua di una merce. La crisi,
insomma, come occasione per spingere più avanti, per organizzare le lotte nella
prospettiva della costruzione di una società «diversa», non solo «migliore».
Chiamiamolo col suo nome: socialismo. Una società nuova in cui alla falsa
razionalità del mercato ‒ anche dei mercati finanziari ‒ si
sostituisca la razionalità delle scelte e delle decisioni prese
collettivamente e democraticamente dai cittadini e dai lavoratori, dal più
piccolo municipio ai luoghi della produzione. C’è una frase di Keynes molto
efficace per descrivere il capitalismo: «Se lo scopo della vita è di cogliere
le foglie dagli alberi fino alla massima altezza possibile, il modo migliore di
raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo
facciano morir di fame quelle dal collo più corto». È la metafora della corsa
sfrenata e spietata per il profitto. Una corsa che si può fermare soltanto
rottamando il capitalismo. Che poi è la vera missione di una sinistra del
cambiamento degna di questo nome. (1)
Andare oltre il tamponamento delle ferite che lascerà questa
crisi per niente docile, darsi come obbiettivo la fine dell’iniqua
distribuzione del potere nella società odierna, tra chi detiene i mezzi di
produzione e chi vende il proprio lavoro alla stregua di una merce. La crisi,
insomma, come occasione per spingere più avanti, per organizzare le lotte nella
prospettiva della costruzione di una società «diversa», non solo «migliore».
Chiamiamolo col suo nome: socialismo. Una società nuova in cui alla falsa
razionalità del mercato ‒ anche dei mercati finanziari ‒ si
sostituisca la razionalità delle scelte e delle decisioni prese
collettivamente e democraticamente dai cittadini e dai lavoratori, dal più
piccolo municipio ai luoghi della produzione. C’è una frase di Keynes molto
efficace per descrivere il capitalismo: «Se lo scopo della vita è di cogliere
le foglie dagli alberi fino alla massima altezza possibile, il modo migliore di
raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo
facciano morir di fame quelle dal collo più corto». È la metafora della corsa
sfrenata e spietata per il profitto. Una corsa che si può fermare soltanto
rottamando il capitalismo. Che poi è la vera missione di una sinistra del
cambiamento degna di questo nome. (1)
( ( 1)
https://volerelaluna.it/economie/2020/04/08/superare-il-capitalismo
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