Il 6 aprile u.s. ho inserito una primo post di questa rubrica.In questo breve scritto voglio illustrare il motivo e i perchè di questa rubrica .
In un lontano giorno dell’anno 399 a.C. fu eseguita in Atene
una condanna in base ad argomenti politici e religiosi. Quella condanna aveva
il compito di togliere dalle strade un testimone vigile dei nostri fantasmi,
delle nostre farneticazioni.
All’alba di quel giorno nel
carcere di Atene la cicuta addormentava
un uomo chiamato Socrate. Allo stesso tempo quella cicuta anestetizzava , come
procedimento di disimpegno nella storia a venire , anche la parola “ filosofia”
assunta spesso come ampolla di cicuta,
valida per prevenire un ritorno
spiacevole nella polis umana interiore, dell’inquieto ed angosciante
interrogatore.
Socrate l’interrogatore è stato
sacrificato in favore di quanti fossero
disposti a vendere, a buon mercato all’umanità, pillole anestetiche. Con le
quali sono state tacitate quelle
situazioni della vita dell’uomo innanzi alle quali, egli, in tutti i tempi ha preferito fuggire
piuttosto che affrontarle, assumerle nel fondo del cuore,farne misura di
malattia e di salute del proprio
animo.
Anche il racconto che Platone ci
fa di quella condanna , presentando la riflessione di Socrate sulla morte, come
trattato dell’immortalità dell’anima o come teoria delle idee lascia un poco
interdetti.
Proprio perché conosce altrettanto bene l’uomo quanto
Socrate, egli si presta al gioco e
sapendo che l’uomo sfugge la morte e
solo il pensarla gli scatena reazioni di
fuga e di difesa cerca di mascherare il
discorso. Infatti dire nei suoi dialoghi
quello che Socrate pensava della morte
avrebbe sortito l’effetto di difesa e di
fuga del lettore. Allo stesso modo dire che cosa pensa Socrate delle altre cose
della vita oltre che di quelle della morte sortisce l’effetto di allontanare il
lettore, anzi l’ascoltatore.
E allora ? Per non far fuggire il
lettore Platone espone una dottrina forse pseudo scientifica come costruzione speculativa che appunto impegna l’uomo fino ad un certo punto.
Fino a che punto?
Non lo so perché ripensando a Socrate
mi sembra che non voleva aggiungere nulla con la “filosofia” al soggetto umano e non
voleva togliergli nulla. Voleva soltanto interrogarlo di se stesso e su se stesso
per amore di sapere.Quella filosofia
abbiamo detto veniva poi
anestetizzata insieme a Socrate nel
sonno per lui ahimè liberatorio della morte
ma per noi che viviamo denso di
fantasmi.
D’altra parte philo-sophia
ci insegnano i manuali sta ad indicare amore, amicizia (philia) per il sapere , sapienza (sophia)
Filosofia e quindi filosofo è “amore per il sapere” e il filosofo è chi
ama la sapienza.
Ovvero il filosofo va definito
più appropriatamente come l’amico della
sapienza anche se la ama come si amano
gli amici.
Ma come noi non “possediamo” gli
amici pur amandoli , così il filosofo
non possiede la sapienza pur amandola.
Andrea Tagliapietre in “Il dono del filosofo. Il gesto
originario della filosofia “
pubblicato da Einaudi , 2009, sulla scia
di Blumenberg intepreta il gesto filosofico
come modo per mantenere a distanza
l’assolutismo della realtà.
Dunque anche il filosofo
veneziano ci invita a guardare a Socrate
( pag, 196) per ripristinare il senso originario della filosofia.
Ossia ci invita a guardare alla
sua mirabile capacità di trasformare il
dono del filosofo in “ iniziativa e splendida
forma di vita “. Fermo restando che si tratta di un dono “perfettamente gratuito, che non attende e non pretende restituzione, perché il suo compito non è
fare e insegnare a costruire gabbie, prigioni o trappole, bensì come suggerisce
Wittgenstein, mostrare alla mosca come venirne fuori. Noi siamo eravamo canne che pensano ma siamo diventate
mosche. Noi siamo mosche intente a venire
fuori dalle ragnatele.
Ma il filosofo si trova in una situazione
paradossale . Nell’amicizia uno
deve comunque già conoscere qualcosa dell’amico per desiderare che l’amicizia continui : C’è
una sola condizione che permette di mantenere in vita un’amicizia . Che
qualcosa di quest’amicizia ci piace.
Questa piccola cosa che già
conosciamo e che ci piace ci porta a
considerare tale amicizia
particolarmente interessante .Sta qui il “fascino” che ci lega a questa
amicizia.
Il paradosso sta nel fatto
che pur conoscendo qualcosa del nostro
amico, pur essendone affascinati ,si è portati a credere di poter “rinvenire
sempre dell’altro”
Dunque: “ se per un verso nessuno potrebbe amare , e tanto meno
desiderare, qualcosa che già possedesse
in pieno per l’altro verso neppure
potrebbe amare quello stesso esistente ,
se nulla sapesse di esso; se nulla cioè, sempre del medesimo, in qualche modo e
nello stesso tempo,già non possedesse.”
Amiamo le persone che ci stanno
vicine per quello che già
conosciamo di loro ma anche per quella
parte della loro identità che in qualche modo ci rimane ancora sconosciuta.
In altre parole la filosofia , come dice Umberto Galimberti, non è possesso ma ricerca ( e ritorniamo a
Socrate) della verità. Per questo non fornisce risposte , ma radicalizza le
domande volte a problematizzare
l’esistente, per evitare di assopirsi in
quei sogni beati propri di chi
ritiene che la vita debba essere senza
pensieri , quando invece l’uomo è un prodotto di lotte intime e sociali ,la cui soluzione
provvisoria va cercato in quel dialogo infinito con gli altri , capace di
allargare la propria visione del mondo , la cui angustia è la vera
responsabile dell’acuirsi del
dolore nell’insolubilità dei problemi.
Continua Galimberti, adottando il
metodo socratico della “dotta
ignoranza”, la filosofia a differenza della religione , non è autoritaria. Non
dice : Io possiedo la verità e tu
apprendila. Perché è persuasa che la verità , anche se incompiuta, imperfetta e mescolata a tanti errori ,
dimori in ciascun uomo. E “ maestro” non
è chi trasmette la verità, ma chi aiuta gli uomini a trarla fuori dalla confusione delle loro opinioni , anche
se in contrasto con le idee più
diffuse e da tutti condivise.
Quando chiesero a Socrate che
cosa insegnava , lui rispose che non insegnava niente perché era ignorante , ma aiutava coloro che
ritenevano di sapere qualcosa a
fondare le loro opinioni con argomenti solidi , in modo che stessero in
piedi da sole e non per l’autorità di
chi le enunciava , per la fede in credenze infondate , per l’impatto emotivo ,
per la suggestione degli affetti.
E’ QUESTO DUNQUE “SOCRATE CAFE’”
un piccolo esperimento da “sala parto”.
Infatti Socrate, siccome riteneva di non essere in
possesso di alcuna verità da
trasmettere, paragonava il suo lavoro a
quello di sua madre che aiutava le partorienti a generare .Allo stesso modo
lui aiutava i suoi discepoli a partorire
la verità che, segretamente, a loro insaputa , custodivano.
Chiamò questo metodo FILO-SOFIA
che come dicevamo significa amore per il sapere ,distinguendola dalla sofia dei
sapienti che non amano il sapere perché ritengono di
possederlo. Amore infatti, come abbiamo
detto, non è possesso ma ricerca , tensione e desiderio della cosa o della persona amata.
Per questo nel racconto che ci fa Socrate nel Simposio, Amore non è figlio di Afrodite
, come voleva la mitologia greca ma di
Penia, che significa penuria , povertà. Essendo povero Amore non possiede e perciò cerca allo stesso modo della
filoosofia che, possedendo alcuna verità, ne va alla ricerca.
Per questo Socrate dice : “ Amore
è filosofo, perché sta in mezzo tra il sapiente che non cerca la verità perché
ritiene di possederla e l’ignorante che
non la cerca perché non desidera sapere
“ .
In questo senso è possibile dire
che la filosofia non è un sapere ma un
atteggiamento. L’atteggiamento di chi
non smette di fare domande , di mettere in crisi tutte le risposte che sembrano definitive . La filosofia
avrebbe dovuto inventare un mondo possibile
al di là del mondo reale.
In verità la parola filosofia è , nell’essenza sua, simbolo sostitutivo dell’esistenziale , uno dei
tentativi più drammatici di
chiarificazione che la storia ricordi , e dietro di essa c’è il volto
indefinito dell’uomo che aspira a
determinarsi uscendo dalle brume del
fisiologico . La parola filosofia volle
essere una risposta tragica fiorita nel V secolo a.C. ad una domanda che non ha
età : la domanda posta dal volto
indefinito dell’uomo di allora , di poi, di oggi. Si infransero con quella domanda tutti i
quadri precostituiti a delineare la
natura dell’uomo e contro i quali vanno
ad infrangersi ancora oggi i travestimenti
che all’uomo porge la
quotidianità.
Venne poi la Storia della filosofia
che care figliole voi insegnate … che
appare una delle più stupefacenti metonimie
della storia umana : In essa si prende il predicato per soggetto , l’indice per
origine, la semiotica per etiologia e
soprattutto per tema da svolgere un impegno da
assolvere .
Con la filosofia Socrate non aggiunse qualcosa al soggetto umano che lo qualificasse temporalmente alla stessa stregua di parole come “astronomo”, “ fisiologo”,
“politico” , “sofista”, né il prefisso “ filos “ di “Sofos” ebbe un valore
puramente negativo dell’ideale
sofistico.
Siamo tornati a Socrate per
dire che con lui si verifica un’interruzione di fondo , che non si può
colmare con una superficiale
correlazione con la dottrina dei suoi
contemporanei.
E siamo tornati a lui per dire
anche che “Socrate Cafè” è solo una introduzione per coloro che lo incontrano , non come accadeva ai suoi
contemporanei per le strade di Atene, ma nelle presentazioni cattedratiche .
Socrate Cafè vuole difendere il
dialogo , impedire che il dialogo vada a morire
in notizia o paludata dottrina.
Si tratta di impedire che le Ore del Fedone,del Convito , del Fedro, si
riducano ad ore, cronologiche
invece che diventare pagine intime di interpretazione e esistenziale del mondo .
“Siamo chiamati ad esistere nel Fedone , nel Fedro, nel
Convito e non a comprenderli come comunicazioni oggettive attorno all’immortalità dell’anima , alla dialettica,
all’amore.
R.Bultman dice “comprendere qualcosa significa riferirla a sé, comprenderla in ed insieme a sé”.
Con una consapevolezza. Non a
caso a chi gli chiedeva come stessero le
cose rispetto ai vari argomenti di riflessione e di conversazione Socrate
rispondeva sempre di non saperlo.
Ovvero filosofia come la propone Socrate Cafè è una strana
conoscenza in virtù della quale
nell’acquisire poche o molte
conoscenze specifiche e particolari si
dovrebbe imparare a tener viva, appunto,
la consapevolezza che di tutto quello
che in qualche modo si è fatto
esperienza non se ne sa quasi nulla. Con il problema conseguente
però del modo con cui ci si rapporta a quello che si sa.
Ma stop per il momento.
Riflettere e digerire queste riflessioni
e tornarci sopra in un altro post. Anche con l’aiuto di chi ha letto fin qui ?



Sono arrivata fino alla fine. Certo, un po' lungo per lo standard di Facebook, ma proprio bello. Mi ha riportato alla riscoperta di qualcosa in cui nella mia vita ho sempre creduto e cercato di attuare. Ci sarò riuscita? Non lo so, né mi importa saperlo, so solo che ci ho provato. Ora ho poche occasioni, ma resta la piacevole riscoperta di Socrate e del suo pensiero illuminante.
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