Secondo il mito fatto proprio anche dai poeti cinquecenteschi dell'"Arcadia", la storia delle origini dell'uomo si può dividere in quattro età: dell'oro, dell'argento, del bronzo e del ferro, ognuna più corrotta delle precedenti, come ogni metallo é più vile di quelli che caratterizzano le ere anteriori, in un crescendo di ingiustizia e di barbarie. All'ultima pone fine appunto il diluvio. Giove infatti, insospettito dal comportamento degli uomini, prende sembianze umane e si reca sulla Terra, dove chiede ospitalità a Licaone, re dell'Arcadia. Questi intuisce che il suo ospite é di natura divina ma, invece di accoglierlo subito con gli onori che egli merita, per sincerarsi se é o no un mortale tenta di assassinarlo nel sonno; poi, resosi conto ché é davvero un dio, per onorarlo uccide un ostaggio e gli imbandisce le sue carni. Giove, inorridito, si vendica facendogli crollare la casa e trasformandolo in un lupo. Tornato sull'Olimpo, raduna il consesso degli dei e spiega loro a qual segno di malvagità siano giunti i mortali. Conclude:
degna
fuit; qua terra patet, fera regnat Erinys;
in facinus
iurasse putes. Dent ocius omnes
quas
meruere pati - sic stat sententia - poenas!"
(libro I, vv. 240-243)"Una sola casa é caduta, ma non una casa sola fu meritevole di perire; quant'é ampia la terra, vi domina la feroce Erinni; credereste che abbiano fatto giuramento di empietà. é ormai tempo - questa é la mia ferma decisione - che tutti subiscano le pene che hanno meritato."
Tutti gli dei approvano,
anche se alcuni sono titubanti, non sapendo più chi offrirà loro i sacrifici,
se non ci saranno più uomini sulla Terra. é così che viene decisa la salvezza
di un uomo, Deucalione figlio di Prometeo (il Titano famoso per aver
rapito il fuoco agli dei) e Pirra figlia di Epimeteo, fratello di
Prometeo. A differenza del mito babilonese, dunque, gli dei greci decidono di
sterminare l'umanità non perché li infastidisce, ma perché si é corrotta ed é
divenuta malvagia, e i sopravvissuti non si salvano contro il parere degli dei.
Ci riavviciniamo, così, alla concezione biblica; non é affatto improbabile che
tra pagina biblica e mito greco ci siano stati dei contatti, vista la grande
diffusione delle comunità ebraiche nel Mediterraneo antico. La distruzione
dell'umanità non avviene tramite il fuoco, ma tramite l'acqua; così
Ovidio descrive il perché di questo fatto, con versi divenuti giustamente
celeberrimi:
"Iamque
erat in totas sparsurus fulmina terras;
sed timuit
ne forte sacer tot ab ignibus aether
conciperet
flammas longusque ardesceret axis" (253-5)
"Già s'accingeva a
spargere le folgori su tutta la
Terra, ma temette che l'etere sacro s'infiammasse per così
tanto fuoco, e ardesse il lungo asse dei cieli."
E', questo, il mito
dell'ecpirosi (in greco antico: ἐκπύρωσις,
ekpýrosis, da ek
"fuori" + pýros, "fuoco", cioè «[uscito] fuori dal fuoco»),
nella filosofia greca, è la conflagrazione finale del mondo: tutto é nato dal
fuoco e tutto ad esso dovrà ritornare (si pensi ad Eraclito, ma anche
alle nostre teorie sul Big Bang e sul Big Crunch!). E così, Giove rinchiude i
venti che disperdono le nubi temporalesche, e dà libero sfogo a Noto, famoso
vento foriero di tempeste. La dea Iride, messaggera di Giunone, attinge le
acque e le riporta ad alimentare le nubi. Ma non basta; come nella Bibbia, il
diluvio é provocato sia dalle acque superiori che da quelle inferiori:
"Nec
Caelo contenta suo est Iovis ira, sed illum
caeruleus
frater iuvat auxiliaribus undis" (274-5)
"Né all'ira di
Giove basta il cielo, che é suo, ma a lui viene in aiuto il ceruleo fratello,
con le onde come ausiliarii."L'azzurro fratello é, evidentemente, Poseidone, che ordina ai fiumi di squarciare le proprie fonti, spezzare gli argini ed invadere la Terra. Inoltre, nella mitologia greca, Poseidone é anche dio delle acque inferiori, e quindi dei terremoti, segno probabile di un'antica attribuzione a lui anche del titolo di dio delle profondità, prima che gli Indoeuropei giungessero al mare, quando ancora percorrevano le steppe dell'Asia. Così, egli provoca anche scosse telluriche:
"Ipse
tridente suo Terram percussit; at illa
intremuit
motuque vias patefecit aquarum." (283-4)
"Egli stesso col
suo tridente percosse la terra; essa sussultò e con il proprio moto aprì le
strade all'acqua."
Dunque, anche nella
leggenda greca il diluvio ha una doppia origine: pioggia e terremoto. Una curiosa
coincidenza con il racconto biblico, dunque; eppure Ovidio era solo un poeta
erotico, non un vate ispirato da Dio! E che si trattasse di un degnissimo
poeta, terzo dopo Omero ed Orazio nel cenacolo dei poeti descritti da Dante in
Inf. IV, 88-90, lo dimostra subito dopo, scrivendo:
"Iamque
mare et tellus nullum discrimen habebant;
omnia
pontus erant; deerant quoque litora ponto." (291-2)
"E ormai mare e
terra non avevano più alcun confine; tutto era mare, e al mare mancavano, da
ogni parte, le rive."Non dimentichiamo che, secondo Ovidio, la Terra era sferica, contrariamente a quanto asserito dagli autori dei poemi mesopotamici e della Genesi, per i quali il nostro mondo era piatto. Sono dunque i fiumi, non le piogge, a causare il diluvio; nello spazio, da dove sarebbe venuta tanta acqua? Dal diluvio, comunque, si salvano solo Deucalione e Pirra, che quando la vendetta di Giove si é consumata sbarcano sul monte Parnaso, il primo ad essere emerso dal diluvio, e subito si recano al sacrario della dea Temi, per sapere come avrebbero potuto, da soli, rigenerare la stirpe umana. Il vaticinio della dea é quanto mai oscuro:
"...Discedite
tempio
et
velate caput cinctasque resoluite vestes
ossaque
post tergum magnae iactate parentis" (391-3)
e cioé: "Uscite dal
tempio, velate il capo, scioglete le cinture delle vesti e gettate
dietro la schiena le ossa della grande madre." Pirra, fraintendendo
l'oracolo, si rifiuta di violare la tomba della propria genitrice, ma il marito
intuisce che la grande madre é la terra, le sue ossa sono i sassi, e sono
quelli che devono gettarsi dietro la schiena. Così fanno, ed ecco i sassi si
trasformano in uomini! Ovidio commenta la miracolosa metamorfosi con il
seguente cenno eziologico, volto cioè a spiegare il perché di una realtà per
lui presente:
"Inde
genus durum sumus experiensque laborum
et
documenta damus qua simus origine nati." (414-5)
"Per questo dura
stirpe noi siamo, adusi alla fatica, e diamo testimonianza da quale origine
siamo nati."
Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 1 aprile 2020
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