venerdì 10 aprile 2020

SILLABARI : Non è una guerra ( II parte )







Nella prima parte di questo scritto  ho esordito ricordando che la metafora della guerra riferita alla pandemia  che stiamo attraversando  non è del tutto adeguata  Anzi è inappropriata . Semmai  la metafora della guerra si addice a quello che sta avvenendo in Europa e anche in Italia forse a causa della pandemia ma anche per ben altri problemi preesistenti . E a proposito  dell’ affermazione che sento ripetere e leggo frequentemente “ niente sarà più come prima “ mi sono permesso di dire che forse non è del tutto vero alla luce di quanto capitato  in occasione del terremoto di L’Aquila e di inondazioni,  pandemie, catastrofi naturali  e  altre sciagure altrettanto  catastrofiche come per esempio l’attacco alle torri gemelle in Usa  che  provocarono  la chiusura degli aeroporti, un nuovo modo di vedere  la politica e il mondo stesso . Allo stesso modo  tanto per  ricorrere ad un’icona  della storia europea dela caduta del muro di Berlino.  Certo ci sono stati cambiamenti ma il mondo cambia da per sé . Cambiamenti  senza arrivare al “niente sarà più come prima”. Affermazione forte ,radicale che coinvolge la vita delle singole persone , di intere generazioni e popoli .  .
Dunque tanti  sono i fronti su cui ora – proprio ora – occorre combattere una battaglia politica. Sanità pubblica, diritti dei lavoratori e dei loro corpi ridotti a merce, diritti di chi non ha una casa in cui rimanere né i soldi per vivere, diritto alla vita degli anziani, diritto all’istruzione e libertà di insegnamento, finanziamento della ricerca e accesso ai ruoli di responsabilità scientifica e molte  altre questioni vitali. Insomma, la ricostruzione dello Stato dalle sue fondamenta: secondo il progetto della Costituzione.
Questo è quello che avviene normalmente dopo una guerra ma in realtà questo è quello che l’epidemia ha messo con prepotenza sulla scena della nostra vita quotidiana dopo anni di elusioni e di incantamenti che di questi problemi hanno fatto scempio nascondendoli , travisandoli , usandoli per ogni comodo .

E allora la considerazione è che tutto potrebbe cambiare ma dipende fortemente da noi secondo la prospettiva che  mutuo da un breve scritto di Massimo Cuono che insegna Filosofia politica all’Università di Torino che   scrive : “Non sappiamo quando tutto questo finirà, ma sappiamo che finirà; è successo anche a flagelli peggiori. Ciò che sappiamo è che il bilancio sarà terribile, è già terribile; e sappiamo anche che molto cambierà nel nostro modo di rapportarci agli altri, di immaginare il mondo e di pensare la politica anche se non sappiamo ancora come tutto ciò cambierà.”
“…A noi resta lo sforzo di tentare di dare una direzione a questo cambiamento di immaginario. Possiamo lasciare che nel mondo-del-dopo-Corona la faccia da padrone la paura – quella che Montesquieu definiva principio del governo dispotico –; è possibile che, spaventati e scossi, continueremo a invocare l’uomo forte, il solo capace a gestire ogni emergenza. Colui che non esita, come in quella Cina che, per efficienza, pare ormai a molti un modello. È possibile che le immagini dell’esercito che scorta carovane di feretri siano così potenti da anestetizzarci nei confronti di altre presenze militari per le strade delle città; così come possibile è che i poteri di emergenza trovino altre scuse ben meno “fondate” della crisi sanitaria in corso. In Ungheria, del resto, lo stato di indiscutibile necessità è già stato pretesto per completare il percorso che da stato di diritto ha portato a stato d’eccezione permanente…”

“…Oppure possiamo ripensare la libertà. Ribadire l’importanza della libertà di movimento, proprio perché ne abbiamo sperimentato la drastica limitazione, magari ripartendo dal senso comune sulle migrazioni e sul diritto penale. Forse guarderemo con occhi differenti chi è costretto a lasciare la propria casa, dopo essere stati confinati nelle nostre, ben più confortevoli; e anche il carcere, forse, ci parrà più odioso, infinitamente più odioso. Poi potremmo anche ricordarci che non c’è libertà senza diritti sociali; la salute prima di tutto – come nei vecchi adagi degli anziani, ai quali più di tutti dobbiamo procurare aiuto e sostegno – perché dalla spesa sanitaria dipende la nostra sopravvivenza prima ancora che il nostro stile di vita. A chi avanza strane proposte di nuove assemblee costituenti, proporrei più sommessamente un’abolizione rapida della riforma costituzionale del 2001, che restituisca subito la gestione del sistema sanitario allo stato centrale, sottraendolo all’inesorabile iniquità della regionalizzazione – e si tratterebbe comunque solo di un punto di partenza. L’istruzione, poi; chi come me passa le sue giornate a chiedere ai propri studenti “mi sentite?” – quante volte mi ronza nella testa Tommy ,can you hear me? – si è resto conto di quanta voglia e bisogno di confronto abbia quella generazione spesso liquidata come pigra e ignorante. E poi, ovviamente, il lavoro; perché sul lavoro come diritto – quant’altri mai più violato – mi pare chiaro che si giocherà la partita più importante. Vecchie diseguaglianze di classe si aggraveranno e nuove si imporrano, forse ancora più drammatiche.

La partita è aperta, il risultato quanto mai  incerto.

Se, in tempo di sospensione, non possiamo immaginare il quando, dobbiamo almeno sforzarci di pensare il come. Se penseremo al mondo come fonte di paura o come luogo di libertà molto dipenderà dalle scelte della politica; ma anche queste sono influenzate (almeno) in parte dalla nostra capacità di intervenire e dal nostro modo di guardare a questo mondo da ricostruire. Rilanciare un modello sociale che guardi alla redistribuzione, ripensare i nostri stili e i nostri ritmi di vita, presidiare i nostri spazi di libertà: sono questioni che non possono restare sospese nel limbo della quarantena. Pensare e discutere, per quanto difficile, si può fare anche restando in casa. Infondo, come  sosteneva con cauto ottimismo Italo Calvino, “fare di tutto per volgere al bene comune tutte le forze che possono essere volte al bene comune non è eclettismo, è atteggiamento di scelta attiva e di rigore discriminante, fiducia nel poter sottomettere a ragione la storia, finora mossa dal ritmo catastrofico e biologico dei maremoti e delle epidemie”.  (1)

(1)   . https://volerelaluna.it/il-virus-e-noi/2020/04/09/immaginari-pandemici/


Eremo Rocca S. Stefano  venerdì 10  aprile 2020

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