sabato 4 aprile 2020

DIARIO DAL CERCHIO : “Due virus è meglio che uno”. Una metafora




 


Anche se  “due virus è meglio che uno “ riecheggia lo slogan di un famoso spot pubblicitario e non ci sta molto da scherzare  in tema di virus , mi sembra  utile per  esprimere quello che voglio dire. Voglio dire che stavamo già combattendo  contro un virus quando  se ne è aggiunto un altro. Il primo sicuramente destava tanta attenzione ma poca preoccupazione. Il secondo  una grandissima preoccupazione. Il primo dunqueinvisibile come il corona virus che in questi giorni  fa morti,,produce isolamento , finisce di abbassare  lo standard  di vita ,conclama una recessione e mancanza di crescita , avvia alla depressione e strappa una preghiera. Come quella dell’astronauta che  in partenza  in  missione per riavviare  i motori di una stazione spaziale orbitante attorno alla terra che rischia di caderci sopra  in  Space Cowboys ( un film del 2000 diretto e interpretato da Clint Eastwood) ,  fa questa preghiera. “ Signore ti prego fa che non vada tutto a puttane!”.  Il secondo il vero e proprio corona virus  forse  moltiplicatore ( il giudizio è  per il momento sospeso in considerazione dei morti e  delle manifestazioni  di solidarietà e responsabilità ) del  primo come  un incubatore di startup  checsimile a quello delle startup del mondo imprenditoriale è una “ scommessa”.
Il primo dunque  era un virus che apparentemente non faceva morti  anche se purtroppo chi veniva infettato non se ne accorgeva e cominciava a morire lentamente .Una cosa che somiglia al classico esempio  in termini di dipendenze relative  a tabagismo e alcolismo. Il tabagismo uccide quasi subito, ’alcolismo più lentamente anche se altrettanto inesorabilmente. Quindi si combatte subito il tabagismo e si prende sotto gamba l’alcolismo .  Questo penso era la situazione prima del coronavirus Avevamo una infezione  che aggrediva lentamente , che portava alla morte ma non ce ne accorgevamo , non la combattevamoPoi è arrivato il  secondo virus  ,il corona virus e abbiamo cominciato a combatterlo .

Ma che tipo di virus  era quello precedente al corona virus .Sto parlando di un virus la cui metafora   ho trovato in alcune pagine di Curzio Malaparte  nel volume "La pelle Storia e racconto" ,a  cura di Caterina Guagni, Giorgio Pinotti , 2010, 6ª ediz., pp. 379   che raccoglie  alcuni racconti tra cui quello intitolato “La peste “ di cui ricopio alcune pagine e che nel risvolto della copertina  dice testualmente .” Una terribile peste dilaga a Napoli dal giorno in cui, nell’ottobre del 1943, gli eserciti alleati vi sono entrati come liberatori: una peste che corrompe non il corpo ma l’anima, spingendo le donne a vendersi e gli uomini a calpestare il rispetto di sé. Trasformata in un inferno di abiezione, la città offre visioni di un osceno, straziante orrore: la ragazza che in un tugurio, aprendo «lentamente la rosea e nera tenaglia delle gambe», lascia che i soldati, per un dollaro, verifichino la sua verginità; le «parrucche» bionde o ruggine o tizianesche di cui donne con i capelli ossigenati e la pelle bianca di cipria si coprono il pube, perché «Negroes like blondes»; i bambini seminudi e pieni di terrore che megere dal viso incrostato di belletto vendono ai soldati marocchini, dimentiche del fatto che a Napoli i bambini sono la sola cosa sacra. La peste – è questa l’indicibile verità – è nella mano pietosa e fraterna dei liberatori, nella loro incapacità di scorgere le forze misteriose e oscure che a Napoli governano gli uomini e i fatti della vita, nella loro convinzione che un popolo vinto non possa che essere un popolo di colpevoli. Null’altro rimane allora se non la lotta per salvare la pelle: non l’anima, come un tempo, o l’onore, la libertà, la giustizia, ma la «schifosa pelle».  ..”

Sto parlando quindi  del virus ante corona che ha infettato questo paese da quasi quarant’anni. Io indico gli untori  in certi politici, alcuni intellettuali e certa parte dell’informazione. Insomma ad una “parte”. Certo la mia opinione vale quanto quella di chiunque altro  che può addebitare le stesse cose  alla parte che io faccio “ salva”. Prendiamo tutto questo come una esercitazione. Il risultato è    sconsolante : questo paese è comunque affetto  ora da due virus che sono meglio di uno.
Ecco allora quello che prendo in prestito da Malaparte per esprimere una metafora del primo virus e cerchiamo di capirci : una metafora , nient’altro che una metafora.

“..La peste era  scoppiata a Napoli  il 1 ottobre 1943,il giorno stesso in cui gli eserciti alleati  erano entrati come liberatori  in quella sciagurata città . Il 1 ottobre  1943 è una dta memorabile nella storia di Napoli : perché segna l’inizio della liberazione dell’Italia  e dell’Europa dall’angoscia, dalla vergogna e dalle sofferenze della schiavitù e della guerra e perché proprio in quel giorno scoppiò la terribile peste , che da quell’infelice città si sparse  per tutta l’Italia e per tutta l’Europa. .
L’atroce sospetto ,che lo spaventoso morbo fosse stato portato a Napoli dagli stessi liberatori, era certamente ingiusto: ma divenne certezza nell’animo del popolo  quando si accorse, con meraviglia confusa  e superstizioso terrore, che si soldati alleati rimanevano  stranamente immuni dal contagio.  Essi si aggiravano rosei, tranquilli, sorridenti in mezzo alla folla degli appestati , senaza contrarre lo schifoso morbo:  che mieteva le sue vittime esclusivamente tra la popolazione civile, non soltanto della città, ma delle stesse campagne ,allargandosi come una macchia d’olio nel territorio liberato, di mano in mano che gli eserciti alleati  andavano faticosamente ricacciando  i tedeschi verso il Nord.
Ma era severamente proibito, con la minaccia di severe pene , insinuare in pubblico che la peste era stata portata in Italia  dai liberatori. Ed era  pericoloso ripeterlo in privato , sia pure a bassa voce, poiché tra i tanti  e schifose effetti di quella peste, il più schifoso era la matta furia ,la voluttà golosa della delazione. Appena toccato dal morbo, ognuno diventava  la spia del padre e della madre, dei fratelli, dei figli,  dello sposo, dell’amante,dei congiunti e degli amici più cari; ma non mai di se medesimo. Uno dei caratteri più sorprendenti  e ributtanti di quella straordinaria peste ,era infatti  

(…) Il contagio raggiunse una violenza terribile  cui  ad ogni male davano un carattere nefando, quasi diabolico,  i suoi grotteschi ,laidi aspetti di macabra festa popolare, di kermesse funebre; quella danze di negri ubriachi e di donne quasi nude , o nude addirittura,nelle piazze e nelle strade ,fra le rovine delle case distrutte dai bombardamenti; quel furore di bere, di mangiare, di godere, di cantare, di ridere ,di scialare e di far baldoria; nel lezzo orrendo che esalavano  le centinaia e centinaia di cadaveri  sepolti sotto le macerie.

Era quella una peste profondamente diversa ,ma non meno orribile, dalle epidemie che nel medioevo devastavano di quando in quando  l’Europa. Lo straordinario carattere di tal  nuovissimo morbo  era questo: che non corrompeva il corpo, ma l’anima. Le membra rimanevano in apparenza intatte ma dentro l’involucro della carne sana  l’anima si guastava, si disfaceva . Era una specie di peste morale , contro la quale pareva non vi fosse difesa alcuna .Le prime ad essere contagiate furono le donne,che, presso ogni nazione ,sono il riparo più debole contro il vizio e la porta aperta .  
E ciò parve cosa meravigliosa  e dolorosissima ,poiché durante gli anni della schiavità e della guerra ,fino al giorno0 della promessa e attesa liberazione, le donne  ,non a Napoli soltanto ma in tutta Italia, in tutta Europa  avevano dato prova, nell’universale  miseria e sciagura, di maggiore dignità e di maggiore forza d’animo che non gli uomini.  A Napoli, ed in ogni altro paese d’Europa ,le donne non s’erano date ai tedeschi …(…) Ed ecco che per effetto di quella schifosa peste  che per prima cosa corrompeva il senso dell’onore  e della dignità femminile,la più spaventosa prostituzione aveva portato la vergogna in ogni tugurio e in ogni palazzo …) Se tale era la sorte delle donne ,non meno pietosa  era la sorte degli uomini. Non appena contagiati essi perdevano ogni rispetto di se medesimi: si davano ai più ignobili commerci, commettevano le più sudice viltà, si trascinavano carponi nel fango baciando  le scarpe dei loro “ liberatori” ( disgustati di tanta, e non richiesta abiezione) non solo per essere perdonati  della sofferenza e delle umiliazioni, sofferte negli anni della schiavitù e della guerra , ma per avere l’onore di essere calpestati  dai nuovi padroni ; sputavano sulle bandiere della propria patria ,vendevano pubblicamente la propria moglie, le proprie figlie, la propria madre. Tutto ciò dicevano per salvare la patria.  E pur quelli che,all’aspetto sembravano immuni  dal morbo, si ammalavano di una nauseante malattia ,che li spingeva ad arrossire di essere italiani  e perfino di appartenere al genere umano …”

Eremo Rocca S. Stefano sabato  4 aprile 2020

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