Anche se
“due virus è meglio che uno “ riecheggia lo slogan di un famoso spot
pubblicitario e non ci sta molto da scherzare
in tema di virus , mi sembra
utile per esprimere quello che
voglio dire. Voglio dire che stavamo già combattendo contro un virus quando se ne è aggiunto un altro. Il primo sicuramente
destava tanta attenzione ma poca preoccupazione. Il secondo una grandissima preoccupazione. Il primo
dunque, invisibile come il corona virus
che in questi giorni fa morti,,produce
isolamento , finisce di abbassare lo
standard di vita ,conclama una
recessione e mancanza di crescita , avvia alla depressione e strappa una
preghiera. Come quella dell’astronauta che
in partenza in missione per riavviare i motori di una stazione spaziale orbitante
attorno alla terra che rischia di caderci sopra in
Space Cowboys ( un film del 2000 diretto e interpretato da Clint
Eastwood) , fa questa preghiera. “
Signore ti prego fa che non vada tutto a puttane!”. Il secondo il vero e proprio corona
virus forse moltiplicatore ( il giudizio è per il momento sospeso in considerazione dei
morti e delle manifestazioni di solidarietà e responsabilità ) del primo come
un incubatore di startup checsimile a quello delle startup del mondo imprenditoriale è una “ scommessa”.
Il primo dunque era un virus che apparentemente non faceva
morti anche se purtroppo chi veniva
infettato non se ne accorgeva e cominciava a morire lentamente .Una cosa che
somiglia al classico esempio in termini
di dipendenze relative a tabagismo e
alcolismo. Il tabagismo uccide quasi subito, ’alcolismo più lentamente anche se altrettanto inesorabilmente. Quindi si
combatte subito il tabagismo e si prende sotto gamba l’alcolismo . Questo penso era la situazione prima del
coronavirus Avevamo una infezione che
aggrediva lentamente , che portava alla morte ma non ce ne accorgevamo , non la
combattevamo. Poi è arrivato il secondo virus ,il corona
virus e abbiamo cominciato a combatterlo .
Ma che tipo di virus era quello precedente al corona virus .Sto
parlando di un virus la cui metafora ho
trovato in alcune pagine di Curzio Malaparte
nel volume "La pelle Storia e racconto" ,a cura di
Caterina Guagni, Giorgio Pinotti , 2010, 6ª ediz., pp. 379 che
raccoglie alcuni racconti tra cui quello
intitolato “La peste “ di cui ricopio alcune pagine e che nel risvolto della
copertina dice testualmente .” Una terribile
peste dilaga a Napoli dal giorno in cui, nell’ottobre del 1943, gli eserciti
alleati vi sono entrati come liberatori: una peste che corrompe non il corpo ma
l’anima, spingendo le donne a vendersi e gli uomini a calpestare il rispetto di
sé. Trasformata in un inferno di abiezione, la città offre visioni di un
osceno, straziante orrore: la ragazza che in un tugurio, aprendo «lentamente la
rosea e nera tenaglia delle gambe», lascia che i soldati, per un dollaro,
verifichino la sua verginità; le «parrucche» bionde o ruggine o tizianesche di
cui donne con i capelli ossigenati e la pelle bianca di cipria si coprono il
pube, perché «Negroes like blondes»; i bambini seminudi e pieni di terrore che
megere dal viso incrostato di belletto vendono ai soldati marocchini,
dimentiche del fatto che a Napoli i bambini sono la sola cosa sacra. La peste –
è questa l’indicibile verità – è nella mano pietosa e fraterna dei liberatori,
nella loro incapacità di scorgere le forze misteriose e oscure che a Napoli
governano gli uomini e i fatti della vita, nella loro convinzione che un popolo
vinto non possa che essere un popolo di colpevoli. Null’altro rimane allora se
non la lotta per salvare la pelle: non l’anima, come un tempo, o l’onore, la
libertà, la giustizia, ma la «schifosa pelle». ..”
Sto parlando quindi del virus ante corona che ha infettato questo
paese da quasi quarant’anni. Io indico gli untori in certi politici, alcuni intellettuali e
certa parte dell’informazione. Insomma ad una “parte”. Certo la mia opinione
vale quanto quella di chiunque altro che
può addebitare le stesse cose alla parte
che io faccio “ salva”. Prendiamo tutto questo come una esercitazione. Il
risultato è sconsolante : questo paese
è comunque affetto ora da due virus che
sono meglio di uno.
Ecco allora quello che prendo in
prestito da Malaparte per esprimere una metafora del primo virus e cerchiamo di
capirci : una metafora , nient’altro che una metafora.
“..La peste era scoppiata a Napoli il 1 ottobre 1943,il giorno stesso in cui gli
eserciti alleati erano entrati come
liberatori in quella sciagurata città .
Il 1 ottobre 1943 è una dta memorabile
nella storia di Napoli : perché segna l’inizio della liberazione
dell’Italia e dell’Europa dall’angoscia,
dalla vergogna e dalle sofferenze della schiavitù e della guerra e perché
proprio in quel giorno scoppiò la terribile peste , che da quell’infelice città
si sparse per tutta l’Italia e per tutta
l’Europa. .
L’atroce sospetto ,che lo spaventoso
morbo fosse stato portato a Napoli dagli stessi liberatori, era certamente
ingiusto: ma divenne certezza nell’animo del popolo quando si accorse, con meraviglia
confusa e superstizioso terrore, che si
soldati alleati rimanevano stranamente
immuni dal contagio. Essi si aggiravano
rosei, tranquilli, sorridenti in mezzo alla folla degli appestati , senaza
contrarre lo schifoso morbo: che mieteva
le sue vittime esclusivamente tra la popolazione civile, non soltanto della
città, ma delle stesse campagne ,allargandosi come una macchia d’olio nel
territorio liberato, di mano in mano che gli eserciti alleati andavano faticosamente ricacciando i tedeschi verso il Nord.
Ma era severamente proibito, con la
minaccia di severe pene , insinuare in pubblico che la peste era stata portata
in Italia dai liberatori. Ed era pericoloso ripeterlo in privato , sia pure a
bassa voce, poiché tra i tanti e
schifose effetti di quella peste, il più schifoso era la matta furia ,la
voluttà golosa della delazione. Appena toccato dal morbo, ognuno diventava la spia del padre e della madre, dei
fratelli, dei figli, dello sposo,
dell’amante,dei congiunti e degli amici più cari; ma non mai di se medesimo.
Uno dei caratteri più sorprendenti e
ributtanti di quella straordinaria peste ,era infatti
(…) Il contagio raggiunse una violenza
terribile cui ad ogni male davano un carattere nefando,
quasi diabolico, i suoi grotteschi
,laidi aspetti di macabra festa popolare, di kermesse funebre; quella danze di
negri ubriachi e di donne quasi nude , o nude addirittura,nelle piazze e nelle
strade ,fra le rovine delle case distrutte dai bombardamenti; quel furore di
bere, di mangiare, di godere, di cantare, di ridere ,di scialare e di far
baldoria; nel lezzo orrendo che esalavano
le centinaia e centinaia di cadaveri
sepolti sotto le macerie.
Era quella una peste profondamente
diversa ,ma non meno orribile, dalle epidemie che nel medioevo devastavano di
quando in quando l’Europa. Lo
straordinario carattere di tal nuovissimo
morbo era questo: che non corrompeva il
corpo, ma l’anima. Le membra rimanevano in apparenza intatte ma dentro l’involucro
della carne sana l’anima si guastava, si
disfaceva . Era una specie di peste morale , contro la quale pareva non vi
fosse difesa alcuna .Le prime ad essere contagiate furono le donne,che, presso
ogni nazione ,sono il riparo più debole contro il vizio e la porta aperta .
E ciò parve cosa meravigliosa e dolorosissima ,poiché durante gli anni
della schiavità e della guerra ,fino al giorno0 della promessa e attesa
liberazione, le donne ,non a Napoli
soltanto ma in tutta Italia, in tutta Europa
avevano dato prova, nell’universale
miseria e sciagura, di maggiore dignità e di maggiore forza d’animo che
non gli uomini. A Napoli, ed in ogni
altro paese d’Europa ,le donne non s’erano date ai tedeschi …(…) Ed ecco che
per effetto di quella schifosa peste che
per prima cosa corrompeva il senso dell’onore
e della dignità femminile,la più spaventosa prostituzione aveva portato
la vergogna in ogni tugurio e in ogni palazzo …) Se tale era la sorte delle
donne ,non meno pietosa era la sorte
degli uomini. Non appena contagiati essi perdevano ogni rispetto di se medesimi:
si davano ai più ignobili commerci, commettevano le più sudice viltà, si
trascinavano carponi nel fango baciando
le scarpe dei loro “ liberatori” ( disgustati di tanta, e non richiesta abiezione)
non solo per essere perdonati della
sofferenza e delle umiliazioni, sofferte
negli anni della schiavitù e della
guerra , ma per avere l’onore di essere calpestati dai nuovi padroni ; sputavano sulle bandiere
della propria patria ,vendevano pubblicamente la propria moglie, le proprie
figlie, la propria madre. Tutto ciò dicevano per salvare la patria. E pur quelli che,all’aspetto sembravano
immuni dal morbo, si ammalavano di una
nauseante malattia ,che li spingeva ad arrossire di essere italiani e perfino di appartenere al genere umano …”

Nessun commento:
Posta un commento